Guerra e Pace: scelte di spirito. a E.

L’enfasi (per non dire esaltazione) con la quale chiedevi giustizia a Titti per dei fatti che, per quanto spiacevoli, perlomeno meritano l’attenuante dell’inesperienza in chi li ha compiuti, mi ha fortemente preoccupato. Lo ha fatto al punto da sentire (della serie quando niente e spero quando non troppo) di doverti scrivere. La Vita, ci comunica la Sua verità facendola sentire alla nostra Natura (e, dunque, capire alla nostra Cultura) come pace. Lo può, perché, “pace”, è cessazione di ogni dissidio. Dove cessa ogni dissidio subentra il silenzio. Con il silenzio (nel corpo, nella mente e nella forza della vita, lo Spirito) possono coesistere dissidi? Se no, allora, nella pace, vi è verità tanto quanto non vi è conflitto.

In qualsiasi contingenza, dunque, ancora prima di appurare dove o chi ha una data verità, dovremmo ascoltare i nostri stati d’animo. Se con noi stessi e con altri siamo in dissidio, comunque può essere che ci sia della verità in un dato atto e/o nella nostra vita ma, non essendoci pace, certamente non c’è la verità della Vita. Il problema “verità”, pertanto, si pone in questi termini. Se vogliamo vedere confermata la verità della Vita (l’Universale) non possiamo non abbandonare tutto ciò che ci pone in dissidio. Diversamente, se vogliamo perseguire le nostra verità (la Particolare) allora, non possiamo che sorbirci i corrispondenti conflitti.

Al punto, più di una qualsiasi assemblea associativa, direi che il dolore (male naturale da errore culturale e spirituale) dato dai conflitti, può essere il giusto arbitro e l’idonea guida della situazione in questione come in ogni altra. Per qualsiasi contingenza (sia essa di ordine naturale, culturale quanto spirituale propria, e/o di altra, e/o derivata) se lo senti dentro te o se vedi che per tua e/o altra caus, altri lo subiscono, ciò vuol dire che là vi è errore. Ammesso l’errore in questione, è legittimo risolverlo attraverso altri conflitti o è legittimo assorbirlo tacitandolo con la pace?

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