Caro Francesco: avevamo una visione di Padre, una volta.

Adesso ne abbiamo almeno due. Come torneremo all’Uno? Con i fondamentalismi?  Il fondamentalismo religioso, da un lato è il bastone che rinforza il passo di una cultura esterna alla nostra, (nel caso, l’Islamica) e dall’altro è lo strumento che permette a quella cultura di aprire il nostro percorso (sociale oltre che religioso) alla sua volontà.

Prima dell’Islam l’ha usato il Cristianesimo. Sai meglio di me cosa ha fatto crollare: direttamente come indirettamente. Sai anche sai meglio di me che tutti gli imperi soffrono dello stesso destino quando usano la fede come spada di offesa oltre che di difesa.

Ora, o trovi il modo di affilare la tua verità con nuove emozioni, oppure, non vedo un bel finale. Se può consolare, succederà anche a quello Islamico.

Negli ambiti deserti del Nordafrica, ciò che non è fondamentale per la sopravvivenza è potenzialmente mortale. La necessità di agire secondo fondamento gli ha formato la mente. Ora non è più così strettamente necessario, o non sempre. Tuttavia, l’originale e originante impronta di quell’atavica cultura, comunque, gli è rimasta. Il Profeta l’ha usata per motivare maggiormente quanto andava conoscendo e divulgando, e chi.

Non so se sia così in tutti i casi, o se sia così solo negli arabi che sono stati i nolenti cardini delle mie conoscenze. Te le passo, quindi, come le ho capite.

Dalla visione capita sul carattere arabo, sono emerse, quasi mio malgrado, alcune considerazioni sui loro principi religiosi e sui nostri.

Nella nostra cultura siamo ciò che pensiamo. Dell’islamico, invece, direi che è quello che possiede. Sommo fra i possessi, (e indispensabile fondamento per la sopravvivenza della sua vita spirituale) la capacità di abbandonarsi nella volontà del Padre secondo la visione del Profeta.

Non entro nel merito dell’origine di quelle visioni. Sono interessato ai principi della Storia, non, alle storie. Non in questa lettera, almeno.

La capacità di abbandono in una maggior volontà, trova origine nell’obbligatorio servizio di un inferiore verso un indiscutibile superiore: capo famiglia, e/o tribù, e/o analoghi casi. Elevando quelle condizioni di sudditanza verso il Sovrano più grande, il Profeta, ha dato sovrumana virtù a una corrente realtà.

L’abbandono nella volontà del Padre islamico, rende impossibile distinguere al Credente, ciò che è dello stato divino della vita da ciò che è dello stato umano. Per il Credente, infatti, tutto dipende da …

Certo, quella fede, è ed è stata strumentalizzata per scopi ben più bassi ma questo è un altro discorso discorso: vale anche per il cristianesimo.

Per la sua convinzione di fede, dell’Islamico si potrebbe dire che non è portatore di colpa, tanto quanto attua, nella superiore volontà, l’abbandono della sua.

Per quella visione di sé, un “martire dell’Islam” può compiere qualsiasi genere di azione, e subire qualsiasi genere di azione.

Nella questione fede, la gestione di quel potere rende le religioni tutte eguali: umane.

Non è la paura della morte che rende l’Islamico incurante della vita: è la sua fede nella Vita, che lo rende incurante della sua. Anche i primi cristiani erano così, ma sotto i ponti ne è passata di Storia.

Sotto quegli Islamici, non ancora quanto basta per incrinarne i piloni: succederà. La vita concede secoli di corda, ma prima o poi ci impicca alle sue ragioni, non, alle nostre.

Al cristiano hanno insegnato a dare a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio. Il suo deocentro, quindi, (passami il neologismo) è la coscienza di sé: coscienza, che si forma pienamente, tanto quanto sa, e/o può, e/o vuole rispondere con spirito giusto, a cosa è bene e vero sia per sé che per la vita. 

Trovo la spiritualità islamica meno complessa di quella cristiana. Il fatto è, che nei confronti del Padre immaginato da Cristo ci consideriamo cresciuti. L’Islamico, invece, di fronte a quello immaginato dal Profeta, no. Ai bambini, basta poco cibo. L’adulto, invece, ha bisogno di riempirsi la bocca.

Dobbiamo anche riconoscere che se il cristiano non è elementare come un bambino, dobbiamo la causa alla cosiddetta teologia. Pur di reggere sé stessa, infatti, ha complicato sino all’assurdo, sia la sua vita che la nostra.

Da tempo noto nel cattolicesimo un irrigidimento delle sue posizioni. Da un lato gli servono, penso, a fermare lo sviluppo di alterni pensieri: religiosi e/o altro. Dall’altro, a intruppare il cattolico moderato fra quelli ideologicamente fermi.

Non può esistere religione sovrana in un modello di Società senza principi sovrani. Ergo, tutte le religioni operano per perpetuare per sé stesse. Il resto a cascata: condizionante.

Secondo mete di potere, l’irrigidimento religiosamente normativo ha una sua logica, ma la possiamo dire ancora cristiana? Non lo direi, se per cristiana intendiamo la magistrale lezione del Figlio.

Per il Cristo evangelico, infatti, il Padre è Amore, e l’Amore è Comunione. Niente e nessuno può considerarsi e/o esser detto escluso. Solo le Sette escludono. Rifletta la Chiesa che non ha perso del tutto la semplicità del bambino che si fida del Padre.

Il Padre immaginato dal Profeta, ama allo stesso modo del Padre immaginato da Cristo? No. l’Islamico ama la sudditanza passiva. Quello cristiano, la sudditanza attiva.

Fra le due immagini, quale, l’Uno, che definire “più grande” non ha alcun senso visto che non ci può essere nessuno più grande dell’Uno?

L’Uno immaginato da Cristo, e che stiamo elevando a Dio pur avendogliene fatto di cotte e di crude, o l’Uno immaginato dal Profeta come l’indiscutibile Sovrano che nulla può detronizzare come nulla mettere in trono?

Il Profeta ebbe a dire: Cristo verrà dopo di me.

Capire quella profezia è tutto fuorché facile. Facile intuire, invece, che, per più motivi e paure, può preoccupare il Credente islamico.

A dirla tutta, la trovo preoccupante anche per il cristiano: non si sa quante pietre abbiamo lanciato pur non avendone il diritto!

afinedue