In quelli dell’autore

Della quasi totalità degli scritti, e cominciando da un’epoca che non credo di aver ancora finito, non sapevo neanch’io cosa stavo pensando mentre scrivevo. Anche perché, quando scrivo, nella mente ho solo silenzio. Giunsi anche a domandarmi se c’ero ancora con la testa. Sia pure non sempre, mi capita di chiedermelo anche adesso. Non sempre, perché dagli oggi e dagli domani, un qualcosa avrò pur imparato.

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Sulla Soglia: le ultime domande prima del Lutto.

Sei come un gattino mi scrive e mi dice una firma nota.

Al risveglio, non ricordo più di chi la firma.

Oltre che avermelo scritto me lo legge: maschile la voce. Mi dice: sei come un gattino che non sa come scendere dall’albero. Sorrido all’immagine e mi sveglio. L’immagine gattino mi dice che nei miei confronti il commentatore ha i sentimenti affettivi che si prova verso soggetti in tenera età. Simbolicamente parlando, la tenerezza data dall’età minore ha diversi significati: vuoi degli stati mentali (tenerezza come sottintesa immaturità) vuoi di quelli culturali (tenerezza come sottintesa ignoranza) vuoi di quelli spirituali: tenerezza come sottintesa debolezza della vitalità della vita. Per quanto riguarda l’albero, per me c’è un solo Albero: ed è quello della vita. Il commentatore non me l’ha detto ma se mi conosce, cioè, se mi sente, non può non condividere l’idea. Ne consegue che mi vede in cima alla vita: cima che si può intendere anche come fine. Non mi dice se sono spaventato, preoccupato (ecc. ecc) di stare lì. Neanche mi dice come ci sono salito: solo constata che l’ho fatto e che ci sono. Dice, però, che se non so come scendere, e neanche perché lo devo. Se passare dal reale all’ideale è una salita, e se passare dall’ideale al reale è una discesa, da quell’Albero sono un gattino che ha dimostrato (almeno a sé stesso) che è capace sia di salirci che di scendere: ora, senza alcun problema. Ne ricavo che la tenerezza che quello spirito ha sentito per me come gattino, non è motivata da quanto penso sino a questo punto.

Recenti analisi hanno rivelato che ho due rogne ai lati dell’encefalo (ancora benigne); che il diabete (con tutte le sue altrettanto rogne) è passalo da 1 a 2; che c’è ben poco da fare per un cuore con battito atriale; che senza Coumadin (come anche malgrado il Coumadin) sono soggetto a ictus oppure a infarto: mortali o parziali lo saprò solo dopo. Senza alcun genere di timore, prendo atto della mortalità in sospeso. Certo! Tutti viviamo in sospeso. In ragione, però, (chi più e chi meno) di infiniti stati di conoscenza e di accettazione. Almeno statisticamente parlando, un giovane meno, un anziano di più. Nella realtà, quando capita capita. Se l’accettassimo come il sereno destino di tutte le età più o meno coscienti, vivremmo meglio sia il nostro esserci che il nostro dipartire. Considerazioni sulla morte a parte, torno a quelle su di me. Come scritto prima, della mortalità non temo il finire, temo, tuttavia, il come. A maggior ragione perché dovrò essere assistito da soggetti per mestiere. Questo mi preoccupa, appunto perché non so come scendere a Terra, dall’Albero dove ci resto senza timori perché, almeno al momento, ad ogni giorno do il suo affanno.

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Quanta acqua non è passata sotto il Piave

da quando sono uscito, vestito da chierichetto dalla chiesa di Vellai di Feltre!

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vellai

separaminiMi chiamavano sempre quando c’erano le messe in terza o in più come allora si diceva delle solenni. Non che convincessi tanto come chierichetto, però, vestito così gli facevo fare una bella figura quando veniva il Vescovo! Deve essere così perché nelle messe ordinarie non mi hanno mai chiamato! Il collegio – orfanotrofio era dell’opera Don Guanella che ora è scuola di agricoltura. Molto probabilmente, l’hanno convertito a nuova funzione perché hanno cominciato a scarseggiare le braccia per messali, ma non diminuire quelle per i campi! Una ricerca rapida su Google e qui da Luciano Cassol ho trovato le foto in vari tempi del Collegio. C’è anche la foto del Don Primo. Bonaccione! Si occupava della raccolta fondi attraverso la stampa di lettere destinate ai benefattori. Lo chiamavano “pia opera” quel lavoro. Solo il signore sa, quante lettere ho imbustato! Gli originali delle lettere erano scritte a mano, avendo calligrafia decente a giudizio del Don Primo. E’ capitato di farlo anche a me. Caso non ripetuto!

separaminiIn amore, la mente parla anche quando nega

Ieri c’era il Mercatino dell’Antiquariato, qui in s.Zeno. E’ un antiquariato del pressappoco ma lo stesso attira un futtìo di persone. In quell’occasione vengono transennate le strade. Giusto, però, il Pccolo che non ha la residenza a casa mia, è rimasto bloccato. Mi telefona, mette il vivavoce, così la vigilessa sente quando gli dico il nome della via dove deve venire; e la vigilessa lo fa passare. Giunto a casa me la racconta ghignando e mi dice: non so come farò quando non ci sei più! A dar l’indirizzo al vigile, intendeva dire. Sempre ghignando gli rispondo: quando non ci sarò più neanche tu ci sarai più! Rimane un attimo lì! Pensavo alla casa, mi dice. Il che mi conferma che è diventata come casa sua. Pensava alla casa ma ha pensato anche a me? Se sono diventato la sua casa, si.

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Caro Futuro

Per te sono uno sconosciuto, e tu per me sei un tempo che intravedo a distanza, eppure, non posso fare a meno di fartelo capire. Sono anni che tento di sedurti. Non mi sono stancato e non mi hai stancato. Sarà perché ho iniziato ad intendere che c’eri anche tu nella mia vita quando eravamo belli tutti e due.  Adesso, è vero, anche tu, come me, hai le borse sotto gli occhi, tossisci la mattina, e di notte dormi con fatica, ma appena mi sveglio non posso non pensarti e, miracolo dell’amore (giustizia, non cecità) desiderarti come ti desideravo, quando, pur non avendo nessuno dei due ne tosse e ne borse, ti addormentavi sempre prima di me. Io, stavo lì. Non assente ma incosciente. Pensavo all’Infinito e a te, allora Presente.

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.Sarà anche perché si conosce meglio il proprio simile

Sarà anche perché si conosce meglio il proprio simile, ma anche uno psichiatra ebbe a dirmi: sei pazzo! La definizione era detta con simpatia e l’intenzione non offensiva; è che cercando di definire una personalità estranea ai suoi schemi esistenziali e alla sua conoscenza, non gli era rimasto che il mestiere. La definizione del medico, (avevo conosciuto il dottor G. P. nell’ambito delle tossicodipendenze dove ho operato come associazione) mi sfagiola per più di in motivo. Ad esempio: mi libera dalle conseguenze del non dire in convenzione con altra norma o conoscenza. Siccome per essere legati o influenzati da un folle bisogna essere altrettanto pazzi, libera l’arbitrio altrui. Mi libera, inoltre, dal peso di dovermi dimostrare diverso da quello che sono. Frena chi potrebbe pensarmi, diverso da quello che sono. Chi sono? Semplice! Per quello che la mia Natura è, la mia Cultura sa, ed il mio Spirito sente, sono quello che sono, però, gli amici mi chiamano Vita.

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Mi hanno detto: sei un pazzo o sei un genio.

Dopo aver visto la stesura delle prime immagini dei concetti che dico in quest’opera (preso dalla rivelazione le mostravo a destra e a manca) me lo disse un angelico biondino dall’aria simil prete. Mi capitò nella trattoria dove lavoravo. Fu per caso? Non so, ma ho sempre avuto il sospetto che venne per… annusarmi. La stessa curiosità (sempre anonima) si manifestò (dal Vescovado) al Referente del Sert veronese. La fecero qualche giorno dopo la pubblicazione (nel Giornale locale) della richiesta di una annuale messa solenne per i tossici morti per over dose. A parte la talefonata del prete al Sert (chiesero chi fossi) e una messa comune solo per quell’anno, altro seguito non ci fu: neanche dal biondino che già alla prima occhiata mi parve soggetto_oggetto da preti: se non di fatto, in potenza. Una cliente della Tratoria aveva il fratello prete. Di quell’uomo (nulla di che per via di virilità) mi risultò sedotta sino alla sessuale infatuazione quando vennere tutti e due in trattoria. Figuratevi se mi facevo scappare l’occasione, così, mostrai il malloppo anche a quel prete. Ebbene, le disse perfettamente cristiane. Non me n’ero proprio accorto! Comunque sia, da cotanta sacerdotale affermazione altro non sorse. Almeno che io sappia!

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I sensi iniziali

G,  è l’iniziale del cognome della famiglia adottante; sta anche per il nome scelto dalla famiglia che mi ha adottato.

O,  è l’iniziale del cognome di chi mi ha messo in adozione.

V,  è l’iniziale del nome che mi ha posto chi  mi ha messo in adozione.

Perché ho ritenuto necessario dire sui nomi? Mah! Forse per confermare che ogni destino ha più di una radice.

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Sono partito dal mio bianco per conoscere il mio giallo

lineag

Dal giallo che ho conosciuto mano a mano verificavo il mio bianco, sono andato alla ricerca del Bianco che ha originato ogni giallo. Il bianco simbolizza la verità. Il giallo simbolizza l’amore.

Con la fascia bianca, gialla e bianca, intendo rappresentare il viaggio della conoscenza della vita. Non ho posto inizio e fine a questa strada, perché, vita, è ricerca della verità che porta all’amore, che porta alla verità, che porta all’amore, e l’amore è comunione. Del tono dell’amore, (detto dal giallo) e della verità, (detto dal bianco), ho raggiunto la conoscenza che ho potuto. Avrei potuto di più?  Secondo la verità del mio spirito, no. Infatti, perdo la pace, se in quello che sono

Natura

atrinita

voglio sapere di più (Cultura)                                della forza che posso: Spirito.

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Cammini

Non ricordo perché ho mandato questa lettera a un responsabile della Lila. Probabilmente, per farmi conoscere anche come persona. Anche per un bisogno di condivisione, probabilmente. Non ho sbagliato nel credere nella cultura di quella persona. Ho sbagliato nel credere che fosse una figura, invece, era una figurina. Dovettero pensarlo anche al Sert perché fu esclusa da ogni collaborazione.

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Il peccato non è in cosa si ama ma in come si ama o si insegna ad amare

Ho passato la mia fanciullezza, agli “Esposti” di Padova e la prima giovinezza in un collegio retto da ecclesiastici. Con uno di loro, (stavo facendo la terza elementare), vi è stato un sentimento anche sessuale. E’ ben vero che a quell’età non si sa, però già all’ora mi sentivo con istintiva chiarezza. Per quella lucidità non subii nessuna violenza psichica e ne fisica: tanto più, che, al proposito, non vi fu alcun tentativo. Nonostante i sentimenti che provavo e vivevo fossero informazioni di per sé, quando lo vennero a sapere i Superiori, nessuno me le spiegò, così, se proprio si vuole riscontrare violenza, certamente, la più deleteria fu l’ignoranza ed il silenzio in cui mi si lasciò.

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La mia strada “per Damasco” all’inizio

A causa della fine dell’Amato (destino che ho iniziato a conoscere la notte di Capodanno del 1985)  nel febbraio del 1991 mi sono ritrovato come si ritrovò l’Aretino Pietro: con una mano davanti e una di dietro. Solo ora, di qualche caso, un qualche volta ne sorrido, ma, all’epoca non c’era proprio nulla di che farlo. All’epoca, non avevo proprio idea di dove sarei andato a finire percorrendo la mia strada “per Damasco”. Allora, ero solo un bendato dal pensiero convenzionale; bendato, vuoi dalla vita personale, vuoi dalla sociale, vuoi dalla canonica interpretazione del Cristo e del Padre.

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I miei studi

Dopo le elementari in collegio, studiando alle serali, verso i trentacinque, (anno più anno meno), ho conseguito la licenza media e la prima superiore. Siccome errare è umano e ariete perseverare, in una scuola pubblica, in mezzo a ragazzi che gridavano alle ragazze ” col c…., col c…., è tutto un altro andazzo ” e alle ragazze che gridavano ai ragazzi ” col dito, col dito, orgasmo garantito “, iniziai a perdere i capelli e cominciai il biennio. Mi distinsi in religione, in un test dell’insegnante di Pedagogia nel quale risposi: ” quasi sempre ” o ” quasi mai ” alle domande e, perché mi si chiamava papà. Molto francamente, se i miei studi sono proseguiti, più che alle mie capacità lo devo alla carità degli insegnanti. Quando non ho potuto non ammettere che la vergogna di accettarla era maggiore del fine per cui l’accettavo, (capire e capirmi), ho lasciato la scuola. Da qualche parte dell’Emilia devo avere una abilitazione ad una terza superiore.

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Sino ad ora

Dopo l’esperienza come Associazione (finita per più pochezze nel giro di un anno) non sono interessato a costituire alcunché. Non ho legittimato nessuno ad operare in mia vece: sia come autore che come pseudonimo. Non ho autorizzato nessuno, neanche per l’uso totale o parziale dell’opera, ma, per farlo, basta solamente chiederlo. Non è obbligatorio: ad ognuno la sua civiltà.

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La ragione del silenzio: nessun potere durerà più di me.

Fra me e la faccenda sotto, sotto, c’è qualcosa che non afferro. La riabilitazione di una vanità, e/o di una mia verità, e/o di un amor proprio offesi? Ho superato di peggio!  Se, “per Damasco” è via della coscienza di sé stessi, potrebbe essere che sia giusto pubblicarla, allo scopo di riabilitare la necessità della provocazione, come mezzo di rottura di un Costituito, (legale e/o politico, e/o quanto d’altro), che ferma il futuro? Questo, mi convince già di più. A proposito di coscienza! Che sia giusto pubblicarla per far capire, che non solo un potere può fermare il futuro, ma anche una figura, fissata in un tal amore di sé, da non tollerare alcun tipo di tocco? Se tutto quello che fissa la ragione è droga, allora, a maggior ragione la devo pubblicare: sono o non sono, contro ogni forma di intossicante dipendenza? La ragione è buona, tuttavia, non smuove alcuna emozione. A questo punto, decido di ascoltare la ragione del silenzio: nessun potere durerà più di me.

n.d.a. Di che faccenda si tratti non lo ricordo più. Fra le righe emerge un qualcosa di quello che è stato, ma non quanto basta per capire la faccenda. Pensandoci ora, sospetto un qualche genere di divergenza fra me e un referente del Sert dove all’epoca agivo a favore di cause dalle rare speranze di riuscita.

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Droga: croce e illudente cireneo.

Questa non è un lettera: è una conferenza spacciata per lettera! Peggio ancora, ma, purtroppo, è un soliloquio. Avete presente quando si pianta una sonda per cercare l’acqua? Magari venisse subito limpida! Invece, prima viene il fango. Da me, sonda, è venuto fuori del fango per anni. Solo adesso sta venendo fuori dell’acqua. Non sempre potabile, per carità, ma, almeno, chiara. Ora, però, mi manca la forza che avevo quando davo fango pensando fosse acqua. Ci sarà ben della giustizia in tutto questo, ma, mi venga un colpo se capisco dov’è!

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La grazia divina

Non so cosa sia la grazia divina, però, qualcosina mi par di capire quando mi sento in pace con me stesso e con la vita.

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 L’idea che seguo

Come perdamasco e come persona, seguo l’idea cristiana del Padre (il Principio della vita sino dal suo principio) e l’idea del Principio della vita è la vita: il Bene per la Natura, il Vero per la Cultura, il  Giusto per lo Spirito. Se lo stato che segna la verità della vita è lo Spirito, e lo Spirito è la forza della vita sino dal principio e, pertanto, del Principio, allora, procedendo oltre l’idea cristiana, perseguo il principio dell’idea del Principio: lo Spirito che ha dato forza all’idea.

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I sensi che l’amare dovrebbe conoscere o evitare

Ero di chiara ignoranza ma di istinto altrettanto chiaro, così, non subii alcun genere di trauma quando fui desiderato da un prete. I traumi iniziarono quando la cosa venne a conoscenza degli altri preti del collegio. Il prete amante fu avvertito di star più attento, ed io, fui isolato: visto con astio. Avevo l’età della terza elementare. Se proprio dovessi denunciare qualcuno, non il prete amante denuncerei, ma quelli che violarono la mia coscienza, penetrandola con il senso del peccato quando era ancora vergine del senso dell’amore.

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Non credo di essere pericoloso perché sostengo di sapere cos’è lo Spirito

Lo Spirito è la forza della vita che corrisponde dalla relazione fra una Natura e la sua Cultura. Mi dirà: vedo una Natura, conosco la sua Cultura, ma, non vedo proprio nessun Spirito! Mettiamola così! Nessuno ha mai visto l’aria dentro una camera di gomma, pure, per suo mezzo, essa acquista la vita che ha. Si può dire, pertanto, che l’identità dell’aria, è la forma che essa da alla camera di gomma. Se l’identità dello Spirito è data dalla forma che fa assumere al corpo, e se un corpo è pieno di violenza, va da sé che è violento anche lo spirito che da vita a quel corpo. Dal momento che lo Spirito divino è tutto fuorché violento, (se lo fosse, avrebbe principiato il dissidio, non, la vita), di quale altro spirito è la forza che agisce il prevalente animo di Israele? Da buon razionalista mi dirà: di spirito umano, ovviamente! Ben vero, ma, Israele sa bene che non è lo spirito umano il Principio che ha eletto la sua vita, quindi, Israele, di chi è lo spirito che anche odiernamente emoziona il tuo spirito?

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Fra maree e marosi

Influito dalle emozioni ho scritto su tanto e di tutto.  Anche di che lasciarmi basito, visto che la mia conoscenza ha la caratteristica dell’Emmental. Giusto per dare l’idea di quanto sia stato complicato e contorto il cammino sulla mia strada, si immagini di essere invasi e pressoché sommersi da una caterva di sparpagliate emozioni; che sentite di doverle capire (non di meno ordinare, trovarvi senso, causa, motivo, finalità) perché quello che sentite e sapete della vita vostra e altra non vi sconfinfera più. Non per questo già sapete cosa aggiungere, togliere, modificare, tagliare, lasciare: così, per anni. Senza averne conoscenza (figuriamoci coscienza) ho iniziato questo viaggio la notte di Capodanno del 1985 con una storia privata. Nel proseguo delle faccende si è rivelata di fondamentale importanza. Terminato quella storia nel Febbraio del 1991, nella primavera dell’anno sono andato avanti con questa, pensandola e vivendola “a palpeto”, come si dice in veneto quando si caccia rane negli stagni, e che è un modo altro per dire a caso. A storie scritte, però, tutto si è rivelato necessario.  E’ vero: oltre alle mie peste racconto anche le mie corna. Non ho potuto non farlo perché in una seduta medianica (ci si creda o no, non è questo il punto) una presenza mi raccomandò di dire sempre la verità. Si riferiva ad una verità superiore? All’epoca non era fra i miei pensieri. Al più, e meglio adesso, conosco le mie verità. Si riferiva a quelle? Intimidito non l’ho chiesto, ma con il tempo ho imparato che la verità è una spada a doppio taglio, e che nessuno possiede la facoltà d’impugnarla per tagliare&separare il male dal bene (o il vero dal falso, come il giusto dall’ingiusto) senza ferirsi di verità, mentre ferisce di verità. Considerato questo, proseguo, pur temendo di risultare pesante e qualche volta ripetitivo, non tanto per ragionata necessità,  ma perché, in questa caterva di emozioni non ricordo dove ho collocato la già detta.

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C’è chi scrive e chi de_scrive

Con tutti i pro e i contro, prevalente scrittrice dei vari temi mi è stata l’emozione. Prova ne sia il fatto, che scemando quella, scemava quello che sapevo più che chiaramente nel dato momento. Mi sono ritrovato, così, a dover apprendere dagli scritti (mai a sufficienza) quello che pure avevo scritto. Comunque stiano le cose, di indubitabile posso dire che in tutti questi anni non ho fatto altro che scavare pozzi, e che la terra in quei pozzi era mista a un’acqua che, temo, non ho ancora finito di filtrare.

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A proposito di vita e di percorso

A  chi ha smarrito i suoi principi, a chi non li ha trovati in altre vie, a chi non gli corrispondono quelli ereditati, ricordo che sono sempre quelli:

il Bene per la Natura

atrinita

il Vero per la Cultura                       e                      il Giusto per lo Spirito

che corrisponde dalla relazione fra il Bene: principio di ciò che siamo. Il Vero: principio di ciò che sappiamo. Il Giusto: principio della forza che si origina dalla corrispondenza di stati fra ciò che siamo e sappiamo per quanto sentiamo.

I principi sono la basilare fonte del discernimento nella capacità di scelta personale e sociale: elevando gli intenti, spirituale. I principi sono maestri tanto quanto indirizzano la vita verso i suoi principi. Tanto quanto i principi confermano e conformano secondo secondo emozioni di giustizia, e tanto quanto sono umanamente magistrali. Tanto quanto rigidamente applicati (vuoi in sé come in altro da sé) e tanto quanto disumanizzano i vissuti.

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Essere, o come essere? Questo è il problema!

Ho scritto di tutto e di più. Qualche volta anche di troppo, mi dico, non mancando, tuttavia, di giudizio. Su milletrecento e passa post ne ho eliminato più di 600; e non ho ancora finito. Ho scritto molto anche su l’Oltre. Al proposito la metterei così: dal mare si vede più lontanto che dalla riva, ma, cosa si vede all’orizzonte lontano così raggiunto? Altra terra, o altre nubi?

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Nella mia strada di concupito

Nella mia strada di concupito da un pedofilo, il mio elaborato su quell’esperienza diverge da quello di B. B. parla, “non tanto di trauma fisico, quanto di trauma psichico. [Spero di aver ricordato bene il tuo concetto, Bortocal, ma sono sempre pronto a provvedere sui miei errori.] Ebbene, io non ho subìto, nè l’uno e né l’altro. Se trauma, ho subito, è stato quando “quell’amore” mi è stato strappato da successivi accadimenti.

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Dalla filia all’eresia. E’ un tantinello eretica ma è un Credo.

Non tentate. Non sapete. Non potete. Io sono quello che sono.

Sono Parola. Sono la Forza. Sono il silenzio e la sua emozione. Non mi trovate nei perché e nei percome.  Sono l’irraggiungibile stazione delle vostre tesi su di me.

Io sono l’Amore. Non sono il Divisore. Sono colui che vi eleva la croce. Sono la vostra voce. Non sono lo scranno della vostra brama di sapere. Non mi tocca la fama: nessun potere.

Sono la chiesa che dura. Non mi serve muratore: nessuna struttura.

Io sono il Verbo. Sono la vostra mano. Il vostro piede Sono il principio di ogni luce. Sono dove il dissidio tace. Sono Pazienza. Clemenza. Pietà. Umiltà. Semplicità.

Sono la vostra profondità.

Sono dove c’é fede. Dove il bene intercede. Sono l’Universo che tutto contiene. La Promessa che mantiene.  Sono acqua per la vostra sete. Il vostro mare quand’è in quiete.

Non sono Figlio. Non sono Madre. Sono il Padre. Sono il senso di moglie. Non sono le sue doglie. Sono il senso di marito.

Io sono l’Infinito.

Sono Sovranità, Libertà, Carità, e l’Immagine della vita: mio primo ed ultimo profeta.

Io sono il basso e sono l’alto, larghezza e lunghezza, geometra e geometria.

Io sono, la tua poesia.

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Me la canto e me la suono

Invitato da un sito ad auto intervistarmi, mollo gli ormeggi.  Mi accorgo oggi che l’hanno chiuso: era pubblicata qui.  Simpatico il loro addio. E’ uno scritto molto lungo. Allungherebbe di più questa pagina. La lascio dove l’avevo collocata.

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Per chi chiede il cuore ma non lo sa usare

Quando mi rendo conto che il richiedente (o la richiedente) non sa gestirlo come corrisponde ai miei sentimenti, taglio! Sarà per l’età, per una cultura dei tempi del cucù, o per un bisogno di verità che è un bisogno di difesa. Salvo rare eccezioni escludo senza spiegazioni perché ogni spiegazione contiene implicito giudizio. Non per ultimo: chi scrive con il fiele che distilla dalla fede quando è castrata e/o fanatizzata, sarà rimandato nel luogo di provenienza: dalla mia parte, senza alcun senso di colpa!

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All’Amicizia lunga occorrono patti chiari

Mi scuso con i Lettori se al caso non vedono più l’apprezzamento lasciato, ma fra correzioni, aggiunte, spostamenti di pagine e/o eliminazioni, questo lavoro è soggetto a continui rifacimenti.

Mi considero libero di dire quello che penso perché il Lettore è libero di pensare quello che vuole.

Nello svolgere i pensieri parto dalla mia vita: è l’unico libro che credo di aver capito.

Percorrere un certo genere di riflessioni è come cacciar farfalle: nel rumore scappano.

Raro che mi sia curato del legame fra scritto e data: avevo altro per la testa.

Non ho modo di capire con chi sto corrispondendo, quindi, neanche di adeguare la comunicazione, così, solo quello che il Lettore comprende gli è indirizzato.

Tutti gli scritti hanno paritaria importanza, pertanto, anche i possibili scaraffoni.

Io sono Tizio! Checché se ne dica non assomiglio a Caio. Lo pensa chi non conosce, chi non crede di dover far la fatica di conoscere..

Ai commenti che non aggiungono nulla, non ho nulla da aggiungere, quindi, visto che non servono a niente, li toglierò.

Girando per il Blog capiterà di trovare degli scritti che dico lunghi come l’anno della fame. Li lascio perché testimoniano un viaggio attuato fra ignoranze, non poche confusioni, e perchè, nonostante i decenni trascorsi, a proposito di quegli scritti non so ancora separare (emozionalmente parlando) quello che è del taglio, da quello che è dell’amputazione.

Capiamo uno scritto per il concetti che esprime, e non di meno, per le emozioni che ci comunica. Succede, però, che non sempre vi sia corrispondenza di emozioni, fra Lettore e Scrivente. Il che vuol dire, che il Lettore, rischia di capire a metà, cioè, con il suo sapere, ma senza la parte del mio sentire. In molti casi, la reciproca mancanza del sentire il sapere, comporta travisamenti, o nella comprensione di uno scritto, o nei rapporti fra Lettore e Scrivente. Il che, può generare delle multiformi “ombre”. Nulla impedisce il chiarimento via e-mail.

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Vitaliano_Perdamasco_Vitaliano

Nelle memorie di viaggio “per Damasco” ho messo la parte ideale e nondimeno quella reale. Il che vuol dire, che nel mio tutto è presente sia il netto che la tara. Si consideri, tuttavia, che senza il mio viaggio reale non avrei potuto percorrere neanche quello ideale. Se potessi, nella carta di identità mi firmerei come Vitaliano_Perdamasco_Vitaliano. Giusto per dire che, sia in queste pagine che nella mia vita, sono Vitaliano quando percorro il mio reale, Perdamasco quando percorro il mio ideale, e ancora Vitaliano perché torno al mio reale. Perché tutto sto’ giro?! Perché l’operazione di rientro dall’ideale al reale arresta quella sclerosi della vita mentale e spirituale che si manifesta come fanatismo. In una seduta medianica (esperienza fondamentale ma del tempo che fu) la presenza che si disse Francesco (nulla a che vedere con quello d’Assisi) mi disse di dire tutta la verità! Cosa che ho fatto, se con la parte ideale intendeva raccomandarmi il racconto della parte reale. L’avrei fatto comunque. Pur possedendone la capacità, darla ad intendere non è mai stato fra le mie brame.

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Nelle tossicodipendenze

Tre idee per Campagne contro, nella realtà che ancora non conoscevo in pieno: certamente ingenue.

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ungrillo

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tossicodipendenza

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L’immagine si presenta da sé. Nella realtà veronese di quel fango ho mosso solo una qualche infinitesimale e delebile increspatura. In quel settore assistenziale, un nulla ero all’inizio e un nulla sono rimasto. Tanto più, perché amico di tutti ma partigiano di nessuno, tanto più, perché più portato al pensiero (in Accademia Vita, un esempio) che alla concreta realizzazione, tanto più, perché “è un bravo ragazzo, ma…” Cronaca non molto felice, il resto di questa iniziativa. Certamente perché ero in un altrove, di nessuna presa a livello contestuale. Parlai dello Spirito, infatti. Avreste dovuto vedere le facce dei presenti. Va bè! Cosa fatta, un capo avrà avuto. 

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.richiamo

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Sarà anche perché ogni scaraffone è bello a mamma soia, ma a me, questo Richiamo piaceva e ancora piace. Nessuna proibizione o allarme: solo com_passione, nel senso di condivisione della pena che è nel vivere, comunque si viva. Associativamente parlando, potevo andare avanti nelle Tossicodipendenze con idee come queste? E infatti, non sono andato da nessuna parte. Al più, ho “battuto il passo”. Siccome non mi faccio mancare nullla, a qualche referente della piazza del Bene ho rotto pure le palle, non perché non gestibile io, ma perché non ad occhi chiusi; e siccome si capiva, non ero usabile. E va beh! Oggi ho cambiato immagine ma non ho cambiato idee. Quello che è stato è stato, ed io ho fatto quello che ho potuto. Sensi di colpa zero.

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drogaerosa

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Come nella precedente, anche in questa immagine mi piace l’invito, però, mi piace poco la rosa. La trovo violenta, appariscente, prepotente, arrogante. In genere, anche il “tossico” è così. Un tossicodipendente con quei caratteri, avrebbe riso di quell’invito, perché, in genere, solo in ultima si accorgono che i suoi vissuti l’hanno appassito. Si accorgono in ultima, che a farli rinvenire è inefficace ogni acqua. A quel punto al Pinocchio alla stanga, inizia la rassegnazione: iniziano i rimpianti. Sono voci, i rimpianti, che se gli va bene, sussurrano la sua rassegnazione: sempre.  Invano la tacitano continuando a coprirsi di “roba”: Qualche volta con l’ultima nolenti. Qualche volta con l’ultima volenti.

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“Accademia Vita”

Ignoro se nel frattempo si sia capito perché il tossicodipendente vuole tutto e subito perché manco dalla piazza da parecchio. Nell’ipotesi non sia stato compreso, suggerisco questa interpretazione. Il tossicodipendente vuole tutto e subito, perché ragiona secondo forza e, la forza, non ha il senso del tempo, ma quello dei suoi stati, quindi, la forza è lo stato del subito, mentre la debolezza è lo stato del dopo. Se non si crede a me, si provi a sollevare un peso, il che vuol dire, a raggiungere una meta. Se lo si solleva subito, (meta raggiunta) si è forti. Se lo si solleva con difficoltà, (o per difficoltà), si è deboli. Nel caso lo si sollevi a tempo, subentra una crisi: ce la farò, o non ce la faro? Il che vuol dire: avrò, o non avrò? Sarò, o non sarò? Il Tossicodipendente non accetta crisi.

Il Progetto

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Sulla Soglia: le ultime domande prima del Lutto.

Quando l’Amato m’ha chiesto cosa succederà, dopo, mi sono ritrovato con la mente assolutamente vuota, eppure, avevo già letto migliaia di libri. Dove i libri hanno mancato la loro funzione, ancora una volta non l’ha mancata il cuore; e il cuore m’ha suggerito la risposta: non so cosa succederà dopo. Pensa solo che ti amo. All’epoca, mai affermazione mi è parsa tanto insufficiente. Con l’andar del tempo, invece, ne ho capito tutta la saggezza. Fu saggia, non solo perché ha confermato un sentimento (e, dunque, dato sicurezza ad una finale debolezza) ma anche perché ha ancorato la mente di quella persona (e, per inciso, anche la mia) all’interno di un fatto concreto: gli atti d’amore che hanno strutturato il comune sentimento, e scritto la comune storia.

Fermando quella mente all’interno di quel fatto (ed in questo proteggendola dall’ignoto che incombeva) credo di aver ottenuto un duplice scopo:

*) sia nel mio che nel suo caso, ho dato funzione esistenziale a chi temeva di non averne avuta alcuna;

*) ho allontanato la paura del dopo (o quanto meno l’ho attenuata) pur non avendo risposto alla domanda.

Mi si chiederà (come me lo sono chiesto anch’io) ma come si fa ad amare la vita quando non si sente che dolore? Direi che si torna ad amare la vita, tanto quanto ci rifiutiamo di sentire solamente il dolore. Non è certo per mero egoismo che dobbiamo rifiutare l’ascolto del dolore nei casi di lutto, ma perché il dolore è connseguenza di un erroneo intendere ciò che è giusto, sia per la vita che ci ha lasciato, sia per la nostra. Il dolore, infatti, è male naturale e spirituale da errore culturale.

Quando ci allontaniamo dal dolore che ci è causa di morte, ci par di allontanare chi abbiamo amato. Ci sentiamo come se morisse ancora una volta, e quel che è peggio, la seconda volta a causa nostra. Che vi sia allontanamento è indubbio, come è indubbio che il motivo allontanante non è l’allontanamento dell’amore ma quello del dolore. La dove vi è dolore, infatti, non può esistere il bene.

Se un trapassato ha bisogno dl nostro dolore, è chiaro che non vuole il nostro bene. Non volendolo, è chiaro che non ci ama. Liberarsi di ogni ricordo di quella morte, quindi, oltre che doveroso è necessario. Diversamente, il trapassato che ci ha amato e ci ama, non può non augurarsi che allontaniamo da noi il dolore, appunto perché non è quello che vuole ma il nostro bene. Non solo. Siccome l’amore non può coesistere con il dolore, tanto quanto avremo dolore e tanto quanto favoriremo l’allontanamento da noi del trapassato che ci ama.

Tale favore lo aiuterà a liberarsi dai legami con questo mondo. Ogni volta stiamo male, quindi, o abbiamo vicino un trapassato che è nel male e lo persegue, o non abbiamo vicino il trapassato che è nel bene e lo persegue. Stante le cose (sempre a mio conoscere, ovviamente) a che ci serve e/o a che serve il dolore se questo ci allontana da chi ama e non allontana da noi chi non ama?

Con questonon voglio dire che sia giusto andar a ballare il giorno stesso di un funerale, bensì, che dopo aver accompagnato una vita al suo principio, è giusro rivolgere il nostro pensiero verso il bene, non, verso il dolore. E’ giusto farlo perchè nel bene troveremo tutto ciò che è e da vita, mentre nel dolore, non troviamo che dolore. Naturalmente, ad ognuno le sue scelte, e nelle proprie scelte, le corrispondenti misure.

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