Caro amico, ci sono “pere” e “pere”.

Amico mio, dopo la morte dell’Amato mi sono reso conto di essere diventato schizofrenico. Forse lo ero anche prima ma non me ero mai reso conto. Certamente non lo sono in senso patologico (almeno penso) ma (sia pure per inscindibili intenti, modi, emozioni, azioni) certamente per il mio essere unito e nel contempo scisso dalla vita altra.

Gli psichiatri del Sert dove seguivo un gruppo di ragazzacci con identità talmente confermata da offrire ben poco fianco a salvifiche conversioni, sostenevano che stavo cercando un amante. Capirai! Erano quasi tutti sieropositivi, di ben poca presa erotica, e presi da ben altre storie. Non sono mai stato così cretino da non vedere e capire che se anche ne avessi avuto il più segreto intento, nulle le speranze. Tuttavia, sia pure a loro insaputa, non avevano del tutto torto. Non era una personalità amante che cercavo infatti; cercavo la personalità amore. Se in loro no, dove? Se nella loro vita, no, in quella della vita che era nella loro.

Per tale scelta (vista non certo dalla sera alla mattina e neanche aprioristicamente concepita) ero nel loro vissuto (emozionalmente parlando) e nel contempo diviso. La scissione, mi permetteva di essere indipendente dalla loro soggettiva identità, e nel contempo dipendente dalla loro soggettiva e/o complessiva vita, secondo il caso e/o la necessità ausiliare.

Considererai dunque, che ci sono “pere” e “pere” da cui dipendere e che ogni “pera” non è esente da “tagli” (passive schifezze nelle loro bustine come sai bene) ma anche attive portatrici di vita nella mia come in altre simili alla mia; ma vaglielo a dire agli psichiatri in convenzione con i libri studiati, e a mio sapere, anche loro dissociati da una realtà che è come un caleidoscopio.

Da bambini dei tempi di Berta filava, li facevamo rendendo tubo un cartone. Da una parte ci mettevamo due vetri e fra i due vetri dei pezzettini di stagnola di vari colori. Ruotando il tubo, i pezzettini formavano delle figure sempre nuove: astratte, naturalmente. Sai che ti dico? Gli psichiatri dei Sert (almeno di quelli di Verona) non fanno girare il tubo/realtà, così, vedono sempre la stessa immagine del “tossico”.

Vero è che ci sono di quelli che ci provano a far girare il tubo. Vero è, che le immagini sempre diverse che scoprono (per quanto comprese e giustamente interpretate) non ci stanno nelle cornici pattuite dai convenzionali progetti sociali. Si, lo devo ammettere. Gli psichiatri, vinti da canoni non “professionali”, per via di schizofrenia sono certamente messi peggio di me, e non è detto, che lo stipendio che comunque ne ricavano, sia sufficiente antidepressivo.

Cosa ha permesso a me di non diventare uno stabilmente depresso viste le inevitabili frustrazioni che infettano l’animo di chi percorre la strada dell’anti tossicodipendenza?

Direi la possibilità di evadere dalla situazione quando si appesantiva oltre misura, rifugiandomi nella volontà della vita, bel detta dal proverbio: cosa fatta, capo ha!

Il proverbio sembra essere la morale che consola i fallimenti e/o i falliti. A mio vedere, invece, la morale dice che la dove non comprendiamo, è la vita a com_prendere. Fallire, quindi, è ostinarsi a non passargli il testimone.

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