Possibilismo fra Proibizionismo ed Antiproibizionismo ad Andrea Muccioli.

Nell’Incontro di Mestre, dagli interventi medi, quando non mediocri, dei politici presenti, il suo è emerso ( non fosse per altro ) per la passione che vi sottostava: chiaramente, super partes quella politica. Nonostante ciò, il fatto che la contingenza ” Droga ” la metta accanto ai Partiti, ( a dirla con W. S: ” strani compagni di letto ” e, secondo me, carriole d’intenzioni sulle quali chiedono la tangente della mano morta ) ombra di sospetto le sue affermazioni di libertà, così, come la frequentazione di un qualsiasi genere di diverso ombra di quella cultura una qualsiasi normalità. Sarà anche un sospetto che non la può toccare; come pure può far piacere a parti che le sono avverse ma essendo di per se ingiusto, il vedere che può esserne toccato, non è detto che faccia piacere a tutti: me compreso. Che il possibile sospetto non leda la sua Persona e/o la sua causa a Lei il giudizio, come a me, il solo fastidio di averlo anche dovuto considerare prima di escluderlo. Se la sua indipendente posizione, la rende al di sopra del sospetto che le dico in via di ipotesi, comunque, quanto la rende al di sopra del pensiero di essere da quelli strumentalizzato, se non nella Persona, quantomeno nella sua Figura? Che anche questo aspetto sia nolente implicito ( e/o positivo e/o negativo alla sua opera ) solo suo può essere il giudizio. Ancora per quanto mi riguarda, mi prefiggo il solo scopo di farla ulteriormente riflettere. Lei sa bene perché ama ciò che fa, ed io so bene perché ho amato chi si faceva, che nella tossicodipendenza vi sono due predominanti fasi. Chiamo la prima, quella di ” Pinocchio nel Paese dei Balocchi ” e, la seconda, quella di ” Lucignolo alla Stanga “. I Lucignoli sono identità di confermata cultura.

Sono rami piegati che a raddrizzarli secondo noi si rischia di spezzarli di se stessi, o quanto meno, di recare un dolore che per quanto motivato da un bene non per questo fa meno male. In media, sono sulla trentina/ 35 o più: i non molti. Per la gran parte, fisicamente quanto psichicamente provati ( anche gravemente quando non in maniera irreversibile ) e, pertanto, oltre modo pessimisti sia verso se oltreché verso il mondo. Sono soggetti, difficilmente accettati in Comunità: con altri motivi, vuoi perché, come nei casi dei malati gravi, rischiano di elevare le statistiche della mortalità nel reparto: intenda non recupero. Non per ultimo problema, le Personalità t.d. di questo genere, anche qualora decidessero per l’ingresso comunitario, inevitabilmente si trovano a dover affrontare un pesante momento: quello, cioè, nel quale devono spogliarsi di ciò che sono per rivestirsi di ciò che ( forse ) riusciranno ad essere. Purtroppo, quell’atto di conversione culturale ( ma anche esistenziale ) deve accadere quando, essendo ” scoperti “, sono anche liberi, ma, purtroppo, appunto perché liberi, tutt’altro che certi delle proprietà del bene ( la vita ) verso cui si tenta di dirigerli. L’atto della spoliazione del vecchio vivere, implica la forza di affrontare un periodo di transizione da nudi di se.Per essere vestiti seppure nudi di se, oltreché delle certezze di identità che solo una raggiunta personalità possiede, ci vuole del coraggio: un coraggio che forse non hanno mai avuto, dal momento che hanno sempre trovato la forza di affrontare la realtà ( propria quanto altra ) solo dopo aver anestetizzato anche i dolori che procura. Fatto sta, che anche per questo, gran pochi se la sentono di affrontare una Comunità che presso le Personalità in questione è anche vista come il fallimento dell’incapace.

Potrebbero trovarlo di più, quel coraggio, se fossero indotti e sorretti da spiriti amorosi, invece, hanno spiriti psichiatri: a torto o a ragione, presso di loro valorizzati ma nel contempo ( salvo eccezioni ) anche svalutati e/o comunque usati perché detentori di potere più che di altro.

Le ex Personalità t.d., ora Operatrici di Comunità, possono essere spiriti amorosi? Certamente, ma, aldilà se certa o apparente, essendo inevitabile dimostrazione di riuscita, se non temperano l’esempio presso l’altro, possono anche risultare conflittuali in eccesso. Fra altro, il rifiuto di Comunità del genere di Personalità che dico può anche essere addebitato a questa possibilità. Oltreché loro, anche noi dovremmo trovare il coraggio di accogliere dei pensieri che non ci appartengono, se, questi, possono alleviare il peso di una sofferenza culturale ( l’errore ) che fa non meno danni allo Spirito ( alla forza della vita ) di un male naturale. Solo in queste situazioni e, a ragion veduta, fra Proibizionisti ed Antiproibizionisti, l’Associazione è possibilista. Se ” possibilista ” è un neologismo, me lo passi per amore di causa. Un altro possibilista è Don Ciotti. Ho trovato di discutibile gusto che si sia richiamato la sua Figura solamente attraverso un errore che se può anche essere imputabile al Don ( mi pare difficile crederlo ) non di meno lo è per il giornalista che ha steso l’articolo, ma, cosa fatta, ha il capo che più risulta: a mio avviso, quello del patologo che ha evidenziato l’errore. Si sa molto bene che non ci si ” libera dalla droga con altra droga” come si sa altrettanto bene ( diversamente da Giovanni Paolo 2° che pare l’abbia rimosso dalle sue conoscenze ) che esistono gli antidoti. La Droga, certamente non è antidoto nella fase ” Pinocchio “, ma certamente è possibile medicina nella fase ” Lucignolo “: fase che è, appunto, quando il piacere che la droga procura, prevalentemente e pesantemente, più che altro è negativa croce. La cura del Metadone, nella gran parte dei casi risulta inefficace ogni qual volta il T.D. non si trova idoneamente placentato dal famigliare, dall’amicale e dal sociale in cui si trova.

Allora, fermo restando la pesantezza della sostanza ed il fatto che libera d’altro al prezzo di prendere di se, non la medicina può essere sbagliata ma l’ambito può avere delle ” tossine ” che fermano ( quando non invalidano ) gli scopi che ci si propone. Al punto: perché non costituire delle Comunità per chi, pur continuando con la cura, con più tempo e diversi approcci, potrebbe anche accettare di a fare a meno della ” roba ” se non si trova ad averne bisogno perché la vita nelle Comunità che ipotizzo lo proteggerebbe dalle ” tossine ” sociali per cui torna alla droga? Alla disperata, una Comunità a mantenimento non la vedo meno peggio di un Metadone a mantenimento. Già che ci sono con le ipotesi, potrebbero anche essere meno care al Sociale dal momento che si può fare in modo che possano giungere a mantenersi in proprio. Lei mi dirà che simili ambiti altro non sarebbero che delle ” galere bianche ” . E’ vero, ma, potremmo affermarlo con certezza solo presumendo una conoscenza a priori che non può non odorare di assolutismo: droga alla pari di altre dal momento che, come le altre, fissa l’arbitrio sia di chi spaccia quel genere di convinzione, sia di chi assume quella ” roba “. Se proprio non raggiungessimo altro, quantomeno si raggiungerebbe lo scopo di dividere chi avversa i principi legali per necessità da chi li avversa per mercato quanto per sedimentata cultura antisociale. Che in quegli ambiti sia meglio somministrare un’Eroina pulita o il Metadone non saprei dirle perché la mia ” scienza ” è il cuore e non la chimica. Il Movimento per la Depenalizzazione delle Droghe Leggere si è animato, oltreché da opinabili aneliti di libertà, anche da fatti che, futili in origine, si sono poi rivelati tragici per i trasgressori.

Allora, una più mirata e/o alternativa penalizzazione potrebbe temperare il numero ed il genere delle adesioni a quel Movimento. Al proposito, una Commissione di Studio composta da tutte le parti in causa, non solo potrebbe essere la ricerca della necessaria mediazione fra i rispettivi principi che per l’occasione ho auspicato presso l’Assessore Zanon, ma anche sollevarla dal sospetto di essere di parte e, non per ultimo, avvicinarla a tutte: ivi compreso quel ” zoccolo duro ” che, stante la sua situazione, in S. Patrignano avvertono più l’inclemenza che l’amicizia. Non so se all’Incontro vi siano stati altri ” possibilisti ” perché me ne sono andato alla fine della sessione che ha preceduto il buffè. L’ho fatto, vuoi perché non mi si dica ” compagno di buffè ” , vuoi perché l’insofferenza al teatrino dei convenevoli che parassitava una questione, per la quale e solamente avevo investito un paio di giornate del mio sempre scarso stipendio di lavapiatti, mi stava salendo come una irritante ” cala ” . Così, nel treno che riportava a casa le mie amarezze di anni, ho iniziato la lettera che le mando.

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