E’ “un genio o un pazzo” lo strano Finocchio che gira per Verona?

La parola è l’emozione della vita che dice sé stessa, e la mia, quando ho iniziato queste scritture, stava subendo un pesante lutto. Emozionalmente luttuoso, quindi, mi è stato anche il verbo (io sono) e la parola: vita. Durante il lutto (se sopito, lo direi da poco) non riuscivo a barrierare le emozioni di dolore che travasavo nelle lettere. Non potevo farne a meno anche quando me ne rendevo conto. Leggendole nell’immediato, a me pareva tutto chiaro e ovvio: persino banale. Rileggendole anche anni dopo, invece, rilevavo un disastroso frastornamento di pensieri. Lo stesso, direi, che colpisce chi ascolta più voci contemporaneamente. Fatto sta, che, sopite le emozioni (in ogni caso reggevano il vissuto dell’epoca) non capivo più quanto mi avevano dettato. Oltre che “sordo” perché non più capace di sentire, quindi, ho temuto di poter tornare ad essere “muto” perché non più capace di parola. Non vi dico il panico! Dico soltanto che un po’ alla volta l’ho superato, traendo discernimento da quel dolore: e la facoltà di verbo e di parola è tornata ad essere la mia. Comunque raggiunte le “placide acque”, ora vedo certe lettere come certe case: demolirle sarebbe più semplice che ristrutturarle; e se le vedo come campi che pure ho arato, mi vedo anche come il seminatore che non sa più distinguere il grano dal loglio, e che è solo per questo che non si arrende alla cenere.

ps. Ho suscitato la domanda una ventina di anni fa. Non credo di essere migliorato, quindi, lascio “ai posteri l’ardua sentenza.” Mi si chiederà: perchè dirsi Finocchio quando la Cultura in Lgbt sta facendo così tanto per farci riconoscere come gay? Mi rispondo: perché, per quanto si dia da fare, solo i forbiti ci pensano così: gli altri, no; ed io, ho preso l’abitudine di prendere “il toro per le corna.”

afinedue