Reberthing o Discernimento come tecnica per giungere all’ampliamento della coscienza? a Bedi e Titti.

A Bedi che mi invitava a non lasciar perdere la sua proposta di Reberthing per risolvere il blocco che avete riscontrato presso di me ho dato una risposta plausibile, tuttavia, non ho risposto come sentivo di dovere. A dire la verità, tuttora non so quale sia la risposta che sento di dovere.

Gli dicevo (non ricordo se l’ho detto anche a te, Titti) che a fermarmi dall’iniziativa è il timore di uscirne in qualche modo condizionato da altro. Bedi ha escluso questa possibilità in quanto, a vostro dire, il Reberthing è ampliamento della coscienza che è, non altra condizionante cultura, ma, “ampliamento della coscienza” m’ha allarmato.

Durante una nostra conversazione, è successo che vi siate cercati con gli occhi come si cercano due persone quando vogliono vedere se hanno capito la stessa cosa. Dal momento che vi parlavo delle mie esperienze nello spiritismo e delle mie perplessità sia su quell’esperienza che nei confronti del Reberthing, mi sono chiesto quale ne sia stata la necessità.

In genere, chi si cerca come voi vi siete cercati è perché sanno cose che il terzo interlocutore non sa ma che lo riguardano. Mi sono domandato: Bedi e Titti sanno ciò che mi riguarda e che non so perché nell’ambito umano hanno maggiori e/o diverse conoscenze, o sanno perché l’ambito che li ha eventualmente informati non appartiene a questo stato di vita?

Titti mi ha confermato l’esistenza della possibilità in quanto mi ha detto di avere una guida nel soprannaturale e, le guide spiritiche, si sa, sono pur sempre degli “amici” con i quali si può anche parlare non solo di se stessi.

Non ne ho mai avuto l’occasione e se non siete ancora riusciti a leggere le Lettere nelle quali lo dico, non sapete che per quanto abbia cessato qualsiasi rapporto medianico, non per questo presso di me è cessata la tangibile presenza della vita soprannaturale.

E’ una presenza tutt’altro che paradisiaca tanto è invasiva, assillante (Teresa d’Avila sostiene con ragione che il male non dorme mai) ed in alcuni momenti anche emozionalmente paurosa tanto è anche prepotente. Non c’è preghiera che me ne liberi.

Siccome ho potuto constatare che il male accetta di tutto fuorché di essere declassato nella considerazione che ha di sè, il più delle volte le allontano quando le accuso di essere noiose! Sanno bene, quelle presenze, che non cambieranno più di tanto il mio comportamento come sanno bene che più volte ho scoperto i loro altarini, nonostante ciò, siccome anche il disturbo che provocano è pur pur sempre un inevitabile per quanto momentaneo mutamento del mio equilibrio verso ciò che è bene, il farlo, per quanto minimo, è pur sempre un guadagno per il male.

Stante la situazione, un mio ampliamento di coscienza, se da un lato mi darà una maggiore ragione del bene, dall’altro mi darà una maggiore ragione del male?

Se fosse (come credo sarebbe) a che mi serve un maggiore ampliamento della coscienza verso il bene (Io di riferimento spirituale) se questo mi sarà bilanciato da una maggiore coscienza del male e, dunque, dalla possibilità di essere maggiormente invaso da quello stato?

Non è un po’ come dire che se è vero che potrei acquisire un capitale, è anche vero che guadagnerei degli ulteriori mortivi per spenderlo? Dal momento che presso di me il dissidio fra il bene ed il male finirebbe comunque con uno zero a zero, perché mai, dovrei rivedere una partita nella quale, stante il momento, il bene è in vantaggio sul male se non altro perché ho scelto il bene come principio di vita?

Per quanto anche il bene possa dirmi che sono bloccato (da me? dal male?) certamente non è verso il bene che mi sono bloccato (o da quello bloccato) ma, per quanto so e posso, lo sono verso il male.

Avendolo bloccato (sempre per quanto so e posso) se il male dovesse lagnarsi del mio comportamento, sapete cosa mi direbbe? Mi direbbe che sono bloccato! Certamente si guarderebbe bene dal precisare che lo sono nei suoi confronti come si guarderebbe bene dal precisare che (al caso) lo sono verso il bene. A questo punto, un ampliamento dell’odierna conoscenza di tutto ciò che è alla mia coscienza potrebbe essere una Parigi che vale una messa? Direi proprio di no.

Se c’è un fattore, nel quale, chiaramente mi riconosco bloccato (una volta non sapevo come sbloccarmi ma adesso non lo voglio proprio) consiste in alcune facoltà medianiche che si principiano ma non chiaramente si attuano.

Preannunziate da una debolezza (emozionalmente la sento come fosse un risucchio della mia forza) e, indipendentemente dalla mia volontà, ogni tanto mi succede (o meglio mi succedeva ma non sono in grado di escludere il fatto che si possano ripetere) di vedere all’interno della fronte delle immagini non sufficientemente distinte.

Qualche volta piccolissimi visi, dei complessi disegni geometrici: bellissimi, a colori le prime volte ma ultimamente in bianco e nero. In altri casi, sembrano un insieme di strutture e/o agglomerati di case, o forse desertici paesaggi e/o cimiteri (?) che stanno sotto una luce che pare lunare.

Così come vengono, quelle immagini poi se ne vanno. Suppongo che una idonea disciplina (non ho idea quale) mi potrebbe anche rendere possibile (non ho idea come) una maggiore facoltà di veduta. Ebbene, perché dovrei perseguire quell’affinamento della vista? E a quale stato della vita servirebbe? Alla mia non vedo come (o lo vedrei se volessi farne un qualche commercio) e alla vita soprannaturale vedo troppi e contrastanti motivi.

Personalmente, sono dell’idea che la vita che mi da poca vista è più che in grado di darmi quanto basta. Se non lo fa, avrà le sue buone ragioni, amenochè, la vita che mi da quel tipo di vista non abbia sufficiente forza (spirito) per darmene di più! Ma se anche ne avesse, è ovvio che per avere di più, dovrei dipendere di più dalla forza che odiernamente mi da il poco, o perché non vuole darmene di più, o perché non può (o non sa) darmene di più.

E se fosse il caso che la vita spiritica che mi sta dando ma non quanto basta, stia tentandomi con il poco che mi da? Non sarebbe come dire che sta mettendo una carota davanti al muso dell’asino allo scopo di farlo andare secondo incentivo?

Se i casi fossero, a quella vita dico: ” no femo proprio gnente “! Il giorno che in quel modo vedrò di più, certamente non sarà perché l’avrò voluto e/o cercato ma perché sarà la Vita (il tutto dal Principio) che l’avrà deciso. Punto e, basta! 

Se presso di me vi sono presenze di male non per questo non ve ne sono di bene. Secondo il loro stato di spirito, le entità del bene sono presenti come forza della vita sia della Natura (sistema del sentire) che della Cultura: sistema del sapere. Sempre secondo il loro stato di spirito, quelle del male, invece, sono presenti presso di noi come non forza della Natura e non forza della Cultura.

So bene io, la paralizzante debolezza che ho avvertito in certi momenti di invasione e, diversamente, per ben diversi stati di influsso (quelli del bene) anche di forza oltreché di calore nelle mani e nelle braccia! 

Per non vita intendo la carenza nella forza dello spirito conseguente alle errate corrispondenze fra gli stati della vita: Natura, Cultura e Spirito. Delle Presenze, naturalmente, non so quale sia la loro soggettiva identità , ne qual è il loro stato spirituale e/o spiritico, ma, in ragione dello stato del mio spirito, so (perché sento) e sento (perché so) il loro stato di bene se ho vita e, dunque, sono vita della Vita, o il loro stato di male se non ho vita e, dunque, non sono vita della Vita.

Le presenze di bene nella Natura (nel corpo) e nella Cultura della vita (nella mente) non interferiscono con l’arbitrio della vita cui sono vicine in quanto il farlo sarebbe un male. Lo sarebbe perché ogni interferenza di forza fra vita e vita è una sovrapposizione di spirito su spirito. Ogni sovrapposizione di vita su vita è errore contro il Principio: la vita che ha originato ciò che perseguiamo secondo lo stato della corrispondenza fra i nostri stati e non quelli ( naturali e/o soprannaturali ) di altri.

Le presenze del bene sono vicine secondo il giusto (bene al vero) che è nel loro stato, mentre, quelle del male secondo ingiustizia: bene al falso nella vita loro e del loro principio di vita: il male.

L’ingiustizia può essere incosciente se non sono coscienti del male che recano interferendo nella vita altrui, o perseguita se sono coscienti dell’ingiustizia che recano interferendo nello spirito altrui. Poiché, consce o non consce di ciò che fanno, comunque, presso il nostro spirito recano il male che è del loro, al punto, allo scopo di ovviare ad influssi che possono anche divenire invasioni, unica guida non può essere che la parola (l’emozione della forza) del nostro spirito.

Ecco, Titti perché sono personalmente contrario alle guide di qualsiasi stato. O meglio, non sono contrario se aprono la via alla vita attraverso un influsso di forza (di spirito) ma sono contrario quando l’aprono con mezzi che sono e/o vanno oltre la nostra umana condizione di vita.

Riallacciandomi al Reberthing, l’insegnante di quella tecnica è come un maestro di nuoto che non può sapere in quale acqua (in quale vita) nuoti l’alunno. Di conseguenza, non è in grado di prevedere in quali futuri stati d’acqua si troverà immerso il suo scolaro. Al che, o il maestro è in grado di rendere sempre maestro l’allievo (non che sia impossibile ma è senz’altro difficile, non tanto per le tecniche del Reberthing o le conoscenze del maestro o dell’allievo ma perché l’acqua e i suoi stati sono infiniti ) oppure potrebbe rivelarsi il caso che l’alunno abbia il costante bisogno di usare il salvagente, cioè, il maestro.

Ciò sarà anche gratificante ma quanto è Reberthing o quanto può anche essere incauta pedagogia?

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