Quanto sa di sale lo pane altrui

Cortese Signora: le sue precisazioni implicano necessarie le mie. Se rispondere anche a queste lo lascio decidere all’Ufficio. Per quanto mi riguarda non mi è necessario, come non mi è necessario l’uso della posta elettronica. Si, nella lettera ho mancato di precisione in un particolare, non perché racconto una cosa per un’altra, ma perché mnemonicamente carente. E’ vero, i motivi che cita per l’uso della cassetta sono quelli ma non solo quelli. Non sono più quelli da diversi anni, e sono stati sempre quelli perché da ex operaio so bene quanto sia duro calle il salire e lo scendere le altrui scale. Non per ultimo ho chiesto quella possibilità solo dopo averla vista attuata anche per altri fruitori del servizio. Date le chiavi, grossomodo una ventina. Giusto per curiosità: sono stato il solo ad essere escluso da quel non più necessario (almeno per me) e reciproco favore concesso al Servizio? Capisco, però, quanto vi sia più utile questa scelta: meno le variabili e meno gli errori. A proposito di errori: in ogni lavoro può succedere. Non che le scuse mi siano esistenzialmente necessarie, tuttavia, leggerle nella risposta mi avrebbe fatto piacere. Da casa non posso sapere chi cuoce il cotechino, ma se non è stata la cucina, e se arriva come mi è quasi sempre capitato, significa che l’incaricato alla porzionatura non controlla ciò che taglia, o che gli va bene così, o che non vede perché deve star li a contestare all’azienda fornitrice una possibile carenza, con il rischio, magari, di essere contestato a sua volta. Passare il guanto al pensionato, quindi, dal suo punto di vista è certamente più intelligente. La domenica, in genere, con il manzo ricevo il cotechino. Con il manzo di oggi non ho ricevuto il cotechino. Non ricordo se il menu lo escludeva, ma se non lo escludeva, ne dovrei ricavare che modificare una scelta è più semplice che correggere una cottura?

Di questa ipotesi non ne faccia una questione personale. Nelle faccende minute che si ritrova a gestire, è certamente più facile che una formica riesca a spostare un elefante. Per via di baccalà e di polenta, trovo difficile credere alla validità delle sue perplessità sulle mie opinioni. Vuoi perché sono stato cameriere pubblico per una trentina di anni, e privato in casa dei Morassuti – Bergolo a Padova. Giusto per dire il livello culturale e sociale di quella famiglia e le sua pretese di classe, i Bergolo sono imparentati con casa Savoia. A servizio di quella famiglia, (ero sui 18 anni) ho avuto modo di innamorarmi del baccalà: sia pure nella versione mantecato. L’ho conosciuto alla Rosticeria Veneziani, (non più esistente) situata fra la Piazza dei Signori e il Caffè Pedrocchi. Il baccalà alla vicentina (di analoga qualità anche se non della stessa aristocratica storia) l’ho conoscito altrove e più volte. L’ultima, alla Vaca de to Zia: trattoria di culinaria qualità nonostante la smandrappata apparenza. Lo preparava una signora in età e non cuoca di mestiere. Nella polpa, non lasciava una spina che era una, e della polenta (pur precotta) faceva una crema. Non amori rimpiango del mio passato, bensì la torta Margherita di mia madre, e il baccalà di quella culinaria magistra. Ho ricevuto la sua risposta con sorpresa. Me l’aspettavo, ma non più di tanto, dalla destinataria della lettera che lei ha ricevuto per vie da me non volute, non previste, e, non avendone motivi, non certificate. Non ho capito il perché ma il gmail non m’ha permesso di spedirle la prima versione di questa lettera. Oltre che per un attimo rivista, le spedisco questa per libero.it Non ho bisogno di certificarla, anche perché, a dire di altri, la mia scrittura è inimitabile. Non ho osato chiedere perché. Cordialità, Vitaliano

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