Qui si narra la strana via del passato della zia.

Non sapevo perché, ma già all’orfanotrofio sentivo che in me c’era un qualcosa non andava; non ero un eguale agli altri, infatti, perché (capitava) non mi svegliavo nel mio letto. L’assistente mi strattonava le braccia con spazientita cattiveria, quando succedeva. Neanche avessi fatto questo granché, oltre (e non sempre) a non pisciare sul mio materasso. Non so se in quelle occasioni diventavo l’oggetto di qualcuno. Se lo ero, dormivo, anche se in fondo, ma non così in fondo, già allora desideravo.

Neanche in collegio capivo e mi capivo. Continuavo solo a sentirmi sbagliato, non perché, emozionalmente parlando non ricambiassi come giusto il desiderio verso il prete che mi desiderava, probabilmente, come oggetto.

Che ne sapevo all’epoca, di oggetto e di soggetto, o di giusto o no? Capivo solo che ero pieno di vita. Uscito dal collegio, non per questo uscii da emozioni che vissi come represso vapore. A chi dire il genere di vapore (a quell’epoca!) se neanch’io sapevo cosa ero, al più, solo cosa continuavo a sentire? E a chi dirlo, se non sapevo che anche altri erano più o meno nella mia stessa condizione? Mica c’era l’Arci Gay!

In quello stato d’inconsapevole vapore (sempre più bollente) passai anni da mona: in veneto ingenuo quando non sciocco. Non ricordo per quale via conobbi il mio nome sessuale, ma un conto è stato il capirlo più o meno, e un conto il viverlo: sia pure meno.

Non sapendo da che parte girarmi (la battuta è scontata) per anni mi resi autistico. Più facile a dirsi che a farsi, perché se è possibile scollegarsi da altre menti, è tutto fuorché facile scollegarsi dalle emozioni che, volenti o nolenti, comunque ti impalano il cuore!

A Verona, verso i 26 anni, mi dissi: basta! Così, più che altro spinto da una disperante solitudine, mi buttai in Arno; e a quell’acqua feci Coming out.

afinedue