Segni e significati

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L’Immagine del segno culturale è composta da tre simboli: un cerchio, tre orbite, una croce. Il cerchio è formato da infiniti punti. Poiché si principia da ogni suo punto, è simbolo di principio infinito. Poiché in un cerchio tutto sta e il cerchio tutto contiene, è simbolo di universalità. Le orbite rappresentano il trinitario stato della vita: Natura, Cultura, Spirito. Le orbite sono intersecate. L’intersecazione segna l’unitaria corrispondenza fra gli stati. La Croce simbolizza il peso della Natura sulla Cultura, e sulla forza della vita: lo Spirito.

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Ammessa ma non necessariamente concessa l’inesistenza degli spiriti, e ammesso ma non necessariamente concesso che la medianità sia solamente il frutto di un’altra parte della mente, ci sarà da capire come il medium sia riuscito (nel giro di un minuto, forse neanche) a comporre quest’immagine senza mai staccare la penna dal foglio e senza fermarsi un attimo. Se accettiamo invece che l’autore sia uno spirito, con quell’immagine si è manifestato durante un incontro. Dopo la composizione dell’immagine scrisse che era un segno universale. Raccomandò di non fotocopiarla. (?) Non aggiunse altro. Sull’immagine (in b/n) non osai chiedere spiegazioni ma sentivo di doverle dare. A quale altro pro, infatti, quel messaggio? Ci impiegai non poco tempo. Non pochi pensieri, ripetizioni, e correzioni prima alla stesura definitiva.

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Nella fonte spirituale, la corona è simbolo di sovranità.  La colomba è simbolo dello Spirito.  Lo Spirito, è la forza della vita che corrisponde dalla relazione fra una Natura e la sua Cultura. Poiché forza che principia la vita, lo Spirito è principio sovrano. Perché sovrano principio della vita a cui da la sua forza, non può essere spodestato da nessun altro spirito. La sottomissione dello Spirito, quindi, indipendentemente da chi o cosa la procura, è errore contro la vita, contro il Principio, contro il suo principio, lo Spirito. Tanto quanto la sottomissione dello spirito è perseguita, (vuoi in se che in altra vita da sé) è tanto quanto è male se diventa errore coscientemente perseguito.

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Ho trovato l’immagine originale in un mercatino di oggettistica: a Bolzano. Aveva uno sfondo a goccia: di plastica nera. Sordo a chi mi diceva che era un gabbiano (o un uccello simile) per decenni l’ho sempre intesa come l’interpretazione di una colomba da parte dell’autore; da quell’intendere, le conclusioni che ne ho tratto. Va beh! Vuol dire che è un O.S.M = Oggetto Spiritualmente Modificato; che è quello che da allora ho iniziato a diventare. Sopra la corona ho fatto aggiungere un brillantino. In quanto bianco, puro, e brillante, di quel diamantino si può dire che simbolizza la luce. La luce, simbolizza la verità. Elevando il pensiero, si può dire, allora, che sulla cima della corona che segna la sovranità dello Spirito c’è la luce della brillante verità.

agirasole

Sedotti e abbandonati nei bidoni dell’amore.

Vitaliano Gazzabin, 65 anni, si è rivolto direttamente al nostro giornale. La sua sembra una storia di «mala educacion» uscita dalla sceneggiatura di un film di Almodovar. Operaio in pensione e con un passato di impegno sociale in una comunità per tossicodipendenti (errore del giornalista) l’uomo, che risiede a Verona da circa quarant’anni narra un’infanzia vissuta tra orfanatrofi e istituti religiosi.

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Venni abbandonato due volte: prima dai miei genitori naturali e poi dai responsabili del collegio che riversarono su di me la colpa per le attenzioni pedofile di un sacerdote. Lo ricordo bene ma nei suoi confronti», sottolinea, «non coltivo rancore perché la vera violenza l’ho subita dai superiori». Vitaliano trattiene l’emozione a fatica. «Mi sentii un reietto… mi sembra ancora di vedere l’espressione impietrita della mia mamma adottiva quando le dissero di riportarmi a casa».

La sua storia sconfina nella zona grigia in cui violenza e complicità si confondono. «Frequentavo la terza elementare», racconta, «e dopo l’orfanotrofio agli Esposti di Padova. Gli esposti mi scaricarono in un istituto religioso, non di Verona, dove divenni oggetto del piacere pedofilo di un sacerdote.

Dico oggetto», sottolinea, «perché non ero consapevole del significato di quel piacere, ma ne fui anche soggetto, perché, sia pure nella mia coscienza di minore, cercai e condivisi quel piacere. Noi per quanto ragazzini conoscevamo le preferenze di quel prete, e fra di noi sapevamo chi era l’amante in carica e quello che non era più nella sue grazie». Il passato riaffiora, i volti, dopo oltre cinquant’anni, sembrano materializzarsi: «Ricordo un biondino del mio stesso paese, ricordo un chioggiotto dalla forte vitalità. Devo ammetterlo: ad essere scelti, era anche motivo di vanto, perché, per quella scelta, ottenevamo regali che altri non avevano speranza di avere.

Le attenzioni particolari di quel prete, che per quanto mi riguarda aprì forse una porta non chiusa, erano stemperate dai privilegi». L’uomo fa una pausa, come per rimettere ordine nei pensieri. «Non si deve pensare al sessantacinquenne di oggi ma all’orfano di allora, anche di ogni concreto affetto».

Ma è sull’istituzione che l’ex allievo del collegio religioso veneto intende puntare il dito. «Anche nel mio caso», esclama, «si preferì usare la politica del mettiamo tutto a tacere poiché una volta scoperto il fattaccio, il prete ricevette una lettera del superiore generale in cui, notificandogli il trasferimento ad altro collegio, gli si disse di badare meglio ai suoi atti verso i collegiali. Ricordo bene quella lettera scritta a penna in corsivo con inchiostro nero e ne ricordo il contenuto perché quel prete me la fece leggere».

I fatti scorrono nella memoria come fotogrammi di un film. «Il collegio era immerso in un parco, sembrava un angolo di paradiso, mi vedo seduto su una panchina, in lacrime, e di fronte a me il religioso che in tono accusatorio mi rinfaccia di essere la causa dei suoi guai. E dal collegio io fui cacciato, non trasferito.

Tutto considerato, al corruttore andò meglio che al corrotto». Al dolore si somma l’amarezza. «Sono passati più di 50 anni e ho un ricordo nitido dei miei pianti, della mia solitudine di bambino abbandonato, ma non per questo», concude, «è mai venuta meno la mia stima nella chiesa dell’amore, nel suo sacro come nel suo profano. Da allora, però, ho in profondo astio la chiesa del potere: vuoi quando si serve del sacro, vuoi quando si serve del profano».

afinedue

“Vedo che dell’animale non frega niente a nessuno”

Considerazione dolente ma eccessiva, direi. Il fatto è che siamo ingabbiati in un sistema complessivo e che nell’agire in qualche parte dobbiamo tenerne conto delle altre. Ora, per quanto mi riguarda non ha idea di quanto mi faccia incazzare l’ape che si ostina a voler uscire dalla parte del vetro anche quando faccio in modo di fargli capire che gli ho lasciato la finestra aperta! Che faccio per fargli capire meglio la via di salvezza? Tolgo i vetri? No, la costringo a capire usando un piumino per la polvere. Certamente non posso dirmi di non averla almeno spaventata, tuttavia, l’ho salvata. Morale della favola, “ad ogni azione corrisponde una reazione eguale e contraria”; ad eliminare quel contraria, non ci riuscirà neanche la bontà e/o la verità più elevata. Non perché siamo a favore del Male, ma perché, per infiniti motivi, siamo limitati, sia singolarmente che collettivamente, nel perseguire il solo Bene: vuoi per ignoranza, vuoi per incoscienza. Non per ultimo, quanto, il vegetariano può dirsi sicuro di non procurare dolore al sedano che stringe fra i denti? O pensa di non farlo appunto perché i sedani non gridano? Qualche volta mi domando se, vita nella verità, altro non porti che al superamento (volente e/o nolente) di infiniti lutti.

 

Per questo articolo,

http://www.nationalgeographic.it/food/2018/08/29/news/sembra_carne_ma_non_lo_e_la_sfida_dell_hamburger_impossibile-4088046/

mio commento a Rincen Lhamo

https://www.facebook.com/rincen.lhamo.50?fref=ufi&rc=p

afinedue

 

Il Profeta e l’eredità di Fatima

Tutto è dato dal Clemente e dal Misericordioso, quindi, sia l’atto felice, che il non felice ai nostro occhi, ma non ai Suoi, in quanto, essendo il Luogo di ogni verità, è anche il Luogo di ogni necessità della vita. Atto non felice agli occhi del Profeta, fu il decesso dei suoi figli maschi. Atto felice presso il Profeta, fu la presenza di Fatima. Se tutto è dato dal Clemente e dal Misericordioso, mi chiedo, perché l’Islam degli inizi non confermò la voce di Fatima come secondo Messaggero?

Perché scelse di abbandonarsi nella volontà dell’IO, pensando, nel caso, impossibile accettare la volontà di Dio? Ipotesi fosse, si può dire che l’Islam dell’inizio mancò di fede?

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La profezia è una vista che non necessita di particolari doti in Dio…tria.

Vi è stato chi non ha creduto al mio profilo di persona come tante, così, c’è stato chi m’ha preso per illuminato, profeta, guru, e via similando. A questi, ho dato un’unica risposta: macchè, macchè, macchè! In me, non c’è nulla di diverso da altri. Neanche la mia sessualità, tutto considerato non è diversa da quella etero. Ho amato l’uomo, infatti, come uomo che ama una donna, e/o, come donna che ama uomo. Di diverso, forse, ho un superato uso degli attributi, o degli orifizi, ma è una diversità che ha fatto scuola anche agli etero, quindi, è andata a ramengo anche quella mia specificità in amare. Allora, tolto di mezzo le quisquilie, io sono quello che sono, non quello che sembro, Ma, perché, posso sembrare un illuminato, o profeta, o guru, e via similando? A mio avviso, (e forse, forse, e ancora forse), perché dico cose vecchie, in modo non vecchio; forse, perché non dico, sulla vita, ciò che è delle minestre riscaldate. [Almeno, non mi pare.]

afinedue

Profeti e Profezia

La capacità di profezia è di chi proietta la sua conoscenza ben oltre il suo momento soggettivo e storico. Così, il profeta è come colui che dalla cima di un monte vede avvicinarsi una figura. Se quel profeta è prevalentemente portato ad amare la vita, non interpreterà quella figura come una minaccia. Diversamente, se è prevalentemente portato a temerla, ed in ciò ad essere di piegato spirito, l’interpreterà come nemica. E’ chiaro che ambo le interpretazioni possono essere fallaci. Sino a che non succede l’una o l’altra delle due situazioni, ogni profezia può anche essere la visione di una mente che ha delirato per eccesso di visione, e/o di interpretazione. Se è la prova contraria, ciò che distingue una profezia da un delirio della mente, siano cauti con le affermazioni i ” profeti ” e, per non essere travolti da quelle visioni in quanto creduli, cauti noi. Per vederle con chiarezza, infatti, è necessario che quella figura si avvicini ai tempi del profeta, oppure, si avvicini ai tempi profetizzati dal profeta. Anche per aver solo passeggiato fra le tue idee, quindi, sento di poterle condividere. Non condivido, però, la generale amarezza che le pervade. [ Questo non vuol dire che non condivido le dolorose verità che contiene, sia chiaro! ] Non vorrei che questa amarezza, dipenda dal fatto che guardi il mondo, da vicino. E, tu sai bene, che, “visto da vicino, nulla è normale”.

afinedue

Ascolta Israele.

Lungi da me l’idea di dubitare sulla tua elezione, al più, ricordarti che “eletto” è aggettivo che definisce uno stato di vita assoluto e che vi è un solo Assoluto. Noi, invece, nell’Assoluto, siamo stati di infiniti stati, quindi, eletti tanto quanto gli siamo prossimi e non eletti tanto quanto non prossimi. Ci rende prossimi tanto quanto aderenti ai suoi principi, e non prossimi tanto quanto non aderenti. Della vita, sia come Immagine che come Somiglianza, assoluti principi sono il Bene per la Natura (corpo della vita comunque effigiata) il Vero per la Cultura (pensiero della vita comunque raggiunto) e il Giusto per lo Spirito: forza della vita comunque agita. Visto così le cose, e vista così la tua vita, quanto può dirsi oggettivamente eletta la tua condizione, o quanto formalmente fissata dal tuo crederlo? Certo: è domanda da rivolgere anche al restante mondo, ma da qualche porta bisogna pure ritrovare il bandolo della matassa, e se a domandarsi dove sia non cominciano gli Eletti, chi mai dovrebbe farlo? Quelli che “non sanno quello che fanno”?

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La scelta etero culturale è un karachiri

Nel negare come nell’educare il pensiero etero culturale è potenzialmente suicidario perché nega la diversità. Come allontanare quel cappio? Direi adottando il pensiero homo culturale. “abito” psicologico e morale di chi accetta la diversità (sia in sé che in altro da sé) perché accetta la vita. Guaio è, che l’accettazione della vita da parte del Principato e della Religione, obbliga quei poteri a un diverso intendere la Società; ed è questa evoluzione (inevitabile) ciò che temono nello sviluppo dello spauracchio per infanti (il Gender) che dicono pericoloso quando non cattivo. Guaio è (dal loro punto di vista) che l’affermazione del Gender personale influisce sul collettivo. L’influsso sul collettivo, permette la liberalizzazione di quello della vita: primo Principato e prima Religione. Guaio è, che nella vita come primo Principato e prima Religione, i resi convenzionati (Persone e/o Norme) cessano di essere la parte formata dei (e dai) loro scopi, e che ciò può portare (temono) ad un ulteriore sfilacciamento del tessuto sociale e religioso. Questo timore è vero per i Tessitori che all’Arcolaio non sostituiiscono i fili della loro vita con i fili della vita. Finiranno licenziati: è solo questione di tempo.

Verrà.

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Quando la Donna è Regina

Tutto mi sognerò di dirla fuorché non donna e non femmina, la Carlà, ma perché, affascina anche me, notoriamente esente da etero lusinghe?
Nel mondo gay, donne di questo carisma le si dice Regine. Perché?
A mio parere, sono regine le Donne che possiedono la virtù di essere sovrane, nel senso di esemplari primi. Cosa, le fa esemplari primi? A mio sentire, le fa primi la naturale capacità di far emergere delle fantasie sesso – emotive, che, rubando il termine a certi antibiotici, mi vien da dire “ad ampio spetro”.
Per questo senso e funzione, le direi vie maestre di una sessualità transculturale.

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Solo il Signore sa quanto mi sono sentito vero e nel contempo falso…

… quando, all’Arabo dalla guancia con un taglio che gli donava non poco, ho detto che preferivo fargli crescere la vita anziché l’uccello!
Uscendo dal giardino non ho potuto non rammentare il detto, ogni lasciata è persa, invece, ho ricevuto un suo messaggio: buona notte angelo. ciao.
Va bèh! E’ anche vero che gli ho promesso un telefonino.

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Confessioni vitaliane

Delle mie confessioni ho ricordi vaghi nei fatti (un caso a parte ma devo averne già parlato) ma chiaramente ipocriti nella sostanza. L’ultima mia confessione di ere fa, la feci con un prete che mi volle più accanto. Così accanto che il mio gomito finì sul suo inguine. Non lo feci, volendolo. C’è lo lascio volendolo? 

Non saprei rispondere a questa domanda.

Non si confessò da me.

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Gaffe su Ricki Martin: “Peccato che sia frocio”?

E’ una vita che si canta “l’è un bravo ragasso peccato che sia culaton” come se fosse un diploma di idoneità a una sospirata normalizzzazione. Lo cantano anche gli stessi interessati, quando vogliono assolversi dal disprezzo con una risata. Gli stessi che danno della “passiva” allo sconosciuto gay che volente o nolente esprime della femminilizzazione. Mi domando: chi è più imbecille? Il simile che deride un simile, e/o chi non si rende conto di fornire un alibi alla violenza dei diversi?

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Gentlemen Grindr, c’è un problema. Oggi, cosa significa dirci sessualmente attivi?

Se un problema è come un arancia, è chiaro che di quella vedo gli spicchi che ho davanti gli occhi. In particolare, gli spicchi post del Culo e i relativi commenti. Resto non poco perplesso per le notevoli confusioni che ci sono nelle storie pubblicate circa le figure e i ruoli esistenziali e sessuali detti.
Portati ai minimi termini i principi della sessualità homo, ai miei tempi stavano prevalentemente così: prima me lo dai (o me la dai) e se vai bene dopo ci pensiamo; atteggiamento, certamente maschilista, non ché simil etero.
Ora succede, invece, che si stia assumendo il principio (non solo sessuale) della Donna: prima vedo se ti posso amare e se va bene dopo te lo do. Anche per il caso della Donna mi riferisco sempre a quella dei miei tempi.
Ovvio che i tempi cambiano e (con le parole per dirli) anche i principi, ma se adottiamo (come si sta via più facendo) il principio di vita della Donna, ne consegue che ci stiamo femminilizzando? Non sarebbe una scoperta. Sia pure nicchiando, lo sta diventando anche il mondo etero.
Ma se ci stiamo femminilizzando, quale è adesso il vero senso dell’affermazione “sono attivo”?

Io non lo trovo. E, voi?

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Sessualità conforme? Un, due, tre, fante, cavallo, re.

C’è chi si pensa di non essere omosessuale perché non desidera il simile, e c’è chi dice di non essere gay ma uomo perché sta rifiutando l’idea di essere visto (e di vedersi) come femmina. Domando: è stata l’Omofobia a scrivere “checca” nella parte della lavagna riservata ai cattivi, o siamo stati noi? E’ così difficile capire che nell’uso del sesso, la passività esiste solo negli stupri? E’ così difficile capire che la sessualità è AlternAttiva, e che bloccare ogni stimolo erotico culturalmente non convenuto rende uomini e maschi a scartamento ridotto? “Beati i diversi, essendo loro diversi…” Mi domando: a quale prezzo e a quale norma stiamo cedendo il diritto di non essere tutti uguali?

afinedue

La Soglia fra verità

separabiancaLa Soglia fra verità è il luogo esistenziale, (umano come sovrumano), nel quale, (in vario grado e stato), si passa dall’identità precedente, (coscienza di ciò che era e/o si era), a quella seguente: coscienza di ciò che è e/o si è.

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In ragione dello stato della comprensione ne consegue

1atriangolo

maggior passo                                                                           maggior coscienza

maggior verità

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E’ vero che il processo di comprensione è pena: tanta o poca che sia. La chiesa lo dice Purgatorio. E’ anche vero, però, che quella sofferenza, (tanta o poca che sia), è compensata dallo sgravio della sofferenza che avviene mentre capiamo.

Come la vita è stato di infiniti stati di vita, così, fra noi e la Verità vi sono stati di infiniti stati di soglia fra verità e Verità.

La Soglia fra verità, pertanto, è anche luogo dell’estasi che si prova quando godiamo il giusto perché abbiamo messo in corrispondenza il bene con il vero.

agirasole

 

Genitori adottivi e margherite.

Ho letto della questione “Fallimenti Adottivi” ancora tempo fa, ma tutt’ora mi gira per lo “stomaco” come alimento non digerito. Dettaglio a parte, mi reputo un buon ignorante perché non mi curo di quanto già detto in congressi e/o in varie tesi, e quando sono grovigli complessi quando non complicati, taglio! Ora, perché mai uno/a o ambedue genitore adottivi dovrebbero sentirsi falliti? Del fatto, poi, non mi risulta analogo senso di fallimento da parte di genitori socialmente omogenei, eppure, ne avrebbero ben donde! Perché mancanti come nutritori? Qualche psichiatrico caso a parte, non direi proprio! Mancanti come delegati a porre educazioni e norme? Qualche psichiatrico caso a parte, non direi proprio! Naturale o no che sia il figlio/a, tutti i genitori fanno del loro meglio per farlo crescere al meglio. Qualche psichiatrico caso a parte, non vedo proprio chi non lo fa! E, allora? Nel giardino della vita ci sono infiniti fiori, infiniti colori, e infiniti giardinieri. Ha motivo di dirsi fallito compito il giardiniere che pianta margherite e quelle ottiene? Direi proprio di no! Ammettiamo, ora, che il giardiniere che ha piantato le classiche margherite, se ne veda spuntare di non classiche. Di fallito “mestiere”? Non direi proprio. E’ pur sempre nata una margherita! La voleva solo col gambo verde, i petali bianchi, e gialla dove non mi ricordo come si chiama? Si, un qualche senso di fallimento “professionale”, qui, comincia ad emergere, ma, se ha fatto del suo meglio, e quel senso persiste, perché? Certamente leciti i sensi di fallimento “professionale di genitore (adottivo o no) ma se mi giungono a rifiutare quando cresciuto nella sua aiola, in ballo c’è la capacità di “mestiere”, e/o l’intima identità del giardiniere? Con altre parole: in ballo c’è la margherita, o quanto di sé ha proiettato e proietta sulla margherita?
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Ridi pagliaccio: sei un genitore!

Da Valentina Lunghi di “Genitori Adottivi” leggo: sono racconti tristissimi. Sicuramente dovrà lavorare su questi punti … se si pensa che nei primi tre anni si forma la maggior parte di quello che siamo e le basi della personalità … quanta strada dobbiamo essere pronti a percorrere con e per i nostri figli.”

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Come sempre mi capita, qui o altrove, vi sono commenti che innescano l’effetto Star Trek, così, mi ritrovo nell’altrove che pure ho lasciato da mo’: il passato. Certamente non vivevo epoche da bombardamenti bellici, né da stupri, né da bestiale violenza. Naturalmente, tutto sta a vedere cosa si può anche intendere per bombardamenti, stupri, bestiale violenza. Per quanto mi riguarda non mi sono fatto mancare niente, e se in un mio post qualcuno ha scritto “tristezza”, vuol dire che me la sto portando ancora sulle spalle.

Si, di prevalenza il mondo è una fogna! I bambini e/o i ragazzi che fuggono da guerre, come altri da guerre analoghe alle mie, ancora non lo sanno, o meglio, lo sanno, ma per il sentire, più che per il sapere. Devo aver avuto (e devono avere) una capacità di resistenza che solo il cielo lo sa, perché, se è vero che sono stato lesionato dai bombardamenti (come tutti d’altra parte) non sono crollato!

 A distanza di decenni mi sono reso conto che mi ero rifugiato in me stesso. Lo chiamano autismo, adesso, ma mica lo sapevo sotto i bombardamenti. Non per questo sono diventato autistico. Forse perché, buio il rifugio, sono rimasto vicino alla porta. Ci sono rimasto decenni, vicino a quella porta! L’ho lasciata, piano, un po’ alla volta, da ieri, mi dico.

Guerre e bombardamenti su di me, tutto hanno fatto fuorché trasformarmi in un allegrone. Tanto più, che non mi era mancato l’indubbio contributo di tempi, cause, povertà, non solo materiali. La domanda lascia il tempo che trova, ovviamente, ma me la sono posta lo stesso: sarei uscito prima dai miei scuri rifugi se attorno a me avessi trovato, non dico dell’allegria ma almeno delle belle giornate? Molto lo fa pensare. Chi avrebbe dovuto darmi delle belle giornate? Chi, dentro, (e non di certo per sua causa) non ne aveva proprio? Il mondo, nelle stesse condizioni? Ecco! I bambini che non trovano genitori e mondi con belle giornate dentro, sono destinati a rifugiarsi negli antri che si fanno a loro uso, consumo, e difesa.

Vengono da storie tristi? E’ chiaro che intristiscono, ma altrettanto sia chiaro, che la tristezza che ci comunicano la dobbiamo assorbire, e dopo avergliela cambiata in cielo sereno, restituire. Intanto vi piange il cuore? Ridi, pagliaccio: sei un genitore! Consiglio un po’ estremo, mi direte! Vero, ma non è anche vero che in guerra e in amore tutto vale? Allora, buon canto!

 

ps. Non se ne abbiano dei miei scritti i genitori che sanno.

Non è per loro che scrivo.

afinedue

Tradimento: quali, le parti in causa?

Nella scissione che diciamo tradimento, ciò che viene ferita è la vanità, il possesso, o l’unione di un’alleanza? Tutte e tre in alcuni casi, o uno o l’altro caso in altri.

Certo è, che non solo “la donna e mobile” ma anche la vita. Quello che separa in certi casi, quindi, unisce e/o rinsalda in altri. Vi è vero tradimento, a mio tardo vedere, quando una parte tradisce la vita dell’altra perché ne “uccide” la fiducia, ma anche lì, su quali verità era basata? Su delle reali? Su delle ideali? Su delle illusioni?

Per quanto riguarda il resto della carne, in veneto si dice ” na’ lavada e na sugada’ e l’è come mai usada.” All’interno di questo non vedo tradimento.

Vedo, invece, motivo di riflessione sul fatto che in genere, nessuno è sufficente all’altro/a al 100% e che dovremmo farcene una ragione quando una o l’altra parte sente un compensativo bisogno.

afinedue

Preoccupazione o pubblicità?

Lo psicologo dice:
ci sono frasi che, a breve termine, ci aiutano a farci ubbidire dai nostri figli. Per questo motivo, probabilmente, alcuni genitori sono tentati di utilizzarle. Tuttavia dobbiamo imparare a considerare anche gli effetti negativi che, nel tempo, certe parole lasciano loro in eredità.

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Qualsiasi frustrazione, lascia, nell’immediato, degli effetti negativi, tuttavia, non è detto che rimangano tali anche in età adulta. Se no, perché non pochi cresciuti, in età matura ringrazziano i genitori per le sberle ricevute da piccoli? E se una volta bastava una occhiata del padre per fermare una intemperanza, perché, ora non basta più? Mi rispondo, perché il crescente, riconoscendolo come autorità sovrano, lo temeva. Perché il crescente di ora, non teme più la sovranità paterna? Mi rispondo: perché la regina non opera più secondo il suo trono. Per altro dire, perché la regina si serve dell’accoglienza, non più per dare giustizia al suo scopo (perpetuare vita nella vita perpetuata) ma, se ne renda conto a no, per darla a sé come potere da contrapporre al re. Fra i due contendenti, così, il Delfino cresce secondo caso, ma in genere, con_fuso perché con_nteso.

afinedue

 

Licenziate le prefiche.

Mah! E’ vero quello che dice Angela, ma non sono vere le cause della perdita. Secondo me, la perdita non è derivata dal calo dei valori (in quanto principi non possono modificarsi) bensì, dal calo dei timori verso i maestri dei valori: società e/o delegati che sia. Non per ultimo, il calo del timore dell’opinione altrui.

Gli steccati che ti sto dicendo sono generalmente spinosi quando non liberticidi. Liberarsene, quindi, per la gran parte delle persone può diventare una questione di sopravvivenza; sopravvivenza che esprimiamo, non mettendo in dubbio i valori, ma ponendo i nostri prima dei collettivi.

Come porre freno e/o limiti alla negazione del valore sociale sul valore individuale? Secondo me, con i valori che ci rendono veri a noi stessi e alla Società, non con quelli che pretendono di renderci normali, e pazienza se da soggetti psichiatrici tanto quanto siamo falsi!

La pazienza è finita. L’Angela (che pure stimo) non se n’è ancora accorto.

afinedue

Quando l’arte è vista secondo norma, normale la critica.

Il “critico d’arte” che ha scritto a proposito dell’immagine che allego, dice che Ganimede sta allontanado da sè la borsa con il guadagno di un mercimonio.

Ben diversamente, il Ganimede sta allontanando da sé ben altra borsa dei valori: quelli della sua virilità. Non prostituzione, quindi, ma atto d’amore per volontaria castrazione.

Non mi resta che chiedermi con quali diotrie l’abbia vista, quel “critico”, o con quali preconcetti!

ps. Ho letto la “critica” del “critico” sulla Wiki. Non saprei come recuperare quella pagina. Ci sono capitato per caso.

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polidoro

afinedue

Amare un uomo è come amare una donna? E adottare un figlio è come avere un figlio? Le risposte stanno nell’amare la vita.

Nelle dinamiche sentimentali e di vita, non c’è alcuna differenza, a mio avviso fra l’amare un uomo e l’amare una donna. Sono sempre stato estremamente normale, in queste regole.

Amore, è comunione. Comunione di corpi, di menti, di vita, e di comunione di quei corpi, di quelle menti e di quella vita, con la vita. Nella ricerca della comunione con la vita, valore aggiunto può essere un figlio come opera; valore aggiunto può essere un’opera come figlio. Per essere in essere, la vita ha bisogno del concorso di tutto e di tutti.

Non tutti i figli sono delle buone opere. Non tutte le buone opere sono dei buoni figli. Se non altro in questo, i Gay che figliano opere, navigano nella stessa barca degli Etero. In linea di principio sono favorevole ad ogni veicolo di vita, quindi, anche al permettere l’adozione, anche alla personalità Gay.

Vi sono donne dal forte carattere. Sono adatte al matrimonio? E’ chiaro che non parlo di tutte le donne con quel carattere, ma, a mio avviso, no. Non lo sono, non tanto culturalmente, quanto perché, (a livello manifestazioni della sessualità) sono emozionalmente contraddittorie. Per quanto ho conosciuto, infatti, la donna del forte carattere tende a scegliere un amato accogliente, ed un amato accogliente è sempre un amato dallo spirito generalmente affine a quello della donna. Applicando un sesso al pensiero, le direi scelte omoculturali. La scelta, se da un lato compensa loro gli affetti e la vita, non sempre compensa quanto basta la loro vitalità sessuale.

Capita così, soprattutto quando urla la… diavoletta, che si ritrovino a spasimare per ben altro carattere di… diavoletto. Non trovandolo, capita che si rivoltino, (capita anche rabbiosamente) verso la scelta umana, sposata perché più duttile per il loro temperamento. Quando succedono quelle rivolte, sono sfracelli! E se vi sono figli, è ancora più sfracello.

A quel genere di donna (speculare vi è anche quel genere di uomo) consiglierei di non sposarsi. Consiglierei loro, invece, di vivere in pieno quanto sono, ma liberamente. Non è scritto da nessuna parte, infatti, che abbiamo da risolvere tutti lo stesso problemino social – ecclesiastico.

E non è scritto da nessuna parte, che siamo tutti la stessa strada. Solo è scritto, che dobbiamo percorrere la nostra strada: la nostra vita, quindi, giù le mani dalla vita, per favore! Tornando all’adozione Gay, io li credo padri stupendi per figli di conformata identità: ivi compreso, quella sessuale. Non tanto per qualche pericolo di confusione sessuale, (quando non di tentazione, e/o procurato uso) quanto perché, in fondo in fondo, siamo, anche se non pare proprio, dei caratteri molto forti, e come quelle donne, anche contraddittori nelle emozioni sessuali. Quindi, buoni amanti, si, ma come buoni sposi, siamo a rischio di… trasgressione.

E’ chiaro che questo genere di trasgressione, è presente in tutti i generi di matrimoni, dove, in primo, è implicita la necessità della piena soddisfazione sessuale. Certamente vi sono alleanze fra uomini che durano decenni e/o tutta la loro vita, ma, possiamo far regola di qualche 13? E’ anche vero, però, che non lo possiamo, perché non ci hanno mai permesso di giocare la nostra schedina, come hanno permesso ai ricostruiti che la società dice normali.

La manifestazione della forza del nostro carattere, (anche di quello sessuale) forse si vede poco (a parte che nei Pride ) ma, credi, intimamente, anche la più persa libellula sa cos’è e cosa vuole! Ma, forti caratteri, lo siamo, soprattutto quando siamo sereni con noi stessi. E, noi lo saremmo, in genere, se solo ci lasciassero stare; se solo non ci usassero, o come babau, o come trippe per cani: vuoi di quelli politici, vuoi di quelli religiosi, vuoi di quelli da manicomio.

Già, per di noi stessi, direi, che grazie alla nostra doppia anima, tutto considerato, siamo un bel “matrimonio” fra maschile e femminile. Direi di conseguenza, che il Dico esiste, già nel momento che diciamo: io sono. E’ vero che non tutti sanno dirlo, (e non solo fra i Gay, giusto per dirla tutta!) ma, questi, direi che già di per sé si escludono dalla possibilità di adottare. E, quindi?

Per la duplice anima che abbiamo, possiamo amare, sia come padri che come madri. Non solo, non essendo padre e madre naturali, non incorriamo nell’errore di condizionare i figli con possibili doveri che non sentono di dovere. Il che, non è detto che sia motivo di allontanamento dagli adottivi. E neanche di anarcoide disordine nella formazione della loro identità, direi, dal momento che ci stiamo rendendo conto tutti, genitori reali o ideali, che su quella formazione, la società, i media, ed il mercato, ci hanno già tagliato la gola.

afinedue

Una blogger si chiede: gay è razzista?

Carissima: non siamo diversi (in quanto Finocchi) perché alcuni hanno l’indole verso un non comune uso del sedere, ma siamo diversi perché noi stessi o perché no; e tale diversità, volenti o nolenti, ci accumunerebbe agli etero, se solo sapessero essere diversi perché sé stessi.

Rileggi a mente fredda il mio post, (se è quello che ha motivato il tuo commento) e vedrai che non è il razzismo, il soggetto del discorso. Nessuno, (almeno nessuno che conosco) è, di per sé, contro un altra razza. Al più, è contro forme di non corrispondente civiltà, usi, o costumi. O per altro dire, contro forme di civiltà di barbara provenienza.

E’ anche vero, però, che anche a noi capita di essere barbari a noi stessi. Capita anche, però, che non siamo abbastanza razzisti verso la nostra barbarità. Saremmo probabilmente migliori, se lo fossimo. Saremmo in Paradiso, se lo fossimo. Invece, siamo in Adamo: nel nato dalla terra. Porta pazienza, allora, se qualche volta ti diamo (gay e no) dei motivi di sconcerto.

afinedue

Lettera aperta ai Gentlemen-Di-Grindr

Carissimi: vi scrivo per la posta del culo una questione non da culo. Non preoccupatevi se non in anonimato, perché ho smesso quella preoccupazione da mo’. Avendo sempre preferito i variamente etero omo_sensibili, non ho mai potuto pretendere un’uguaglianza di comportamento, in qualche modo confortato anche dall’esempio etero, che per via di paritario stile sponsale, non esisterebbe se non fosse stato reso obbligatorio da Principato e Religione.

Così, rimango disorientato dal vedere la generalità del mondo in Lgbt, alle prese con la ricerca di formali unioni para etero, se no, ciccia! Ora, mica mi aspetto che le nostre accoppiate siano aperte sino al troiaio, ma che chiedano di essere più lealiste dell’etero re mi pare quantomeno eccessivo!

E’ ben difficile che un sentimento possa contenere una vitalità sessuale, tanto più se giovane, tanto più se non sperimentata, direi quasi sino all’indifferenza verso un corpo altro. Cacchio! Io ci sto riuscendo, solo adesso! Ma anche adesso che non tira più l’affare, tirano sempre le emozioni; solo che tirano ma non durano, perché so e sento, adesso, che sono dei fuochi fatui. Leggo di gente, invece, che spera sul tredici già alla prima schedina!

No, per evitare delusioni da mancata schedina, bisogna eliminare le illusioni sul gioco! La prima di tutte, è pensare (quando non pretendere) che una controparte possa dare ed essere tutto quello che l’altra sogna. Questo non è amarla per quello che è: è amare sé stessi, per quello che pensiamo di noi stessi.

Naturalmente ci sono le eccezioni ma quelle non fanno testo. Al più, felici eccezioni.

afinedue

Qui si narra la strana via del passato della zia.

Non sapevo perché, ma già all’orfanotrofio sentivo che in me c’era un qualcosa non andava; non ero un eguale agli altri, infatti, perché (capitava) non mi svegliavo nel mio letto. L’assistente mi strattonava le braccia con spazientita cattiveria, quando succedeva. Neanche avessi fatto questo granché, oltre (e non sempre) a non pisciare sul mio materasso. Non so se in quelle occasioni diventavo l’oggetto di qualcuno. Se lo ero, dormivo, anche se in fondo, ma non così in fondo, già allora desideravo.

Neanche in collegio capivo e mi capivo. Continuavo solo a sentirmi sbagliato, non perché, emozionalmente parlando non ricambiassi come giusto il desiderio verso il prete che mi desiderava, probabilmente, come oggetto.

Che ne sapevo all’epoca, di oggetto e di soggetto, o di giusto o no? Capivo solo che ero pieno di vita. Uscito dal collegio, non per questo uscii da emozioni che vissi come represso vapore. A chi dire il genere di vapore (a quell’epoca!) se neanch’io sapevo cosa ero, al più, solo cosa continuavo a sentire? E a chi dirlo, se non sapevo che anche altri erano più o meno nella mia stessa condizione? Mica c’era l’Arci Gay!

In quello stato d’inconsapevole vapore (sempre più bollente) passai anni da mona: in veneto ingenuo quando non sciocco. Non ricordo per quale via conobbi il mio nome sessuale, ma un conto è stato il capirlo più o meno, e un conto il viverlo: sia pure meno.

Non sapendo da che parte girarmi (la battuta è scontata) per anni mi resi autistico. Più facile a dirsi che a farsi, perché se è possibile scollegarsi da altre menti, è tutto fuorché facile scollegarsi dalle emozioni che, volenti o nolenti, comunque ti impalano il cuore!

A Verona, verso i 26 anni, mi dissi: basta! Così, più che altro spinto da una disperante solitudine, mi buttai in Arno; e a quell’acqua feci Coming out.

afinedue

Per Laio e Giocasta, Edipo è trans?

Per anni mi sono chiesto perché ho sempre desiderato, quando non amato, i “senza tetto e ne legge”, che pur avendo genitori, lo stesso sono orfani di abbandonati principi, come dai principi abbandonati. Solo recentemente ho capito che l’ho fatto perché in loro rivedevo il mio basilare gender di orfano (nella mia storia) e di adottato nei miei sentimenti. Non ho appreso la versione paterna che si insegna al maschio (secondo volontà di vita, determinare i principi sulla vita altra) perché l’adottante mi è mancato da bambino.

Con l’accoglienza propria del suo essere femmina e donna, (secondo volontà di vita, accogliere i principi della vita altra) l’ho appresa, così, dalla fonte rimasta: la materna adottiva nel duplice ruolo di padre determinante oltre che di madre accogliente.

Per quella scuola, a mia volta ho vissuto e agito quel duplice magistero: nell’essere materno (amoroso) anche paterno (normativo) e nell’essere paterno (normativo) anche amoroso perché materno. Naturalmente, agivo il duplice sentire secondo il carattere del “figlio adottato” e secondo il caso: se normativo ero amoroso, se accogliente ero normativo. Il tutto (nelle figure, nei ruoli, e nei motivi d’azione) secondo stati di infiniti stati di prevalente vita.

Se a veneranda età sono ancora l’identità che funziona nella veste femminile nel maschile come maschile nel femminile direi (psicologicamente parlando) di non aver ancora superato i principi che convenzionalmente si intendono per maschio e uomo e femmina e donna. Al più, di essere diventato un non convenzionale Laio, in una non convenzionale Giocasta; come l’opposto.

Per trovare la prevalente identità di sé, (la norma) è proprio necessario uccidere il Laio o la Giocasta? Dicono che lo sia, per poter diventare il nostro prevalente principio di maschio e/o di femmina, e che se non li uccidiamo, ci coglie pestifero gender: secondo infinite variabili, maschio e uomo in femmina, o femmina e donna in maschio.

Visceralmente contrario a ogni genere di delitto, ho scelto (incosciente prima e cosciente man mano) di non agire per principi di morte, così, li ho lasciati vivere tutti e due. Per quella scelta, dal gender particolare che avrei ottenuto uccidendoli, (gender etero e/o psicotico se uccisi anche con spargimento di sangue) mi sono felicemente ritrovato nel gender vita: maschio (psicologicamente) e uomo (culturalmente) quando mi determina (e che tale mi fa diventare quando la determino) e femmina (psicologicamente) e donna (culturalmente) quando l’accolgo perché così ha determinato.

afinedue

L’idea di Madre in aristotelico fuso

Direi che il Fusaro si sta servendo di Aristotile per lo scopo di normalizzare la Donna che si sta rifiutando di bere al calice di mariani intrugli. Quasi mai consenziente e appagata, la Madre storica è sempre stata un utero in affitto.

Il Fusaro non può non sapere, infatti, che per secoli la Donna è stata resa madre per gli scopi utilitaristici dell’ambito famigliare di provenienza come di destinazione. Direi, quindi, resa Madre dagli scopi, prima ancora che dall’Uomo. Sino a che è durato l’andazzo, (ed è possibile che duri ancora dove il vero fecondante è l’interesse economico) più che di libero dono (l’amore per il figlio) si dovrebbe parlare di scambio fra i poteri che, necessitando di eredi, necessariamente si servono della Donna, anche quando alla Donna non servono.

Direi che la maternità è liberamente donativa (e tanto quanto) quando ama chi l’ama, e che per quell’amore, ama quanto ne consegue. Nel caso, non di affitto parlerei ma di paritario scambio fra libere proprietà. Dove (da una parte o dall’altra) vi cessazione del sentimento di vita fra libere proprietà, la maternità torna ad essere un reciproco scambio fra tormentate e tormentose utilità. 

Il Fusaro è contrario agli scambi di vita fra generanti non canonici. Sbaglierò anche, ma ciò lo fa sembrare un filosofo di orti già zappati. Nell’odierno vissuto fra uteri in affitto e amori che affittano, certamente vi è scambio di reciproca utilità. Indipendentemente da soggettivi interessi ci vedo scandalo, però, solo se neghiamo alla vita la possibilità di perpetuare sé stessa, perché non avviene con e nei prefissati modi.

La vita è ed ha stato di infiniti stati. Ne consegue, che si può essere tramiti del dono della vita per infiniti modi. Quello citato dall’aristotelico fuso, oggi come oggi, è solo il più stucchevole. Non può meravigliare, quindi, se la donativa Femmina, in potenza Donna e Madre, si sia scocciata della maternità!

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Si veda: http://www.beppegrillo.it/diego-fusaro-la-madre/

afinedue

Omofobia dentro e fuori

La metterei così: visto che viviamo in “una valle di lacrime” (infinite, tanto da non poterle elencare tutte) come pensare di non averne gli abiti impregnati del loro sale? Certo! Capiamo bene che omofobia di gay verso gay è un errore schifoso, ma intanto ci ha deformato. Non c’è ne accorgiamo in tempo perché quella formante deformazione cominciamo ad assorbirla in famiglia (se non prima) e/o in altro ambito: amicale o collettivo, ecc. Si, l’omofobia di gay verso gay è la nostra gobba. Non ci accorgiamo di averla (tanto o poco, tutti) perché non sempre è grossa dal punto da sformare, tuttavia, c’è. Nei casi di fobia generalmente contenibile (colpisce sia i diversi verso diversi, e non diversamente noi) si chiama antipatia. Rendersi conto che tutti (homo o no) stiamo equivocando sui nomi e sui significati, è già un aggiustare la giacca.

afinedue

Prostituzione e ambito Gay: mio commento fra i Gentlemen di Grind

Discorso molto interessante ma estremamente complesso. Sintetizzando, sull’argomento, tutto è come appare, e nulla è come si vede. Per quanto mi riguarda, pensa che solo recentemente ho capito (nota l’età che mi ritrovo!) che ho sempre desiderato, e al caso amato i non simili, perché sono stato un abbandonato, e perché curando i loro abbandoni di senza e/o di relativi, e/o di vaghi principi di vita (esistenziale, sentimentale e/o mettici tutto quello che vuoi che tutto ci sta) curavo il mio e/o i miei. Deve essere per questo che ho sempre considerato la prostituzione un mutuo soccorso, dove la mercede diventa ciò che reciprocamente permette ai sofferenti di quel genere di dolore (come di altri) di sentirsi reciprocamente medici. Naturalmente, ci sono medici specialistici, medici di base, e arruffoni, ma ognuno è, e fa, quello che può.

afinedue

La riconversione della sessualità? Neanche a Lourdes!

Mah! Crederò veramente possibile la totale e stabile riconversioni di una identità (pedofila in non pedofila, eterosessuale in non eterosessuale, omosessuale in non omosessuale) quando la Psicologia e/o la Prichiatria, potranno pienamente dimostrare che un dritto di qualsiasi sessualità può diventare uno stabile rovescio. Se no, valgono un tanto al sacco, per quanto siano i sacchi non mancanti di dottorali fiocchi.

Quello che più traspare, invece, è il bisogno della Psicologia e/o della Psichaitria di confermare la sua utilità “scentifica” e sociale. Sono utili, (anche se non è detto, risolutive) quando si propongono di disinnescare con opportune terapia della conoscenza, i soggetti che manifestano (contro qualsiasi identità) dei comportamenti inaccettabili a qualsiasi livello e/o caso.

afinedue

Le “mogli” badino ai “buoi”. La sessualità è da aggiornare.

Sono al bar. Il caffè è un sabba di carbone, ed il crafen un gommone. Lo affermo con obiettività: non mi sono alzato male. Ho deciso da tempo di non leggere più i giornali, ma su di uno aperto vedo: donna imprenditrice, sgozzata da un senegalese. Non ho letto il resto, per cui non saprei dirvi se il delitto è stato casuale, oppure, il sipario su di una storia mal recitata. Prendo spunto lo stesso da questo fatto perché le donne di ora (o è meglio dire le femmine di ora?) sanno quello che vogliono, ma il come, non sempre in modo felice. Succede anche nell’Omosessualità.

Nella ricerca delle figura corrispondente, illuso, l’uomo, che pensa di essere ancora il prevalente decisore. Evoluzione culturale vuole, però, che lo stesso errore (la prevalente decisione) lo stia facendo anche la Donna.

Certo: può andare bene per uomini che amano essere “presi” (i cosiddetti passivi) ma per niente per quelli che amano “prendere”: i cosiddetti attivi.

La donna culturalmente mascolinizzata, nel maschio apprezza l’aspetto accogliente; aspetto che, culturalmente parlando, è sempre stato suo. L’accoglienza, direi necessariamente comporta la remissione della forza: vuoi naturale, vuoi culturale, vuoi spirituale, vuoi l’insieme. La remissione, direi necessariamente, configura una femminilizzazione dell’identità prevalentemente determinante: l’attiva.

Se è già parecchio difficile distinguere quanto sia attico e/o remissivo il maschio occidentale, figuriamoci se lo è di meno nel maschio tribale. Per tribale, intendo il maschio che basa la sua identità sessuale sul piacere dato dal suo sentire, più che sul piacere dato dal suo sapere.

Ci sono maschi, che in virtù di un fine, (il farsi prendere per prendere) decidono di giocare il ruolo passivo. Non fatevi illusioni, Donne o Omosessuali. Lo fanno sino al raggiungimento dello scopo. Non rendersi conto della differenza fra vero e verosimile, può rivelarsi anche pericolosissimo: vuoi per relazioni che hanno la durata della funzione sessuale, vuoi per relazioni che, almeno per intenti, dovrebbero avere la durata della vita.

Riconoscerei in questi capovolgimenti di ruolo, le basi non dette di molti delitti (per non dire in quasi tutti) verso la Donna come verso l’Omosessuale.

Quel senegalese ha ucciso la donna sgozzandola. A suo modo, lo sgozzamento è il rito che esorcizza l’invasione della “voce” che disorienta la mente dello sgozzatore. Lo sgozzamento può arrivare sino al totale decollamento. In quel caso, il decollamento è il rito che scaccia la “voce” del potere di un “capo” (quella della femmina o dell’Omosessuale che dopo aver preso il comando sessuale e culturale lo vuol mantenere) su di un altro “capo”: quello di chi, dopo essersi fatto prendere, intende liberare la mente dalla presa passiva che ha subito sia pure per voluta recitazione.

Si può anche dire: tanto più la recita gli è diventata culturalmente modificante  e tanto più sarà marcata la ripresa della precedente.

Popolare saggezza consiglia: mogli e buoi dei paesi tuoi. La liberazione delle identità sessuali ha ampliato sia il concetto di “mogli” che di “buoi”, ma non ha eliminato gli steccati ai pascoli.

Non tenerne conto può risultare fatale.

Lettera completamente rifatta nell’Agosto 2018

afinedue

Quale chiamata campa sotto la tonaca? Quella di Dio? Sarà!

Non vi è carisma sessuale che abbia la stessa forza, neanche la stessa impronta, diciamo così, caratteriale, e neanche lo stesso periodo biologico di rivelazione e riconoscimento.

In una sessualità primitiva (primitiva nel senso che è il piacere a formare il sapere) il fatto non avrebbe alcuna importanza. Non pochi guai, ci sono, invece, in una sessualità non primitiva, cioè, in una sessualità in cui è il sapere che forma il piacere.

Il sapere forma il piacere quando la sessualità è anche una questione sociale. In quanto questione sociale, la primitiva sessualità è formata e gestita da regole ed informazioni consce, e da regole ed informazioni non consce.

Sono normali le regole e le informazioni che conformano il Soggetto sociale. Non sempre e/o comunque sono non – normali, le regole e le informazione che nel Soggetto sociale conformano la data individualità.

Solo nei casi di una sofferenza mentale costituita vi è separazione di vita fra quanto è del Soggetto sociale e quanto è della sua Individualità. Non per questo non vi è sofferenza mano a mano un crescente sviluppa la conoscenza della sua identità. Già, ma, quale identità?

Non ho mai creduto alla cosiddetta “chiamata” verso il sacerdozio, anche se sono disposto a crederci, quando, chi la sente, e di costituita e serena umanità.

Non sono disposto a crederci, alla chiamata sacerdotale, tanto più, quando lo sviluppo dell’identità è ancora giovane, tanto più, quando, di fronte all’Infinito, il cuore, ancora “si spaura”.

Credo, piuttosto, nella chiamata della vita. Quella che avviene nella personale che sta cominciando a rendersi conto, che al di fuori del suo mondo, vi è da affrontare il Mondo.

Voce stupenda, quella della vita. Non altrettanto, o non sempre, quella del Mondo. Nella prima chiamata, l’Io canta sé stesso. Nella seconda, non sempre lo può, quell’Io.

C’è chi è, e/o si sente compiuto al punto da saper unire la sua voce a quella del Mondo. C’è chi non si sente e/o teme di non sentirsi pronto a far parte del coro. Ma pronta o non pronta che sia una data individualità, la vita del mondo chiama lo stesso.

Che fare? Per i non pronti, coscienti o non coscienti che sia, (e/o per quelli che temono di non esserlo) due le ipotesi di cura per le sofferenze da titubanza verso i richiami della vita: o edificarsi un mondo, o entrare in un altro mondo.

La vita non accetta silenzi. Al più, attende.

afinedue

La sessualità è l’Albero della vita

aiconpost

Il tronco della Sessualità, è dato dalla personale genitalità. I suoi rami sono dati dalle emozioni sessuali di prevalenza, quelle, cioè, che formeranno la costituita identità sessuale. Le sue foglie, da emozioni sessuali non prevalenti ma indicatrici di valenza sessuale sia per il tono, (piacere – non piacere), che per la condizione del loro stato.

Le emozioni sessuali non prevalenti ma indicatrici di valenza sessuale, conformano e confermano la molteplice varietà delle pulsioni. In ragione di un cosciente vissuto sessuale, la molteplice varietà delle pulsioni è fattore di ricchezza.

Se la sessualità fosse una macchina, dell’identità sessuale di prevalenza si potrebbe dire che è il modello base, mentre, delle emozioni sessuali non prevalenti ma indicatrici di valenza sessuale, si potrebbe dire che sono gli optional che, personalizzando la sessualità base, la rendono propriamente individuale.

Il tronco dell’Albero è retto e forte in ragione dello stato della relazione di vita fra i suoi rami e le sue foglie. Di per sé, nessun ramo e nessuna foglia sono anormali alla vita dell’Albero. Anormali lo diventano se, (e, tanto quanto), recano del male presso la vita altra: individuo e/o società che sia.

Da ciò ne consegue che, a priori, nessuna vita (così come nessun suo stato) ha o è “intrinseco male ” morale. Al più, ha intrinseco dolore, un suo peso, e/o condizione.

Se il dolore è lo stato che divide ciò che è normale alla vita da ciò che non lo è, dalla precedente affermazione ne consegue che è sufficiente l’analisi storica del benessere data dalla comparazione delle corrispondenze di vita fra amante e amato/a, per sapere, (al di là di ogni esterno giudizio), quanto sia normale, il modo di manifestare la propria sessualità.

afinetre

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Alfa o Beta il maschio gay?

Premessa necessaria. Paragono la verità ad un arancio. Come dell’arancio vediamo gli spicchi che abbiamo messo davanti gli occhi, così, è della verità, e così, la scelta, necessariamente contenuta delle mie opinioni su Contro Natura?

Qualsiasi genere di potere si costituisce e si mantiene per mezzo di regole divisorie: giusto o ingiusto, vero o falso, bene o male. Di queste regole pretende di essere il maestro di significati, vuoi per la natura della vita (il sentire) vuoi per la sua cultura: il sapere.

Per il potere sociale la fissazione delle regole si pone lo scopo di formare il cittadino. Per il potere religioso di formare il credente. Il concorso fra poteri si prefigge lo scopo di formare la città di Dio nella città dell’Io. Chi aderisce alle regole di quei poteri è secondo norma tanto quanto è in grado di aderire: vuoi sinceramente, vuoi ipocritamente. Chi non aderisce non è secondo norma (vuoi per scelta, vuoi per limiti) tanto quanto non vuole o non sa aderire.

La norma, certamente pone separazione fra cittadini, ma non deve essere l’essere, il soggetto coinvolto nella separazione, bensì, il fare. A priori del fare, quindi, siamo tutti normali, perché, né contro la natura della vita (il sentire, appunto) né contro la sua cultura: il sapere. Su una qualsiasi identità, quindi, ogni giudizio deve essere a posteriori, e, già che ci siamo, (visto che è tipico) non sui posteriori!

Se a priori del giudicabile fare, né l’eterosessualità e neanche la sessualità in Lgbt sono contro la natura della vita, come mai viene presa di mira la sola realtà in Lgbt? Semplice, direi! Perché ogni genere di potere fortifica le sue fondamenta gettandovi (e/o non impedendo che si getti) delle vittime create ad arte; ed è appunto per questo bisogno di vittime che il Gatto sociale e la Volpe religiosa impediscono al Pinocchio in Lgbt, di possedere, paritariamente, i diritti dei Pinocchi in Etero.

Chiederci se siamo o non siamo contro Natura, a mio capire è sterile, non tanto perché lo sia, ma perché è domanda rivolta a ragioni che della sordità verso una via della vita hanno tratto di che sussistere. Attuale tragedia vuole che i detentori dei poteri non possano diversamente, perché ogni potere sottomette chi lo serve.

Anagraficamente parlando sono nato nel 44, ma a me stesso, a Verona nel 71. Avevo 26 anni e non poca conoscenza come non poca deficienza, ma lo stesso, tutto ero fuorché (fondamentalmente parlando) una bella addormentata!

Così, non ci ho messo molto per capire il genere di cella che mi aspettava se solo avessi cercato di praticare la regola (sociale e religiosa) che pretendeva la rinuncia della mia umanità: a quarti quando non in toto.

All’epoca, sentivo chi ero ma ancora non lo sapevo bene cosa ero, tuttavia, sia pure nella generale incertezza, sapevo di non essere di Monza e men che meno monaca. Sapevo altresì di non voler diventare un’altra sepolta viva! Non lo sono diventato, perché, fra la mia realtà e la realtà ho messo mediazione.

Proseguendola e sempre di più affinandola, sono giunto a costituire me stesso con quanto mi era prossimo, e a difendermi da ciò che non mi era prossimo rifiutandomi di subire i patimenti da erroneo influsso. Fra i maggiori quelli a me non corrispondenti del Principato. Fra i maggiori, quelli a me non corrispondenti della Religione.

Devo “Principato e Religione” al mai dimenticato Ordinario di Scienza dell’Educazione dell’Università di Verona: l’esodato padre Aldo Bergamaschi. Per mia difesa da erronee corrispondenze ho messo il Principato fuori dalla porta di casa. L’ha raggiunto anche la Religione! Non per questo li ho esclusi dalla mia vita, ma per questo li faccio entrare caso per caso e solo per il tempo dovuto a un dato caso. Dopodichè, Fuori!

Saremo meno esiliati dal sociale e dalla religione tanto quanto ci rifiuteremo di essere capri da esposizione su banchi da macellai. Dobbiamo farlo, non come la volpe che dice non buona l’uva solo perché non ci arriva. Dobbiamo farlo (caso per caso) perché non è buona la vigna! Punto!

Vuoi per forza, vuoi per necessità, vuoi per acritica abitudine ma in Omosessuale e Gay non mi sono mai riconosciuto. Non per rifiuto di me come si può intendere, ma proprio perché accetto le etichette solo se appartengono al mio esistenziale bagaglio. Rifiuto quelle definizioni, anche per un ulteriore ed importante motivo. Le vedo, infatti, come tizzoni per falò! Liberi di opinare sulla quantità e qualità del genere, tuttavia, io sono un maschio. Se proprio devo riconoscermi in una etichetta, quindi, mi direi che sono un Beta. Non Alfa, è vero, tuttavia, caso volendo, nella possibilità di esserlo.

So bene che è difficile cambiare strada. Per più di un motivo, ma se da froci, culattoni e busoni siamo passati a gay, da gay possiamo anche proseguire verso nomi che disattivino la violenza contro la Persona, evitandone la superficiale ed inutile emersione del genere.

afinedue

I principi sono morti? Balle!

A mio conoscere, i principi universali della vita sono il Bene per la Natura (il corpo della vita comunque effigiata) il vero per la cultura (il pensiero della vita comunque concepito) e il Giusto che corrisponde dalla relazione fra il bene e il vero. I principi sono maestri tanto quanto indirizzano la vita verso i loro principi. Dei principi si può dire che sono la basilare fonte del discernimento nella capacità di scelta personale, sociale e, elevando gli intenti, spirituale. Tanto quanto rigidi, i principi galerano la vita, vuoi della persona (quanto nella persona) che nei casi sociali e spirituali. Tanto quanto magistrali, e tanto quanto formano e conformano verso i loro principi. Vuoi rilassamento morale da assuefazione per molti versi motivata, vuoi per infiniti altri fattori, vi sono prefiche che lamentano la loro morte. Balle! Sta succedendo, invece, che vi sia la nostra riappropriazione della chiave dell’aula dove insegnano, o della chiave della cella dove galerano.

afinedue

Caro Mattia: non escludere le verità della favola.

Tutti quelli/e che hanno degli scarsi rapporti con la vita propria, altra e/o con il mondo, pensano di essere gli unici a soffrire: vuoi per infiniti accadimenti, vuoi per il rifiuto di sé e la conseguente non accettazione della realtà personale e dell’ambito in cui ci ritroviamo a vivere, vuoi per delle complessive quando generalizzate insoddisfazioni.

Queste nuvole nei nostri cieli originano molte forme e casi di invalidante disistima.

Per decenni ho patito anch’io di quel egocentrico masochismo. Avrei dovuto confidare meglio nell’insegnamento detto dalla favola del Brutto Anatroccolo! Con queste breve escursioni fra le mie non semplici realtà di orfano e di adottato, intendo confermarti che, in quanto a Brutti Anatroccoli, sei (ironizzando) in buona compagnia da tanto è composta da tanti.

Vero è che quell’intruppamento mica l’abbiamo voluto. Vero è, pero, che dobbiamo fare in modo di uscirne, se vogliamo diventare i Cigni che, tutti, in potenza siamo. Come?

Affrontando e provando quello che siamo da bambini_ragazzi, cioè, Anatroccoli, il più delle volte caduti e/o buttati fuori dal nido.

Nella tua situazione come a suo modo è stato per la mia, tutto pensiamo fuorché di poter diventare bianchi, e di riuscir a coprirci di belle piume. La pensiamo così (lasciatelo dire) solo per il pessimistico giudizio che ci diamo anzitempo! E che cavolo! E’ come dire che è brutto un libro che stiamo leggendo da poche pagine. Confermerai poco intelligente una affermazione del genere, eppure, è la stessa, che fanno (rendendosene conto o no) le personalità che non si amano. Ne so qualcosa. L’ho fatto anch’io!

L’amore, Mattia, è comunione. Di sé è con sé, in primo luogo. Ogni pessimismo su di noi, origina una corrispondente disistima; è quella che ci mostra, pur dicendoti che è oro, dell’insoddifacente ottone! Lo può, (la disistima) perché diamo ascolto alle nostre paure, alle nostre presunte pochezze; lo può, perché la vita ci è matrigna, ebbe a dire il Leopardi anatroccolo. Il Leopardi del dopo, invece, solo il piacere dei gelati gli ricordava di essere stato figlio di cotanta madre. Poesia e grande pensiero, invece, mostrarono, in Cigno, l’avvenuta metamorfosi.

Non dubitare mai della tua possibilità de tuo mutamento, perché se è vero che la favola che ti ricordo è stata scritta da un uomo, è anche vero che, a quell’uomo, gliel’ha detta la vita. Si, è anche Madre. Quale la differenza fra Matrigna e Madre? La differenza sta nella parte che decidi di abbracciare!

afinedue

Donne, madri, nutrici: l’urlo e la paura.

Hai la strana caratteristica, mia cara, di darmi delle risposte prima che io ti faccia le domande, ma prima una precisazione su “educatore”. In ragione delle informazioni che comunichiamo, tutti siamo educatori. Pessimi quelli che si dimenticano di essere contemporaneamente alunni.

Certamente sono un educatore non titolato, ma grazie al cielo, neanche stipendiato, quindi, sono un libero! Torno al mio bisogno di precisazione che avevo inizialmente accantonato.

Riguarda l’abitudine di dire a voce alta quello che si pensa, e che è meglio essere sinceri anziché viscidi.

Nessun argomento precedente aveva portato a questa affermazione. Siccome il soggetto dei tuoi messaggi sono io, mi è lecito pensare, allora, che quel modo di agire avesse me come argomento. A che proposito? Come educatore o come identità sessuale?

Ho affermato in un precedente messaggio, che il bisogno di un maggior tono vocale rivela volontà di dominio. Mi sono occupato di tossicodipendenze per più di una quindicina d’anni! Dei “tossici” ho conosciuto anche parecchie madri: tutte predominanti! Con predominanti intendo dire che la loro femminilità psicologica era coperta dalla loro psicologica mascolinità.

Certamente sono delle eroiche nutrici, tuttavia, pessime madri! Il carattere maschile in loro predominante, infatti, impedisce ai figli di sentirsi accolti_accettati, e quindi, non amati (l’amore è comunione) per quanto nutriti.

Dove una madre rifiuta l’abbraccio, vi è sempre una matrigna che accoglie i bisognosi di abbraccio.

Ora, non voglio dire che tutte le donne che sentono il bisogno di dire a voce alta siano destinate ad avere figli “tossici” in famiglia! Voglio dire, bensì, che la volontà di predominio sulla vita altra, sottotraccia rivela delle insicurezze_paure, e che le insicurezze_paure di una madre che si cura con il predominio, rendono i figli altrettanto insicuri_spaventati.

Brutti anatroccoli comunque spaventati, comunque diventeranno Cigni, ma, non tutti i Cigni, fanno le stesse piume e/o nuotano nelle stesse acque: sociali o sessuali che sia.

Ora, quanto è pronta_capace una donna determinante, ad accudire anche quel genere di cigni? O è anche questo possibile dubbio, ciò che gli alimenta l’urlo?

Ad esempio, giusto per tacitare l’incapacità di darsi risposte su di sé, oltre che per il suo ruolo: naturale o adottivo che sia?

afinedue

Transessuale è la vita.

L’evoluzione culturale dell’Omosessualità, ben segnata dalla richiesta di pari diritti, dimostra che il mondo in Lgbt sta modificando il suo esistere. Infatti, dalla storica venerazione per il corpo simile, sta passando alla venerazione della vita simile, e ciò nonostante le voci idrofobe contrarie.

Ciò prova, che la vita ride degli omofobi_idrofobi. E’ vero che lo fa così piano che quasi non la si sente. Non di certo perchè manca di rispetto a quel mondo, ma perché, nel vostro, gli fate pena.

La vita non é maramalda!

afinedue

Sinistra e Destra: fantasmi.

La Sinistra è stata portata via dalle maree di una povertà che non è più povera ma neanche ricca. La Destra, invece, è affogata nelle frattaglie dell’ideologia conservatrice che è stata. Oggi, solo la paura usata per tenere buone le pecore, può dirsi di Destra; è una Destra però, per i fianchi unita alla Sinistra che nel tener buone le pecore, ha stessa necessità.

Invero c’è del nuovo sul bagnasciuga, ma lo vedono solo quelli che non hanno la testa girata verso i tempi dell’Eulalia Torricelli da Forlì. Non perché non siano preparate quelle teste, ma perché non si rassegnano all’idea che il tempo storico ed economico odierno ha fatto evaporare i brodi che le hanno nutrite.

Non è vero, ancora, che a lato delle malunite Destra&Sinistra non ci sia nulla. Vero è, invece, che ci sono dei nuovi ossi, ma per dar polpa a quegli ossi bisogna osare il nuovo: è così che non si muore per rassegnazione!

Si, sono un osso grillino, però, come per altro caso ebbe a dire il Prodi, in fede, adulto.

afinedue