Ricomincio da me: “elo questo quelo de l’Ovo?

La Cesira ed io eravamo nei pressi del Ponte s.Francesco a Este quando abbiamo incontrato una vecchia signora. Le vecchie signore dell’epoca sembravano prefiche anche quando non piangevano ai funerali. Sarà stata una conoscente. Parlano un attimo delle solite cose (stai bene? come va?) poi mi mi guarda (la signora) e a mia madre domanda: elo questo quelo dell’Ovo? All’affermazione della Cesira, si rivolge a me: te racomando seto. Volaghe tanto ben parché la gà fato tanto par ti! E se n’è andata. Più vista! Colgo un’espressione di disagio nella Cesira. Ci sto pensando adesso. Più di sessantanni dopo. Sapevo da sempre, o meglio, sentivo, che ero e non ero suo figlio, ma quella benintenzionata impicciona, con la sua domanda, aveva (sé nolente) scoperchiato una condizione che prima mi stava chiusa nella mente. Me ne venne una immediata stretta allo stomaco: una immediata paura. Si vedeva così tanto che non era vero il sentimento che gli volevo?! Mi vennero dubbi: c’è la farò a volergliene di più e veramente? Mi vennero domande: come devo comportarmi? Cosa devo fare e quando? Accadde di peggio; accadde che l’indistinto affetto per la Cesira venne schiacciato dall’obbligo.

Da sempre sostengo che l’amore è comunione. Adottivo o no, nessun bambino sa cos’è l’amore: è troppo occupato a chiederlo per star lì a filosofeggiare. Quella rivelazione, invece, rovesciò i parametri. Da allora, fui troppo occupato a filosofeggiare, anziché ad essere un legittimo bambino. La mia fanciullezza, così, fini! Deve aver cominciato in quel momento la mia incapacità di rapportarmi con i bambini e con i fiori. Capisco bene che fiori e bambini hanno bisogno di alimenti per crescere, ma, pur sapendo quali o dove cercarli, non so come darli o quando. Non tanto quelli naturali, quanto gli affettivi. Lasciamo perdere con le piante che mi muoiono dalla disperazione non appena mi vedono! Devo ammettere di avere analogo problema con i congiuntivi! Stendiamo un pio velo!

Si, per essere felici genitori è necessario essere stati felici bambini. Quelli, che, sia pure per amore, recitano la parte dei felici bambini che non sono storicamente stati, dell’amore verso i figli, comunicheranno la recita di quello che non hanno potuto e/o saputo essere.

Brutta bestia, la riconoscenza per obbligo. Il bambino (adottato o no) che sente di doverla perché non si sente libero di concederla per incondizionata volontà, è destinato ad essere ipocrita (nel senso di attore) in tutte le sue manifestazioni sentimentali, e indipendentemente dal genere, dal valore, dall’importanza.

Ero appena dietro il carro funebre al funerale della Cesira ma c’ero e non c’ero. C’ero per presenza di titolo, ma non c’ero come figlio. Se mai avessi desiderato essere da qualche altra parte, neanche avrei saputo dire dove o come. Di fatto, il rito della riconoscenza dovuta era finito, e io andavo, finito anch’io, per aver finito un dovere.

In tutti i miei amori o sentimenti è successo sempre la stessa cosa: finito l’amoroso dovere di amare, finita la storia: più o meno d’emblée!

Non è stato così in un solo caso; un amare che mi aveva fatto sentire e vivere come eguale, pur con tante e fra tante erronee cose.

Volentemente o nolentemente indotta, la riconoscenza quando è dovuta, soffoca nel bambino (adottivo o no) la sua naturale e istintiva vitalità. Non sempre come la vorrebbero i genitori, ovviamente, ma i casi sono due: o si fanno come sono (i figli) o li fanno come vogliono i genitori. La virtù incondizionata, sta in mezzo.

Saper dove, non necessariamente significa sapere come cercarla_attuarla, ma da qualche parte si deve pure cercar di capire. Non obbligare il cuore di nessuno (figlio o no) è già un buon punto d’inizio.

Mi rendo ben conto della diversità fra i miei tempi e questi. Dal lordo di queste memorie, allora, si tolga ogni tara. Io non posso.

nord