Corrispondenza di intenzioni fra quelle della vita (il tutto dal Principio) e quelle del Volontariato. a Bedi e Titti ( * )

L’ultima volta che ci siamo visti, D. ha ampiamente dimostrato di essere un notevole messaggero di idee. A proposito di messaggi e di idee, vi racconto un mio brevissimo sogno. Frastornato stavo guardando l’enorme quantitativo di lettere (sino al ginocchio) che, all’apertura dalla cassetta, mi era caduta sulle gambe. Le buste erano di vari colori e di molte dimensioni. Per quanto collocate nella mia cassetta (ma come avevano fatto a starci?!) solo alcune erano indirizzate a me. Mi stavo domandando il perché, cosa ne avrei fatto e come recapitarle ai legittimi destinatari quando mi sono svegliato. A mio avviso, la spiegazione del sogno è questa.

Una cassetta postale è come una mente. Come cassetta postale, la mente ha la possibilità; di contenere moltissima corrispondenza (pensieri, relazioni, fatti, storie ecc.) sia personale che di altra vita. Da parte del titolare della data mente, dunque, ne consegue la necessità; di vagliare quella che effettivamente gli corrisponde. Come? Direi, in ragione del suo indirizzo reale ed ideale personale. Come non confondere la corrispondenza che appartiene al mondo soggettivo (personale realtà e personali ideali) da quello che vorremmo fosse (l’ideale in assoluto) perché seguendo quella del Principio ne riceviamo l’idea?

Come evitare delle più che possibili sovrapposizioni fra ciò che è e ciò che aneliamo? Per il reale, direi che potremo ricevere la giusta posta (la giusta idea) tanto più ci manterremo all’interno delle guide date da tutto ciò che è attinente all’io che nel suo tempo si manifesta nel corrente modo, ma, come per l’ideale?

Coniugare il reale con l’ideale senza andare fuori dei modi e dei tempi correnti a noi e al sociale (cioè senza andare fuori dal luogo della mente, o con altre parole, dalla testa) è tutt’altro che semplice: tanto più che il restare dentro noi, i modi ed i tempi, non necessariamente vuol dire fermare la vita nostra e sociale.

Allora, come muoversi con la Vita se il muovere la nostra oltre noi, oltre il modo ed oltre il tempo può portare fuori di ambedue? Direi, necessariamente, collegando il nostro passo al Suo. Collegare i due passi non può non implicare la necessità; (nonostante l’avversa tensione della nostra parte ideale) di rallentare il passo verso l’aspirazione che ci proponiamo e, lo dobbiamo rallentare la dove si rischia (procedendo oltre noi, i modi e i correnti tempi) di separarsi, o dalla vita che ci è comune (quella fra noi ed il nostro reale) o, da quella che, nel reale, ci accomuna ad altra o da ambo i vissuti. In soldoni: l’idea deve suggerire il percorso ma la ragione personale e sociale deve suggerire l’ampiezza del passo.

Il male è dolore naturale e spirituale da errore culturale. Ogni volta mi succede di incontrare una realtà; nel male (in genere nella tossicodipendenza) o di pensare ad una realtà; di male mia od altra, poco prima sento una pressione sulla scapola destra e, ogni volta mi capita di dover scrivere su qualcosa di errato e/o su una Persona in errore, sempre prima, sento un interiore malessere: una malinconia. Sentivo l’uno e l’altra, prima del vostro arrivo. Certamente non avevo motivo di collegare quel disagio con la vostra presenza, sennonché siete stati latori di non serene novità; al che, collegare il malessere con le novità mi è stato conseguente.

In effetti, nelle novità; che mi avete comunicato, più che errori vedo difficoltà; di realizzazione, eppure, se malessere c’è stato, in quello che mi avete comunicato ci deve essere dell’errore. Lo sostengo con certezza perché anni di analoghi accadimenti, mi hanno confermato il collegamenti fra malessere interiore ed errore. Non è detto che l’errore stia nelle iniziative di bene che vi proponete di fare, ma, allora, dove? Pensa che ti ripensa sono giunto alla seguente conclusione. L’errore potrebbe consistere in un costo (umano? culturale? spirituale?) di erroneo prezzo.

Non è necessariamente detto che siate voi a dover pagare il prezzo dell’errore. A pagarlo potrebbero essere o i vostri assistiti, o, in parti o nell’insieme la vostra Associazione, o in parti o nell’insieme le vostre principianti finalità; culturali o spirituali, o in parti o nell’insieme i vostri collaboratori: i volontari.

Tutti noi, per qualche verso carismatici, aneliamo il Bene, non solo come principio della nostra vita umana ma anche della nostra vita spirituale. In genere, nei carismatici spirituali, l’anelito verso il bene non si principia dalla ragione (la Cultura della vita) ma dal cuore: luogo dell’emozione (l’emozione è la parola dello Spirito) della Natura della vita: il bene. Nel vostro senso (ed io nel mio) ci stiamo occupando, non di quelli che si sono fatti ultimi ma, di quelli che sono ultimi appunto perché non sanno (e/o non fanno) più appropriata scelta.

Principalmente, fra quelli non portiamo la ragione (il bene della Cultura) ma sentimento di vita, cioè, il bene naturale che allevia la parte del bene che negli ultimi è provata dal male. Ebbene, pur non modificando il principio delle vostre scelte (il cuore che è di chi ha sentimento verso la vita degli altri) adesso sentite il bisogno di elevarne la ragione; non tanto presso gli ultimi (che rimane) quanto presso il sociale.

Quanto, con la stessa forza di spirito potrete nel contempo servire sia gli ultimi che il sociale, se, inoltrandovi in questo stato, potreste incorrere nell’errore di allontanarvi da quelli presso i quali la Vita vi ha collocato?

Un cuore bilanciato quando non diviso fra due direzioni, riuscirà; a stare uno in ambo le mete, oppure, per questioni di forza (direi anche necessariamente) sarà costretto a dividersi per meglio fare fronte alle questioni che si è proposto? La divisione, potrebbe o no, indebolire la sua potenza e la corrispondente efficacia? Una forza divisa, quanto sarà integra motrice (integra perché unitaria) del principio della vostra vita (quello verso il Bene della Natura della Vita recando del bene alla Natura di questa) che vi ha sinora motivati?

Ambire, di per se non è un male. L’ambizione diventa un male quando è dose in over e dose in over lo diventa quando non tiene conto che di se stessa. In qualsiasi azione, il desiderio di una meta quando è venato da ambizione in over, porta in dote la vanità di dimostrare un sè che non può non essere che in over di sè.

A questo punto, dirigersi verso la Cultura sociale (sia pure per servire meglio gli ultimi) è sempre ambire il Bene spirituale o può iniziare a diventare vanitosa affermazione personale, nel bene sociale? Ogni affermazione, di per sè è legittima. Ciò che non la può rendere tale possono essere degli stati di ambizione in overdose di vanità.

La vanità; nell’opera può anche far giungere a violentare (sino allo squilibrio) o delle contingenze personali, o sociali, o ambo le situazioni. Se fosse, negli intenti verso il Bene spirituale è chiaro che vi è una regressione di stato, in quanto, per l’ambizione coniugata con la vanità, si rischia di sovrapporre la nostra volontà di vita (quella del Particolare) su quella della Vita: la volontà dell’Universale.

Nella contingenza in cui si ci trova ad operare, quanto è giusto modificare la nostra condizione? Modificandola (nel senso di ampliarla e/o diversificarla oltre le nostre effettive possibilità) siamo così sicuri che quelli ai quali daremo meno cuore perché occupati da altro, si sentano sufficientemente compensati da più dotte e/o da più determinate intenzioni?

Pur essendo una libera scelta (quella di elevare le mete dell’opera che facciamo) quanto non modificherà; il rapporto fra la nostra vita e quella degli ultimi e, fra la nostra vita e la Vita? Debi dice che intende, comunque, restare un povero. Al proposito non ho dubbi, però, suppongo che si riferisca ad una povertà economica. A fronte delle iniziative in atto (il vostro Gruppo) e di quelle in cantiere, quanto Debi riuscirà; a restare povero di spirito, cioè, della sola forza della sua vita?

Prima di intendere la vita anche secondo la sua forza non avevo mai capito il senso della frase: “Beati i poveri di spirito”. Adesso, me ne do questa spiegazione. Lo Spirito è la forza della vita sino dal Principio. Dicendo ” Beati i poveri di spirito “, non credo che Cristo intendesse lodare i deboli in quanto tali, quanto quelli che, confidando nella forza della Vita sanno rimettere nella vita la forza della propria.

La remissione della forza, necessariamente, implica la rinuncia ad un personale arricchimento di quello stato, ma, la povertà spirituale (per altro aspetto rinuncia alla presunzione di potere oltre noi, oltre i modi ed oltre i tempi in cui si agisce) è, appunto, ciò che permette il necessario collegamento fra la nostra vita (il Particolare) e la Vita (l’Universale) in quanto consente alla Vita di operare anche secondo sè.

Miei cari, giunto al fin del letterone, comunque, non so dove sia l’errore che sospetto con sufficiente certezza, ma, sento che è nelle questioni che ho sollevato. E’ indubbio che non mi sarei sognato di farvi questo genere di discorsi se non sapessi che fra le vostre mete vi è la ricerca della spiritualità: rapporto di vita fra la nostra forza e quella dello Spirito della vita.

( * pseudonimi )

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