Archivio mensile:settembre 2019

RINGRAZIO

Paola Mazza – Notaio in Verona, per la gratuita opera notarile che mi ha permesso la costituzione dell’Associazione “per Damasco”. Fatalità vuole, il giorno di s.Valentino. Per non pochi motivi, l’ho chiusa da anni.

Banco S. Paolo di Brescia in Verona per la donazione a favore della “per Damasco”; donazione girata al Gruppo “C” di Verona.

Luciano De Faveri, Alberto Roncolato, Maurizio Gorlato, e Giovanni Recchia per l’aiuto che mi hanno dato nelle prime composizioni grafiche del lavoro: migliaia di volte fa.

Paola Ferrari Bonachini per aver contribuito a trovare il titolo di questo viaggio nella versione “Sulla vita e altre storie”. Non sopportando alcun genere di sovrantità,  l’ho mutato nell’odierno titolo. Eravamo da Antimo, ricordo.

D. Mohssen. B. A. Sarà anche perché proviene dagli spazi e dalla luce della Tunisia, ma accetta che l’unico sfondo di una pagina sia il bianco. Ho cercato di meravigliarlo con non si sa quanti effetti speciali ma niente da fare: e bianco sia.

Devo i concetti di “Principato” e “Religione” al titolo della prolusione scritta da padre Aldo Bergamaschi ex Ordinario di Scienza dell’Educazione dell’Università di Verona. In quell’occasione, con assoluta chiarezza, dei due poteri disse ragionate peste e corna. Anni dopo lessi su L’Arena del suo ritorno in Convento.

ritratto Il pittore che esponeva alla Galleria Ghelfi di Verona in uno svaccato autunno dell’83 mi colse così. Mi ero fermato in Galleria perché non avevo voglia di andare a casa: non ne avevo particolari motivi. All’epoca, ero pressoché rassegnato a vivere allo stesso modo ma nella notte di Capodanno del 1985 incontrai ben altra storia. Ringrazio il pittore in questo modo perché non ricordo il nome e non riesco a decifrare la firma. La Galleria ha chiuso.

pagine

Fra gli aventi diritto di certa proprietà, ringrazio

Douglas Simonson di “The Art of Douglas Simonson” 

Ultima immagine a parte, ho fortificato il post – I Fiori Sovrani – Lettera a Torquemada – con alcune delle opere. Per l’occasione ho dovuto prendere atto di essere su Facebok e in Italia, quindi, ho dovuto fasciarle nei punti critici. La fasciatura, nulla toglie all’Artista. Non per questo non mi mi scuso con l’Autore.

pagineseparadueDelle foto di Vellai, del Collegio, e, sorpresa – sorpresa, di me, ringrazio

cassol

Le ho trovate in seguito ad una occasionale ricerca in Rete. Non mi è stato possibile chiedere il permesso all’Autore perché dal suo sito non ho trovato (o non ho capito) possibilità di immediato contatto. In vero, l’ho trovato in seguito. Gli ho scritto sia per indirizzo mail che per Messenger in FaceBook. Nessuna risposta. Comunque stiano le cose lo abbraccio ancora commosso: a dirla tutta, sino al pianto.

pagine

Devo la foto della Chiesa degli Ognisanti di Padova a UrbisPatavi.

gliesposti

pagine

“La consapevolezza è lo specchio in cui il cuore contempla la sua attività”

Devo questa presa di coscienzaa Piers Antony: autore di fantascienza.

pagine

montato

Devo questo ritratto a Giancarlo M. di Este (PD)

L’originale è in bianco/nero, o meglio in grigio chiaro e grigio scuro ma salvando la foto in diversa estensione, ha cambiato colore. Anche così ho un animo triste (lo ero) tuttavia, meno pesante.

pagine

Per ultimo ma non per ultimo: Domenico Galia: Titolare di Sintesi Informatica di Verona. Gli devo la  collocazione in Rete del sito perdamasco.it L’ha fatto per anni. Abbiamo pensato di chiuderlo. Quella comunicazione è stata invecchiata dai Social.

pagine

Gli involontariamente esclusi o comunque contrari mi scrivano

perdamasco@libero.it

Infine, “agli Amici vicini e lontani.”

cornupia

Simbologia della Gru usata in “Accademia Vita”

agru

La Gru è il simbolo di chi reca i valori della vita perché é considerata
la “Cavalcatura degli Immortali”
Sono valori immortali, e principi trinitariamente unitari
il Bene per la Natura

atrinita

il Vero per la Cultura                               e                           il Giusto per lo Spirito.
.
Se questi principi formano e confermano la vita della Somiglianza,  gli stessi, indipendentemente dalla rispettiva forma, non possono non formare e confermare la vita dell’Immagine: assoluta al principio e dello stesso Principio. L’Immagine della vita nel nostro stato di vita corrisponde allo stato del nostro stato.

manofronte

C’è voluto il suo tempo…

… ma ho dovuto rendermi conto che, salvo eccezioni, le mie lettere erano impubblicabili. In più casi non a torto. Non mi era possibile non scrivere quello che sentivo, e quello che sentivo ha imperato sulla mia ragione per anni: ero straripante! L’ho travasato negli scritti (e in giro, non so più dove o presso chi) più di quanto mi piaccia ammettere. Me ne rendevo conto ma riuscivo a fermarmi, solo quando la mente aveva raggiunto il silenzio. Dovrei rivederli tutti, ma per farlo dovrei tornare a immergermi nelle emozioni che li hanno motivati: generalmente indebolite dalla mia scolastica ignoranza, oltre che dalla caterva di dissidi: personali e no. Non me la sento. Non ancora. Non so quando. Certamente un po’ alla volta. Forse. Constato, intanto, che ci sono delle copie. Lascio tutto come sta. Con la memoria che mi ritrovo potrei togliere anche quelle che non lo sono.

manofronte

Chi conosce il proprio sé, conosce il proprio signore.

frontepostSiccome scrivo sotto influsso dell’emozione e, non sempre ho la padronanza della vita che quella mi suscita, può anche essere che se risulto ripetitivo, lo sono come chi percorre più volte la stessa strada perché non ha sentito bene il percorso che quella gli ha indicato. Le volte che comunque ho voluto proseguire senza ascoltarmi a sufficienza (più che altro spinto dal fatto che si teme di non avere vita/tempo sufficiente per completare ciò che si crede di dover fare) ho finito per scrivere quello che poi ho dovuto modificare, e/o chiarire, e/o cancellare. Rientrare da dove l’emozione aveva spinto la mia ragione all’epoca del lutto che mi aveva colpito non è stato semplice e ne facile; mi ci sono voluti anni. Rileggendo ciò che ho scritto, ogni tanto mi accorgo che vi sono punti nei quali sono ancora ” fuori “. Ciò significa, che in quei punti l’emozione è ancora tale, che la mia ragione, tuttora, non riesce a percepirla con sufficiente padronanza. Non si rammarichi della sua semplicità di studente di agraria: mo’ le dico la mia. Dopo le elementari in collegio, anno più anno meno verso i trentacinque, studiando alle serali ho conseguito la licenza media ed il biennio. Siccome errare è umano e ariete perseverare, in una scuola pubblica, in mezzo a ragazzi che gridavano alle ragazze ” col c…., col c…., è tutto un altro andazzo ” e alle ragazze che gridavano ai ragazzi ” col dito, col dito, orgasmo garantito “, iniziai a perdere i capelli e cominciai il triennio. Mi distinsi in religione, in un test dell’insegnante di Pedagogia nel quale risposi: ” quasi sempre ” o ” quasi mai ” alle sue domande e, perché mi si chiamava papà. Devo avere da qualche parte dell’Emilia una abilitazione ad una quarta superiore. O era la terza? Per amore di verità, se i miei studi sono proseguiti, più che alle mie capacità lo devo alla carità degli insegnanti. Quando non ho potuto non ammettere con me stesso che la vergogna di accettarla era maggiore del fine per cui l’accettavo (capire e capirmi ) ho lasciato la scuola. Le iniziative dell’Associazione? Intanto, dopo la stesura della ” Pedagogia “, quella degli scritti che le farò avere, dopodichè, divulgare sia l’una che gli altri. Come? Non ne ho la più pallida idea. D’altra parte, non avrei avuto neanche la più pallida idea di come contattarla, eppure, siamo in contatto. Questo significa che, di volta in volta, saranno le necessità e/o le occasioni a dirmi quali iniziative intraprendere. E’ anche vero, a parte i costi editoriali che non potrei sostenere, che se volessi far conoscere maggiormente questo pensiero saprei da che parte girarmi ma, come lei sa bene, non ha senso seminare su terreni non arati.

manofronte

I Fiori Sovrani

fiore1

Inquisitore Torquemada:

sarà caduto dal paraidisiaco scranno, penso, quando ha visto che li ho postati senza vaso. Spero non si sia fatto male. Almeno, non di più di quello che si è fatto durante la sua santa ignoranza. Dice che l’ignorante sono io? Può essere! Prima o poi capiremo. Lei ha solo cominciato prima. Ora, quello che lei ha capito e ha fatto capire a suon di sangue e di falò è generalmente noto. Senza sangue e ne falò, ora le dico quello che ho capito io. Il creatore della vita che lei chiama Dio e che io chiamo Principio (non vedo perché lo devo nominare invano e in modo vano) ha iniziato l’opera (stando alla Genesi) dando soffio alla Natura: il Corpo della vita comunque formato. All’epoca, terra, fango, o qualunque cosa ci sia stata al principio. Animata dal soffio generante, la Natura diede forma alla sua Cultura, (la Mente) così come un contenitore forma i contenuti che formano il contenitore. Per Cultura intendo il pensiero della vita comunque concepito. L’alito che ha originato la vita è la forza del Principio sino al suo stesso principio, lo dico Spirito. Lei lo conosce anche come Soffio e/o Pneuma.

fiore2

Se si vuole raggiungere il bene (e quindi, il Bene) la corrispondenza di stati fra Natura, Cultura e Spirito (Corpo, Mente e Forza) è indispensabile. Dove vi è mancante corrispondenza vi è dolore: male naturale e spirituale da errore culturale. L’inscindibile corrispondenza fra i tre stati rende la vita unitaria. Con altro dire, da trinità a unità. Naturalmente, l’assoluta è del solo Principio. Nel nostro siamo trinitario_unitari.

fiore4

Ogni condizione che non permetta la soggettiva ricerca della personale unità è lacerante. Cosa l’impedisce? Nella persona, ignoranza e/o incoscienza. Nel “Principato e nella Religione”, invece, l’impediscono i presi da visioni di verità. Le dicono basate sulla Parola. Magari! Ben diversamente, sono basate sulle parole che hanno detto di essere della Parola. Cosa non si fa e/o non si dice per trenta denari di potere!

fiore5

Dicendo “vita” la Parola ha detto il suo assoluto. Che altro doveva dire: che oggi dobbiamo andar fare la spesa e domani a pagare le bollette, e alla sera il rosario? Augurarci la buonanotte raccomandandoci di mettete la maglietta pesante perché se ci becchiamo la bronchitina non gliela mandiamo mica liscia? Dice giusto! Anch’io baso la Parola nelle mie parole ma diversamente da lei (e dei simili a lei) io non trovo la verità dove c’è la conoscenza circa cosa è vero, ma dove non c’è dolore.

fiore6

Diversamente dalla Cultura, la Natura sente anche quando quando la Cultura, non sempre sa.  Con la Natura, anche lo Spirito sente sempre (e quindi sa) prima della Cultura. Certo è, che se l’ascolto dello Spirito Paracleto non l’ha saputo fare lei, figuriamoci se lo può fare chi non è mai stato educato a farlo.

fiore7

Il dolore, che è male naturale e spirituale  da errore culturale, diventa il Male, tanto quanto lo si persegue con lucida coscienza. Mi sta dicendo che lei non hai mai perseguito il Male! Non sono in grado di confermarlo come neanche di smentirlo. Sono in grado, però, di leggere la Storia, e la Storia mi sta dicendo che lei ha perseguito i suoi ecclesiastici scopi anche se recavano dolore; e che dolore!

fiore8

Il dolore che ha procurato in nome della sua verità non ha mai arrestato il suo passo! Si può pensare, allora, che sulle spalle lei porti una ben pesante bagaglio di Male. Se per colpa o solo per il danno causato dall’errore, non sta a me dirlo. Mi sta chiedendo come mai ho censurato le foto dell’Album? L’ho fatto perché il suo spirito (tanto o poco, in modo palese e/o latente) influisce ancora su quelli con l’animo simile al suo; ed è con quelli come lei, che abbiamo ancora a che fare!

fiore9

Sul luogo della vita che tanto orripila gli inquisitori, sull’ultimo ho messo due mani. Le ha dipinte il Michelangelo. Quelle mani  fissano il momento del passaggio fra la potenza divina e ciò che prima, secondo il pittore, era in sonno. L’unitario tocco fra quelle mani, dovrebbero ricordare a lei e a quelli come lei, che ciò che il Principio della vita unisce non può essere separato da altra vita. Chi lo fa, sta solo pasticciando il Suo disegno: così le ho tolte. Naturalmente, non ho potuto aggiungere quello che avete sacrificato! Per questo, non riesco a trovare motivi di stima nei suoi confronti, ma lo stesso la saluto con un augurio: si goda la bellezza in ogni vita. Se non avesse della Verità, non ci sarebbe.

fiore11

cristo

Ho messo in ultima questo Fiore perche si racconta che fra gli ultimi si sentisse a suo agio. Aveva ragione: non l’hanno ucciso loro.

manofronte

 

Di Satana

frontepostIl male è la voce del dolore in tuti i generi di errore.
Nominiamo Satana la forza della vita (lo spirito) massimamente contrario alla vita. Conveniamo che sia 100 quella misura del suo stato. Ora, conveniamo sulla nostra: diciamo che, in ragione dello stato di coscienza sul nostro stato di vita, sia 10. Naturalmente, può essere di più come di meno. In ragione di quanto il nostro spirito è separato dal suo bene, ne subiamo la corrispondente sofferenza; sofferenza che può recare un semplice mal di testa, come, nei casi più gravi, a molte forme di malattia. Non per ultimo è più grave caso, ai suicidi. Immaginiamo Satana, ora, in quei frangenti di dolore. Non può prendere un moment; non può andare da uno psichiatra; non può suicidarsi! Può solamente manifestare un astio contro la vita, che in fondo in fondo (ma non tanto) è un astio verso di sé! Per me, è da compatire. Ovviamente, la compassione che dovremmo dare ad ogni forma di vita quando è dolente, non giustifica nulla! E’ anche vero che può risultare spiritualmente dissidiante quando viene data con sentimento ipocrita. Come non sbagliare? Secondo me, vedendoci come dei supermercati. I supermercati offrono di tutto. Sta al bisognoso di spesa, prendere quello che gli necessita e quanto, ben sapendo, già dall’ingresso, che tutto ha un costo, non tanto perchè lo chiede la vita (il tutto dal Principio) quanto perché abbiamo deciso, che a chiederlo sia la nostra: il tutto dal nostro principio.

manofronte

In simile diversità

C’è similitudine da sessualità amorosamente e liberamente coatta tra il Penna e me. Questo può aver generato dei moti simili. Principale differenza: io non desidero i suoi “fanciulli”, e neanche li amo se non come la vita che sono all’interno di disegni che mi hanno reso, tendenzialmente pater_maternale. Come gusti in amore sono stato e sono più vicino al Pasolini, anche se distante dai suoi “borgatari”. In odierna prevalenza, i miei sono arabi, quindi, paesi, villaggi, tribù, tende, case abbandonate, o stelle. In alternativa un altro amare: il mio. Oltre a questa differenza vi è il soggettivo percorso. Non ho vissuto nulla di simile alla vita del Penna, e solo marginalmente quella del Pasolini e della sua cultura. Come Pasolini si è disinnamorato dei suoi amati (tutti abbiamo l’intrinseco difetto di crescere) così, per certi aspetti anch’io.  Il fatto è, che prima o poi diventano adulti e quindi (sessualmente) non più vaghi e/o vaganti. Di conseguenza si allontanano. Tanto più, se, volenti o nolenti, siamo stati delle navi scuola. E’ nella norma della vita far si che ognuno prosegua nella sua strada: etero o homo che sia. La vita bada più al percorso che alle stazioni di sosta.

manofronte

Ragione nella Fede e Fiducia nella Ragione.

Le lettere dei primi tempi (comunque, di anni) sono lunghe come l’anno della fame. Potre tentare di ridurle, ma come separare un taglio da un’amputazione? L’ho intervallata.

pagine

Il Corpo è Natura (contenitore) della Cultura (contenuti) della vita secondo la forza del suo Spirito: Natura della Cultura della forza dell’Acqua (spirito dell’Essere e sua essenza) che si travasa nella realtà che principia: la vita nei multiformi ed infiniti aspetti. La Natura, più sente il bene e, tanto più, proiettando la forza della sua vita (il suo spirito) si protende verso un principio di vita sempre maggiore: il Bene. La Natura che attraverso il senso del suo bene eleva la sua Cultura al Principio (il Bene) non può non essere il principio della morale culturale propria dello stato naturale. Tuttavia (in ragione dell’unitaria corrispondenza fra gli stati) siccome la Natura sente ciò che la sua Cultura sa (come la Cultura sa ciò che la sua Natura sente) allora il Principio della morale naturale non può non essere anche il Principio della morale culturale. Al Principio del bene nella Natura, quindi, non può non corrispondere che quello del Vero nella Cultura. Siccome il rapporto di corrispondenza fra il Bene nella Natura ed il Vero della Cultura è vita e, la vita, è data dalla forza dello Spirito, allora, la morale naturale – culturale non può non essere anche spirituale, cioè, secondo Spirito. Siccome lo Spirito che si origina dalla corrispondenza fra il Bene ed il Vero non può non essere Giusto, ne consegue che la Giustizia è la morale della Natura della Cultura della vita secondo Spirito. Il Principio del bene, secondo quanto è vero alla Sua cultura e giusto alla sua forza, ha originato la vita. Allora, la morale naturale, culturale e spirituale della forza dello Spirito della Natura della Cultura del Principio della vita, è la vita. La morale della vita del Principio (la vita secondo la forza dello Spirito) è principio che non si ultima se non ultimando il suo stesso principio, cioè, la stessa vita.

pagine

Se il Principio ultimasse la sua vita, avendo in se la fine non sarebbe principio; ne consegue che il Principio della Vita “è”. Mi si potrà obiettare che potrebbe anche non esserci un Principio divino ma il solo naturale. Ben vero. Credere nel Principio naturale della vita, dato il principiato, è più che ovvio, ma, dato il principiato, credere nel Principio divino della vita, è un’ovvietà data solamente dalla Fede. La Fede è elevazione della Fiducia. Tanto più si ha fiducia nella vita e tanto più la si ama. Tanto più la si ama e tanto più ci ama. Tanto più la si ama e tanto più ci ama e tanto più questo amore ci eleva verso il supremo principio: l’Amore. In tutti gli stati della vita (umana, sovrumana, quanto divina) l’Amore è Comunione. La comunione è l’Alleanza che permette la vita: amore fra i suoi stati. Paragonando l’ascensione spirituale ad una scalata, direi che come si sale su una cima solamente avendo dei buoni polmoni naturali, così si può salire dal principio naturale della vita a quello divino se si hanno dei buoni polmoni culturali e spirituali. Fiat e Amen sono i polmoni culturali e spirituali della vita. Il primo è quello della volontà di vita (accoglienza del fiato della Vita nella nostra) ed il secondo, quello della remissione del Suo fiato (spirito e forza) secondo il fiato (la volontà di vita) dello spirito della nostra forza. Perché principio alla vita, (fiat) nel primo momento la Vita ci determina. Perché remissione di vita, (amen) nel secondo momento la Vita ci accoglie per poter determinare la vita secondo il Suo principio: vita.

pagine

La fiducia è amore verso la vita secondo il principio del bene detto dalla Natura. Secondo il principio del Bene detto dalla Cultura, la fiducia è Fede quando è amore verso la Vita. Tanto più la fede verso la vita è certa perché nella fiducia ama e per fiducia è amata dalla Vita e, tanto più la condizione di quella fede eleva al Principio. E’ una fiducia (la fede che si eleva al Principio) che per quante parole si usino non si riuscirà mai a comunicarla secondo Cultura. Non ci si riuscirà mai, perchè, per quanto la Cultura possa dirla, solo la Natura la può sentire e, dunque, sapere. Nessun titolo ma, solo questa soggettività, è ciò che rende eletto, perchè proprio, il rapporto fra la vita e il Principio. L’elezione collettiva (quella di un popolo) è data dalla comune Cultura della vita religiosa verso la quale esso si volge. Se si volge verso il Bene, certamente è collettivamente eletto tanto quanto vi si volge. Nel sentirla collettivamente, in ragione dello stato qualitativo, certamente vi è il quantitativo massimo di una Cultura religiosa, ma, questo tipo di elettività, tanto può dare collettiva spiritualità quanto può dare collettiva vanagloria. Il principio della Vita è vita: essendolo, è vita in tutte le direzioni ed è la vita di (ed in) tutte le forme. Allora, la gloria religiosa è del Popolo e/o dell’Individuo che segue il Principio della Vita: vita in tutto ciò che ha originato, vuoi di simile, vuoi di alterno e/o di altro. La vanagloria religiosa, invece, è del Popolo e/o dell’Individuo che, pensando eletta solamente la vita che segue la sua stessa Cultura, ne fa questione di vanto, di potere, e di crociata per innumerevoli forme. La dove il Popolo o l’Individuo non segue il principio della Vita (dare vita in tutte le direzioni ed in tutte le forme) non è spiritualmente eletto tanto quanto si dissocia. Un Popolo (e/o un Individuo) si dissocia dalla vita sino al suo Principio, tanto quanto (per sé o contro altro da sé) a se associa il dolore: male naturale e spirituale da errore culturale.

pagine

Chi (Individuo o Popolo) eleva la propria Cultura a Principio della vita di altra, compie una spirituale coercizione (ma al punto sarebbe meglio dirlo spiritica) ogni qual volta (separando una vita dalla sua Cultura) ne origina il corrispondente dolore. E’ in overdose di se, l’Individuo e/o il Popolo che, secondo l’idea che ha del suo Principio, determina la vita altra. Supporre che quell’esaltazione non possa non avere che origine divina tanto può essere intensa, significa che si può anche non tenere in debito conto le esaltanti possibilità dell’io quando, per ciò che sa o crede, eleva il suo spirito a quello Sovrannaturale. Pur avendo vita dallo Spirito e, dunque, facoltà di forza, la vita sovrannaturale non necessariamente significa divina, in quanto, non tutta la vita di quello stato corrisponde con quel Principio. Ci vuole un attimo per cadere nell’errore di confondere ciò che è dell’Io umano o soprannaturale dall’Io divino ma ci vuole anche un attimo per annullare quell’errore: infatti, nell’elevazione spirituale (diversamente dall’elevazione di origine spiritica umana quanto sovrumana che è sempre esaltazione) lo stato della pace verifica l’errore. La pace è un’estasi. L’estasi è corrispondente allo stato che l’origina: così, vi è l’estasi naturale e culturale. Se l’estasi è data dalla corrispondenza dell’insieme degli stati della vita e, con la propria, l’altra sino a comprendere la Vita, allora, secondo lo stato di quello stato di alleanza, l’estasi è spirituale.

pagine

L’estasi umana che proviene dalla spirituale comprensione della vita del Principio divino è certamente elevata ed elevante, ma, per quanto elevata, quella comprensione, l’estasi che pure innalza l’umano, comunque non lo eleva oltre il suo stato culturale. Non lo eleva oltre, perché lo stato che pure la sente al disopra della sua Natura, non per questo la sa al disopra della sua Cultura. Non la sa al di sopra della sua Cultura perché la Natura àncora la sua Cultura alla realtà dello stato di appartenenza (secondo il caso, umana o sovrumana) dello spirito elevato dalla conoscenza. Ciò che non si sa al di sopra della nostra Cultura, lo si sa perchè lo si sente secondo Natura. Lo si sa perché lo si sente quando concediamo alla Natura della Cultura della Vita, la volontà di determinare la Natura della Cultura della nostra. Per quella concessione, tanto quanto si determina di essere diretti secondo il Principio della Vita (vita in tutti gli stati della vita) e tanto quanto la nostra è in pace. La pace di origine divina, dunque, è sentita nell’acquiescenza spirituale (remissione verso la Vita della forza della nostra) della determinazione naturale (forza del sentire), culturale (forza del sapere) e, spirituale (forza della vita) che accetta di accogliere l’Infinito nella sua. Siccome nella pace che segue alla remissione della vita alla Vita non vi può essere dissidi, ecco che la pace divina è quell’emozione spirituale che per essere non può non subentrare che all’annullamento, per delega verso la Vita, della volontà di determinare la nostra. Tanto più la determinazione della volontà viene annullata perchè delegata al Principio della Vita (la vita) e tanto più divina, perché universale, è la pace che subentra nel nostro spirito. In presenza di esaltazione, allora, o è personale la forza esaltante o è di inconoscibile identità.

pagine

La Vita tutto comprende fuorché il dolore. Sia nel Particolare (e fra particolari) che verso l’Universale, il dolore è ingiustizia verso la vita perchè è sempre e comunque male da errore. Sia la remissione che l’esaltazione della vita propria che dell’esaltazione della propria su altra, quando originano dolore, non possono essere giuste; se non possono essere giuste, allora, non possono neanche essere vere. Nella ricerca del Principio della Vita, sono guida le parole: “ognuno fa (e/o da) quello che può.” Ognuno fa (e/o da) quello che può, non perchè la Vita limiti (la Vita non può limitare se non condizionando il Suo principio, la vita) ma perchè è giusto che non possa fare o dare più di ciò che può: è giusto perchè dare o fare più di ciò che si può pone in afflizione, ed essendo l’afflizione un non bene, allora è errore tanto quanto è dolore. In ragione del nostro stato di vita e, secondo lo stato del nostro stato di vita, tutti siamo capaci di comprendere l’Infinito. L’Infinito non ha punto di principio (se lo avesse non sarebbe infinito) pertanto, l’Infinito “è”. Per iniziare a comprendere l’Infinito si può partire da un qualsiasi suo punto, ad esempio, l’Io. Ammesso l’Io come principio di conoscenza, ad esso si somma tutto ciò che si sente e si sa. Al termine di questa addizione, si sa sull’Infinito, quanto siamo in grado di comprenderlo in ragione di quanto si sente e di quanto si sa. Tanto più la Persona sarà in grado (anche perchè messa in grado) di sommare le informazioni di sentire e di sapere e tanto più amplierà la sua conoscenza e, dunque, anche il suo stato di infinito nell’Infinito. Accolto l’Infinito perchè accolto quanto sentiamo e sappiamo circa il nostro stato di infinito, allora si può dire che si è nell’Io del Principio (e, dunque, nell’estasi che ci coglie) tanto quanto siamo in grado di conoscere la vita. Credere nell’Infinito, non necessariamente ha bisogno di una Cultura religiosa, tuttavia, il suo Principio ha bisogno di fede nella Sua vita.

pagine

Dato il rapporto di corrispondenza fra la Somiglianza e l’Immagine, ciò che appartiene al particolare (la condizione trinitario – unitaria degli stati della Persona) necessariamente, appartiene anche all’Universale. Allora, è fede verso il Principio, universale perchè infinito, la certezza dello stato trinitario – unitario della Persona: Natura (il bene) della sua Cultura (il vero) secondo la forza dello Spirito (vita del Giusto dal Bene che proviene dal Vero) che l’ha principiato. Quando si sa la vita del Principio (ovviamente, in ragione di quanto si può) e, tanto quanto (per accoglienza) la si sente universale nella nostra, allora, non vi è alcun mistero sull’esistenza del principio dell’Essere (divino perchè supremo) in quanto, a quel punto, la fede muta la certezza per speranza in certezza per sapienza. Sentire l’Universale nel particolare non significa che quel sapere sia panteistico. Nelle cose animate secondo il loro stato di vita non vi è l’identità di Dio ma ciò che può perché sa. Sentendo la Natura di questa vita (il bene) si inizia a capire (perché sentire) l’Universale Natura della Vita: il Bene. Chiaramente, ne la si sentirà e ne la si capirà per assoluti (che di assoluto vi è il solo Principio) ma la si capirà così com’è sia la vita umana che sovrumana, cioè, secondo stati di infiniti stati di corrispondenza fra vita e vita e fra vita e Vita. La morale della Vita (vita per ciò che è bene per la sua Natura, vero per la sua Cultura secondo quanto è giusto per il suo Spirito) è principio e meta. Lo è di principio e di meta sia verso la vita propria che verso quella sociale; per elevazione di principi lo è della spirituale. Se la meta spirituale che questo stato di vita si propone è la vita del Principio, allora, data la nostra vita, principio e meta è il Bene della Natura, per il Vero della Cultura, secondo quanto è Giusto allo Spirito: forza della vita della Natura della Cultura della vita del Principio do ogni vita.

pagine

Da ciò che mi comunica attraverso i suoi scritti mi è sempre parso di capire che Lei senta la guida che la lega alla terra (il filo della vita dato dalla Cultura della Natura) troppo corto per la sua voglia di cielo. Non è vero che il filo è corto. Ci risulta corto perché cerchiamo anche fuori e/o sopra di noi, ciò che, primariamente, è dentro di noi. Se ciò che è dell’Immagine non può non essere della Somiglianza, allora, se lo stato di forza dello Spirito è l’immagine spirituale dell’identità della Vita, dato ad ognuno il proprio stato e secondo lo stato del proprio stato, la forza del nostro spirito è l’identità spirituale della nostra vita. Siccome lo Spirito è forza, necessariamente, la forza della vita (lo Spirito) guida la vita (rapporto di corrispondenza fra Natura, Cultura) secondo stati di forza: naturali, culturali e spirituali. Quegli stati sono: l’esaltazione, (emozioni in eccesso) la depressione (emozioni in difetto) e la pace: emozioni di quiete per assenza del dissidio. Gli stati della forza di spirito (le sue emozioni) sono il verbo dello Spirito presso il nostro. Lei mi dirà che tre parole non sono poi molte. In effetti pare così, se solo pensa a quanti stati di vita ci possono essere in quelle tre parole, converrà che il vocabolario dello Spirito è infinito.

pagine

L’esaltazione è ingiustizia verso la Cultura; a causa di quell’eccesso di vitalità, il sapere non corrisponde al sentire. La depressione è ingiustizia verso la Natura; a causa di quel difetto di vitalità, il sentire non corrisponde al sapere. La pace è giustizia verso la vita, perché, nella pace, la vita data dalla forza del suo spirito “è ciò che è”: Natura che sente (e dunque sa) ciò che la sua Cultura sa e dunque sente. Dove per la giustizia data dalla pace cessano i dissidi, allora, il bene (la Natura) corrisponde al vero (la Cultura) per quanto è giusto allo Spirito. Se cerchiamo la vita ascoltando la forza del nostro spirito in quello che si è per ciò che si sente in quello che si sa, il che significa in pace, spiritualmente parlando il filo della vita non è ne lungo e ne corto, ma, giusto. In genere, se viviamo il filo come lungo, o è perché la Natura si esalta sulla Cultura (tipico della giovinezza) o è perché la Natura deprime la Cultura: tipico della vecchiaia. In effetti, sia ai giovani che hai vecchi (almeno presso i dolenti che gli altri tutt’al più lo sperano) la vita sembra non finire mai. Negli uni per il peso culturale corrispondente all’età, negli altri per il peso naturale corrispondente all’età. L’età che vive il proprio filo come forte è esaltata dalla forza (dallo spirito) della vitalità naturale. L’età che vive il proprio filo come debole è depressa nella forza (nello spirito) della vitalità culturale. L’esaltazione e la depressione sono patologie da disordine nei rapporti fra gli stati della vita: Natura, Cultura e Spirito. L’esaltazione o la depressione quando fissano di se lo stato di una vita (o la sua totalità) ne ammalano la forza: lo Spirito.

pagine

Quanto per conoscere sanno sentire come per sentire sanno conoscere, il rapporto di vita fra gli stati di Natura, Cultura e Spirito, per essere giusto non può non essere mediato. Siccome la forza dello Spirito è ciò che da vita ma la vita e data dalla corrispondenza fra Natura e Cultura di tutti ed in tutti gli stati della vita, allora, lo Spirito, è il mediato mediatore degli stati della vita. Considerato che la mediazione fra gli stati della vita è la corrispondenza che ordina la vita, allora, l’ordine concesso dal rapporto della forza di spirito che si origina dalla corrispondenza fra gli stati della vita non può non essere norma di vita e, dunque, Norma della vita sino dal Principio. La forza della Cultura della Natura della vita, il bene, è guidata dalla Natura della Cultura della Vita: il Bene. Se lo stato di una vita è nel bene per quanto è vero alla giustizia del suo spirito, allora la sua vita (il suo filo) non può essere ne forte (esaltato) e ne debole (depresso) ma, come dicevo innanzi, in pace perché di ordinata corrispondenza, e dunque, giusto. La Natura, attraverso gli stati della sua forza di spirito, sente sempre (e dunque sa) ciò che la sua Cultura non sa, perché non sempre sa ciò che sente. La Cultura sa ciò che la sua Natura sente, quando vi è coscienza di quel sapere, ma, la Cultura è cosciente di un dato sapere solamente se il naturale sistema del sentire (i sensi) gli conformano il culturale sistema del sapere: il senso. Dove fra il sistema del sentire (i sensi) e quello del sapere (il senso) vi è separazione, allora, tanto quanto vi è separazione fra i sensi ed il senso, non vi è vita tanto quanto la Cultura non sa ciò che la sua Natura sente.

pagine

Diversamente dalla Cultura (ciò che si sa) che deprivata dai sensi non sente ciò che sa, la Natura (ciò che vive ed è secondo la sua forza) sente sempre (e dunque sa) perché, anche se di per se non ha proprietà di concetto, tuttavia ha il senso dei suoi sensi. Di fatto, se ad una Natura (per Natura intendo il corpo della vita comunque formata) si provoca una qualsiasi pressione in una qualsiasi sua parte, certamente, essa può anche non saperne definire la causa, ma, in ogni caso la sa perché la sente. Se la Natura sa, anche oltre la Cultura, non la Cultura può essere l’avvio di ricerca del Principio della Vita, ma, la Natura: il bene della vita particolare dato dal Bene della Vita universale. Nel sentire il bene nella nostra Natura, tanto quanto la forza del nostro spirito sta bene perché è diretta al Bene e, tanto quanto siamo in grado di capire se la via (Natura) della nostra vita (Cultura) è giusta nella direzione verso il Principio del Bene: Natura della Cultura della Vita per la forza dello Spirito. Naturalmente siamo in grado di capirlo, in ragione di quanto sappiamo elevare la nostra fede perché sappiamo liberare la nostra ragione da ciò che esalta o deprime il nostro spirito. Per sentire e dunque sapere la nostra vita è necessario che fra i suoi stati (Natura, Cultura e Spirito) vi sia corrispondenza di vita. Per giungere alla corrispondenza di vita è necessario che tutti gli stati della vita abbiano la stessa forza di spirito, cioè, la stessa vita. Lo Spirito, sia nel divino che nell’umano, che media gli stati della vita per dare a tutti la stessa forza, (la vita) non può non essere Paraclito. Tornare a sentire la Natura della nostra vita è tornare a sentire la Natura della Vita.

pagine

Tornare a sapere la Cultura della vita è tornare a sapere la Cultura del Principio. Tornare a sentire la nostra forza è tornare a sentire la forza della Vita: lo Spirito. Rientrare in stati di vita antecedenti (antecedenti perché la Natura è prima della Cultura) è come tornare bambini: vita naturale prima della culturale. Tornare naturalmente e culturalmente bambini, significa delegare la Cultura della vita che ci fa vivere al padre naturale che ci ha originati. Tornare spiritualmente bambini, invece, è delegare la Cultura della vita che ci fa vivere, al Padre della vita spirituale che ha originato la nostra. In genere, la Cultura della nostra Natura di “grandi” teme di tornare al Principio della Vita: il Padre. Lo teme perché, nel farlo, rivela la pur indispensabile transitorietà. Ciò che teme la Natura della nostra vita, confortata dalla forza dello Spirito che proviene dalla conoscenza dell’infinito Principio della vita (la Vita) non dovrebbe temere la forza della nostra Cultura. Nel confidare nella Cultura del Padre (il Principio della Vita) quando si è deboli perché piccoli (ed in questo senso, fanciulli sia da bambini che da adulti) vi è l’essenza della morale naturale, mentre, nel farlo quando si è “grandi” vi è l’essenza morale della vita naturale, culturale e spirituale. Convengo con Lei, che tornare bambini da grandi sia tutt’altro che semplice (per me non lo è stato affatto come non lo è restarci) ma pur vedendo tante scelte, non vedo altra strada.

manofronte

Destra? Sinistra? Fraglie

frontepostLa Destra e la Sinistra non si rendono conto (ancora dopo un centinaio di anni) di essere dei ventri imbecilli. La Destra che è stata, infatti, ha offerto pancia per la crescita della Sinistra che è stata, e la Sinistra che è stata, ora sta offrendo pancia alla Destra che è. A sua volta, la Destra che è, sta offrendo pancia alla Sinistra che sarà. E, poi, tragicamente ridicola una loro fondante convinzione: il figlio è proprio perché proprio il potere politicamente fecondante. La vita dimostra, invece, che anche alla cultura politicamente più certa, nascono figli meticci. Perché? L’Arbasino direbbe: perché c’è di mezzo la vita, signora Marchesa! Secondo me, invece, perché solo la vita conosce i dadi. La nostra, gli fa da bicchiere.

manofronte

Questo marchietto nasconde una qualche spiritica diavoleria?

frontepostA me capita sempre una sola diavoleria: capisco solo dopo quello che ho scritto e/o fatto prima. Non per questo sto come corpo morto sta. Per aver conoscenza, infatti, basta solo che mi chieda perché; e i perché arrivano.

triangnpic

Rispetto al triangolo che adopero per dare forma trinitario unitaria ai miei argomenti, questo è rovescio. Per come la vedo, è rovescio perché si rovescia la vita quando agisce per rovesci principi. La vita che vive secondo rovesci principi è destinata a vivere nel buio, perché, simbolicamente parlando, è buia la coscienza priva del lume della conoscenza. E’ un buio che può giungere (per negazione della luce) anche sino al nero. Ammesso che possa consolare e/o tanto o poco giustificare, tranquilli: è capitato anche a quelli che diciamo santi, perché nel buio non ci sono rimasti. Vista, sul marchio, la prevalenza del nero, ne dobbiamo ricavare che i gironi della vita sono tutti così oscuri? Ricaverei quest’ipotesi se il marchietto fosse totalmente nero, ma così non è. Nella parte più bassa del triangolo, infatti, sta emergendo un’alba. Perchè nella parte più bassa e non prima che lo spazio (i giorni) certamente non manca? Mi sono risposto: perché l’alba emerge dal basso. Per ulteriore ipotesi: perché ci può essere alba anche nel nero più basso. Non da oggi si è detto sui simboli di rinascita indicati dall’alba, quindi, aggiungerò (solo se sfuggito ad altri autori) che ogni genere di alba è apportatrice di speranza e di letizia. Alla facciaccia del nero più nero!

Ho tratto il marchietto da questa immagine.

albasunero

ps. di qualche giorno dopo.

Non trovavo nulla da eccepire sui significati tratti da un marchietto ricavato un po’ per caso. Tanto è vero che l’avevo messo in quasi tutte le pagine. Perché, nonostante la conferma del vero opinato, l’ho tolto? L’ho tolto, perché alla mia sensibilità, quel vero diceva il suo giusto a voce troppo alta. E’ un’immagine di carattere, infatti. Non che lo stato di quel carattere la renda tematicamente sbagliata, tuttavia la rende imperativa,  anche quando non intende farlo e/o esserlo. Volente o nolente che sia, la tendenza al bene servito dall’imperio è il diavoletto che è riuscito ha portar fuori stada non poche santità.  Chiaro è, che non lo so perché brancolo e/o brancolato da sante parti. Lo so, invece, perché (non sempre mio malgrado) ho frequentato certi pollai; perché ho brancolato con certi polli.

manofronte

Ogni tanto mi capita di citare l’Eulalia Torricelli da Forlì.

frontepost

Devo all’Avvocato Marinelli di Este, il ricordo del personaggio di questa canzone.  La cantava spesso. Persona vitale ed estroverso, quell’Avvocato. Solo negli anni a seguire ho capito che gli ricordava la sua Giovinezza di (in tempi tranquilli) tranquillamente fascista. In altri tempi non so. Molto probabilmente, gli ricordava anche l’amore nei Casini.
Chissà se è stato un abbandonante Giosuè, il Marinelli. O se (qui lo vedo meglio) abbia amato un’abbandonata da un Giosuè. A suo modo, doveva esser stato un romantico il Marinelli. Assieme a Silvano (segretario altrettanto vitale, estroverso e politicamente affine) ho trascorso nell’anticamera del suo studio, giorni e giorni di perso con tetto precario a copertura di vaghe leggi. Il Marinelli è mancato da decenni, ma ricordo ancora la sua figura. Neanche l’avessi visto ieri! Come fosse ieri, ricordo anche il Silvano, dell’avvocato segretario – impiegato.
Alla donna, capita ancora di trovare un De Rossi?

manofronte

A proposito della madre “esorcista” di Verona

frontepostAmmesso che Satana ne abbia veramente la facoltà (dei poveri diavoli non crediamo) dobbiamo anche ammettere che possa essere sia così potente da far credere agli esorcisti (e alle madri da esorcizzare) quello che gli fa più comodo. Così (siccome è il Falso per antonomasia) far intendere riuscito l’esorcismo (come non riuscito) dove, invece, sta attuando, immagino sornione, una sorta di intenzionale patteggiamento fra i contendenti in gioco nel campo del violato/a nell’animo. Ammessa l’ipotesi, se ne può ricavare che ogni partita fra Diavolo e Esorcista finisce (si fa per dire) pari e patta. A pari perché in quei casi non esiste vincitore, e a patta, perché, non potendo diversamente, le parti ne convengono. Da somma falsità che è, il diavolo si serve di vie traverse. A causa di quelle vie, non è da escludere del tutto un’ulteriore ipotesi: il diavolo si serve dell’animo di chi vincola, per vincolare (tanto o poco, cosciente o meno) l’animo dell’esorcista. Ammessa l’ipotesi, si può separarli in un solo modo: acqua santa per tutti!
ps. A quanto mi risulta vi è Spirito a favore della vita (lo diciamo Santo) e Spirito contrario alla vita: lo diciamo Satana. La vera identità, però, consiste nello stato della rispettiva forza. Della rispettiva forza, nessuna è in grado di sapere veramente, pertanto, nessuno può nominare. Citando Giulietta, al punto giunto, chiedo e mi chiedo: cos’è una mano? E se si chiamasse diversamente, sarebbe meno mano? Raccolto il guanto, vale anche in questo caso il “non nominare invano”, oppure fa comodo nominare, perché (nessuno escludendo) vanità, tutto giova alla vanità? E se nominare senza veramente sapere è sbagliato quando diamo del cretino, perché dovrebbe essere giusto quando diamo (ad esempio) del buono?

manofronte

“Amore fra i ruderi”: così in Basso, così in Alto?

frontepostLa storiella è di qualche tempo fa, ma ho sentito solo stamattina il bisogno di scriverla. Sarà anche perché solo stamattina l’ho capita. All’età che mi ritrovo, non del tutto per caso, la sessualità in pratico è emozionalmente scemata. Solo di molto tanto in tanto l’agisco autarchicamente, più che altro come raffreddatrice dello spirito quando lo riscontro un po’ nervoso. Fatto sta che una sera mi opero così, e poi mi addormento. Stavo nel sonno fra il si e il no, quando nella mente sento un brontolio di voci: maschili e femminili. Stanno dicendo che sono contrari a quel medicante piacere. Vanno avanti per un po. Su di quella solfa, (o non so se da quella) ad un certo punto emerge una voce di donna: un tantinello incazzata. Tacita lo schiamazzo delle altre voci dicendo: insomma! Se è fatto così! Al che, mi sveglio. Morale della storia: se da una voce della vita nello stato degli Alti, “i fatti così” vengono giustificati quando non recano errore e né dolore nella vita altrui come nella propria, nei Bassi di questo stato della vita, cosa legittima il giudizio quando è brontolante? Se fra i Bassi c’è la voglia di imperio, così è anche fra gli Alti? E se fra i Bassi c’è bisogno di Destra e di Sinistra, così fra gli Alti: anche lì minoritaria ma non per questo, non tacitata?

manofronte

Prima di postare dovrei contare almeno sino al 100!

frontepostA proposito del post

“Chi giudica chi nel Giudizio Universale del Michelangelo”

questa mattina mi sono accorto di un possibile scivolone. Diversamente da quanto pensato, alla destra del Cristo, ma scostato verso il basso (a livello simbolico molto rivelatrice quella scelta) il Michelangelo c’è.

giudiziocs

Lo vedo nella figura maschile che par opporsi a quella vecchia che si ritrova di fronte; vecchia, che rispetto a Cristo vuol saperne, leggi alla mano, “un piatto più della minestra”.  La presenza del Michelangelo è accompagnata dalla figura di un giovane (il possibile e storico amante?) il papa committente (penso) e da una figura maschile che si cela – (si ritrae, si difende?) ponendosi dietro la testa del giovane.  Si difende da un malevole giudizio? Non so, però, m’ha dato da pensare questo: il Michelangelo potrebbe aver dipinto una “velata”. Indipendentemente dagli infiniti perché, nel mondo in Lgbt si dicono “velate” le omosessualità che ci sono e non ci sono anche se molto fanno.

manofronte

Caro Mauro: ho visto la tua lettera ieri sera.

frontepostDomani mattina ti rispondo, mi sono detto, ma questa mattina mi sono svegliato con un irrimandabile dovere: pulire dei vetri della casa. Avrei mandato a fanculo quel dovere più che volentieri ma oggi, con il compito di applicare dei pannelli protettivi sui vetri, mi viene uno sciagurato: veronese si direbbe. Deve avere, invece, delle ascendenze arabe perché per via del senso del tempo e degli orari, è tale e quale. Ho finito adesso e sono senza fiato. Mi sto domandando, da un lato incuriosito e dall’altro preoccupato, come cavolo farai tu con una casa da 700 metri, in via di ristrutturazione come non bastasse. A proposito di Ramadam, speravo proprio che il piccolo se ne andasse a casa per un periodo, invece, non ci pensa proprio! Neanche un naufrago è attaccato a una tavola come questo qui è attaccato al lavoro, e, sto pensando, anche a me, per scopi che non riesco a più trovare, e che in quelli che trovo, non di bastante significato, o guadagno.  Del guadagno escludi l’economico. Per quello, un po’ alla volta gli ho limato tutte le unghie. Rimangono, quindi, solo di quelli variamente affettivi, ma sono ipotesi, che a fronte di alcun confronto, stanno in piedi, direi, forse perché me le faccio e me le dico. Fatto sta, che una decina di giorni fa gli consiglio che per ridurre le sue spese, al suo posto avrei messo un letto nel garage della casa dove ha la residenza (e dove abita, si fa per dire visto che è sempre qui da me) con il fratello e un coinquilino. Non ti dico la bufera! “Me lo dici perché sei stufo, e vuoi mandami via!” In effetti, non è prevalente, nè una cosa, nè l’altra: prevalente, in me, è il bisogno di capire perché continua una relazione non chiara nei suoi scopi. Diversamente, è chiara nei miei, e consiste nel prendere atto, che degli scopi iniziali, è rimasto così poco, che nel farne anche farne a meno, non ci vedrei lutto di sorta se non nella cessazione di amorose abitudini, o nel ripristino della mia solitudine. Solitudine, però, non intesa nel senso di mancati corrispondenti, ma nel solo senso di mancante compagnia.
Se della prima mancanza mi sono fatto una stabile ragione, della seconda una variabile necessità: in genere, legata più a blandi residui sessuali. Nonostante questa chiarezza, comunque rimango vincolato, al contratto matrimoniale che ci dice uniti nel bene e nel male; e in questo contratto, sia pure non scritto, la riconoscenza, è di maggior colla. Si, per quella colla, tutti i miei rapporti sono proseguiti anche oltre ragione, e questo, è solo l’ultimo caso, almeno in senso cronologico. La situazione che sto vivendo, di certo non mi impedisce le decisioni. Mi impedisce, però, di dire quanto posso attuarle. Visto che ha la macchina, stavo pensando di venire, almeno per un fine settimana. Guaio è, che lavora anche al sabato, e se necessario ai campi, anche una mezza giornata della domenica. Si, a questo punto, mi manca solo il chador, come non mi manca il titolo di prima moglie. Tempo fa, infatti, m’ha detto che sono sempre il primo. Il che vuol dire che ha trovato una seconda, non più giovane, ma certamente nuova. Quando succede, la prima lo sa sempre. A proposito di conoscenza. A suo tempo ti sei chiesto se veramente ero un omosessuale. Come amante di simili, direi di si. Perché i simili? Mi sono risposto: perché ho amato come la Cesira m’ha insegnato l’amore, e siccome era un amore adottivo, è stata la sessualità che ha formato la mia identità, o l’ha formata l’amore adottivo, al punto da diventare sessualità? E, perché, non ho mai “adottato” la donna come amore adottivo? Direi, perché la Cesira ha adottato il bambino, che ho visto in quelli che, per quel genere di amore, ho a mia volta adottato. Da tutta la faccenda, se ne può ricavare che, l’amore, (qualsiasi genere di amore) altro non è che la proiezione (nell’altro/a) della qualità dell’amore di sé? A questo amletico pateracchio, (tutto da rivedere) aggiungo i miei saluti e vado a mangiare. Ciao

manofronte

Chi giudica chi nel Giudizio Universale del Michelangelo?

frontepostSu quell’arte, sostengo questa parte.

Mi domando per quale consiglio, la notte mi faccia elaborare il Giudizio del Michelangelo onde farne il fronte del Blog.

giudiziocs

Sa bene (la notte) che per via di grafica non ho capacità e neanche adeguati strumenti, ma siccome insiste, ci provo. Mi ritrovo così (alle due e passa) a guardare l’opera con gli occhi del bambino che sono: ignorante a sprazzi nel caso di veduta su bicchiere mezzo pieno, o di conoscenza a sprazzi nel caso di veduta su bicchiere mezzo vuoto. Non entro nel merito delle decine di storie che il Michelangelo racconta, vuoi come cornice alla principale, vuoi per riempire il non poco spazio, vuoi perché non poca la sua conoscenza. Ammesse poi delle mie intuitive capacità, comunque non ho la corrispondente cultura. Lungo quella strada, mi ritroverei, così, anitra zoppa. Fra i motivi detti (incorniciatura e riempimento) la necessità di dover dare al papato quanto si aspetta. Tutto si aspettava il papato dell’epoca, come tutto si aspetta il papato di adesso, fuorché la vittoria del Pirro che constata un rovescio d’intenti. Il Michelangelo, infatti, gli sta facendo passare sotto il naso il vero soggetto del Giudizio: i buoni. Il Pirro che cito non crede a quanto sospetto: i tempi diranno. Odierna o precedente che sia, la critica è allineata sulla più ovvia delle letture: quella del Giudizio ultimo e irrevocabile sui peccatori. Per come la vedo, non ci sarà alcun giudizio ultimo e irrevocabili, ma non è questo che voglio sostenere. Voglio sostenere, invece, che nel Giudizio universale il Michelangelo travasò l’universale giudizio sull’Omosessualità che visse con non so quanta felicità, sia nel caso di bicchiere mezzo vuoto (che è quella amara) sia nel caso di bicchiere mezzo pieno che è quella di chi lascia andare la barca come va, dove va, e sino a che va. Penso che neanche la grandezza dell’uomo pienamente in Arte che è stato il Michelangelo (ovvio che lo è ancora) l’abbia esentato dal giudizio maligno dei chicchessia.
Su quella parete, li vedo, i chicchessia: esagitati da qualche disperazione quelli che ha messo alla destra di un Cristo biblico più che evangelico. Vero è che per i lupi sotto vello da pecora, tutti gli esagitati da qualche disperazione sono, pressoché ipso fatto dei peccatori destinati a infausto giudizio. Tutto considerato, clemente quando emesso da misericordiosi, o senza ma e senza se, se emesso dai giusti; giusti, più che per altro perché pietrificati da una fede senza dubbi; incoscienti, la fede si pietrifica quando è senza occhi. Penso che l’animo umano che aspira al potere di vita su vita (potere importante o infimo che sia) sia lo stesso in tutti i tempi e in tutte le culture. Il giudizio che si emette contro l’animo Omosessuale di adesso, quindi, non sia così diverso dal giudizio che si emetteva per i non omologati dei tempi passati: spero il meglio per quelli a venire. Era un giudizio certamente maggiorato rispetto ad adesso, perché certamente maggiore era la presa chiesastica e/o sociale. Più di adesso, infatti, quei due Principati, in combutta martirizzavano (e martirizzano) lo spirito dell’omosessuale. Giungeva (e giunge) a stritolargli lo spirito (quella presa) anche sino al punto da portarlo a irrimediabili desideri sucidari: succede anche adesso! Vedo alla sinistra del Cristo, i presi dal giudizio di chi si presume delegato al compito di tagliare le radici alla presunta gramigna, e vedo alla sua destra i dediti al taglio. Al proposito, il Michelangelo è stato molto chiaro: al Cristo, la faccenda non piace per niente!
La mia ipotesi (l’artistica identificazione fra la storia dell’Omosessualità, e la vita dell’artista omosessuale) sembrerebbe smentita da un non piccolo particolare: il Michelangelo non si è dipinto fra i tutelati dal Cristo. E’ anche vero, però, che nei giudizi di vasta estensione, non si dipinge la visione particolare: si dipinge quella di tutti i casi. I Vangeli lo confermano: oltre al Michelangelo e ad una infinità di poveri cristi, pure il Cristo subì il malevole giudizio che, sia pure per umana opera (almeno al momento) fermamente rigetta! Dove non lo dice il volto, lo dice bene il braccio! E’ talmente potente il rifiuto segnato da quel braccio, che se non vediamo che sta prendendo a calci in faccia i maldicenti, è solo perché il Michelangelo gliel’ha impedito! Sono facce generalmente vecchie quelle che stanno infastidendo il Cristo. Hanno bocche vocianti! In posizione ostile il corpo di quelli in primo piano, e con il dito puntato quelli dietro. Tutto considerato, più che un giudizio nel tribunale divino mi pare il giudizio su due gruppi forzatamente costretti a un consesso per unitarie finalità. Giusto per restare nella storia, penso fra guelfi e ghibellini. Giusto per restare nella nostra da cause perse, stesso tumulto succederebbe fra Interisti e Milanisti. Per ambo i casi (ironico il secondo) tentativo di pacificazione certamente lodevole, ma per niente riuscito, direi: ambedue i gruppi non smetteranno mai di litigare: per voglia di verità, dicono. Dei due gruppi, io non so chi siano i guefi o i ghibellini in ipotesi (immagine non pervenuta per gli sportivi) come non so chi veramente siano i buoni o i cattivi. Pur non sapendolo per cultura e/o per storia, comunque so, quello che il Cristo, (povero Michelangelo, indissolubilmente unito al Michelangelo povero cristo) ci fa chiaramente vedere: vade retro! Ammesso l’invito ad arretrare da qualsiasi cosa stiano avanzando e/o portato avanti quelli alla destra del Cristo, (penso al giudizio sul vissuto omosessuale, se è vero come è vero che anche la pittura batte dove l’animo duole) dove vedo accomunati la figura del Cristo con la figura dell’Artista?
Li vedo accomunati nel bisogno di una superiore giustizia: giustizia che a loro modo hanno, ambedue, divinamente dipinto. Sappiamo come l’ha portato a termine il Cristo evangelico. Il Michelangelo, invece, ci mostra che c’è l’aveva tanto in gola quel bisogno, che non è riuscito a trattenercelo pur operando nella Cappella Sistina! O forse è per quello l’ha rigettato proprio lì? Comunque sia il caso, constato che l’ha fatto con la potenza di un Dio capace di vindice Giudizio! Da secoli abbiamo sotto gli occhi quel grumo di sofferenza ma non ne cogliamo la visione; che sia perché i Giusti hanno smesso di vedere come vedono i bambini? Questa mattina mi sono accorto di un possibile scivolone. Diversamente da quanto pensato, alla destra del Cristo, ma scostato verso il basso (a livello simbolico molto rivelatrice quella scelta) il Michelangelo c’è. Lo vedo nella figura maschile che par opporsi a quella vecchia che si ritrova di fronte; vecchia, che rispetto a Cristo vuol saperne, leggi alla mano, “un piatto più della minestra”.  La presenza del Michelangelo è accompagnata dalla figura di un giovane (il possibile e storico amante?) il papa comittente (penso) e da una figura maschile che si cela – (si ritrae, si difende?) ponendosi dietro la testa del giovane.  Si difende da un malevole giudizio? Non so, però, m’ha dato da pensare questo: il Michelangelo potrebbe aver dipinto una “velata”. Indipendentemente dagli infiniti perché, nel mondo in Lgbt si dicono “velate” le omosessualità che ci sono e non ci sono anche se molto fanno.

manofronte

 

“Tutto il mondo ha bisogno di amicizia”

frontepostCitando il Saba, il B. ricorda che “tutto il mondo ha bisogno di amicizia”. Dicendola Alleanza, prima del Saba l’aveva ricordato anche lo Spirito biblico. Cos’è, infatti, l’amicizia, se non quel bisogno di unione che permette alla vita di procedere (non lacerata e non lacerando) verso un destino, certamente prefissato a livello naturale, non prefissato a livello culturale, e il più delle volte, inconsapevolmente vagito? Dell’amicizia si potrebbe dire che, dell’animo, è forza carnevalante. Fonte di elementare felicità, quindi; felicità che è la voglia di calore che ci portiamo dentro dalla prima fiamma nel petto, come dal primo falò nella grotta. Quale acceso per primo non si sa. Quale la prima scintilla, neanche. Non per ultimo è forza carnevalente perché o vale la carne o da valore alla carne. Dell’amicizia, ancora direi che è l’offerta di chi si propone come mela all’altrui morso. Sciocco, capro, o eunuco, chi opera perché tratturi amici non si cancellino? L’amicizia ci disegna come la luce disegna l’ombra: mai la stessa. Per questo c’è chi la vorrebbe fissa. Per questo c’è chi la teme. In quell’ombra c’è chi confida. Dell’amicizia si può dire che sa essere puttana. Nulla dice, infatti, sulla differenza fra verità e vanità. Preferisce tacere, e dove non può, mentire. Prima di non credergli più, l’ha fatto per amicizia ci diciamo: vorremmo … convinti.

manofronte

Su quale tempo poggia il piede Margherita?

frontepost

margheritaNoto due particolari: il piede della Margherita ha almeno un 46 come misura; non guarda chi la guarda. E’ lo sguardo di chi si vede dentro, (un’intima realtà e/o verità?) piuttosto di chi vede quanto contorna il vedente e/o il visionario; Se è vero che da un lato indica il cielo come referente di vita, è anche vero (per quanto mi appare) che attraverso Margherita il Carracci non mostra particolare deferenza verso un libro (il Libro?) che il mignolo, tiene sì aperto sul punto, ma con relativa convinzione, visto che la mano vi si appoggia rilassata. Sul capo la Margherita indossa tre corone: una di tessuto: una formata dai suoi capelli, e una d’oro con pietre preziose. Quella di tessuto dice, oltre che una necessità, una femminile vanità: è umano; quella formata dai capelli dice naturale la sovranità di quell’identità: Più complessa le lettura simbolica di quella d’oro. Non la direi dovuta a un nascente barocchismo: nel quadro non c’è nulla che lo fa pensare, e/o nulla che me lo faccia pensare. La corona d’oro è fermata_trattenuta dalla corona dei capelli. Se la d’oro simbolizza una sovranità ideologica intaccabile da elemento estraneo quella dei capelli dice che è fermata _trattenuta_contenuta (e similari) dall’elemento naturale della vita. Esperienza insegna, che l’animo mediatore fra ideale e reale non è mai assolutista e/o fanatico, tanto più, se (indipendentemente dagli scopi e/o dalle misure) tiene i piedi ben posati a terra, e/o su ciò che la vita naturale contiene a livello culturale_spirituale! Ammesse come verosimili l’insieme delle mie considerazioni, direi che la lezione che il Carracci ci fa dire da Margherita è questa, e che stiamo prendendo per un iniziale barocco, quello che a me pare la moderna spogliazione dell’estetica sacra nella santità e/o nei santi: un’ipotesi non esclude l’altra. Giusto per dirla tutta, più che un iniziale barocco, vedo un’Arcadia che ha fatto il suo tempo, ed è forse su quel tempo, che Margherita posa il piede.

manofronte

Lo spirito è giusto se vola nel cielo giusto.

frontepostPer cielo intendo l’area fra due intenzioni agenti: quella della Determinazione e quella dell’Accoglienza. Ora, sia di questo piano della vita come dell’ulteriore (cambiano i fattori ma non i risultati) ammettiamo che lo spazio giusto fra i due agenti sia 10. Data la misura, la Determinazione non è invasiva (come può esserlo agendo uno spazio di valore 7) e l’Accoglienza non remissiva come può esserlo agendo uno spazio di valore 3. Lo spazio giusto, quindi, lo dice la nostra remissività, tanto quanto non si sente variamente oppressa (ammettiamo il valore 5) e lo dice la nostra Determinazione tanto quanto non si sente variamente oppressiva perché agisce secondo la stessa misura. Visto che la vita è stato di infiniti stati di vita, così anche le misure fra gli agenti sono composte da infiniti stati di spirito. Viste le infinite misure del nostro spirito, quale la rotta certa? La rotta certa si stabilizza, tanto quanto lo spirito non è impedito da eccessi nella determinazione, o da eccessi passivi nell’accoglienza. Quando succede, si deve rivedere il pilota, e non per ultimo, ricordare che il volo è giusto, tanto quanto non ci distrae lo stato della pista (vecchia, nuova, alta, bassa, ecc. ecc) come neanche farci distrarre dalle condizioni atmosferiche dei sentimenti, perché perennemente mutevoli. In fine, giusto per non subire la pena di brutti atterraggi, raccomanderei di non porre distrazione fra il nostro sentire lo spirito, e il nostro pilotare lo spirito.

manofronte

Madre che non piglia la figlia, la sociale famiglia.

frontepostLa Famiglia che forma le famiglie è necessariamente fobica per le infinite questioni di potere che strutturano la sua sopravvivenza. Circolo vizioso vuole che le Fobie della Famiglia, siano il magistero che struttura le fobie dell’immagini alla Famiglia somiglianti. Ora, o la Famiglia (concetto culturale e psicologico, checchè se ne dica ancora intimamente tribale) ridiscute e pianifica le sue regole di potere, (per altro dire si normalizza secondo concetti di uguaglianza, non, di diversità) oppure continueremo a contare e raccontare morti: respirino o meno, per la Famiglia è irrilevante.

manofronte

Siamesi la Norma e la Società

frontepostA proposito di Norma, la metterei così. La Norma (insieme di regole pedagogicamente affluenti e defluenti) è una sorta di Giano bifronte. Dietro una fronte c’è la Norma sociale e dietro l’altra c’è quella personale. Ambedue formano la stessa mente. Nella sociale, è normale il normalizzato&normalizzante (diciamolo cittadino educato&educatore) che secondo infiniti stati di vita collabora (per Figura, Ruolo e Compito) all’accrescimento civile ed economico dello Stato. Per quella personale, invece, è normale chi, secondo infiniti stati di vita, è quello che è, e cioè, riconosciuta umanità in riconosciuta società. Secondo infiniti stati di vita, chi avversa queste norme (Principato, e/o Religione,e/o Società, e/o Cittadinanza, e/o Umanità) non è normale.

manofronte

Caro Francesco: visto che anche tu sei fra gli eretici…

… ti mando questo giro di pensieri.

pagine

Mi sei venuto in mente mentre stavo dando un senso panchinaro ad un ozio pomeridiano. Siccome non ho più nulla da dire come “per Damasco”, quando ozio scartabello (mentalmente) fra i già detti e i già scritti. Ho riaperto, così, la cartella “principi della vita”. Fra i principi, ho rivisto le figure che nel nostro piano della vita sono state principianti: li chiamiamo profeti. Come sappiamo tutti, è profeta chi reca la nuova parola. Quello che generalmente non sappiamo o meglio, non crediamo, è che tanto o poco, bene o male, tutti siamo capaci di nuova parola. Nessuno può dire con assoluta certezza che un profeta è più grande di un altro, o alla vita, più necessario di un altro: solo la vita è necessaria alla vita. La parola è l’emozione della vita che dice sé stessa. Nessuna vita dice la sua emozione allo stesso modo e intensità, quindi, nessuna vita può essere eguale a un altra. Al più, somigliante per culturali e spirituali alleanze. Cosa fa si, allora, che vi siano figure che sfuggono alle collettive alleanze religiose, e per questo ad altre non eguali? Può essere perché vi sono (o vi sono state) delle figure che a causa di personali depressioni hanno detto delle cose nuove sul dolore e sul modo di guarirlo? Può essere perché vi sono (o vi sono state) delle figure che a causa di personali esaltazioni e/o ideali ricerche hanno detto come seguire (in modo nuovo) quanto gli rivelavano, vuoi le esaltazioni e/o vuoi le ricerche?

pagine

Può essere perché si dicono (o vengano detti) ispirati da Dio vuoi direttamente, vuoi indirettamente? Su Dio è stato detto di tutto e di più. Se è vero che non credo più a quanto detto su Dio, non per questo non credo a un Principio della vita. Lo dico così: il Principio della vita è la vita che ha attuato il suo principio: la vita. Siccome lo penso Principio al principio, lo penso anche sovrano. Come tale assoluto e in quanto assoluto, l’Uno. Può un principio primo, sovrano, assoluto e unità, essere cosa altra da ciò che è? Se al principio vi è il Suo principio, e se questo principio è vita, che altro può dire il Principio, se non, io sono vita, e in ciò affermar di essere Primo verbo “io sono@vita” come Prima parola? Messe così le cose, risultano ben chiare le ragioni della Genesi biblica: il Principio è presso sé stesso perché la Vita è il Verbo che non può essere diviso dalla Parola. Se ciò è dell’Immagine della vita, ciò non può non essere della vita a quella somigliante? Al nostro principio, l’unione fra Verbo e Parola non è assoluta. Direi, allora, che il vero peccato originale è la nostra intrinseca condizione di scissi, non, la conseguenza di erotiche fantasie sessuali attuate dalla prima vita messa in vita. Se il Principio è assoluto verbo e assoluta parola, ne consegue che lo possiamo dire solo per mezzo di parole assolute.

pagine

Tanto più sono assolute e tanto più sono (o lo possiamo dire e/o credere) ispirate dal Principio. Siccome il Principio è vita, un profeta può dire di sentirlo tanto quanto sente la vita. Si sente la vita cogliendo le emozioni della forza che chiamiamo Spirito. Tanto quanto sono elevate ed elevanti le emozioni procurate dal sentire lo Spirito, e tanto quanto le possiamo dire provenienti dagli stati assoluti della vita, ma, c’è un ma! La vita sentita negli stati elevati del suo stato da un profeta, non è detto che sia quella degli assoluti principi del Principio. Il peso della condizione umana, infatti, non permette a nessun mistico di elevare il suo spirito sino a quello della Vita. Le emozioni “divine” sentite da un profeta, quindi, potrebbero essere solo quelle dovute ad una sua spirituale condizione. Giunto in fine, chiudo la lettera dicendoti la morale di questa favola: un profeta è a immagine della Vita tanto quanto dice a nuovo solamente i Suoi assoluti, ed è a immagine della propria, quando, su quelli della Vita, aggiunge i propri. Credimi, Francesco, con la profezia, la Vita pone un eretico di fronte ad una scelta: dire la parola nuova, o lasciare il compito di farlo al Principio e ai suoi principi? Non mi risulta profeta che abbia saputo tacere. I pro e i contro sono universalmente noti.

(Eretico – dal greco hairetikós “che sceglie”)

manofronte

Quanto sa di sale lo pane altrui

frontepostCortese Signora: le sue precisazioni implicano necessarie le mie. Se rispondere anche a queste lo lascio decidere all’Ufficio. Per quanto mi riguarda non mi è necessario, come non mi è necessario l’uso della posta elettronica. Si, nella lettera ho mancato di precisione in un particolare, non perché racconto una cosa per un’altra, ma perché mnemonicamente carente. E’ vero, i motivi che cita per l’uso della cassetta sono quelli ma non solo quelli. Non sono più quelli da diversi anni, e sono stati sempre quelli perché da ex operaio so bene quanto sia duro calle il salire e lo scendere le altrui scale. Non per ultimo ho chiesto quella possibilità solo dopo averla vista attuata anche per altri fruitori del servizio. Date le chiavi, grossomodo una ventina. Giusto per curiosità: sono stato il solo ad essere escluso da quel non più necessario (almeno per me) e reciproco favore concesso al Servizio? Capisco, però, quanto vi sia più utile questa scelta: meno le variabili e meno gli errori. A proposito di errori: in ogni lavoro può succedere. Non che le scuse mi siano esistenzialmente necessarie, tuttavia, leggerle nella risposta mi avrebbe fatto piacere. Da casa non posso sapere chi cuoce il cotechino, ma se non è stata la cucina, e se arriva come mi è quasi sempre capitato, significa che l’incaricato alla porzionatura non controlla ciò che taglia, o che gli va bene così, o che non vede perché deve star li a contestare all’azienda fornitrice una possibile carenza, con il rischio, magari, di essere contestato a sua volta. Passare il guanto al pensionato, quindi, dal suo punto di vista è certamente più intelligente. La domenica, in genere, con il manzo ricevo il cotechino. Con il manzo di oggi non ho ricevuto il cotechino. Non ricordo se il menu lo escludeva, ma se non lo escludeva, ne dovrei ricavare che modificare una scelta è più semplice che correggere una cottura?
Di questa ipotesi non ne faccia una questione personale. Nelle faccende minute che si ritrova a gestire, è certamente più facile che una formica riesca a spostare un elefante. Per via di baccalà e di polenta, trovo difficile credere alla validità delle sue perplessità sulle mie opinioni. Vuoi perché sono stato cameriere pubblico per una trentina di anni, e privato in casa dei Morassuti – Bergolo a Padova. Giusto per dire il livello culturale e sociale di quella famiglia e le sua pretese di classe, i Bergolo sono imparentati con casa Savoia. A servizio di quella famiglia, (ero sui 18 anni) ho avuto modo di innamorarmi del baccalà: sia pure nella versione mantecato. L’ho conosciuto alla Rosticeria Veneziani, (non più esistente) situata fra la Piazza dei Signori e il Caffè Pedrocchi. Il baccalà alla vicentina (di analoga qualità anche se non della stessa aristocratica storia) l’ho conoscito altrove e più volte. L’ultima, alla Vaca de to Zia: trattoria di culinaria qualità nonostante la smandrappata apparenza. Lo preparava una signora in età e non cuoca di mestiere. Nella polpa, non lasciava una spina che era una, e della polenta (pur precotta) faceva una crema. Non amori rimpiango del mio passato, bensì la torta Margherita di mia madre, e il baccalà di quella culinaria magistra. Ho ricevuto la sua risposta con sorpresa. Me l’aspettavo, ma non più di tanto, dalla destinataria della lettera che lei ha ricevuto per vie da me non volute, non previste, e, non avendone motivi, non certificate. Non ho capito il perché ma il gmail non m’ha permesso di spedirle la prima versione di questa lettera. Oltre che per un attimo rivista, le spedisco questa per libero.it Non ho bisogno di certificarla, anche perché, a dire di altri, la mia scrittura è inimitabile. Non ho osato chiedere perché. Cordialità, Vitaliano

manofronte

L’Oltre

frontepostArgomentare su l’Oltre è come argomentare su un’arancia. Come un’arancia, infatti, ogni spicchio ha (ed è) di che essere del Tutto. Così, dicendo sullo Spirito (la forza della vita sino dal principio che dello stesso Principio) mi sono ritrovato a dire sugli spiriti e sullo spiritismo, sulla Metempsicosi e sulla Medianità. Medianità, è la facoltà che permette di essere in mezzo  e il mezzo fra questa realtà e l’ulteriore, o per “scientifica” ipotesi, in mezzo e il mezzo che collega la parte conosciuta della mente con una parte sconosciuta. Comunque stiano le cose, cogliere questi argomenti è cogliere l’arancia su l’albero: la salita è complicata da rami e foglie. Comunque si salga e/o si decida, credo sia bene badare ad un incontrovertibile avvertimento:
il male sa fingere il bene, molto bene tanto quanto è male.
Il che vuol dire, che il male, può essere maggiore dove maggiore la rivelazione.
Si può dire la stessa cosa per l’errore: l’errore è simile al giusto, tanto quanto è errore. Il che vuol dire che l’errore può essere maggiore dove maggiore la data manifestazione.  Comunque si intendano le questioni, occhio: su quel piano della vita sono inverificabili.

manofronte