Intervento sulla “Gestione del Paziente con Aids Terminale” a Ercole C.

In genere, il Futuro viene rimosso dalla vita come se fosse una malattia infettiva: un Aids. Come per le malattie a trasmissione sessuale, per non essere infettati dal Futuro si usano vari tipi di preservativi. Si usa l’extra resistente, che è quello di non pensarci affatto; il resistente, che è quello di pensarci sotto l’aspetto economico; il sottile, che è quello di pensarci mano a mano che viene; l’extra sottile che è quello di chi si vive in bilico. Poi, c’è anche quello profumato, che è quello di chi si vive secondo tendenza. Ma, nessun tipo di preservativo è impermeabile in assoluto: cosicché, prima o poi, tutti prendiamo il Futuro.

Contrariamente a quanto si teme, il Futuro non è una malattia irreversibile ma è un passo fra due stati della vita. Come faccio ad essere sicuro che sia così dal momento che della vita conosco solamente un versante? La mia certezza è confortata dal fatto che sono culturalmente mancato alla Vita tante di quelle volte e, tante di quelle volte sono risorto che, non potrà non essere così, anche quando naturalmente, lascerò questa realtà. Per quanto credo, quando succederà, non sarà la mia Cultura ad essere spaventata dal viaggio ma la mia Natura.

Tutto considerato, direi che la scienza sa reggere bene la fatica naturale di chi inizia un viaggio che viene da un più o meno lontano presente. Non altrettanto bene, o perlomeno non a sufficienza, lo sa reggere la cultura sociale: laica o religiosa che sia: troppi, giungono al passo, assolutamente impreparati. Non mi preoccupano quelli che sono stati tanto previdenti da munirsi di qualche bagaglio culturale, ma, i più poveri: quelli che stanno iniziando il percorso (dal presente al futuro) pressoché sprovvisti di tutto.

Fra gli sprovvisti, è vero che si possono introdurre discorsi culturali di tipo religioso o spirituale ma, si stia bene attenti non solo alle dosi ma anche al grado di corrispondenza personale e spirituale con la persona alla quale le si da. Se i dosaggi e la personalità del dosatore non sono corrispondenti alla personalità da assistere culturalmente (oltreché specificatamente) non solo potrebbero frastornare quanto violentare l’assistito ma possono anche indurlo a rigettare sia l’aiuto che la persona.

Nei casi di rigetto da erroneo ausilio, non solo si rischia di aggiungere povertà a povertà ma anche di finire sviliti sia umanamente che professionalmente. A fianco della persona che accompagnavo, oltre ai centri correlati alle tossicodipendenze, ho avuto modo di conoscere non solo questo “Malattie Infettive”, ma anche quello di Venezia, di Treviso, e di Legnago.

Presso questi centri, la Persona ed io, soprattutto, speravamo di trovare umanità. Avevamo fame di umanità. Umanità è accoglienza: è il ventre protettivo, nel quale, dentro, si torna a vivere come tutti. Ogni volta l’abbiamo trovata, la Persona ed io, eravamo meno terminali. Se manca il ” fattore umanità ” non vi è gestione che tenga. Se vi è quel fattore, anche la gestione più deficitaria è sufficientemente compensata.

Dove vi è umanità, lo spirito si allevia anche senza tanto discorsi. Se poi vi è anche la capacità professionale (oltreché tanta pazienza) allora c’è il massimo dei discorsi. I discorsi che non producono umanità, o che la rendono settaria, quelli sono i terminali da gestire al fine di farli finire.

L’umanità comunica com – passione di vita ed è, senza tante parole, di per sè, com – passione nella sofferenza. Decine di volte ho avuto modo di constatare che a fronte della serenità che comunica l’umanità non c’è terapia che regga il confronto: senza contare che ad un Amministratore ospedaliero non costa nulla. Naturalmente ciò non significa che l’umanità non costi a chi la esprime. Ciò significa solo che chi la esprime sa, che nel momento stesso che si dona, essa paga perché appaga.

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