Sul serpente e la tentazione

faldoninuovi

Oltreché simbolo dei significati sessuali che ti ho detto nella precedente lettera, il Serpente simbolizza anche il dubbio. Lo simbolizza perché attua la sua meta percorrendone gli intenti da un ciglio all’altro della via. Nel caso della morale, dal bene al male, come dal male al bene ma in ragione di spire (tentazioni) di una volontà di vita ignota al tentato. Nel caso della morale, dal bene al male o dal male al bene. Iniettando il dubbio, certamente il Serpente non fa del bene ne alla vita della Natura e ne a quella della Cultura, ma, facendo sentire alla Natura e, dunque, capire alla Cultura il male che inietta, ne attiva l’antidoto: il discernimento. I morsi del Serpente, dunque, (le tentazioni) se da un lato sono vie che possono portare al male (ciò che è falso alla Natura, alla Cultura e allo Spirito della vita che cerca la sua verità) dall’altro, per confronto di conoscenza fra il bene ed il male, sono anche quelle che possono portare a ciò che è vero e, pertanto, giusto se bene. Si può anche dire, allora, che le tentazioni sono delle prove che, da un lato, se non cadendoci evitano l’errare, dall’altro, cadendoci, verificano l’attendibilità di ciò che si anela e/o di ciò che si conosce. Naturalmente, questo non significa che il sottostare ad ogni tentazione sia legittimo perché nel farlo vi è verifica di conoscenza (non sempre ne occorre la necessità, in quanto, Cultura è anche memoria delle informazioni accertate) significa bensì, che in assenza e/o in carenza di informazione, può essere anche lecito seguirla la dove un dubbio sia tale da bloccare, verso un dato sapere, la via (Natura) alla vita: Cultura. Il seducente motivo della tentazione del Serpente fu: dopo aver mangiato il frutto dell’Albero del Bene e del Male, saprete ciò che sa il Padre e diventerete come Lui. I Primevi, però, erano già come il Padre in quanto avevano gli stessi stati del Principio: Natura, Cultura e Spirito. Ovvia la diversità dello stato della vita fra l’essere del Principio (il supremo) e quello della vita principiata: l’ultimo. I Primevi erano coscienti di saper discernere secondo un personale bene o lo divennero dopo la Caduta? Se i Primevi erano nel bene del Principio non potevano discernere che secondo il bene indicato dal principio della loro vita: il Bene. Dal momento che nel bene del Principio non esiste altro modo di capire ciò che lo è, se prima della Caduta i Primevi discernevano secondo il bene del Principio, quanto discernevano secondo il loro?

Un altro stato di discernimento sul bene è lontananza da quello del Principio. Ogni stato di differenza dal Principio del bene è un male. Quale male? Di per se, essendo differenza dal Principio (e, dunque, lontananza tanto quanto è ed ha diverso stato) è male (o quantomeno un minor bene) anche il solo stato di Somiglianza. Ciò significa che nessuno è esente dal peccato originale di essere nel male, perché, separato dal Principio per il suo stato di Somiglianza, ha diverso stato tanto quanto è lontano dall’Immagine? Secondo ragione, ad esclusione del Principio non è esente nessuno. Secondo fede, ognuno creda ciò che sa credere. Per quanto mi riguarda, mi limito a ricordarti che ogni separazione fra Ragione e Fede, lede la vita sia della ragione che non sa come conciliarsi con la fede, che quella della fede che non sa conciliarsi con la ragione. In ultimo ma non per ultimo, lede anche la vita di chi si difende dalla separazione fra ragione e fede, rifugiandosi nell’agnosticismo. Dal momento che ogni lontananza dall’Immagine è uno stato di male, allora, necessariamente (pur non perseguendolo) comunque i Primevi ne avevano una condizione anche prima della caduta in errore data dalla Tentazione. Giunti a questo punto, però, si può anche sostenere che fu il male a priori della Caduta (la lontananza dal Principio data dal loro stato di Somiglianza) che permise il male che conseguì alla Tentazione. Se il loro male fu a priori di ogni azione di male perché l’avevano intrinseco già nella stessa differenza di identità fra la loro e quella del Principio, allora, quando iniziarono a discernere secondo se: bene dovuto al Principio ma anche male dovuto al proprio?

Sorvolando sull’irrilevanza di un come che può mutare il racconto sui fatti ma non la storia dei principi, a mio avviso, fu quando presero coscienza della loro differenza dal sommo bene: il Padre. Quando ne presero coscienza? Direi, quando sentirono (e, dunque, capirono) il primo dolore. Quale, il primo dolore? Il primo dolore (l’originale male naturale e, per corrispondenza di stati, culturale e spirituale) non può non essere stato che la separazione dal Padre: la vita originante sino dal principio. Perché fu primo il dolore? Perché, per primo vi fu la Natura e, dunque, il sentire: sistema culturale del senso della vita data dai sensi. Ogni nascita ha tre momenti. Vi è quello culturale nel quale i generanti determinano ciò che intendono attuare; vi è quello nel quale accolgono (intellettualmente il padre e naturalmente la madre) ciò che hanno determinato di originare; vi è quello nel quale viene alla luce l’atto che hanno voluto perchè accolto. I primi due momenti sono quelli del massimo bene. Li direi il Paradiso del nascituro. Il terzo momento, invece è quello della necessaria “cacciata”. Se la cacciata dal Paradiso della vita dei generanti è il necessario mezzo per venire alla luce della vita propria del generato; se attraverso il dolore della separazione dal Paradiso del Generante conseguente alla nascita alla loro vita, i Primevi, acquisirono la conoscenza e, dunque, la coscienza, oltreché del loro bene (vita unita al Principio tanto quanto è vicina) anche del loro male (vita divisa dal Principio tanto quanto è separata) allora, l’allontanamenta dal Paradiso della vita del Padre a causa della nascita alla loro è dovuto ad una presunta colpa verso il Padre, o a causa dell’amore per il quale li ha concepiti, per la funzione dei concepiti (il loro discernere sulla vita) non, per Sua funzione, che, al caso, non poteva essere che di sé stesso su Sé stesso? I Primevi, potevano fermare, la loro vita nel luogo del Principio, cioè, nel Paradiso del Padre? A mio avviso, no. Non lo potevano perché il principio che il Principio aveva influsso dentro loro è la vita: corrispondenza di stati, che se è con la vita del Principio, non di meno non può non esserla fra quelli che l’Origine ha principiato. Così, la diversità di stato della corrispondenza fra la vita principiata e quella del Principio, inevitabilmente, non può non essere la causante – causa, non la cessazione della corrispondenza con il Principio, ma della separazione fra i due stati. Al punto: se la nascita dello stato umano voluta dal Padre è stata la causante – causa della separazione fra i due stati di vita;

se nella differenza di stato fra la vita del Principio e la vita principiata vi è il male, intrinseco già nella separazione fra i due stati;

se ogni conoscenza deve guadare il dolore (cioè, superare il male della Natura con la verità della Cultura con la forza del proprio Spirito) per giungere alla sua verità;

se per giungere alla verità del loro stato di vita fu necessario cadere nel male (cioè, già per nascita, vivere stato diverso da quello del Principio), allora, tutto il racconto della Genesi (annessi e connessi compresi) non potrebbe anche avere una diversa interpretazione? Quella dell’inevitabile necessità, a mio vedere, non, quella dell’ira, che per me non sta in piedi da nessuna parte?

separabianca

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