“La solitudine è una mancanza d’identità”, leggo in FaceBook.

Obietto: certo, ma è la mancata compagnia nell’essere che non permette l’affermazione di sé. Per mancata compagnia intendo stati di mancato riconoscimento di sé, vuoi negato se conscio, vuoi “negato” se inconscio. Mi si risponde: Non penso. La solitudine è una malattia dalla quale è difficile guarire Replico: Lei sta corrispondendo con un Esposto, adottato, con orfanotrofi e collegi alle spalle, e con problemi di identità per alterna sessualità, senza contare l’infanzia e la prima giovinezza in piena povertà. Ora ho 75 anni, il diabete, la minima, sono la mia unica famiglia e l’unico parente, eppure, ora non so cosa sia la solitudine. Lo ero, invece, quando mi conoscevo poco e a ragion veduta, male. Lo ero, quando sottostavo continuamente a un giudizio che mi davo senza clemenza e tautomeno misericordia. Lo ero quanto l’opinione altrui imperava sulla mia. Lo ero, quando, sia socialmente che sessualmente, non ero nè carne e ne pesce, ecc, ecc. No, non sono della sua idea: la solitudine non è una malattia: al più, la febbre che denuncia che non ci siamo ancora trovati, e che il mondo se n’è accorto.