Lettera di un cristiano amareggiato

Di Cristo hanno detto di tutto e di più. A maggiorata conoscenza, però, di quell’identità è prevalentemente rimasta la fede di chi non sa camminare con le proprie gambe. Nonostante la personale delusione, comunque in quell’idea ci trovo il desiderio del fratello maggiore che non ho avuto. Fra fratelli non ci si separa. Al più ci allontana la vita: avrà le sue ragioni. Più facile viverle che gestirle, le vie della vita: non per chi ha bisogno di non vivere la propria. Gli occhi del bambino che sono stato e che nonostante tutto ancora spero di essere e restare, ora lo vedono meglio l’Avatar che hanno usato per mettere l’anima in servitù. Meglio avrebbero fatto i soggetti in discorso (e meglio farebbero) a mettersi al collo una macina da mulino. Quanto dolore mi sarei risparmiato, e quante teologiche ciance sul Figlio e sul Padre. Per quanto amareggiato, comunque confido nell’acqua che verifichiamo pulita, (cristiana o no che sia) e butto la sporca. E’ sporca l’acqua che rinverdisce le rive melmose: cristiane o no che sia. L’acqua simbolizza la vita. Sono riconoscibili, quelle rive, dalla gramigna che ci nasce. Non ne elenco i generi. Nessuno ha bisogno di me per nominarli, e ognuno ha bisogno di sé, per poterla vedere secondo sé: anche perché non sono un “pescatore d’uomini”! Al più, nella vita e della vita, pesco quello che scrivo: questa lettera, ad esempio.

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