Schemà Israel

manofronte

Arrivo subito al dunque: sei, in uno stagno! Ne uscirai con le bombe? Illuso! Con gli omicidi mirati? Illuso! Ne uscirai con l’appoggio del Mondo Occidentale? Sino a che servi!
Tu, hai solo un modo per uscire dal pantano in cui ti trovi: bonificarlo. Come? Togliendo acqua ad antichi odii, e mettendo verità in antiche credenze.
Datata Luglio 2006

La deposizione dei crocefissi

manofronte

Mi considero cristiano perché seguo questa parola. Non di meno seguo altre parole se in esse trovo l’amore per la vita. Premesso questo, anch’io trovo che il crocefisso sia la macabra esposizione di un “cadaverino”, o, in ragione della misura, di un cadavere. Da piccolo, avevo paura di quell’immagine. Non le dico quando mi costringevano a baciarla. Avevano un bel dire che rappresentava il Salvatore. Per me, rimaneva solamente una figura, fissata in quel modo da una morte che faceva fuggire la mia mente ogni volta che l’immagine gliela ricordava. Che ne sapevo allora di “deicidio”! Non che la cosa mi convinca di più adesso. Vuoi perché Cristo non è Dio, vuoi perché all’epoca nessuno sapeva su Cristo, se non quello che pareva agli occhi dei suoi contemporanei. Non che mi convinca l’ipotesi del presunto”suicidio” di Cristo: ipotesi sostenuta dal Presidente di non mi ricordo quale istituzione mussulmana. Che ne sa, quel Presidente, di quello che solo il Cristo poteva sapere di sé? Se nulla veramente sa, allora, lasci a Cristo quello che è suo e tenga per sé quello che lui avrebbe fatto se (impropria identificazione) fosse stato al posto di Cristo. Comunque stiano le cose, se solo deponessimo il crocefisso come è stato deposto il Cristo, (polvere siamo e polvere torneremo vale per ogni corpo), ora non staremo qui a disquisire su cosa sia giusto attaccare ai muri delle aule, o in altri luoghi. Tutt’al più, staremo qui a chiederci, quale idea di vita senza morte (e quale idea di amore senza condizioni) sia più giusto esporre come esempio per tutti.
Datata Luglio 2006

Ricerca di Padre

manofronte

Padre è colui che origina la vita, quindi, al principio della vita vi è il Padre. Chi principia la vita ha la vita come principio. La vita, quindi, è il principio di chi principia la vita. Lo stato della vita che principiamo dice l’attuazione dei nostri principi. Lo stato dell’attuazione dei nostri principi dice che Padre abbiamo trovato. Elementare, Watson!
Datata Luglio 2006

Accoglienza: quando il troppo stroppia.

manofronte

Vi è eccesso di Accoglienza quando, nei confronti della realtà altra, una vita è remissiva al punto da subordinare, ad altra volontà, la propria. Si può dunque invadere una vita altra, allora, non perché si è prevaricanti e/o assillanti, ma perché la vita con la quale si entra in contatto potrebbe non essere un equilibrato gestore del proprio sé. Non si è equilibrati gestori del proprio sé, quando, per essere, si dipende dall’altrui considerazione. Va da se, che se anche a fronte di un pur legittimo no, uno/a teme di cessare di valere se perde anche una parte della considerazione dell’altro, ne consegue che a dirlo, quel no, può anche diventare estremamente difficile.
Datata Luglio 2006

I contratti dell’amore

manofronte

Senza condizioni, ho creduto di aver amato una sola persona. Mi ci sono voluti anni, dolori, e, detto fra di noi, non pochi pianti, per capire che non era amore quello che provavo ma un desiderio (a dirla tutta, naturale più che culturale) così intenso da sembrarlo. Se in certi stati di intensità sentimentale (tanto più se presi da fortissimo erotismo) si può anche scambiare il desiderio per amore, cosa distingue il desiderio dall’amore? A mio avviso, ciò che distingue il desiderio dall’amore è lo stato della naturale, culturale e spirituale comunione delle personalità in corrispondenza. Nell’amore, dunque, aldilà delle condizioni con le quali si raggiunge la comunione, è lo stato della stessa comunione, la “Norma”, che detta le regole per amare.
Se la misura dell’amore è data dalla misura della comunione, dati gli stati e la condizione della comunione, non è certo difficile sapere quanto si ama e/o si è amati. Basta prendere carta e penna e scrivere (e descrivere) quanta e di quale stato è la comunione naturale; lo stesso per la culturale e, lo stesso per le motivazioni di vita che, se in comune, permettono la comunione tanto quanto sono in comune. Fatto questo, capirai immediatamente che non l’amore è cieco (non sempre i proverbi sono la saggezza dei popoli che in questo caso è da secoli la sua ignoranza) ma, casomai, è il desiderio quello che lo è. Il desiderio, non volendo che la sua volontà, poco si cura se è o non in comunione con il soggetto che desidera.
Ho ritenuto di precisare cosa intendo per “amore”, non certo per frustrare le tue aspirazioni sentimentali ma per invitarti a vedere non quello che sembra vero (o ti fa piacere credere vero) ma il vero. Potresti anche obiettare che ad una seria verifica potrebbe restarti ben poco di vero. E, allora? Quantitativamente parlando, l’oro è ben poca cosa rispetto alla totalità del giacimento aurifero, ma, sai perché (oltreché prezioso appunto perché poco) il suo colore è sempre bello? Perché rifiuta di stare in comunione con la materia (il falso) che non fa parte della sua Natura di oro: il vero.
Dato l’esempio, la comunione d’amore fra te e me (come fra te e la vita nel suo complesso) non può non essere condizionata dalla ricerca dell’oro (la verità in amore e nell’amare) da mettere in comunione per poter essere comune (perché reciproco) capitale di vita. Stammi meglio, mio caro. Intanto che pensi e decidi come starlo, mettiti nella testona durona che essere amati senza condizioni, come (forse) chiedi tu, è come mettere chi ti ama sulla riva di un mare in burrasca e, pretendere che stia lì a guardare e basta, mentre vede che le onde ti stanno trascinando lontano. Ammesa l’ipotesi, a chi ti ama stai chiedendo sofferenza, non, amore.
Datata Luglio 2006

Spiegato il mistero della Trinità vado a fare un giretto.

manofronte
Non do del tu, neanche al più inqualificabile degli individui, quindi, perché dovrei chiamare per nome la suprema identità della vita? Per millantare credito? Figuriamoci! Lo chiamo, quindi, per attributo: Principio. Il Principio della vita, è la vita che ha attuato il Suo principio (la vita) e la vita ha attuato il proprio secondo stati di infiniti stati di vita. Come vedi già da qui, neanch’io sono tanto canonico! Il Principio della Vita è Natura perché è quello che è; è Cultura perché è quello che sa; è Spirito (la forza della vita) che corrisponde dalla relazione fra ciò che è e sa. Cosa sia e cosa sappia, non ne ho la più pallida idea. Ma, quale la Sua forza, (il Suo spirito), bèh! basta guardarsi attorno. Guarda che io non sono un panteista. Non vedo la vita del Principio nelle cose, ma, appunto, solo la sua forza. Vedo, cioè, il terzo stato della Sua vita: lo Spirito. La vita, è stato di infiniti stati della relazione di corrispondenza fra i suoi stati, appunto, Natura, Cultura, Spirito. Avendo tre stati, ed essendoci corrispondenza di vita fra di quelli, la vita principiata dal Principio, è trinitario – unitaria. Essendo suprema, la vita del principio è la somma trinità dei suoi stati. Per questo, è anche detto: l’Uno. E adesso che ti ho spiegato il mistero della “santissima trinità”, vado a farmi un giretto: vuoi per non gonfiare la vita a te, vuoi per sgonfiare la testa a me.

Il Serpente nei sogni da fantasie sessuali

manofronte
Come simbolo fallico della penetrazione, il serpente può rappresentare sia le qualità positive, (dolcezza e piacere) che le negative: sopraffazione e dolore. Perché può anche portare a coscienza degli eventuali dissidi sessuali, morali e/o culturali e/o psicologici. Il serpente può anche spaventare: in genere la donna ma anche delle remissive virilità. Per il fatto che, a vista, il serpente non mostra gli attributi del suo sesso, non lo si sa dire se maschile o femminile. Il serpente è come un genitale maschile che ha glande (la testa) ma non i sottostanti attributi: scroto per la Natura ma “palle” per la Cultura.Siccome ambedue gli estremi del serpente potrebbero essere degli artefici di penetrazione (con la testa perché glande e con la coda perché pene) può anche apparire come un sesso di duplice funzione in quanto può penetrare sia con il glande come testa (la testa è via della Cultura) che con la coda come pene: via della Natura. Un sesso senza senso è impotente. Invece, quando è di duplice significato come nel Serpente, in ragione di come lo si vive, potrebbe essere maggiore quanto diverso, e/o confuso, e/o equivoco attributo sessuale. Se dall’accoglienza femminile della donna che lo sogna fuoriesce la coda, si può interpretare il simbolo come appartenente ai desideri sessuali della femmina, ma, se dall’accoglienza femminile fuoriesce il capo (il glande) si potrebbe interpretare il simbolo come appartenente ai sogni e/o ai deliri di una realtà femminile che si immagina maschile; lo può, se è o vuole essere di mascolinizzata identità e/o di mascolinizzata potenza. Nel qual caso la donna potrebbe essere allarmata (quanto intrigata fra paura e piacere) per il fatto che potrebbe rappresentarle dei desideri saffici, o dei desideri di mascolinizzazione o, masturbazione con il “suo” membro, di un “maschio” desiderio di godimento, ecc, ecc. Il serpente completamente ricevuto segna il massimo dell’accoglienza. Che si muova all’interno, può segnare il fatto che sa toccare tutte le sue parti e, lo può, perché le sa identificare. Questi due particolari potrebbero dire sia la potenza del tuo piacere genitale, sia la conoscenza ed il modo che sono necessari per soddisfarla. Del serpentello che in modo serpentino si muoveva dentro di te si può dire che non era verga eretta (cioè, anche dura, anche potente, anche bruta, ecc.) ma verga di erezione non sufficientemente determinata verso la meta, cioè, verso la proiezione del se: il seme della vita.
Se non si muoveva in maniera determinata verso il proiettivo scopo (l’inseminazione della vita secondo la potenza dell’inseminante) si può anche dire che era verga che tentava (stavo per dirti, tentacolava ma intendo induceva e/o indugiava) o il solo piacere o, non si sa se voluti o occasionali, dei tentativi di piacere: da quello che mi dici, peraltro riusciti. Come prima accennato, in ragione della coscienza o della non coscienza di parti quanto del tutto di se, anche l’uomo può essere attratto quanto spaventato dall’immagine del serpente. Lo può, tanto quanto gli rimanda delle controverse e/o complementari immagini del suo stato maschile o di un suo palese o latente stato e/o occasionale desiderio di sottomissione allo stato maschile. Questo genere di acquiescenza, anche sessuale, è più comune di quanto si creda. Il più delle volte, però, coinvolge il solo piacere genitale. Per questo, non necessariamente diventa formazione culturale e, dunque, neanche prevalente identità sessuale. Diversamente da quanto sinora ho sostenuto ( la “freudologia” a tutti i costi può diventare un fuoristrada di notevole cilindrata) il serpente può anche spaventare perché può rappresentare la stretta dalla quale non ci si libera se non con la morte (intendi anche fine quanto risoluzione di ciò che lega) o del soggetto avviluppante (serpente come tentazione nella propria sessualità quanto verso una diversa) o del soggetto avviluppato dai significati del simbolo. In questo senso, può spaventare sia perché è strumento di morte (soffocamento da spire come difficoltà) sia perché (conscio o inconscio che sia) può ricordare la vita (morta) di ciò che è avviluppato (non solo a livello sessuale) dalla tentazione sessuale (propria e/o diversa) quanto dall’incoscienza. Siccome la mano della tua Bimba sa essere serpentina, si potrebbe anche dire che sta tentando la Natura della tua Cultura di donna. Culturalmente elevando il gesto, quella mano potrebbe essere l’equivoco e/o duplice e/o molteplice ma comunque piacevole serpente che tenta la parte di Eva che è in te.
Datata Luglio 2006

 

Anche le piante non sono un isola

manofronte
Chi ha conosciuto la vita nel suo stare male, in alcun modo può farsi promotore di morte: sia pure della vita di alcune piante. Il fatto che sia pianta, quella vita, non muta l’universalista lezione di civiltà sostenuta da John Donne nella sua celebre poesia. La dove il poeta sostiene: “ogni morte di uomo mi diminuisce perché io partecipo dell’umanità”, alla stregua, sento che lo sradicamento di quelle piante diminuirebbe non solo la nostra partecipazione alla vita nel suo complesso ma ridurrebbe anche la nostra umanità. Ciononostante, perdere il senso delle proporzioni fra vita umana e vita vegetale, non di meno può rivelarsi una disumanizzazione, perché, se è ben vero che nessun uomo può essere contenuto in una formula, così, nessuna regola può diventare la sua cassa, se, contenendo rigidamente il suo essere, ferma la sua vita. Ciò succederebbe se si deliberasse l’inamovibilità delle piante che stanno nello spazio sul quale si edificherà il tanto atteso padiglione per le malattie correlate all’Aids. In America, presso la Cultura dei nativi, un danno alla Natura (l’estirpazione di una pianta, giusto per restare in tema) oltre che con riti a favore dello spirito della realtà danneggiata, era anche compensato con un atto riparatore. Ebbene, a fronte di una scelta che per quanto inevitabile, comunque non può non essere dolorosa, propongo si pianti ciò che è stato tolto. Così come si fa nei confronti di quelli che hanno sacrificato (ad altri e/o ad altro) o una parte o il toto di sé, propongo la collocazione di un cippo che ricordi che quelle piante sono state “un pezzo del Continente, una parte della Terra” che, se abbiamo tolto, tuttavia non per questo abbiamo dimenticato. Se dove daremo un segno di morte, lì semineremo un segno di vita, allora, nulla sarà perso al nostro presente perché avremo mostrato ciò che è dolore e, nulla sarà perso al futuro, perché avremo indicato come si provvede per curarlo.
Datata Luglio 2006 

Altezza e Profondità: pericoli.

manofronte
Non si aspetti che la pace dello Spirito, (il personale dato il divino), le venga ipso fatto solo perché ha compreso un po’ di concetti. Il mare della vita è sempre mosso. Ogni onda può nascondere lo scoglio che può far affondare la quiete più inaffondabile. Se non le saprei dire le volte che sono emerso, così, non le saprei dire le volte che sono andato a picco tanto sono innumerevoli. Navigare fra i marosi, (le false corrispondenze), non è facile, ma, lo Spirito, essendo mediatore, è una forza, che rende il “giogo leggero”. Credendo di liberarsi del giogo della Natura, molti sono usi reprimerla o sublimarla. Nel farlo, credono di liberarsi da ciò che considerano della zavorra. Diversamente, rendono maggiormente sofferta la loro esistenza. La Cultura che si aliena dalla sua Natura, può ascendere a piani spirituali anche estremamente rarefatti, ma, la Cultura che si eleva sino a quei piani, è soggetta, come la Natura di chi sale senza ossigeno dove l’aria è più rarefatta, a vertigini culturali che possono giungere anche al delirio. Alla quota di rarefazione spirituale cui può giungere una Cultura separata della sua Natura, lo Spirito, (quello umano, beninteso), può vaneggiare sia per eccesso di ascesa verso il Bene, che per eccesso di discesa verso il Male. La Natura è lo strumento ” tecnico ” che permette alla vita della Cultura di elevarsi verso la Vita dello Spirito secondo la totalità di ciò che è vita, (cioè, secondo l’unità della trinità dei suoi stati), non secondo un solo stato, cioè, per Natura della Cultura, (il pensiero), o per Cultura della Natura: il soma. Come nessun palombaro, scendendo, si sognerebbe di togliersi lo scafandro, e nessun astronauta, salendo, di togliersi la tuta, non si capisce, come mai, per raggiungere la Vita, si debba porre in sottordine lo stato, che fisicamente ci avverte, quanto ci stiamo dirigendo verso il Bene, o quanto ci stiamo dirigendo verso il Male. Chi si appella alla conoscenza della sola mente, è un amante che sa l’amore ma non lo sente, quindi, è un amante che per metà conosce e per metà immagina.
Datata Luglio 2006 

 

La scoperta americana sulla materia grigia della Donna.

manofronte
Da “Le frontiere della scienza”, ne la Repubblica, leggo che la neuropsichiatra Louann Brizedine ha scoperto “la differenza tra la materia grigia di uomini e donne”. Sarà anche perché non sono un neuropsichiatra, ma a me pare la classica scoperta dell’ombrello. La generale, anche se generica, opinione maschile sulla donna, infatti, l’ha anticipata di molto. Della Donna, (o quanto meno di certe donne), l’Uomo dice che ragiona con l’utero. L’intenzione è squalificante, eppure possiede un fondo di verità. L’utero, è il luogo deputato ad accogliere il seme della vita. La trasmissione del seme avviene attraverso il piacere sessuale. Dal che, se ne può trarre che la donna ragiona con l’utero, tanto quanto i suoi principi di vita sono fondati sul piacere, più che sul sapere. La squalificante opinione dell’uomo sulla donna, però, gli è un arma a doppio taglio. Anche dell’Uomo di può dire che ragiona col suo utero, (il pene), ogni qual volta argomenta secondo i principi del piacere, più di quelli del sapere. Non per niente, certe personalità maschili sono dette, appunto, teste di cazzo.
“I detrattori della ricerca compiuta dalla Dottoressa, sostengono che non ci sono differenze biologiche che possono spiegare il diverso comportamento dei sessi.”
A mio parere, questa opinione nega che vi sia rapporto di reciproca vita fra Mente e Soma, e che, quindi, la diversa genitalità, non influisce nella formazione del pensiero culturale maschile e femminile. Su questi detrattori, viene da pensare che non abbiano mai interagito con una donna o con un uomo: nudi, o vestiti che sia. La conservazione del piacere nella donna, e la proiezione del piacere dell’uomo, non possono non originare due diversi modi di vivere e di intendere la vita! E, poiché la mente fa il corpo, come il corpo fa la mente, i due diversi modi di vivere e di intendere la vita, non possono non originare due diverse materie grigie. Della ricerca della Dottoressa, le femministe americane sostengono che è un passo indietro. E’ certamente vero se vogliono donne con cervello da uomini! Non è vero, se vogliono donne dal cervello autonomo da quello maschile. La psichiatra Andreasen sostiene: così si discrimina! Non vedo perché! Io non mi sento affatto discriminato se non ho la materia grigia di una donna; e non mi sento discriminato, se non ho la materia grigia di un uomo. Neppure mi sento discriminato, se ho la materia grigia sia dell’uomo che della donna. Io mi sento discriminato, solo quando non mi si permette di vivere quello che sono: mentalmente determinante come uomo, e culturalmente accogliente come donna.
Datata Luglio 2006 

Catene e Chiavi.

manofronte
Quando ho iniziato ad occuparmi di tossicodipendenze mi sono ben presto reso conto che le dipendenze che ci intossicano, pur essendo infinite, tuttavia hanno un comune denominatore: la fissazione del discernimento. Se ciò che fissa un discernimento può essere naturale non di meno può essere culturale o spiritico. Al punto, è ” droga ” tutto ciò che fissa ad un dato stato, il discernimento di un dato stato. Liberarsi dalla tossicodipendenza naturale è “semplice”. E’ da quella culturale che è più difficile. Non le dico da quella spiritica! In tutti i casi, liberarsi da ogni intossicante dipendenza, significa ritrovare la libertà di se stessi. L’affermazione non è una novità. Tutte le Culture (laiche o religiose) la sostengono. Guaio è, che tutte affermano sia di essere la libertà dalle catene, che di aver titolo per gestire l’uso delle Chiavi: concetti che sono liberatori, se non fissano l’arbitrio.
Datata Luglio 2006

Dal curriculum vitae: rimembranze.

manofronte
Dopo le elementari in collegio, anno più anno meno verso i trentacinque (o erano i 45?) ho conseguito alle serali la licenza media e la prima superiore. Siccome errare è umano e ariete perseverare, in una scuola pubblica, in mezzo a ragazzi che gridavano alle ragazze ” col c…., col c…., è tutto un altro andazzo ” e alle ragazze che gridavano ai ragazzi ” col dito, col dito, orgasmo garantito “, iniziai a perdere i capelli e cominciai il biennio. Mi distinsi in religione, in un test dell’insegnante di Pedagogia nel quale risposi: ” quasi sempre ” o ” quasi mai ” alle domande e, perché mi si chiamava papà. Molto francamente, se i miei studi sono proseguiti, più che alle mie capacità lo devo alla carità degli insegnanti. Quando non ho potuto non ammettere che la vergogna di accettarla era maggiore del fine per cui l’accettavo, (capire e capirmi), ho lasciato la scuola. Da qualche parte dell’Emilia devo avere una abilitazione ad una terza superiore.
Datata Luglio 2006

La paranoia e le Assistenti sociali

manofronte
Giorni fa ho telefonato alla mia Assistente Sociale. Non c’era. Partecipava al seminario “Fidiamoci”. Sugli aspetti trattati, su chi deve fidarsi e/o è invitato a fidarsi non so. Quello che so, è il significato di Fiducia e/o di quanto e come l’ho ottenuta o al caso persa. Sull’azione concreta attuata dalla mia assistente non ho particolari lamentele. Certo! Tutto si può fare di più, ma per quanto mi riguarda accetto più o meno serenamente quello che passa il Convento. Mi resta più di una qualche perplessità, però, sul come le mie istanze vengono accolte. L’assistente sociale si ritrova (nolente o volente, o potente o meno) fra il martello di una professione in cui è gestita_ gestirice, e l’incudine dell’assistito. Nei confronti dell’assistito, pertanto, non può non tenere conto sia del peso del martello, che della sostenza dell’incudine, e fra i due fattori, trovare il giusto colpo. In qualsiasi caso è tutto fuorché facile. “Facile” lo rende, però, sia l’eccellenza umana che quella professionale. Su l’eccellenza professionale lascio ad ognuno la sua opinione. Su quella umana, qui dico solo la mia. Paranoia, Signor Direttore, è la malattia dei derubati dalla fiducia. A me, è stata rubata quasi tutta. Dico quasi, perché quella che riesco a trovare, il più delle volte è solo un amato ricordo di quello che è stata prima di ogni furto. Un proverbio romeno dice che chi è stato scottato dal brodo teme anche lo jogurt!. Ed è quello il timore che sento ogni volta vado dall’Assistente Sociale. Certo, mica può rendersene conto, tuttavia, avendo a che fare con anziani, poveri (il più delle volte) di ogni bruciato valore più che assenza di denaro, dovrebbe darlo per scontato. Sia pure non in ogni caso, così non è. Ha certamente presente la storia del santo che ha donato un pezzo del suo mantello a un povero. Mi rifiuto di pensare che prima di farlo si è chiesto se dare o non dare fiducia a quel derelitto, o se sia in quelle condizioni per un mestierato accattonaggio, o per altre analoghe ombre. Ecco, di fronte alla mia Assistente Sociale, mi sono ritrovato a dover sentire quel genere di dubbi; e sono umilianti. L’assistenza che comunque segue, non li annulla. Anzi, li rende più amari. Diversamente da quel santo, l’Assistente sociale non è mica tenuta ad amare i suoi poveri, tuttavia, la direi tenuta ad amministrare la sua giustizia, evitando di usare la forma mentale dei Carabinieri, per i quali, siamo tutti illegali sino a prova contraria. Certo! Ci sono poveri anche per mestiere, ma questo retro pensiero, non può stare apriorisiticamente sulle spalle di chi non lo è: invece, succede; e succede perché anche alle Assistenti sociali è capitato di finir derubate della loro fiducia. Direi allora, che il tema “Fidiamoci”, in primo denuncia il corso di una guerra fra poveri: guerra che, se vogliamo guarir la mente paranoica, è necessario superare.
Datata Novembre 2019

Le vie dell’amore nella Tossicodipendenza

Nel proiettare verso di me la tua domanda di piacere, hai agito come di solito agiscono gli uomini, ma nel tenere conto solamente di te stesso hai agito come agiscono i bambini. Si può ben dire, dunque che, oggi, a monte del fatto, è stata la tua parte istintiva, (l’animale), che ha sputtanato quella riflessiva, (la razionale), e non il mio rifiuto di te. Sai bene quanto me che nel mondo nel quale agisci l’offerta amorosa, (per quanto anche liberamente cercata e/o condivisa), è quasi sempre un mezzo per raggiungere un dato scopo. Dal momento che non sei un libero, quanto era vera la tua offerta, o quanto la tua presente condizione non la può rendere libera se non rinunciando all’altra amante: la roba? Ti pare che con la mia esperienza possa ancora credere di essere amante in grado di competere con l’altra? E’ ben vero che lo scopo, (la soddisfazione della tua amante), non è un mio problema ma è anche vero che, anche tralasciando quella morale, è mio problema la chiarezza culturale. Per quella chiarezza non mi è possibile mescolare il “diavolo”, (la ricerca di amanti fra le Personalità td), con l’acqua santa, (i propositi ausiliari che mi propongo come persona e Associazione), se non agendo falsamente con ciò che penso. La chiarezza culturale ha dei costi. L’averti detto di no è stato il prezzo che ho pagato oggi. Se non avessi pagato quel prezzo mi sarei sentito un uomo di merda. Come vedi, in ballo non c’è il fatto che tu ti sei sputtanato ma il fatto che, culturalmente parlando, almeno ai miei occhi, non mi posso sputtanare io. Potrei anche dirti: accetterò la tua offerta quando mi avrai dimostrato di essere libero, ma, da libero, puoi dire a te stesso che la rifaresti?
Datata Luglio 2006

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Ogni genere di esaltazione è un’allucinazione.

Mentre “Cultura” è la somma delle informazioni, l’intelligenza è la capacità di elaborarle. A dare questa proprietà, è la capacità di discernimento. Si è intelligenti, pertanto, non per ciò che si sa, ma per quanto si sa discernere su ciò che si sa. Siccome ognuno ha ed è lo stato culturale dato dal proprio discernimento, va da se che ognuno è soggettivamente intelligente. Siccome non esistano due persone eguali (tutt’alpiù possono essere colte in maniera prevalentemente eguale) per questo non esiste che uno sia più intelligente dell’altro. Può anche essere che uno sia più colto di un altro e che sappia usare meglio i suoi dati ma non è detto. Infatti, la vita prova che vi sono laureati che nella vita personale non se la cavano meglio dei semplici scolarizzati. Ammesso questo, ne consegue che la tua affermazione “hai paura di confrontarti con me perché sono più intelligente”, non solo è presuntuosa (che ne sai della mia intelligenza se non ciò che puoi, credi e/o ti fa comodo sapere?) ma rivela la necessità di essere più degli altri. Per esserlo, è ovvio che si deve prevaricare l’altrui personalità. E’ solo per questa tua tendenza (e non per paura o di te o della tua intelligenza che dopo aver affrontato me stesso ho paura solo dei miei errori) che ho interrotto il mio rapporto nei tuoi confronti. Diversamente da te, non t’ho detto che l’interrompo perché sono più bello,o più figo, o più furbo, o più intelligente, ecc. ecc. ma, se ben ricordi, ” perché non mi corrispondi “. La corrispondenza fra persone è un passaggio sentimentale e culturale che deve risultare prevalentemente paritario. Se non lo è, allora quel rapporto entra in sofferenza; entrandolo, è destinato ad essere fallimentare. Per infiniti motivi, se non si interrompe un rapporto fallimentare ciò evidenzia che la passione per il dolore (masochismo sentimentale) ha sostituito con altrettanta passione quella per l’amore: corrispondenza di stati fra tutti ed in tutti gli stati della vita. Premesso questo, non mi pare che il nostro ultimo colloquio abbia evidenziato la tua voglia di capire (desiderio di corrispondere attraverso lo scambio del sapere) ma di restaurare un amor proprio minato nella sua voglia di affermarsi. Se questo ti fa felice buon per te che per me è totalmente indifferente: indipendentemente dalle conferme altrui, il mio amor proprio si basa sull’amore che ho di me, e di me con la vita e, non, con la tua o sulla tua. Per quanto mi è dato di capire di te, la forza della tua Cultura si basa sulla forza della tua Natura. Per me, diversamente, è la forza della mia Cultura che fortifica la mia Natura. La differenza non è di poco conto. Il lutto che ti ha recentemente colpito, oltrechè farti capire il dolore (male naturale e spirituale da errore cultural ) avrebbe dovuto farti capire che la forza naturale non è il fine della vita (tanto è vero che finisce appena abbiamo compiuto il personale ciclo culturale) ma il mezzo con il quale si perpetua sia la nostra vita che la sociale e la spirituale. Perseguire la forza naturale come fai tu, solo al momento da conferme e affermazioni. Nel tempo, però, è destinata a fare la fine dei moccoli, che dopo aver dato luce solamente a qualche decimetro di distanza da sé stessi, restano cadaverica materia. Ben diversamente, è il perseguire la vita in tutti i suoi stati, ciò che da luce alla vita: in qualche caso, anche a millenni di distanza dalla fonte di origine. Perseguire la vita, significa perseguire il bene nella Natura, il vero nella Cultura ed il giusto dello Spirito: la forza della vita. Va da se, che torneremo cadaverici moccoli, tanto quanto, anziché originare vita in tutti i nostri atti, origineremo stati di morte: male nella Natura, falso nella Cultura ed ingiustizia nello Spirito. A mio avviso e, per quello che vale la mia opinione presso di te, anche se la capacità di vederti con lucidità è allucinata dalla passione che hai verso te stesso, comunque hai dimostrato di conservare una buona capacità di autoanalisi. Continua a servirtene non per prenderti e/o per prendere, ma per liberarti e/o liberare. Mi auguro che questa lettera raggiunga il suo scopo: far capire. Lo spero per chi desideri e/o desidererai. Se non dico lo spero per chi ami e/o amerai, è perché, almeno al momento, non dimostri capacità di porti in comunione: corrispondenza che è amore solamente quando chi desidera, sente che i conti gli tornano giusti perché dal rapporto non gli viene sofferenza.
Datata Luglio 2006

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Desiderio di padre. Dalla lettera a Silvana.

Ho accolto con tenerezza la tua manifestazione di simpatia ed il tuo affettivo abbandono nei miei confronti ma le occhialute occhiate destra – sinistra che ci ha dato il tuo ragazzo, (sembrava un ” carabbbiniere ” in servizio non stop quanto un granchio che ha occhiato un riccio), mi ha costretto ad una ritrosia che, oltre che forzosa, non mi è consona: tanto più, quando non giustificata. Siccome i galletti sono sempre sul chi vive anche quando non è l’evidente caso, per chiarire la situazione gli ho telefonato. Nel nostro colloquio gli ho detto che la tua simpatia non segnava una voglia d’uomo ma di padre.
Tanto per confermare che ogni tanto non dico sciocchezze m’ha detto che a te era mancato presto o, non ricordo, “che non l’avevi mai avuto”. Se fosse, è chiaro il tentativo che fai, Silvana, di curare il dolore di quella mancanza attraverso figure che ti suscitano delle emozioni, (quanto consce o quanto inconsce è tutto da verificare), che desidereresti avere dal padre ideale che ognuno configura per se. Se in me hai colto emozioni di pace, anche al punto da consentire alla tua forza, (al tuo spirito), di adagiarti sul mio e, se la pace (silenzio per raggiunta verità data la cessazione dei dissidi), è ciò che tu desidereresti dalla figura del padre che ti manca, ergo, tu in me, hai sentito la figura di padre.
Datata Luglio 2006

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La voce di Ofelia

A mio sentire, la voce di tua madre spaventa perché chi la sente ne coglie emozioni di delirio. Lo si potrebbe chiamare quello di Ofelia: principessa di Danimarca e promessa sposa di Amleto. Se la causa della pazzia di Ofelia fu la pazzia di Amleto, e se si può sovrapporre la realtà di queste due figura su quella dei tuoi genitori, si potrebbe anche dire che tuo padre, (“folle Prence di Danimarca perché impotente sovrano del suo stato”), a sua volta ha indebolito la mente di tua madre, al punto da renderla impotente sovrana del suo stato: la sua femminilità e la corrispondente cultura.
Può essere provocata quella debolezza mentale, a causa del crollo dell’idea di marito, o di amante, o di uomo, o di padre del suo ” Amleto “, oppure perché sovraccaricata dei pesi della vita che tuo padre non sa e/o non vuole affrontare, o per un insieme delle cause.
Tu sarai Amleto di diversa condizione da tuo padre tanto quanto non te ne starai sugli spalti del castello ma affronterai il villaggio (la tua realtà umana e sociale) da semplice uomo. Semplice significa composto da elementi essenziali, non poco importanti come potresti interpretare, e ” semplice uomo “, significa senza i titoli reali: presunzioni e narcisismi di vario stato e/o genere, che necessitano a chi deve sentirsi incoronato da grandezze, per non ammettere che non sa affrontare la realtà così com’è essa e così com’è lui.
Non credo molto nella psicologia come ricerca dei ” pori morti ” (i concetti originanti i disturbi nella mente) ma come ricerca dei ” pori vivi “: i principi di base che aiutano il cammino della Persona verso la sua vita e la vita. In questo senso, la intendo eminentemente funzionale alla Pedagogia: scienza dell’educazione verso la vita. Pertanto, indipendentemente dal fatto che la mia analisi possa essere in molti modi attendibile o no, ti invito a discutere questa lettere con il tuo psicologo. Ti ripeto, non quanto per capire il passato, ma per quanto può aiutarti a ricollegarti con il tuo presente e a indirizzarti meglio verso il futuro.
Un ultimo invito da ” psicologia selvaggia “: bimbo, ” smonta dal figaro ” e muovi il culo! Non solo per non rendermi penose le nostre conversazioni telefoniche (il che, potrebbe essere relativo) ma per non renderti penosa la vita.
Datata Luglio 2006

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Il magistero della chiesa non è asessuato

Riprendo ed amplio dei concetti che ho già espresso in post e/o commenti. In quelli, dicevo che c’è la Chiesa dell’Amore e quella del Potere. L’Amore è un piacere che accoglie senza condizioni: è il principio culturale della Donna. Il Potere, è il piacere che determina cosa l’Amore deve accogliere: è questo, il principio culturale dell’Uomo. Per quanto detto: la Chiesa è culturalmente Donna, tanto quanto accoglie, e culturalmente Uomo tanto quanto determina cosa vi è da accogliere. Segua ognuno, la Figura della Chiesa che più corrisponde al suo carattere religioso. Per quanto riguarda me, seguo la mia strada.
Datata Luglio 2006

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Caro Francesco, come possono dirti eretico…

… visto che non puoi scegliere?

alineagoro

Ho letto che ti stanno accusando di eresia perché scegli la vita che i cardinali non scelgono in nome di Pietro. Non so chi sia questo Pietro ma non penso sia lo stesso che almeno in un fondante caso ha amato la vita oltre ragione. Mi dispiace dovertelo dire, ma cardinali e pistolatori vari una certa ragione c’è l’hanno. Non per i motivi che dicono ma perché ho rilevato in te un orrendo difetto! Tu, all’amore che devi alla Barca, anteponi l’amore che devi alla vita in tutte le sue forme. Cristo te ne sarà grato (era anche una sua idea) ma i maramaldeggianti (convinti di non stare seduti sul ramo che segano) temo proprio di no. Non so sei sei tu quello profetizzato come ultimo Papa ma lo direi possibile! Il prossimo, infatti, che altro potrà essere se non un delegato sotto cardinalizia custodia? Quello che certamente so, è che al prossimo non scriverò! Ti raccomando: se ti offrono un caffé, versalo sui gerani!

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L’Universale è anche nel Particolare

Il principio dell’uguaglianza di stato (di stato non della condizione dello stato)  che è fra Immagine e Somiglianza, è stato il filo guida che mi ha permesso di trovare il denominatore comune (l’universale) di ambo le vite. La stessa operazione culturale che ho fatto io, la fa chi, non potendosi portare a casa il Monte Bianco, ma dovendoselo studiare, cerca il comune principio fra l’universale (l’insieme del monte) ed il particolare: un suo sasso. Se lo trova nel calcare, è chiaro che studiando il calcare del sasso di quel monte studia il principio del Monte: sasso più grande. Il principio comun denominatore fra la vita del Principio e la nostra, l’ho trovato in tre pietre, cioè, negli stati della vita ( Natura, Cultura, Spirito ) della Somiglianza. Da questi, sono risalito ad un Principio, che, se è Immagine, non può non essere fatto che dagli stessi stati della Somiglianza che ha originato.
Del Luglio 2006

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Tessere per sapere: lettera ad una madre.

In ragione del nostro Spirito, siamo principi di vita: corrispondenza di stati fra Natura e Cultura. Lo possiamo essere per la sola Natura qualora si origini un corpo, per la sola Cultura qualora si origini informazioni; per il solo Spirito qualora si origini forza. Ma, vita, è lo stato della corrispondenza fra infiniti stati di vita. Pertanto, anche dove si origini solamente Natura, o solamente Cultura, o solamente Spirito, comunque, indirettamente quando non direttamente, non si può non originare vita. Nel mio caso, ad esempio, non sono mai stato un padre naturale. Tuttavia, comunicando le informazioni che hanno permesso a più di una vita di trovare parti della sua, posso dire di essere stato padre culturale. Siccome ciò che ho permesso ha dato forza a quella vita, posso ulteriormente dire di essere stato anche padre spirituale. Non solo. Per dare le informazioni che hanno dato forza, non ho potuto non accogliere la vita a cui l’ho data. Siccome l’accoglienza è il principio naturale, culturale e spirituale della donna, per questo posso dire di essere stato anche madre. Siccome vita è anche lo stato di infiniti stati di vita che si origina dalla corrispondenza fra la determinazione maschile e l’accoglienza femminile, non ti dico, infine, quante figure parentali, maschili e/o femminili, sono stato di volta in volta. Questa multiforme proprietà dell’essere non è solo mia. A differenza di altri, ne sono solamente più cosciente. La determinazione naturale, culturale e, dunque, di vita, rende maschio l’ uomo. L’accoglienza naturale e la determinazione culturale e, dunque, di vita, rende femmina la donna. Ma l’uomo non può non accogliere culturalmente ciò che ha determinato. In questo senso è anche culturalmente femmina. Se non lo è, non gestisce e partorisce, culturalmente e spiritualmente, la vita che ha deciso di proiettare. Così, la donna non può non determinare su ciò che vi è da accogliere. Se non lo fa, non proietta da sé la vita che ha accolto. In questo senso è anche culturalmente maschio.
L’insieme della corrispondenza fra determinazione ed accoglienza, conforma la sessualità: maschile nell’uomo se sarà prevalentemente determinante, femminile nella donna se sarà prevalentemente accogliente. Ma, vita è lo stato di infiniti stati di vita. Allora, nello stato sessuale di prevalenza, (maschile e/o femminile) sia nell’uomo che nella donna si dirameranno dei secondari stati sessuali: gusti in amore e/o in amare. Quando questi gusti segnano la persona al punto da formarne l’identità, si hanno delle ulteriori figure sessuali: le cosiddette “diversità”. Il Principio della vita è il bene della Natura. Per corrispondenza di stati, il bene della Natura, diventa il vero nella Cultura ed il Giusto nello Spirito. Pertanto, siamo normali a noi stessi e nei confronti della vita sino al Principio, tanto quanto non si origina del male: dolore nella Natura, errore nella Cultura ed esaltazioni o depressioni nella forza della vita. Sia nei confronti della vita personale, famigliare e sociale, il male, è mancanza di vita e, dunque, mancanza verso la Vita. Per questo, non può essere norma di vita. Allora, indipendentemente dalla sessualità, anormali alla vita sono quelli che coscientemente perseguono il male. Per quanto sostengo, lo stato della corrispondenza fra stati naturali, culturali e spirituali fra le due famiglie, (la personale e la sociale), dice quanto esse sono reciprocamente normali sia verso sé stesse che verso il Principio della vita.
Il Principio della vita è la vita che ha originato la vita. Non lo dico con altro nome, vuoi perché sarebbe invano, vuoi perché sarebbe vano. Qualora vi sia della vita, (individuale, famigliare quanto sociale), che diverge dal Principio della vita, (sia nella vita propria che nella vita altra, il principio della Vita sta nel comunicare vita in tutti e fra tutti gli stati della vita), non la vita in questione lo allontana, ma, tanto quanto coscientemente vuole ciò che lo separa dal gruppo di principio culturale, da sé quella si allontana. Il soggetto che si allontana, (coscientemente o no che sia), decidendo di essere parte per sé stesso, necessariamente, diventa estraneo a quello di origine tanto quanto non gli corrisponde più. Prendere atto della separazione da estraneità può essere abbastanza “semplice”, ma, non tanto nell’attuarla. Vuoi per situazioni economiche, vuoi per altri vincoli. Fra questi, in chi si è separato, la paura di affrontare le inevitabili conseguenze che sono nelle sue scelte. Accertare in chi stia la paura, (segno di debolezza ma anche speranza di recupero in quanto la debolezza indica che una data personalità non si è ancora costituita), e in chi stia il comodo non è mica tanto facile. Purtroppo, menzogna e verità, almeno sino a prova contraria, hanno la stessa faccia: difficile da distinguere se per caso è quella di una vita che si ama. Che fare in questi casi? Direi tornando da capo, al principio della vita.
E il principio della vita è la Natura. Non sapremmo il concetto culturale di piacere e/o di dolore se la Natura, il corpo, non ce lo facesse sentire. Ciò che noi si sente, dunque, è informazione tanto quanto ciò che si sa, ma, a fronte di una cultura in confusione, la Natura non lo è mai. Infatti, essa sente il dolore e/o il piacere anche quanto la sua Cultura non sempre la sa nominare o sa riconoscerne le cause. Ho detto prima che il dolore è male da errore. Ecco così, che anche non sapendo l’errore, comunque il dolore te ne segna la presenza. Al punto, ogni qual volta i corrispondenti non sappiano e/o vogliano far cessare il dolore facendo cessare i dissidi, non solo ciò rende giusta la separazione ma ne segnala la necessità. Per perpetuare la sua vita e la vita, l’ uomo determina la Cultura femminile penetrandone la Natura. Il carattere che si origina dalla comunione fra la potenza del suo corpo, della sua mente e della forza della sua vita è detta virilità. Quando questo carattere è offeso da una opposizione, l’uomo si separa da ciò che offende il piacere datogli dal suo sé, appunto, la penetrazione – determinazione – proiezione dei suoi principi. Per farlo, non ci mette che il tempo di pensarlo. La cosa è ben diversa per la donna. Non tanto per il rapporto carnale fra madre e prole, quanto perché il principio della donna, (e suo piacere di vita), è l’accoglienza, non la determinazione.
L’accoglienza comporta la presenza di una remissività spirituale che, oltre che la fisica, conforma quella mentale. La remissività spirituale, (cosa ben diversa dalla passività spirituale in quanto la remissività è attiva perché implica la volontà di esserlo), è l’ulteriore motivo per cui una donna si separa molto difficilmente dalla vita e/o da degli stati di vita che ha accolto. Data la determinazione come carattere e piacere maschile, l’uomo è forza proiettiva più che conservante. Diversamente, data l’accoglienza come carattere e piacere femminile, la donna è conservante più che proiettiva. I diversi tempi dell’orgasmo sessuale confermano ciò che sostengo sui modi di affrontare la vita dell’uomo e della donna. Essendo prevalentemente conservatrice, non può non conseguirne che i tempi di elaborazione delle informazioni della donna sono più lunghi di quelli dell’uomo. E’ per questo, non per altro, che la donna appare all’uomo di più duro comprendonio. Penso che se i tempi dell’orgasmo femminile fossero come quelli del maschile, la vita, avrebbe ben breve vita. Quando per motivi personali e/o sociali una donna non può non separarsi dalla vita che ha originato perché accolto, può anche vivere la divisione con un dolore che può giungere a colorarsi di colpa. Il Senso della Colpa, si origina dalla somatizzazione di una depressione nella forza della vita: lo spirito. Questa depressione può avere infinite cause. Fra le prevalenti: dei dubbi circa il ruolo di femmina, (per quanto riguarda l’accoglienza naturale dell’uomo), e/o di donna per quanto riguarda l’accoglienza culturale, sempre dell’uomo. I dubbi su di sé e/o i rifiuti dell’accoglienza naturale, quanto culturale e spirituale dell’uomo, (amante, marito e padre), possono avere inquinato la qualità dell’accoglienza della prole.
Da questo, altri dubbi e/o avvelenanti rimproveri. Dubbi e/o avvelenanti rimproveri che potrebbero non rendere ferma la distinzione fra ciò che è giusto fare per tuo figlio e ciò che è giusto fare per te. L’incertezza potrebbe renderti soggetta a ricatti affettivi e, dunque, ad altri errori, rimproveri e chi più ne ha più ne metta. Una mente che entra in questo girone di dubbi e/o di ricatti, rischia il delirio, pertanto, fermiamo le macchine! E’ ben vero che potresti anche essere la sciagurata donna che ha tradito tutto e tutti, ma, di te, (come di tutti), si può dire anche vero, che la Vita si è servita della tua, per poter dettare a tuo figlio il problema che ho messo all’inizio di questa non breve lettera. Allora, dove starebbe la colpa da separazione, dal momento che potresti anche essere un messaggero della vita? Nel dubbio, credo sia giusto rimandare i processi su di noi a quanto potremo capire di più, non prima. Se il farlo prima non ci da che dolore, allora, nel processo che ci facciamo non ci può essere verità, in quanto il dolore, comunque, segna l’errore.
Del Giugno 2006

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Saggezza e normalità sessuale

Poiché mi hai manifestato l’intenzione di migliorarti e non vi è miglioria che non si basi su una maggiorata conoscenza di se stessi, allo scopo ti sottopongo alcune ipotesi sulle quali riflettere. Vi sono personalità maschili che non si dicono omosessuali (di simile sessualità) non perché non siano in molti modi, (stati e/o condizioni), dipendenti dalla figura sessualmente simile ma perché in alcun modo (stato e/o condizione) sono dipendenti dalla figura maschile: etero o omo che sia. Anche la tua tendenza in amare (il piacere di soddisfare la personalità del dato momento indipendentemente dalle tue esigenze) è un arancia che ha molti spicchi. Ad esempio: può rivelare una donazione di se stessi. La donazione fisica di se stessi, (purché libera, una generosità da mosche bianche), potrebbe rivelare altre ipotesi.
Ad esempio:
a) potrebbe essere un alibi per una non pienamente riconosciuta e/o accettata ramificazione della tua sessualità;
b) potrebbe compensare una deficienza fisica a livello genitale, esistente di fatto o anche solo immaginata e/o temuta;
c) la ” generosa ” rinuncia a vivere l’egoismo che è in ogni personale desiderio, potrebbe nascondere un masochismo culturale ed esistenziale;
d) se la generosità in ipotesi è rinuncia a vivere il personale egoismo in amare, ciò potrebbe provare che, almeno nella sessualità, non sei sufficientemente te stesso.
Stammi tranquillo, ed evita di farti assillare dal concetto di “normalità “sessuale e/o altro che sia di implicito e/o nascosto. Dal momento che hai evitato il rischio di overdose in eroina, perché mai vuoi cercare quello in sessualità? Vivi i tuoi piaceri, serenamente, tranquillamente: tanto meglio se decentemente. Questo è normalità. Se altre ” normalità ” culturali ti creano dei dissidi, allora sono errori da evitare. I dissidi, immuno deprimono la vita. Certo, questo non significa che la si debba vivere con leggerezza, ma, certo, neanche con pesantezza. Gli antichi sostenevano che la verità sta in mezzo. Il che è come dire: la verità è la dose, (informativa), che sta fra una scarsa ed una eccessiva. Chi vive sé stesso secondo dose, direi quasi suo malgrado, è destinato a diventare un saggio. Più normali di così!
Del Giugno 2006

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Le rose della vita

Dio l’è nel creato, come un so’ scrito no’ l’è Eugenio, ma quel che l’ha dito.
E, Dio l’ha dito: vita.
Che la sia deventà na rosa, l’è tutta n’altra cosa
da quel che l’è restà, Respiro Primo, là!

.

Poteva, Dio, sostenere un qualcosa di diverso dalla cognizione di Sé? A mio avviso, no, perché la parola è l’emozione della vita che dice sé stessa. Se così è nella Somiglianza, così non può non essere nell’Immagine. Non per questo intendo dire che Dio non è in grado di dire rosa, ma per questo intendo dire che essendo l’assoluto Principio dell’emozione di ogni vita, è Parola, non parole; è Nome, non nomi; è Universale, non particolari. Sento di poter affermare, pertanto, che Dio è vita, (atto della creazione data la Sua emozione), ma non è nella vita, (atto dell’evoluzione corrispondente alla creazione), se non come volontà di creato. Con altre parole, è atto della rosa, non, vita della rosa. Chi ammira Dio nel creato ha la bellezza della rosa come maestra. Chi ammira Dio nella vita, ha la bellezza della verità come rosa. Quale, la rosa giusta? Siccome so ben distinguere la conoscenza per speranza, dalla conoscenza per ragione, quello che io credo non è quello che io so. Quello che certamente so, invece, è che devo badare alle spine che ci sono in ambo le rose.
Del Giugno 2006. Non ricordo perché ho scritto allo Scalfari in questi termini.

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Regnanti con oro e regnanti con ottone.

“Non era quello il senso della mia citazione… Ama e fa quello che vuoi… Era, nello specifico, riferito ai progetti della Regina…”

alineagoro

Non mi era sfuggita questa tua interpretazione, ma anche una Regina, non può sfuggire alle regole, che per quanto “feudali”, non di meno esistono da sempre. Sopra ogni Regina, infatti, regna un’Imperatrice: la vita. Certamente possiamo lasciare le regole imperiali della vita, ed aprire un nostro regno! Chi sono io per obiettare! Tuttavia, anche nell’impero che apriamo per noi, o siamo dentro quella vita, o fuori. Cosa mi fa dire se siamo dentro o fuori anche nella nostra “casa”? Me lo fa dire la presenza del dolore: unica ed incontrovertibile verità che possediamo, perché possiamo anche ingannare la mente, ma non potremo mai ingannare il corpo! Ebbene, in Z. ho avvertito la presenza del dolore: bestia, tanto più pericolosa, perché mimetizzata fra le righe. Ho detto, allora: attenta, mia Regina! Tutto qui! Nella ricerca del Bene, del Vero, e del Giusto, siamo tutti accomunati. Non lo siamo nelle vie per giungervi, ma mi pare più che giusto, dal momento che, a mio avviso, ognuno deve trovare sé stesso. Quando dico, che un’amante vuole quello che l’altro/a vuole, intendo dire che è la volontà d’unione che detta quella scelta, non, volontà di reciproca imposizione, o similia. Non ritrovo il mio senso dell’amore nei “colori della primavera”. Ritrovo, piuttosto, il senso delle passioni che, nel mio bene e nel mio dolore, ho vissuto. In quelle riconosco di essere stato servo, morboso, e quanto d’altro di accidenti, ma l’oro, (l’amore), è un’altra cosa dall’ottone: la passione. E’ vero che hanno lo stesso colore, ma, l’ottone, per quanto lo lucidi, si ossida pressoché subito. Ed è la continua lucidatura per farlo diventare oro, che ci rende servi, morbosi, e quanto di similia. Detto questo, ognuno fa quello che crede! Per quanto ci è possibile però, facciamolo a ragion veduta!
Del Giugno 2006

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La Perla del Pirla

Secondo il mio intendere la vita, tutti siamo suoi alunni. Agli esami di questa scuola, sono stato bocciato e/o ripetente, per anni. Mi par di cavarmela, adesso, ma, solo da ieri. Sarebbe questo, il bell’esempio di intelligenza da complimentare? Ma, per carità! E’ ben vero che la mia generale deficienza è stata la scoria che ha permesso il formarsi della perla (la cultura”per Damasco”) ma, se possiamo dire anche bella la Perla non vedo come si possa dire bella l’Ostrica! Al più, possiamo dire che l’ostrica è la Bestia della Bella, ma, questa è necessaria funzione dell’ostrica mica un’eroica virtù! Morale della storia: accogliete la perla e lasciate perdere l’ostrica.
Del Giugno 2006

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La geometria della vita

Non sei la prima persona che mi dice la sua perplesistà sulla geometria dei concetti “per Damasco”. Al proposito, ti ho appena spedito un commento. Nell’opera “per Damasco”, parlo della trinitaria – unità della vita. Avendo sentito la necessità di far capire meglio questi concetti, li ho posti in un triangolo. Tutti i lati di un triangolo, (almeno del mio), sono eguali, perché di valore eguale devono essere le corrispondenze fra gli stati della vita. Gli stati della vita convergono al centro. Il che sta a dire che dalla trinità si passa all’unità. Nel sito, sono parco di parole perché parlo di principi, ma nulla dico su quei principi. Giusto per spiegarmi meglio, dico che il Bene è il principio della Natura. Per Natura intendo il corpo della vita attuata dal Principio. Ebbene, se io comincio a dirti cos’è il Bene, in primo, non la finisco più, in secondo, comincio a de – formare, il tuo concetto del Bene. Il che vuol dire, che ti sono cattivo maestro, perché ombro la tua vita con la mia.
Del Giugno 2006

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“Dio esiste nel pianto di un bambino”

La richiesta che hai fatto a Dio, di un alibi per le schifezze che compie la Sua creatura, mi rugava, mi rugava… L’ha fatto, al punto, da mettermi nelle Sue braghe! Pensa te, a cosa mi costringi! Ti mando la Sua risposta. Spero ti accontenti. Pubblicherò anche questa “senza pudore”. Non Me ne vorrà, e non volermene tu. Ciao
Dio esiste nel pianto di un bambino. Esiste, nello sguardo impotente, nell’umanità dolente, nella superbia della nostra mente. Esiste nella violenza sulla Donna. Esiste, nella violenza sulla terra. Nella violenza che subisce l’età. Esiste fra l’amore e l’amante. Nei nostri dubbi, esiste. Nei nostri deliri, esiste. Esiste nella visione che non crede. Nel visionario che lede. Esiste come faro per navigare, ma, non è scelta di rotta, o di barca, o di mare: esiste, perché Motore!
p.s. Motore di vita, però, (primo ed unico concetto della conoscenza del Suo sé), non come Burattinaio del nostro agire, o cinico Padre, o Creatore indifferente al Creato.
Del Giugno 2006

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Ad un certo punto, l’Amato mi dice: mia madre ti vuole conoscere.

Sacramento un po’ ma ci devo andare. Entro, mi siedo. Sua madre mi “annusa”. Vuole farmi le carte. E, va bèh! Mi dice che farò molti soldi! Mai visti! Intercaliamo con reciproca educazione. All’improvviso, mi spara: ho saputo che è un amico di mio figlio! Capirai che amicizia, 45 e passa, io, 25 lui! Siccome a me non piace girare tanto in tondo, preciso: io non sono l’amico di suo figlio, io sono l’amante di suo figlio! Se le va bene, è così, se non le va bene mi dica la porta che me ne vado! Mi è mancato nel Febbraio del 91, ma con sua madre, ancora ci sentiamo, ancora ci vediamo. Sono appena uscito da casa sua. Ci regge, non solo un passato, ma il godere della reciproca stima. Questo per dire, che anche quando non c’è l’amore ideale, c’è pur sempre una reale forma d’amare. Problemi?
Del Giugno 2006

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Autismo spirituale

Non dalle tue parole ho tratto le mie conclusioni, ma dall’enfasi imperativa, con cui le dici con ripetuta insistenza. Puo essere una mia eccessiva sensibilità, può essere che non sai temperare il tuo spiritom, e in questo caso, delle tue convinzioni. Tu non puoi dire, (se non diventando presuntuosamente arrogante), che un tuo interlocutore, (mi riferisco a Zoccolandia), “non capisce nulla” (totalizzante giudizio che nullifica il valore altrui), al più, puoi dire che non ti ha capita. Sempre interpretandoti per mia sensibilità, mi sei sembrata nella fase esperenziale di chi sente prevalentemente sé stessa, ed in altri, cerca solo sè stessa. E’ tipico della giovinezza, è tipico di quella forma di “autismo” spirituale, che denuncia un io ingabbiato dalle sue sole convinzioni. Oltre che della giovinezza, è tipico degli “innamorati” di sé, degli ideologicamente fanatici, dei fondamentalisti, e quanto di similia. Ti ripeto, è sensibilità la mia, non verità, però credo valga la pena di un tuo pensierino. Non lo farai? Non mi tange! Non sono io a pagare i tuoi debiti, come non sono io, ad impossessarmi dei tuoi guadagni. Tuttavia, potrò non essere lieto, se questo mio indurti in riflessione, farà aumentare i tuoi guadagni perché ridurrà i tuoi debiti?
Del Giugno 2006

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Immobile o Mobile?

Nello scritto “Dio esiste nel pianto di un bambino”, sostengo che è Motore. Come Motore, l’hanno detto “Immobile”. L’unica vita immobile che conosco è quella dei sassi! Che forse, Dio, è un Sommo Sasso? Se non lo è, allora, non può essere che Mobile! Il come sia Mobile è al di fuori della mia conoscenza, come, credo, al di fuori della conoscenza di chi l’ha detto Immobile. Tuttavia, un’ideuzza c’è l’avrei!
Se ammettiamo, che, vita, sia corrispondenza di stati fra Natura, Cultura e Spirito, quello che è della Somiglianza non può non essere dell’Immagine della vita. Se ammettiamo che la vita divina è somma, somma sarà la corrispondenza dei suoi stati. Il che vuol dire, che la Sua trinità, si congiunge nell’unità. Si congiunge al punto da diventare Immobile? Per quello che se so, potrebbe anche essere, ma, se è vita, non può essere.
Ora, immaginiamoLo come Cuore della vita. In noi, in ragione delle condizioni fisico – psichiche, il cuore pulsa un tanto al minuto. Adesso, quel cuore, (il divino), immaginiamolo come l’hanno sempre definito eterno, e che io dico senza data di scadenza. Pulserà, quindi, secondo quel tempo perché senza data. Allora, è Motore immobile, o siamo noi che definiamo Immobile perché non possiamo neanche immaginare lo stato della sua mobilità?
Del Giugno 2006

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Per le vie di Verona

Ho visto due giovani maschi Pakistani. Passeggiavano tenendosi per mano. Erano Finocchi? Non erano Finocchi? Chi era Romeo? Chi era Giulietta? Non me ne frega niente! Erano sé stessi, e, quindi, belli! Mi era venuto di dire loro: occhio, ragazzi! Non siete in Pakistan, però, mi sono detto, perché avrei dovuto farlo? Per renderli … normali?
Giugno 2006

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La pelle negra del Finocchio bianco

Allora, prima di te ho ricevuto una lettera dai toni urticanti. Adesso ricevo la tua, alla mia sensibilità altrettanto urticante ma vediamo di capire e di capirci.
“Ma proprio non vedo cosa c’entri l’omosessualità nella visionarietà di Pasolini è uno dei tanti fattori che l’hanno costruito… e basta.”
Basta, lo dici tu! Certamente non conosco l’animo omosessuale, personale, di Pasolini, tuttavia, se me lo permetti, conosco, sulla mia pelle l’animo dell’omossessualità rifiutata! Ti garantisco, che non è rifiutata e… basta! Come non è accettata e basta! Hai ben visto come è stato accettato l’animo omosessuale di Pasolini! E, tu mi dici, e basta? Nell’animo dell’omosessualità rifiutata, vi è un costante bisogno di “riento”. Non cessa mai! Forma, quel bisogno (o al caso deforma) l’identità omosessuale in tutti i suoi atti: vuoi comuni, vuoi visionari. L’animo omosessuale anela al rientro (intendi rientro nel senso più ampio dei significati) e lo compie, quanto non totalmente, infiltrandosi per infinite vie, modi, emozioni. E’ un animo “negro”, quello dell’omosessualità rifiutata! E la cosidetta gayezza, è il suo blues. Dove un animo omosessuale (ma, a questo punto, anche eterosessuale anche se meno pesantemente gravato dal suo segno) sente “stretto” al suo spirito l’alveo a cui tende “la pargoletta mano”, per quanto può lo cambia, dove non riesce a cambiarlo lo “sogna”. Maggiore il sogno, maggiore il Visionario. Lo “sogna” al punto, da diventargli, anche fissazione; da diventargli anche “malattia”! Sono stato chiaro quanto basta! Io non sono un tuo amico. Sono un tuo corrispondente: spero educato, spero civile, spero capace di esprimersi. Se non ci riesco come vorrei, me ne dolgo: punto! In un prossimo futuro, spero di tornare anche più calmo. Non mi interessa chi sia il tuo ex amico, ne le ragioni della vostra separazione: punto! Non sono l’alter ego di nessuno: punto! Tanto meno di una persona che non apprezzi più: punto! Non vedo, pertanto, cosa tu debba sperare, “sopratutto per me”. Tanto meno vedo, perché decidi, tu, come e dove collocare la mia vita, cioè se presso i tuoi amici graditi, o se presso quelli sgraditi: punto! Nessuno ti ha chiesto niente, quindi, tu mi lasci dove sto: punto! Già che ci sono: dei tuoi giudizi e delle tue idee su di me non me ne frega niente: punto! Riserva a te, quindi, delle speranze che a mio indirizzo sento condizionanti e pertanto, a me improprie! Punto!
Del Giugno 2006

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I silenzi dell’urlo

Ho messo a cuocere gli spaghetti. Sto mangiando na’ roba che chiamano formaggio. Sto pensando ad A. T’ho appena scritto che è piattola per il mio spirito. Più di una volta gli ho detto di uscire dalla mia vita, non dal tuo blog, come gli è piaciuto pensare. Potrei anche essere l’ultimo degli scalzacani, ma, sulle pagine del mio Blog, dirmi il primo dei principi. Come principe, dopo di te, ovviamente! Chi può verificare, infatti, se sono vero, o solo uno che la racconta bene? Tuttavia, dove non sappiamo la verità, la sentiamo attraverso le emozioni che ci comunicano. C’è verità, dove ci fanno stare bene. Non c’è, dove ci fanno stare male. Non entro nel merito delle ragioni di A. (tutto è opinabile, tutto è discutibile) ma solo nella forma in cui le ha espresse. La prima emozione che leggo in quella forma, è il caos. Può essere della disordinata che non sa frenare (per razionalizzare) le sue emozioni. Può essere della con – fusa nelle sue emozioni. Dopo il caos ho sentito l’urlo. L’urlo della bestialità che cerca vittime? Lo escluderei. Se non altro, perché anche una bestia deve porre ordine nelle sue emozioni se non vuol morire di fame. Ho sentito, piuttosto, l’urlo della ferita. In primo ho pensato a me e alle mie urla. Poi (e me ne dolgo per l’ordine) ho pensato all’urlo dei violati e delle violate. A quello degli abbandonati e delle abbandonate. Ho pensato all’urlo che ci sono nei lutti. Anche in quelli che salgono alla “morte” di un’idea di sé. Ho pensato al muto urlo della solitudine. A proposito di solitudine, A. dice di avere amici, o un’amica, non ricordo. Ma, quando si urla, come credo urli, A, non si hanno amici. Al più, compagni, o complici, o amorosi… cerotti.
Del Giugno 2006

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C’era una volta una Baba

Seduta assieme a delle altre, anni fa, in Bra, c’era una Baba. Ben tenuta, ben messa, ben vestita, ben pensionata. Sento che dice: He! Quando lavoravo alla Sip… Mi gelo! Ma come, questa Baba, è stata una delle angeliche voci della Sip? (La Sip, ora Telecom) In questi giorni, e con la stessa raggelante sorpresa, ho constatato la stessa discrepanza in idee, (le mie), fra persona, (ciò che uno/a è), e cultura: cio che uno/a dice. Ammettendomi illuso, ancora a tarda età, pensavo, che sulle pagine dei Blog, si raccontasse ciò che uno/a, è, non, ciò che uno/a vuol apparire. Non è esclusa la prima ipotesi, ma, pare, che la seconda, imperi. O, quanto meno, non si sa più distinguere l’una dall’altra. Per carità! Tutto va bene signora Marchesa A parte un fatto! Quale peso dare ai Blog, se i piatti della nostra bilancia, potrebbero essere falsati? Questioni di lana caprina, mi direte. Non per chi ci mette il cuore.
Del Giugno 2006

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Allo Zodiaco mancano due segni

Ricevo una lettera da una certa P. L’interpreto come una richiesta di aiuto. Mi dice: Io sono stata discriminata violentemente, non posso dire pubblicamente fino a che punto, perché sono donna, perché sono del sud, perché sono intelligente. Ho rischiato la vita più volte, sai? Allora cosa dico? O dio, Perdamasco, non potrai mai capire cosa ho passato!!! Io non ho passato niente che tu non abbia passato… Questa non la capisco, ma passo oltre. Gli obietto, che non sei l’unica Donna che ha dovuto portare questa serie di croci. E’ condanna che colpisce il diverso, il non in convenzione. E’ un’insieme di croci che al momento ti fanno piegare le ginocchia, ma, è nell’affrontare queste fatiche, che da brutti anatroccoli, si diventa cigni. Mi parla di un intellettuale mancato, anni fa, perché travolto da atti, nolentemente concernenti la sua identità sessuale. Me ne parla con una tal passione da impensierirmi. Gli dico: ne parli come vedova che non ha superato un lutto, non tanto per una morta cultura (morta nel senso che, specialmente fu di un dato tempo) quanto, forse per un tempo che non è più per un uomo che non è più. Poi mi dice che non sopporta i ghetti. Gli rispondo: stai attenta. Non sopporti i ghetti, o non sopporti di essere messa in un ghetto, o non sopporti di sentirti ghetto, cioè, rinchiusa da sbarre, da pregiudizi, ma anche da una mercuriale conoscenza di te; mercuriale nel senso, che non appena prendi una parte di te, quella, dividendosi in altre parti, ti sfugge? Mi dice: d’altronde l’80 per cento dei miei amici e persino uno dei miei amori sono (erano) omosessuali… posso permettermi di parlare, no, ho la patente, credo! Gli replico: non è necessariamente vero, tuttavia, chiamiamolo, foglio rosa, nel senso che hai superato gli esami di teoria omosessuale, ma, per quali esami di guida ti serve quella conoscenza?  La risposta che ricevo, nulla contiene sulle riflessioni che ho inteso suscitare in P. Mi risponde, invece: scusami perdamasco, ma sono sempre più convinta dal tuo tono che sei proprio il mio ex amico….se non è così, perdonami ma non mi andrebbe di scriverti anche solo se gli somigli, è persona troppo ripugnante per me anche solo da associare a qualcuno. Comunque vado a colpo quasi sicuro. Colpo quasi sicuro, un accidenti! Morale della favola: questa qui, se le è fatte e se le è dette, e per lei sono stato solamente lo zerbino, che gli è servito a ripulirsi le suole dalla merda, che, a suo dire, ha incautamente calpestato frequentando un ex amico, che all’improvviso, si è rivelato un mostro! Naturalmente non taccio! Gli dico di non scocciare il prossimo con le sue care disgrazie, e di non contattarmi più. Cosa che, va a suo credito, ha fatto. Affrontiamo la vita, in tutti i modi detti dallo Zodiaco. Nello Zodiaco, però, manca un segno: quello della Chiocciola. L’identità Chiocciola è quella che appena la tocchi (per quanto delicatissimamente) subito ritira i sensori, e si rifugia in casa! Rifugiandosi in casa, le identità Chiocciola credono di sentirsi al sicuro; credono di aver lasciato fuori della casetta da sette nani, tutto quello che le tocca! Illuse! Non gli ex amici o quelli che gli somigliano sono i loro Babau; lo è, una loro indecisa capacità di viversi! E’ talmente indecisa quella capacità, che allontanano da sé stesse tutto quello che le costringe a prendere atto di essere Chiocciole, o con altro segno che manca nello Zodiaco, degli asini di Buridano che muoiono di fame perché non sanno decidersi fra la paglia del non vivere ed il fieno del vivere! Non ci resta che pregare!
Del Giugno 2006

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La sessualità vista da vicino

Molti anni fa, attorno ad un mio amico, gravitava un bel giro di militari. Per amor di compagnia, più che di seduzione, accompagno a casa loro, un paio di quelli. Arrivati al paese, ovviamente, se ne vanno per i fatti loro, ed io resto lì, in un bar. Forse perchè novità in un piccolo paese, avvicino, e/o vengo avvicinato da un gruppo di ragazzi/e. Se ciacola, se ride, ecc, ecc. I militari tornano, saluto la compagnia, saliamo in macchina per tornare a Verona. Sto per avviarla, quando una ragazza apre la porta, mi bacia, la rinchiude. Resto al volante, o meglio, non so più se sono al volante! In quel dato momento, a puttane tutte le mie sicurezze sessuali! Qualche giorno dopo, discuto la faccenda con uno di loro. Gli dico: ma cosa si aspetta da me, quella ragazza? Non di certo, fisicità! Mi risponde il ragazzo: cosa vuoi che sia! Mentre sei con lei, puoi anche pensare ad un uomo! Cacchio, Maluna, sono andato a riputtane, un’altra volta! Non solo, perché, mi sono riscoperto, tutto fuorché lo scafato che mi credevo!, ma anche, perché, non vi è consiglio che non nasca da esperienza: propria o d’altri che sia. Morale della favola: Visto da vicino, nulla è normale! Oppure, non capiamo e non viviamo più la vita, perché c’è l’hanno messa troppo distante per capire effettivamente com’è!
Del Giugno 2006

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Dottori della Chiesa! Mica banane!

Teresa d’Avila, ebbe a dire: “è maledetto chi crede nell’uomo!” In primo tempo ho pensato che fosse lei a maledirlo, ma poi ho capito: credendo in altro da sé, è l’uomo, che si maledice da sé. Di cosa si maledice, l’uomo del caso in questione? Direi che si maledice, perché confida in un “luogo”, spurio, per la presenza del dolore, e dell’errore. E’ un Dottore della Chiesa che lo dice. Mica banane, vero!
E’ vero che anche i Dottori non capiscono mica tutto. Ma se proprio non vogliamo credere a Teresa, beh!, la conosciamo bene la Natura umana, vero? Nessuna vita, per quanto si elevi, cassa da sé la sua umanità. Quindi, almeno per principio, nessuna vita, per quanto è elevata, può dirsi pura fonte dell’Acqua di vita.
In passati interventi, dicevo che c’è la Chiesa dell’amore, e la chiesa del potere. Tu non abiti sopra il fico, da dove è sceso un certo Gabelliere, vero? Parto dal presupposto, quindi, che per quanto sai e puoi, conosci questa realtà, almeno quanto me. Per questa conoscenza, sai che la chiesa del potere, ha fatto strame, di infinita vita, di infinite altre verità. Questo non è un mio giudizio. Questo è il giudizio della storia! Per quanto mi riguarda, allora, io non credo nella chiesa che si è fatta potere. E’ chiaro che credo in Quella dell’amore.
Non vorrei turbarti, ma non posso neanche tacere, se non diventando falso nei tuoi confronti. Aborro, l’ipocrisia! Ebbene, io trovo chiesa dell’amore, anche in quelli, che, pur non credendo a nulla, amano, rispettano, e perpetuano in infiniti modi, la vita. Naturalmente, lo fanno per quanto sanno e possono, ed “ognuno da quello che può”. Perché, questo mio credo? Perché la vita, è atto del Principio della vita. In quanto atto del Principio, la vita è infinita ed universale, Chiesa e Casa. Ti ricorda niente la frase: “Molte sono le dimore del Padre!” E, te credo! Avendo vita, tutti siamo dimore del Padre. E nessuno può negare il Principio. Al più, possiamo non credere nella Sua esistenza, al più, lo possiamo chiamare in infiniti e vani modi, ma, come in matematica, pur cambiando i fattori, non cambia il risultato.
Allora, risvegliato dallo schiaffone di Teresa, allontanato dalle miserie della chiesa del potere, dove poteva trovare rifugio la mia orfanità religiosa? Lo potevo in un solo luogo: presso il Padre. Padre, è il principio della vita che ha attuato il Suo principio: la vita! Lì, la mia più petrea fede! Da questa pietra, posso vedere che tutto il resto è storia e storie, ma senza naufragare!
Del Giugno 2006

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Le figure del coraggio

Ci sono personalità “Chiocciola”. Sono quelle che si ritirano non appena le tocchi, o non appena credono, di sentirsi toccate. Ci sono personalità “Fenice”. Sono quelle che sanno risorgere dalle loro ceneri. In quale delle due, ti riconosci? Se mi dici “Chiocciola”, allora, a suo modo, solo la vita potrà farti capire quello che devi. Se mi dici, un po’ dell’una e un po’ dell’altra, dovrò dirti delle cose dell’una e dell’altra. Se mi dici “Fenice”, allora, prima bruci e prima risorgi!
Del Giugno 2006

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La vita espone e propone

Accetto di corrispondere con Nata84. Apro la schermata de: ilfarodeladozione.blogs.it. Leggo il titolo, “la Ruota degli Esposti: storie di casa mia.” Come per certi personaggi della fantascienza, da quel punto sono altrove. Sento un colpo metallico. Sembra il suono che fanno i distributori di diapositive.
Clac!
Due madri e tre padri. La madre naturale e quella adottiva. Il padre naturale, l’adottivo, il secondo marito di mia madre adottiva.
Clac!
Ricordo il padre adottivo. Ero sui 5/6 anni. Mi ha portato a vedere un film cantato da Mario Lanza. “Corri, corri, cavallino!” mi pare dicesse il ritornello. All’epoca, era molto in voga. Lo sento ancora. Era sera. Era d’autunno. Mi domanda se ho freddo. Mi fa indossare la sua giacca. Ho un papà! Mi è mancato, grosso modo a quell’età, ma non ci giurerei. La diapositiva è sfocata.
Clac!
Sono agli Esposti di Padova. All’epoca si diceva dall’Ovo. Mai saputo il perché! Ricordo i menù di pranzo e cena: dei grandi budini al cioccolato! Non è da tutti. Ricordo primi desideri. Forse, primi toccamenti.
Clac!
E’ la Prima Comunione. Alzataccia. Fuori è ancora scuro. Una donna sbraita per la camerata. E’ la Norma. Femmina dai capelli biondo stopposi. Non cattiva ma rustica. Forse una Magdalena. Ne ha una fila da lavare e da vestire! Non ha tempo. Mi prende per il collo. Mi mette il viso nella stessa saponata di altri. Mi va in bocca dell’acqua!!!! Che faccio?! Cosa cavolo può fare un bambino spaventato?! Rinunciare alla Comunione, e forse, ad un menù senza budino?! Taccio! Ho portato il senso di quel sacrilegio, per anni.
Clac!
Vestita di bianco, una suora imponente, bella. Alla cintola una chiave. Pareva lunga un metro. Era quella della dispensa. Era quella dove teneva il latte condensato in polvere della Pontificia Opera Assistenza. Era la donna più sospirata degli Esposti. Che spolveroni quando ci allungava un barattolo.
Clac!
Prendo gli orecchioni. Un male dell’accidenti! Ho la testa fasciata come una mummia. Sono pieno di un catrame puzzolente e nero che chiamavano Ittiolo. Mi segue un’altra suora. Vestita di nero. Bella. Cattiva. Mi mettono in una cameretta rivestita di legno. Primo isolamento. Non ancora abbandono.
Clac!
Mi caricano su una 1400 Fiat. Nera. Autocarro chiuso con tela. Padova – Vellai di Feltre, così, con altri. Arriviamo. Il Collegio ha spazi immensi, rispetto al perimetro delle mura degli Esposti. Intimorisce. Dove sono c’è silenzio. Mi dicono di andare a destra, in fondo. C’è una breve, ma ripida scalinata. La salgo piano. Emergo su di un enorme campo di calcio in terra battuta. Ragazzi che gridano. Palla che corre.
Clac!
Oh! È arrivata la signorina!? La voce proviene da dietro una colonna. E’ quella dal chierico C. Ero in pantaloni corti, corti, ed aderenti sul cavallo, ricordo. Certamente non erano così per esigenze da stilista, ma perché non della mia taglia. Provenivo da un Orfanotrofio! Che ne sapevo di signorina!. E’ passato più di mezzo secolo. Odio ancora quell’uomo! Si è fatto prete e poi missionario, mi hanno detto. Correva voce che in Africa avesse incontrato un leone. Spero che il leone abbia l’abbia digerito bene!
Clac!
Il collegio era amministrato da un prete. Don L.B. Una sorta di Babbo Natale per tutti noi. Bell’uomo, sui 40/50. L’ho amato? Mi ha amato? L’ho usato? Ci siamo usati? Non lo so. Non sapevo di questi problemi, all’epoca! Tutto quello che sapevo, era che sentivo! Punto!
Clac!
Andavamo a confessarci da un anziano prete con l’idropisia. Sapeva di tabacco in polvere. Ovviamente, sapeva anche di noi. Forse, era una… consorella! Poi è morto. Drammatica ricerca del sostituto. Il prete lo trova. Incauta scelta. Ai piani alti del collegio, vengono a saperlo. Così, è successo a me quello che succede alle donne violate: è colpa sua!
Clac!
Il prete mi fa vedere la lettera nella quale gli dicono di badare meglio alla sua cura dei giovani. Le parole non sono queste. Lo è il senso: doppio!
Clac!
Non vola una mosca! E’ una prima estate. Cielo bellissimo. Le stagioni, allora, erano quattro. Il prete si allontana. Resto sulla panchina, e svolgo la mia prima lezione di bambino: come piange un abbandonato?
Clac!
Sono di nuovo al Computer. Ora è spento. Mi guardo nella schermata. Tutto considerato non sono venuto fuori malaccio! Forse perché “più bello che pria?” No. Forse perché la vita è Matrigna quando espone, ma, Madre, quando propone. A noi scegliere di chi essere figli.
Clac!
Del Giugno 2006

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I doveri dell’amore

Non so quale sia la vostra idea di “amore”, ma per me, è ricerca di comunione. Così, dove non ce la trovo, ce la devo mettere! Naturalmente, non sempre mi è possibile la comunione personale. Beh! Dove non è possibile con me, devo mettere una vita in comunione con sé. Ci penserà quella vita, poi, a mettersi in comunione con la Vita, cioè, con il tutto dal Principio. I miei tentativi, magari romperanno le palle, ma, è più forte di me! Ebbene, si! Lo confesso! La mia ricerca di comunione, e la mia ricerca di mettere in comunione, sono la mia droga! A sessantadue anni suonati, della mia droga, ancora, irrecuperabile “tossico”! Ma si può?!
Del Giugno 2006

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Sessualità: visioni a confronto.

Se ho capito bene, dici, “la perdita dei referenti maschili e femminili dell’identità sessuale, comporta una “fluidità”, che può portare alla perdita di sé.” E, se, invece, non fosse una perdita di sé, ma un ritrovare un sé, che è “fuori” da una sessualità, socialmente precostituita? Se fosse il caso, il mito dell’androgino potrebbe essere un risultato, non un “monito.” E, se risultato, perché non, pietra miliare di una propria, perché raggiunta, sessualità? Al concetto di sessualità, applico il concetto di “transcultura sessuale”, o di “sessualità transculturale”. Cioè, la figura sessuale maschile, “viaggia”, (sessualmente), verso la propria parte femminile. Opposto ma complementare “viaggio”, quello della donna. Questo, a mio avviso, perché, vita, è stato di infiniti stati della relazione di corrispondenza fra i suoi stati. Nell’ambito sessuale, ciò che ha fermato questa corrispondenza, è stata la necessità di “creare” la sessualità adatta alla conservazione e perpetuazione dello Stato. Per quella sessualità di Stato, lo Stato, ha dovuto negare quella dell’Uomo. La vita, però, è più forte dello Stato. Sapendolo molto bene, cosa ha fatto lo Stato per difendere la sua proprietà sui cittadini? L’ha divisa in “normali” e “diversi”.
Del Giugno 2006

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Le basi del giudizio

Sono profondamente convinto che ognuno di noi, è via della verità della propria vita. Per questo senso, ognuno di noi, godrà dei frutti della luce nella propria conoscenza, e penerà, tanto quanto gli è assente, quella luce. Individualmente parlando, nessuno, potrà godere dei frutti di un altro, e nessuno sarà chiamato a portare le pene di un altro. Detto questo, su quali basi, possiamo dirci legittimati al giudizio sulla vita altrui? Secondo me, su nessuna ragionata base. Naturalmente, il discorso cambia se valutiamo la vita altrui su base sociale. Ma, anche lì, ci sono delle cose, un po’ così! Infatti, la valutazione sulla socialità di un individuo, non può non tener conto della personalità dell’Individuo. Quindi, una regola sociale, da un lato è legittima se conforma il Cittadino, e dall’altro illegittima se de_forma la Persona.
Del Giugno 2006

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Cara amica

La parola è l’emozione della vita che dice sé stessa. Dalle parole, quindi, si ricava l’identità emozionale di un dato momento di vita: quello che racconti. Domanda: come senti quel momento?
[Per mera provocazione di pensiero, rispondo al tuo posto, però, in ragione di quello che ho letto!]
Risposta: molto vivo, però, dibattuto fra tante parole.
Domanda: piluccando fra tanti piatti, comunque puoi dire d’aver fatto un pasto completo? Se, no, scegliti un piatto e cibati di quello.
Del Giugno 2006

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Che fare? Non lo so. Vivere, presumo!

Dici:”… la vita tua l’hai fatta…”
alineagoro
Piano! Non dar per scontato che sia finita! C’è non poco di vero, in quello che dici. Dimentichi un solo particolare: siamo in Democrazia. O, quanto meno, un qualcosa che somiglia ad un dato ideale politico. Non entro nel merito sull’ideale. Proprio nel pomeriggio stavo pensando al concetto di “democrazia”: governo di popolo, dovrebbe essere il significato. Comunque sia il governo più o meno democratico di un dato momento storico, in effetti, “democrazia”, è diventato, il “ricatto” sociale e politico, che una maggioranza pone ad una minoranza.
Ma, forse è sempre stato così! Indipendentemente dalla parte politica congeniale, in questa situazione, a bagna, ci siamo tutti e due. Che fare? Non lo so. Presumo, vivere! Per quanto riguarda l’ano – terapia che raccomanderesti a “chi la pensa diversamente”, (se ho colto il tuo pensiero), la caldeggio, non da oggi! Vuoi alla Sinistra, vuoi alla Destra. Non vorrai mica far godere una sola parte del popolo, vero? Saresti antidemocratico!
Non è male non capirsi, e’ male non spiegarsi. tu l’hai fatto, ed io ci provo. Il “caldeggiare” l’ano – terapia era una battutaccia! Braccia rubate all’agricultura, mi è sembrata, detto un po’ troppo usurato. Non vorrei sembrarti banale, ma, tutto quello che mi esponi, è vita, cioè, circolazione arteriosa, e circolazione venosa! Concordo sul fatto che il giovane dovrebbe essere più interessato alla vita che lo circonda, oltre che alla propria. Ripensando a me, giovane, mi par di aver finito di essere stupido, forse da ieri! Quindi, non in grado di dar lezioni a nessuno, e consigli, con estrema cautela.
Certamente, per quanto so e posso, adesso, (62 anni suonati), sto facendo un qualcosina per i Crescenti. Chiaramente, lo faccio a mio modo: modo che avrai constatato sul blog. Certamente, adesso vedo le cose “con un po’ più di distacco”. Ma non c’è distacco che tenga, di fonte agli schizzi del dolore! In questa incapacità di proteggermi dal dolore, sono, forse, ancora giovane, e quindi, in grado di sentirti. Dico sentirti e non capirti, perché, se fossimo frutti, lo saremmo di piante, (storia sociale particolare) di diverse epoche; anche, sarebbe, il capirti, presuntuoso. Il sistema venoso di capire la vita. Mettiamo clemenza, nel giudizio che diamo, su, atti, non sempre all’altezza che vorremmo; fanno parte del sistema venoso di capire la vita.
Del Giugno 2005

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Le ragioni del sasso

manofronte
Un sasso e un monte hanno analoga verità nell’essere ambedue calcare. Ammesso il rapporto fra Immagine e Somiglianza, se così è in Basso così non può non essere in Alto. Per Basso intendendo il pensiero di questo stato della vita (il sasso) e per Alto intendo la capacità di elevare i suoi principi a un Principio: il Monte. A ragionamento dato, quindi, “per Damasco” è l’elevazione raggiunta dal pensiero di un sasso, sui sassi e sul Monte.

Per le ragioni di un viaggio …

manofronte
… decisamente lungo, ma che non so come ridurre se non tacendo sul percorso, sono necessari tutti gli scritti: anche i pesanti; pesantezza che ho allegerito sintetizzando i concetti per “immagini”. Mania di grandezza o no che sia, i pesanti sono soggetti da studio più che da disimpegnata lettura. Parafrasando uno scritto nella Divina: non ti curar di lor ma guarda e passa.

sorriso

A proposito di Credo e di Verità, alcune considerazioni.

A proposito di Credo e Verità: come capire (e distinguere) lo stato divino da quello umano in tutti quelli che si nomino variamente delegati ad interpretare la parola divina? Se solo torniamo daccapo, (al Principio di ogni principio), la risposta viene quasi da sé.
Il Principio (Dio, comunque lo si nomini o lo si conosca) è il massimo stato della comunione fra i suoi stati. Se unità prima è l’Uno.
Chi ha raggiunto il massimo stato della comunione fra i suoi stati, non può avere in sé nessun dissidio. L’assenza di ogni dissidio permette quella massima comunione di sé, (e di sé con altro da sé), che chiamiamo amore. Il Principio della vita, pertanto, essendo lo stato della massima comunione fra i suoi stati, è la massima immagine dell’amore. In quanto tale divina, dal momento che nell’umana non è possibile annullare (in assoluto) la presenza del dissidio.
Se lo stato della comunione detta dall’amore, è il segno della presenza divina in quella umana, ne consegue, che tutto quello che unisce è proprio dello spirito divino, e tutto quello che separa è proprio dello spirito umano.
Lo Spirito divino è la forza, (fiato, soffio, o parola che si voglia dire), che ha originato la vita. Vita, è stato di infiniti stati della relazione di corrispondenza fra i suoi stati. Infinite le corrispondenze fra gli stati della vita, ed infinite le forme di vita.
Ad ogni forma di vita, la sua conoscenza del Principio che l’ha originata. La massima conoscenza non può non portare al massimo principio, quindi, direi necessariamente, tutte le vie della vita non possono non convergere che verso l’Unico principio.
Se l’Amore è Maestro di Comunione fra vita e vita, allora, l’amore che unisce ogni Via con la Verità della Vita, è il revisore di ogni scritto sinora composto su L’Amore, cioè, sul Padre.
Mi si dirà: come porre in comunione le più diverse culture della vita? Il come non lo so, ma se da quell’impresa di comunione è assente il dolore, quel come, non potrà non essere vero. Perché a segnare una verità deve proprio essere il dolore, e non un superiore pensiero? Semplice! Perché il Principio della vita è il Bene: ed il bene sente il vero, anche quando il vero non sempre sa.
Del Giugno 2006

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Nell’Isola che non siamo, visioni e visionari.

A vedere del poeta (ed anche a mio vedere) nessun Uomo è un’isola. Secondo la visione di quel veggente, quindi, tutti siamo parte del Tutto. Cogliamo parte di quel Tutto, tanto quanto siamo coscienti dell’esistenza di quel Tutto. In ragione, dello stato della corrispondenza, fra noi ed il Tutto, si diventa in grado di cogliere anche la Sua emozione, e quindi, di cogliere nelle nostre parole anche la Parola. Siccome, vita, è l’emozione di chi dice sé stesso, allora, per la premessa sottolineata, vita, è anche la parola del Tutto. Ben venga il pensiero ma, occhio: la mente che non procede secondo i suoi passi, vede davanti ma non i sassi.
Del Giugno 2006 – Rivista e modificata nell’Agosto 2018

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