Occhio, occhio, c’è un malocchio!

Gli esorcisti hanno bisogno del demonio come la satira ha bisogno di un Berlusconi. Certo è, che ambo i soggetti sono forze che invadono la vita tanto quanto è scissa: vuoi dal dolore nell’esistenza, vuoi dal bisogno di estraneo fascino. Il possesso e/o l’invasione può avvenire per cause che stanno in una parte sconosciuta della mente, oppure, per cause che stanno in un’altra parte della vita. Comunque siano i casi, esorcizza la scissione chi (indipendentemente dal come) ricompone l’identità. Se invasa da fascinazioni comunque motivate, è esorcista uno psichiatra, oppure un altro fascino di analoga presa. Se da soggetti di cultura religiosa, direi, necessariamente, un prete. Di fatto, se una casa ha perdite nella parte idraulica, mica chiamiamo l’elettricista. 🙂 Guaio è, che è proprio una cultura religiosa mal vissuta (mal vissuta nel senso di oltre natura e cultura del rispettivo soggetto) che genera dei fatti. Guaio è che la chiesa semina, si, del grano buono, che diventa meno buono, però, dove il campo non è idoneamente preparato. Succede anche alla Società, quando fissa delle Norme eguali per ogni umanità. La dove non ci riesce, è causa delle scissioni che poi dice di poter curare, ad esempio, con la medicina e/o con altre norme. Lo stesso fa la chiesa. Questo, perché, sia il Principato che la Religione operano secondo finalità di un potere da esorcizzare nei diversi.

afinedue

Tossicodipendenze: per fare una vita ci vuole una vita.

Don Ciotti ebbe a dire: la Tossicodipendenza è una domanda che attende molte risposte. (Cito a memoria.) Implicita nella sua affermazione, un’altra: non esiste la Risposta. Da chi si occupa del problema, quindi, mi aspetto uno spirito para evangelico. In particolare, mi riferisco alla parabola del Buon seminatore. Per il Buon seminatore non è fondamentale dove cade il seme: è fondamentale la volontà di semina. Non è fondamentale neanche il tipo di grano; è fondamentale la volontà di farsi grano. Checché ne dica la Società proprietaria del campo, il Buon seminatore sa bene che a priori non esiste un grano risolutore. Certamente esiste il Buon raccoglitore, ma a priori, neanche quello sa di essere tale. Tale lo diventa in ragione della capacità di somma fra le domande che pone alla sua vita, e le risposte offerte dalla vita, ma, anche in quella capacità, per farsi o non farsi di vita, ci vuole pur sempre una vita; e per capire la vita, neanche dalle droghe si può escludere la strada, se non escludendo a un sapere, la pienezza di sé: dolorosa o no, o sociale o no che sia. Esperienza mi conferma che uno spirito samaritano può di più di uno spirito psichiatra. Può di più perché è compagno ma non giudice; può di più, perché non impone la regola sociale del do ut des. La fuga dalla droghe, è stabilmente possibile, tanto quanto, un sapere, vanifica un piacere, e ciò può succedere, tanto quanto, un (o una) tossico_amante di quella “madre”, si rende definitivamente conto che è l’indifendibile puttana che gli sta abortendo la vita. La rinascita di sé, quindi, implica la ricerca di un ventre, diversamente originante. Può essere in un altro grano. Può essere in un’altra semina. Quello che non deve essere, è negare (o che si neghi) al Tossicodipendente (o alla t.d) la possibilità di farsi del suo raccolto.

Shemà Israel. Mi sei passata fra i pensieri.

Secondo stati di infiniti stati, vita, è Spirito Determinante e Spirito Accogliente. In quanto forza determinante a livello culturale, e penetrante a livello naturale, per principio è maschile. Per opposti ma speculari principi è femminile.

“Così in Basso, così in Alto.”

In Alto, ovviamente, non ci sono le naturali complicazioni che succedono in Basso. Sul Sinai, Mosè ha accolto la manifestazione di uno Spirito (sia di Dio o no non è l’oggetto di questo discorso) all’inizio dubitando (mi pare) ma in seguito (anche per le particolari manifestazioni di quella forza) cedendo la sua ragione a quella Ragione. La remissione di una ragione a un altra, è il principio base dell’Accoglienza che nella Donna forma la femminilità e il carattere della sua forza. Si può pensare, allora, che lo spirito del Mosè si fece (culturalmente e spiritualmente parlando) Ancella di quello Spirito. Con il Mosè, si fece Ancella anche l’Israele che accolse lo Spirito che il Mosè aveva accolto. Per quella a_razionale e totale remissione della singola e collettiva fede, quello Spirito li disse Eletti. Si può dire che è stato, storicamente e spiritualmente così, sino all’Olocausto. Cosa è successo dopo la strage di quel popolo? A mio sentire, è successo che ha detto basta al ruolo del sacrificante Isacco che nel tempo era forzosamente diventato. Umanamente parlando con tutte le ragioni, tuttavia, con delle conseguenze spirituali, forse non considerate. Ammesse e non per questo concesse le mie ipotesi, da parte di Israele vi è ancora l’originale corrispondenza di spirito (la vitalità particolare) con lo Spirito: la vita universale? A mio sapere (so perché sento, non, perché conosco) direi che quella alleanza cessa, tanto quanto non si accoglie lo spirito di quel Principio con la principiante remissività spirituale. Si può dire, pertanto, che L’Israele di ora non è più eletta Ancella, tanto quanto si fa l’eletto maschio che (sia nel particolare che nell’universale) pone alla vita (e di conseguenza al suo Spirito) delle egocentriche condizioni. Nulla come il dolore e il conseguente lutto possono mutare così tanto un’Identità; lo possono sino a far deragliare un animo dalla sua strada. Quella percorsa da un popolo Isacco disposto per fede ad accogliere il sacrificio della vita, o quella del popolo Isacco, che dimostra (sia al particolare mondo che all’universale) così tanta fede nello Spirito della vita da fermare la mano che gli tiene il coltello alla gola? Non so: oltre non “vedo”.

Shemà la vita, Israele!

Non so cosa farei se fossi Israeliano, e ciò è, se favore del tuo essere, o se, nel tuo essere, contro il tuo fare. Da cristiano nell’essere, anche se non poco perplesso sul mio fare, sono sempre rimasto affascinato dalle tue grandi storie; che poi, siano rimaste storie per l’uomo adulto che sono, non per questo, il fascino (fanciullino, lo confesso) si è ridotto. Posso dirti, pertanto, che, complessivamente, non ti non ti sono anti qua o anti la! O meglio, ti sono anti, come sarei anti all’amico che ha bevuto troppo alcool. Non anti verso la persona, ovviamente, ma contro il suo momento, sì! (Stavo per dirti Spirito, al posto di alcool. Mi avresti capito lo stesso. Lo so.) A proposito di Spirito, da non pochi anni mi domando: sei veramente sicuro che ti abbia promesso il possesso di quella terra? Si, perché, detto molto francamente, a me pare t’abbia dato una croce, non, una terra, o quanto meno, una terra dove devi portare una croce, implicitamente promessa con la Terra! Per “croce”, intendi il peso della vita della Natura, sulle spalle della sua Cultura.
Non so se sia il dolore a rendere eletti per il modo di affrontarlo, o se sia una fede per il modo di crederci e/o di viverla. Quello che so, è che dove c’è dolore non c’è verità, perché il dolore, è il male naturale e spirituale da errore culturale! Sia come sia, a farti ala mentre percorri il tuo destino vedo molta gente. C’è chi grida: coraggio! C’è chi tira sassi! Chi sulla tua caduta scommette pro o contro. Non vedo nessun Cireneo, però! Mi rifiuto di pensare che Dio non l’abbia previsto perchè ha dei limiti, quindi, avrà le sue buone ragioni. In attesa di capirle, Shemà (la vita) Israele!

Le tante facce del bullismo

Vado all’agenzia della banca per l’usuale questione: la ricarica della carta. Di per sé nulla di complicato. Complicato me lo diventa perché da mese a mese dimentico come si fa. Già durante il primo tentativo, una donna (non ha meritato il titolo di signora) mi si avvicina dicendo: quanto pensa di metterci perché devo saperlo… Avrà avuto anche altre commissioni, penso, così, me la cavo subito, gli rispondo con cortesia. Guaio volle, che, subito, non ci sono riuscito neanche al secondo tentativo! Spazientita per aver atteso un ulteriore minuto la donna mi rifà la domanda. Al che, la pazienza la perdo io, e ad alta voce gli ribatto: quando mai ci si permette di andare a uno sportello e di dire all’occupante che deve sbrigarsi, o di farla passare, perché lei deve sapere a priori il tempo necessario alle operazioni?! Sarà anche perché l’esagitata ha capito le ragioni nella mia domanda, sarà anche perché ha capito che non sono farina da far ostie, ma non c’è stata risposta! Vuoi per ragioni di forza, e/o per ragioni di età, e/o per ragioni culturali, e/o per l’insieme dei casi, vittime di bullismo, sono tutti quelli che non possono e/o non riescono a dimostrare ai prepotenti, di non essere farina da far ostie! Di chi la causa? Lapalissiana la risposta: di chi fa l’impasto delle ostie. Tornando a quella donna mi domando: è stata la famiglia e/o l’ambito sociale di crescita a renderla prepotente con un anziano? Ho avuto modo di conoscerla anni fa: era preside di un liceo. L’ha potuto, quindi, per via di un potere culturale che magari gli è diventato un presunto potere da censo sociale, da far prevalere su quelli che non sembrano dello stesso livello? Vero o no che sia il sospetto, comunque l’ho rimessa al suo posto! Come può meravigliare la presenza del bullismo nei giovani, se impastiamo i crescenti con l’equivoca farina che ha impastato noi, non si sa da quanti equivoci fornai?

Di che mamma vogliamo essere figli?

Non appena mi hai detto, Credente, della ferita nel tuo spirito, come prima necessità ci ho messo un cerotto: di che ti meravigli se c’è gente che vuole bruciare il Corano? Non lo sai che la mamma degli imbecilli è sempre incinta!Generalmente, per imbecille si intende chi è culturalmente e/o psicologicamente mancante. C’è, tuttavia, un ulteriore significato: debole. Chi è debole, si può non aiutare? Certo che possiamo non aiutare il debole, ma contravenendo sia allo spirito islamico che a quello cristiano. Limito il discorso a queste due religioni per il solo fatto che a te, islamico, si sta rivolgendo un cristiano.Alla cura contro una imbecillità religiosa intesa come debolezza nella rispettiva fede, al principio delle cose conosciute ci sono stati due medici: Cristo, ed il Profeta. Secondo razza, carattere personale e tempi storici, e secondo esperienza di vita e sapienza (comunque raggiunta) anche questi due medici hanno curato l’imbecillità che hanno trovato attorno a loro, (e forse, anche in loro) con dei cerotti.Il Cristo cerottò la sofferenza e l’ignoranza altrui con l’idea del dio Padre, mentre chi è “dedito a Dio” secondo il Profeta. Chi è dedito a Dio, non può non esser dedito al Padre, essendo Dio, il Sommo Genitore del creato che purtroppo stiamo rovinando anche nelle creature, ma questo è un altro discorso. Da questi due Nomi, (Dio e Padre) che non esito a dire primi da tanto sono universali, a valanga ne è disceso una infinità di imbecilli interpretazioni, e una moltitudine di monopoli; per monopolio intendendo, esclusivo possesso e settaria gestione della Parola da parte di innumerevoli imbecilli, che per curare la loro debolezza culturale, spirituale e religiosa quando non psichica, si sono impossessati di Dio affermando di parlare a Suo nome. Se è ben vero che nulla può provare quell’affermazione, è anche vero, purtroppo, che nulla la può smentire. Al più, possimo non crederci. Lo potrebbe smentire Dio, ma Dio, tace. Tace veramente, o siamo noi che ancora non sentiamo la Sua parola, in quanto presi ad ascoltare la nostra? Temo quest’ipotesi. Dico sentiamo e non ascoltiamo, perché la Parola non si ode con l’orecchio; si ode, attraverso le emozioni. Le emozioni sono il verbo della vita che ascolta sé stessa, e/o, che ascolta la vita. Quale vita sentiamo veramente? Quella dell’amore, o quella del potere, o quella della confusione fra amore e potere? Sia nella fede cristiana che in quella islamica si può dire forte, e quindi non imbecille, il Credente che ha riscritto il suo Libro nella sua mente, nel suo spirito, e di conseguenza (se conseguente è) nella sua vita. I libri si possono ristampare, e la data spiritualità, elevare, indipendentemente, dalla quantità di carta che un imbecille può bruciare. Certo è, che non dovremmo mai “ristampare” i Profeti come abbiamo fatto. “Cosa fatta capo ha” dice un noto proverbio. L’Islam dice insciallah, cioè, volontà divina. Tutto considerato, altro nome con il quale poter intendere il “capo” del proverbio che cito. Animo, Credente, anche tralasciando di dirigere il tuo sguardo, principalmente verso la mamma della vita imbecille, che se c’è ancora vita spiritualmente non debole, (e c’è!) vuol anche dire che c’è mamma anche non imbecille. Tutto considerato, sai che ti dico, infine?! Infine ti dico che l’imbecille gesto del pastore ha finito coll’esserci utile! Infatti, (sia pure sé nolente) ci ha brutalmente posto di fronte ad una domanda, che esigerebbe una giornaliera risposta: di quale mater sono figlio? Della forte, o dell’imbecille? Ignorare la risposta è ammalare di debolezza la mater forte, o mettere sul marciapiede quella imbecille. Vero è, che “ognuno fà quello che può.”

“Non sento più la voce di Dio”

E’ capitato al Woitila, quindi, quello che si dice capitato anche a Cristo: sentirsi abbandonati dal Padre perché non ne sentivano più la voce. E’ padre chi procrea una vita. Elevando il pensiero, si può dire che è Padre anche chi ha originato la vita. Il chi, (se vi è un chi) il come e l’identità non sono in discorso. E’ voce, il suono dell’emozione. Si può dire, allora, che non sentivano più la voce perché non sentivano più l’emozione che li faceva sentire vita della e nella Vita, o con altro dire, figli del e nel Padre. A un credente può capitare di sentirsi in relazione con il Padre, tanto quanto, fra i principi che reputa di Dio e i suoi vi è stato di eletta comunione. Dove (almeno secondo fede) la morte non scinde (culturalmente e spiritualmente parlando) una vita dalla Vita, lo può la Natura: contenitore comunque effigiato, di contenuti comunque raggiunti. La scissione del contenitore della vita (la Natura) dal suo pensiero (Cultura) e dalla sua vitalità (forza dello spirito dato lo Spirito) può capitare all’improvviso come per gradi. Nei soggetti in esempio è successo per gradi, e per gradi, hanno potuto rendersi conto dell’abbandono che emotivamente vivevano, ma, è stato vero abbandono, e chi ha abbandonato chi? L’idea della vita che diciamo Dio e/o Padre è prima. Come prima, è sovrana e assoluta. In quanto tale, dipendente solo da sé stessa. In questo e per questo, esente da qualsiasi altro stato emotivo. Se questa è l’immagine prima della vita, questa non è l’immagine di qualsiasi somiglianza da quella derivata. Nella somigliante, infatti, la sua vita vive infinite emozioni, e fra queste (voluto o subito) l’abbandono. Ciò che non può essere del Padre e nel Padre, quindi, lo è nella sua “figliolanza”. Ed è solo della e nella “figliolanza”, pertanto, la capacità di abbandonare come quella di abbandonarsi. Da ciò ne consegue, che l’abbandono vissuto era di loro da loro, e che del Padre da loro non poteva assolutamente essere, avendo il Principio della vita, un solo principio di vita: quello di sé. Figlio, Santi o Profeti che si possa dire, all’umanità non sfugge nessuno, ma il Principio della vita (la vita del Padre) è Clemente e Misericordioso.

Il mondo sta andando fuori di testa proprio perché non è gestito da “poveri di spirito”.

Non so cosa significasse “povero di spirito” per il Cristo evangelico. So quello che modernamente sottostà al pensiero cristianamente ipocrita, e cioè, complessivamente sfigato. Da diverso cristiano, penso, invece, che il Cristo identificasse (in quella “povertà”) la persona che vive solo del proprio spirito, quindi, non parassitato e neanche parassitante. Dalla morale di questa favola traggo l’immagine che allego in FaceBook oltre che qui..
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In un commento su altro scritto, una Signora mi ha diplomato con “Grande”. Ovviamente m’ha fatto piacere ma, mi è stato stimolo di vanità solo un attimo. Vividi ricordi non ci hanno mai messo più di un secondo a buttarmi giù dagli scranni fabbricati dai miei excursus scolastici: una quinta ottenuta con grande sorpresa del maestro oltre che mia; una licenza media (sindacale) ricevuta con vergogna perché obiettivamente non guadagnata; un’abilitazione alla terza magistrale: complice dell’esproprio una scuola privata. Come non bastasse, a tarda età mi sono iscritto anche a una scuola pubblica. Non non ricordo se prima o dopo la serale. E’ vero: comincio a perdere qualche memoria ma, mai di me! Più che altro pensando a me, scrivo la morale della favola che si legge nell’immagine. Su FaceBook, uno dei pochi che stimo per quello che è oltre perché risponde ai miei pensieri, commenta: una cosa è il discorso ben acconcio altro é l’agire. Gli chiedo di spiegarsi. Mi scrive: declamare non può ridursi ad artificio. Gli rispondo: direi che hai colto una sfumatura ma non la sfumatura che volevo far capire. Intendevo “semplicemente” dire che nel trovare l’effettiva valutazione di noi stessi è necessario mediare fra il grande che qualche volta ci capita di essere, e il comune che generalmente ci capita di vivere. Il vanesio, ad esempio, questa media non la fa, come non la fa neanche chi loda una realtà non verificata. Una bella e utile riflessione la tua. Filosofia aristotelica, mi dice. Aristotile? E’ un pezzo che non lo vedo ma dovrei avere il suo numero…. Avrà sorriso della vecchia battuta, penso e spero. Non faccio in tempo a immaginare quel sorriso, che mi scrive un “mediare”, che per qualche verso avverto come un cielo che non sa se far ridere o piangere, o come un giro d’aria che un poco preoccupa la casalinga con poche molle per il bucato da esporre. In genere sono un bravo ragazzo, ma ogni tanto, volente&nolente in pari grado, mi spuntano delle provocatorie corna: mediare? Chi, cosa, come, perché, quando, dove? Alle mie fucilate non fa un plissè! Solo ribatte citandomi un poco: tra il grande e il comune, senza cedere al vanesio, “sapendo che il vanesio fa la, “storia”. Trovo stimolante questa farina del suo sacco. Tanto che mi suscita la riflessione di chiusura: ci sarebbero infinite cose da dire su storia fra virgolette. Di fatto, pure la storia senza ci ha dimostrato che è stata fatta da soggetti malati. Non tanto in una patologica misura anche se non è escluso, quanto nel senso di un così, in cui imperavano anche dei pesanti cosà. D’altra parte, senza quello scompenso, mica avrebbero fatto la storia quei vanesi; e di quei difettati, quanto possiamo escludere che una tensione verso il voler fare la storia, altro non sia stata che una tensione verso il far la propria? Si, il mondo sta andando fuori di testa proprio perché non è gestito da “poveri di spirito”.

C’è famiglia di vita e famiglia di paglia.

Anni fa, un ragazzo pavese, militare a Verona, ebbe a dirmi: che problemi ti fai con la donna! Quando è necessario, puoi sempre pensare ad un uomo! Da allora non credo più all’eterosessualità sincera, appunto perché non è possibile accertare se tale è, o se invece è una maschera per schifate e represse debolezze. Comunque stiano le cose, i favorevoli della Famiglia hanno in mente una costruzione ideale. Una costruzione di quel genere è come Dio: c’è, ma nessuno l’ha mai visto, così, l’eterosessualità politica non può far altro che mostrarci un Fantoccio e sperare con non perda la paglia. Per quanto mi riguarda non credo nella Famiglia di marchetta sociale. Credo, invece, nella vita che sa farsi famiglia perché sa farsi carne sociale, indipendentemente dal tipo. I politici che sbandierano madri e figli naturali come conferma del loro essere per la vita, a me fanno solo una grande tristezza.

“La solitudine è una mancanza d’identità”, leggo in FaceBook.

Obietto: certo, ma è la mancata compagnia nell’essere che non permette l’affermazione di sé. Per mancata compagnia intendo stati di mancato riconoscimento di sé, vuoi negato se conscio, vuoi “negato” se inconscio. Mi si risponde: Non penso. La solitudine è una malattia dalla quale è difficile guarire Replico: Lei sta corrispondendo con un Esposto, adottato, con orfanotrofi e collegi alle spalle, e con problemi di identità per alterna sessualità, senza contare l’infanzia e la prima giovinezza in piena povertà. Ora ho 75 anni, il diabete, la minima, sono la mia unica famiglia e l’unico parente, eppure, ora non so cosa sia la solitudine. Lo ero, invece, quando mi conoscevo poco e a ragion veduta, male. Lo ero, quando sottostavo continuamente a un giudizio che mi davo senza clemenza e tautomeno misericordia. Lo ero quanto l’opinione altrui imperava sulla mia. Lo ero, quando, sia socialmente che sessualmente, non ero nè carne e ne pesce, ecc, ecc. No, non sono della sua idea: la solitudine non è una malattia: al più, la febbre che denuncia che non ci siamo ancora trovati, e che il mondo se n’è accorto.

Pedofilia e sacerdoti

Cortese signore: frequentavo la terza elementare quando fui coinvolto oggetto – soggetto sessuale del piacere pedofilo di un sacerdote. Sostengo che ne fui coinvolto oggetto perché non consapevole dei significati di quel piacere. Sostengo che ne fui coinvolto soggetto, perché, sia pure nella mia relativa coscienza di minore, cercai e condivisi quel piacere. Per quanto ragazzini, tutti conoscevamo le preferenze di quel prete, e fra di noi, sapevamo chi era, sia l’amante in carica che quello non più in carica. Ricordo come fosse ieri un biondino del mio stesso paese. Ricordo come ieri di un chioggiotto dalla forte vitalità fisica e non di meno, erotica. Devo ammetterlo: ad essere scelti, era anche motivo di vanto, perché, per quella scelta, ottenavamo regali che altri non avevano speranza di avere. Mi pensi, però, non come il sessantacinquenne di ora; mi pensi, orfano anche di ogni concreto affetto, ma come le dicevo, non orfano di coscienza. Per quella sia pure elementare conoscenza, quindi, oggi non posso considerarmi vittima di quelle attenzioni, ed infatti, non è per questo che racconto la mia esperienza. Gliela racconto, invece, per confermare che anche nel mio caso dell’epoca, l’istituzione del collegio preferì usare la politica del mettiamo tutto a tacere. Una volta scoperto il fattaccio, infatti, il prete ricevette una lettera del Superiore generale in cui, notificandogli il trasferimento ad altro collegio, gli si disse di badare meglio ai suoi atti verso i collegiali. Ricordo bene sia quella lettera (scritta a penna in corsivo con inchiostro nero) come ricordo il contenuto perché quel prete me la fece leggere. Ricordo bene, anche, che dal collegio fui cacciato, non trasferito. Tutto considerato, al corruttore andò meglio che al corrotto, se tale volessi considerarmi. Sono passati più di cinquantanni, ma ricordo come fosse ieri, sia i miei pianti, sia la mia solitudine di bambino abbandonato. Non per questo è mai venuta meno la mia stima nella Chiesa dell’amore, vuoi nel suo sacro come nel suo profano. Nessuna stima, però, nella chiesa del potere.

E’ “un genio o un pazzo” lo strano Finocchio che gira per Verona?

La parola è l’emozione della vita che dice sé stessa, e la mia, quando ho iniziato queste scritture, stava subendo un pesante lutto. Emozionalmente luttuoso, quindi, mi è stato anche il verbo (io sono) e la parola: vita. Durante il lutto (se sopito, lo direi da poco) non riuscivo a barrierare le emozioni di dolore che travasavo nelle lettere. Non potevo farne a meno anche quando me ne rendevo conto. Leggendole nell’immediato, a me pareva tutto chiaro e ovvio: persino banale. Rileggendole anche anni dopo, invece, rilevavo un disastroso frastornamento di pensieri. Lo stesso, direi, che colpisce chi ascolta più voci contemporaneamente. Fatto sta, che, sopite le emozioni (in ogni caso reggevano il vissuto dell’epoca) non capivo più quanto mi avevano dettato. Oltre che “sordo” perché non più capace di sentire, quindi, ho temuto di poter tornare ad essere “muto” perché non più capace di parola. Non vi dico il panico! Dico soltanto che un po’ alla volta l’ho superato, traendo discernimento da quel dolore: e la facoltà di verbo e di parola è tornata ad essere la mia. Comunque raggiunte le “placide acque”, ora vedo certe lettere come certe case: demolirle sarebbe più semplice che ristrutturarle; e se le vedo come campi che pure ho arato, mi vedo anche come il seminatore che non sa più distinguere il grano dal loglio, e che è solo per questo che non si arrende alla cenere.

ps. Ho suscitato la domanda una ventina di anni fa. Non credo di essere migliorato, quindi, lascio “ai posteri l’ardua sentenza.” Mi si chiederà: perchè dirsi Finocchio quando la Cultura in Lgbt sta facendo così tanto per farci riconoscere come gay? Mi rispondo: perché, per quanto si dia da fare, solo i forbiti ci pensano così: gli altri, no; ed io, ho preso l’abitudine di prendere “il toro per le corna.”

afinedue

Lettera di un cristiano amareggiato

Di Cristo hanno detto di tutto e di più. A maggiorata conoscenza, però, di quell’identità è prevalentemente rimasta la fede di chi non sa camminare con le proprie gambe. Nonostante la personale delusione, comunque in quell’idea ci trovo il desiderio del fratello maggiore che non ho avuto. Fra fratelli non ci si separa. Al più ci allontana la vita: avrà le sue ragioni. Più facile viverle che gestirle, le vie della vita: non per chi ha bisogno di non vivere la propria. Gli occhi del bambino che sono stato e che nonostante tutto ancora spero di essere e restare, ora lo vedono meglio l’Avatar che hanno usato per mettere l’anima in servitù. Meglio avrebbero fatto i soggetti in discorso (e meglio farebbero) a mettersi al collo una macina da mulino. Quanto dolore mi sarei risparmiato, e quante teologiche ciance sul Figlio e sul Padre. Per quanto amareggiato, comunque confido nell’acqua che verifichiamo pulita, (cristiana o no che sia) e butto la sporca. E’ sporca l’acqua che rinverdisce le rive melmose: cristiane o no che sia. L’acqua simbolizza la vita. Sono riconoscibili, quelle rive, dalla gramigna che ci nasce. Non ne elenco i generi. Nessuno ha bisogno di me per nominarli, e ognuno ha bisogno di sé, per poterla vedere secondo sé: anche perché non sono un “pescatore d’uomini”! Al più, nella vita e della vita, pesco quello che scrivo: questa lettera, ad esempio.

afinedue