I silenzi dell’urlo

Ho messo a cuocere gli spaghetti. Sto mangiando na’ roba che chiamano formaggio. Sto pensando ad A. T’ho appena scritto che è piattola per il mio spirito. Più di una volta gli ho detto di uscire dalla mia vita, non dal tuo blog, come gli è piaciuto pensare. Potrei anche essere l’ultimo degli scalzacani, ma, sulle pagine del mio Blog, dirmi il primo dei principi. Come principe, dopo di te, ovviamente! Chi può verificare, infatti, se sono vero, o solo uno che la racconta bene? Tuttavia, dove non sappiamo la verità, la sentiamo attraverso le emozioni che ci comunicano. C’è verità, dove ci fanno stare bene. Non c’è, dove ci fanno stare male. Non entro nel merito delle ragioni di A. (tutto è opinabile, tutto è discutibile) ma solo nella forma in cui le ha espresse. La prima emozione che leggo in quella forma, è il caos. Può essere della disordinata che non sa frenare (per razionalizzare) le sue emozioni. Può essere della con – fusa nelle sue emozioni. Dopo il caos ho sentito l’urlo. L’urlo della bestialità che cerca vittime? Lo escluderei. Se non altro, perché anche una bestia deve porre ordine nelle sue emozioni se non vuol morire di fame. Ho sentito, piuttosto, l’urlo della ferita. In primo ho pensato a me e alle mie urla. Poi (e me ne dolgo per l’ordine) ho pensato all’urlo dei violati e delle violate. A quello degli abbandonati e delle abbandonate. Ho pensato all’urlo che ci sono nei lutti. Anche in quelli che salgono alla “morte” di un’idea di sé. Ho pensato al muto urlo della solitudine. A proposito di solitudine, A. dice di avere amici, o un’amica, non ricordo. Ma, quando si urla, come credo urli, A, non si hanno amici. Al più, compagni, o complici, o amorosi… cerotti.
Del Giugno 2006

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