L’Amore bada alla meta

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La sessualità è sempre transculturale se per “transculturale” intendiamo l’identitario percorso fra una identità genitale di partenza (maschile o femminile che sia) e quella di un sessuale completamento, che, in non pochi casi, non necessariamente corrisponde a quella di origine. Vi è transessualità maschile, ad esempio, il cui connotato femminile è talmente prevalente da indurre il dato trans a viaggiare verso ciò che a livelllo psichico lo fa sentire sè stessa, anche raggiungendo il definitivo asporto dell’attributo genitale. Compiuto il quale, la legge gli concede il pieno uso dell’identità femminile. Il soggetto che non giunge a quella meta, pur rimandendo un transessuale a livello culturale e psichico, è, in effetti, solamente un travestito, e così, (se non vado errando) viene considerato dalla legge. Nel mondo della prostituzione, la conservazione dell’attributo genitale maschile è un valore aggiunto che, necessariamente, il transessuale completamente definito non ha più. Pur simile alla una donna, infatti, perde l’aurea della diversità; diventa, cioè, comune, per quanto più femminile di molte donne. Ora, visto che si continua a sindacare su quello che cerca un omosessuale in un maschio, e visto che se ne traggono dei giudizi, anche aprioristicamente negativi, possiamo o non possiamo sindacare quello che cerca un etero in una figura femminile nel caso di compiuta transessualità, o in una simil femmina (come simil maschio) nel caso di un viaggio sessuale che si è fermato appena prima di un tavolo operatorio? L’intento di questo post non è certo in quello di ricavare giudizi sulle scelte e/o sulla persona che sceglie border line. Consiste, piuttosto, nel poter sostenere, da un lato, che se e’ vero che l’amore è “la metà del cielo”, dall’altro e’ anche vero che la strada per giungervi non nega il passo a nessuno in amore. L’Amore non bada alla marca delle valige. L’Amore bada al viaggio.

Chiesa

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“Scatena odio e alimenta rancori” Saramago contro la Chiesa?

Non da oggi sostengo che, indipendentemente dal magistero attuato, a generare odio e rancore è la chiesa del potere. Non così, la chiesa dell’amore: cattolico, o mussulmano, o ebraico, o via elencando. Si può separare la chiesa del potere da quella dell’amore? Direi che lo può solo la coscienza del dato credente. Quanto è libera di discernere fra gli scopi del potere e quelli dell’amore, la coscienza del dato credente? Là dove una coscienza non è libera, non si può dire che vi sia Chiesa. Si può dire, piuttosto, che vi sia Setta, indipendentemente, dal pensiero religioso che insegna. Distinto ciò che è della Chiesa da ciò che è della Setta, ognuno morda la sua mela.

Datata Ottobre 2009

Ti sia un Paradiso

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Il tuo paradiso sia pieno dei monti che amavi, Francesco.

Nel condominio dove abito, Francesco stava al secondo piano. Non chiedeva niente a nessuno, salutava sempre per primo, ti raccontava le ultime novità del giorno, si rallegrava se era sereno, e se pioveva o faceva freddo: tempo, mati e siori, i fa sempre quelo che i vole lori. Amava Roki: il suo gatto. Lo nutriva di quantità industriali di prodotti in scatola, al punto da renderlo persino rognoso, il povero Roki. Avevo provato a dirgli l’errore, ma l’avvisarlo di quell’errore era come un togliergli di che sentirsi per qualcuno, per qualcosa. Non mi sono sentito in condizione di raccomandargli una minor quantità di cibo perché anche a me è capitato di eccedere per amore: pasienza per il gatto. Il Francesca aveva un figlio ma viveva da solo. Sarà inciampato, sarà stato uno sbalzo della pressione, è caduto in casa: femore andato. Ha battuto sul muro tutta la notte, ma, fatalità, la vicina non c’era. Io non l’ho sentito perché abito al primo. Rientrata, la vicina lo sente il mattino. Pompieri per accedere all’abitazione, e autoambulanza per l’ospedale. Sono venuto a conoscenza del fatto solo questa mattina. Me l’ha raccontato una volontaria che lo seguiva per quanto glielo permetteva il Francesco: carattere di felina indipendenza, certamente più del Roki. Gli aggiustano il femore, penso, ma la vitalità è quella che è. Lo portano, così, all’ospedale di Marzana. Da quello che m’ha detto la signora, è una specie di sala d’aspetto ante RIP. Ho saputo di sondini per l’alimentazione forzata. Ho saputo che l’hanno legato al letto perché non voleva il sondino in gola. Ho saputo di gastroscopie che non voleva fare. Era sui 90anni. Un sopravissuto alla ritirata di Russia. Gli erano ritornate le paure di guerra, mi diceva la signora. Paura di essere chiuso in cella, (ricordo di Germania) mentre, invece, era in una camera d’ospedale, che certamente può diventare detentiva come una cella, se non tolgono manette alla volontà neanche quando si sta per prendere l’ultimo sonno. Ora non ci sono sondini e neanche gastroscopie, o celle da buone intenzioni in cima ai tuoi monti, Francesco.

Datata Ottobre 2009

Volontariato

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Associazioni di Volontariato et similia: onori e timori.

Non è certo il tempo che mi manca. Come occuparlo? Cercando sesso? Che palle! Giocando a carte? Troppo stress. A bocce? Ho già i piedi rovinati di mio. Ginnastica? Preferisco mangiare di meno piuttosto che faticare per smaltire il di più. Gare di ballo? Con le Cenerentole in pensione? Non mi ci vedo proprio. Andando a messa? Non frequento. Volontariato? Proviamo.

“Cortese associazione: scartabellando in Rete sono giunto al vostro sito. Come vedono dall’età, sono pensionato. Due, le necessità in questo mio momento: precedere nell’essere attraverso il fare; ricavarne una sussistenza che compensi la minima di ora. Il non ottenimento della seconda sussistenza, non necessariamente cassa la prima. Sono stato cameriere, operaio generico e aiuto cuoco. Non ho diplomi di alcun genere. Sentendomi discorrere, più di un interlocutore/interlocutrice m’ha chiesto che studi ho fatto. Un corso serale, rispondevo. Quale? Corso Porta Nuova: nota strada per la stazione dei viaggiatori; per la stazione del vizio per i-nasi-in alto; per una delle tante strade dell’errore, del dolore, e anche dell’amare, per me. Mi sono occupato di tossicodipendenze per più di un decennio. Sono stato una sorta di un non ufficializzato operatore di strada, quando ancora non esisteva nulla del genere, ammesso e non so quanto concesso che esista ancora. Avevo un’associazione, all’epoca: letteralmente, quattro gatti, ma siccome non c’era nulla di meglio per i “tossici” in strada, sono stato utile se non altro come etichetta. Non è durata, vuoi perché perseguivo un’assistenza senza baratti, vuoi perché tutto sono fuorché normale, e/o normalizzabile. Ho il difetto di essere e restare esattamente come sono: non omologabile, anche se di sociale identità. Cordialità, Vitaliano “

Come in tutte le realtà della vita, anche l’ideale associativo deve tener conto delle regole che mandano avanti il reale; e tenerne conto significa mediare dove è possibile fra paritari valori e/o paritari interessi, o ricorrere a compromessi dove i valori e gli interessi non sono paritari. Chi non accetta il compromesso, è tanto un bravo ragazzo, peccato… Di ampia gradazione di grigio, la zona del compromesso. Chi è prevalentemente spinto da interessi non se ne cura più di tanto. Chi è prevalentemente mosso dall’ideale, invece, lo patisce come sporco. A nessuno piace far veder sporcato un ideale. C’è chi lo dice. C’è chi lo nasconde. Chi lo nasconde, teme. Non esiste cieco che non sappia vedere dello sporco. Che fare, allora, per non farlo vedere? Tre, le prevalenti soluzioni: nasconderlo; coinvolgere nello sporco tutti quelli che sanno vedere; non associare, e/o tenere molto a margine, tutti quelli che non si sa se sanno tacere. Mi sa che sono stato troppo diretto nella mia lettera. Mi sa che dovrò andare a farfalle.

 

Datata Ottobre 2009

Il lavoro nobilita l’uomo?

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Per conoscenza: Direzione “Coges”. – In oggetto: situazione sul lavoro che sfugge alle possibilità operative del vostro Ispettore e richiesta d’intervento della Direzione. Verona, Domenica 23 agosto 2009

Caro Briano non volermene se mando questo scritto, indirizzato a te, anche alla Direzione Coges ma, visto che non hai tempo per leggere quanto ti dico sul lavoro, e visto che il C. ci si “pulisce il culo”, altra scelta non mi resterebbe se non il silenzio: non è da me. Oggi (ovverossia, sabato) non stavo in piedi ma sono andato a lavorare lo stesso. A situazione non migliorata, mando un messaggio al C. dicendogli che avrei mandato avanti il servizio lo stesso, ma gli consigliavo, per il giorno dopo, di far venire prima una persona. Mi risponde: “Capisco, c’è troppo lavoro per fare 25 pasti. Ti aiuteremo.” Come si permette questo psicofarmacizzato imbecille, di lordare la mia sincerità con i suoi sospetti di mendacio? Verso le sette mi manca il fiato, avviso i responsabili mensa, mi scuso, e vado alla farmacia S. Luca a fare un controllo della pressione. C’è l’ho bassa: 105/78. Conservo il biglietto. Al commento del Cordioli, avevo risposto dicendogli che ai malati mentali non do retta. Capiamoci: in ambito lavorativo, matto, per me, sei tu che con tutto lo stress che ti ritroverai ad affrontare con l’anno a venire, hai fatto “ben sei giorni di ferie”; matto sono io che vengo a lavorare non meno di una ventina di minuti prima dell’orario pur di presentare una mensa che non abbia di che farmi vergognare;
matto è un aiutante di cucina che sta a casa una settimana per un mal di denti; che dopo aver fatto un sabato ed una domenica di riposo chiede pure il lunedi, e che a rifiutata concessione si rimette in malattia;
matto sono sempre io che per mesi sono venuto a lavorare (sedato da antidolorifici) nonostante non riuscissi a dormire per i dolori alla spalla sinistra: dolori provocati dall’opera al secchiaio;
matto sono sempre io che sono riuscito a far dire ad un utente che “erano cinque anni che non si mangiava così bene”. Preso atto che il cucinante è sempre quello, porta pasienza se me ne prendo tutto il merito.

Matto, ancora, è quell’utente in atteggiamento da vescovo in visita pastorale, che ai tempi del rinnovo del contratto (c’era parecchia maretta in mensa) è venuto a dirmi, al mio rifiuto di permettergli di portar fuori il cibo avanzato, “che sapeva benissimo che noi portavamo via di tutto”, e che “una mano lava l’altra”. Prego? A casa non ho il frigo, quindi, dove l’avrei messo il tutto che secondo quello avrei portato via? Non vedo, quindi, quale sarebbe la mano che la mia avrebbe dovuto lavare! Fatto sta, che da allora ha rarefatto la presenza, e quando viene non sorride più come prima. Non sarò mica l’incauto scornacchiato che disturba delle intese e/o delle amicizie, spero?! Sarà anche una coincidenza, ma da allora con il C. è andata cessando la mia. Apparentemente non c’è motivo, anche perché riesco a fare quello che per indicazioni non adatte a me non riuscivo; anche perché il mio modo di rapportarmi con gli utenti, ha finito col migliorare anche il loro. Tanto è vero che mi salutano anche fuori dal lavoro, e mi ringraziano tutte le volte che li servo. Preima lo facevano solo alcuni. Al mio messaggio, il C. mi manda questo: Non sei niente. Non sei nessuno. Frocio di merda. Muovi il culo pensatore stanco?” Che mai avrò fatto al C. oltre il non essere il suo tipo? Durante la tua assenza, mi ritrovo ad aver a che fare con delle braciole che da calde puzzavano. Colpo di caldo, probabilmente. Lo penso perché le ho trovate sul banco in cucina. Tampono la faccenda dicendo che è il caratteristico odore del carré di maiale affumicato (Il che, è anche passabilmente vero) ma puzzavano troppo, così le butto e servo della caprese in più. Non dimentico di lasciare un biglietto al C. dicendogli l’accaduto. Molto giustamente ed urbanamente, tu hai preteso di non essere disturbato durante i fine settimana. L’ha fatto anche il C. ma, gridandomi “come mi permettevo di farlo!?” Neanche avessi disturbato chissà quale contessa solo per chiedergli dove era finito il rimmel. Il fatto delle braciole è successo di Domenica. Il lunedì sono di riposo. Quello che vale per il C. e per te, vale anche per me, suppongo, così, non rispondo alle sue chiamate. Tuttavia, gli mando un messaggino dicendogli che avrei letto i suoi solo il martedì pomeriggio. Anche perché non avrei saputo dire nulla di diverso da quanto detto nel biglietto che gli avevo lasciato. Il C. risponde dicendomi che “sono un maleducato di merda”. Prego? Quando, senza citare chi l’aveva fatto, ho avuto modo di dire al C. che sono “considerato anche a Padova che pure non mi conoscono per niente”, il C. ha sospettato che avessi parlato di lavoro, (code di paglia?) mentre il soggetto della considerazione derivava solamente da una lettera in cui parlavo dei miei concetti sul lavoro. In quell’occasione ho avuto modo di dirti che, al caso, avrei fatto una cosa del genere solo dopo essermi licenziato. Se proprio decido di sputare sul piatto dove si mangia, è mia cura farlo solo quando non ci mangio più. Sempre in quell’occasione, (alterato dall’influsso del C. molto probabilmente) mi hai gridato che il mio responsabile è quello e che solo con lui, al caso, avrei dovuto parlare. Giusto, ma, per quanto detto sopra, il C. ha dimostrato, almeno a me, di non essere responsabile della sua testa, quindi, in quanto responsabile della Ditta, carente gestore delle risorse umane, a mio vedere e sapere. Te lo provo con un altro sintomatico fatterello. Come sai, padello tutti i primi. Ho avuto la malagurata idea di farlo anche con i ravioli burro e salvia. Sui fornelli ne è venuto fuori uno spruzzamento che non ti dico. Non è vero che non li ho puliti. Può esser vero, invece, che l’ho fatto con un detergente debole. Guaio è, che da bagnati i fornelli appaiono quasi nuovi, ed io non ho proprio di aspettare che si asciughino per vedere il risultato della pulizia. Visto la presunta mancanza, un responsabile intelligente, capace, ed equilibrato, in primo mi avrebbe chiesto se ho pulito i fornelli, poi, come, e poi consigliato il modo migliore. Perdurando l’insufficenza, mi avrebbe avvisato. Dal C. invece, ricevo: “Se mi ungi ancora i fornelli ti sistemo una volta per tutte. Stai attento!” In tanti anni di lavoro mi è capitato di farlo anche con disonesti; erano intelligenti, però. Non avendo trovato alcun genere di contestuale intelligenza in quanto ti riporto del C. (brutta bestia la zitellesca checcagine!) e trovando spiritualmente infettivo il lavorare con degli psicologicamente alterati da frustrazioni sessuali, non restano che due possibilità d’intervento, a mio vedere. O la Ditta interviene a difesa del suo capitale (se capitale mi trova) o mi licenzia come non adatto a subire gli squilibri del suo locale responsabile. Certamente potrei facilitare le cose sia a te che alla Ditta se mi licenziassi io. Non vedo perché. Non sono io il deficente. Ciao, Vitaliano.

p.s. Non darò copia di questa lettera al C. Non vorrei obbligarlo ad eccessive cagate. Passami la finezza. Non ne abuserò.

 

Un amore a gonfie mele

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A Montorio, prima di arrivare al Carcere dove lavoro, confinante con la strada c’è una sorta di villa di con campi. Dietro la villa ma sempre lungo la strada, c’è uno spiazzo dove hanno collocato un riparo per attrezzi ed uno per un cavallo: nero, possente. Virile, mi veniva da dirlo. Sento di poterlo dire per quel cavallo anche perché lo diciamo di non pochi asini. Come compagnia ha due capre e due galline. Le ignora.
Si muove con passo lento è pesante. Per quello che ne so, tipico di quelli da traino, ma a me mette non poca tristezza quel suo andar confinato in quel centinaio di metri, rasi di ogni erba dalle capre. Non che io abbia mai brucato in quelle condizioni o identità, ma lo stesso m’ha ricordato i miei collegiali confinamenti; le mie tristezze di orfano.
Ho sempre avuto paura dei cavalli.
E’ iniziata da bambino: quando andavo ad Asiago con le Colonie della Croce Rossa. Colonia Rondinella, ricordo. Come ricordo quella brodaglia di riso al latte che ci davano il giorno d’arrivo. Passegiavamo sino al Ponte di Canove. Tranquilli e ciarlieri nell’andata, ma terrorizzati (ed anche affacinati, devo dire) da un mulo che aveva l’insana passione di correre dietro a quanti passavano. Non l’ho mai visto quel folle ma questo è quanto dicevano le suore e le inservienti che ci accompagnavano. Certamente un mulo non è mica un cavallo, ma la paura mica si nutre di dettagli! Così, assieme all’astio per la Colonia (sempre la stessa) e per il riso al latte (sempre lo stesso) mi è rimasta anche la paura per i cavalli.
Non per questo cavallo.
Passo due volte al giorno e ormai da diversi mesi davanti a quel campo, e da diversi mesi mi domando: che faccio per quell’orfano? Ho iniziato facendogli psszz, psszz! Come ignorava capre e galline, così, ignorava anche me, ma se lui è un cavallo, io sono un ariete, così, psszz, psszz! Raramente mi sono sentito così cretino, ma chi l’ha dura la vince! Ha finito col guardarmi, qualche volta. Giusto come ci si domanda: e chi è quello lì!
Giorni fa, mi salta in testa l’idea di portargli due mele. Fatalità, il cavallo è vicino al recinto: sembrava mi aspettasse. Il recinto è alla sua altezza, ma io sono pur sempre un metro è ottantasette più un metro di braccio, così, oltre la rete glele passo pur facendogliele cadere accanto. Gradisce ma non si sbilancia coi ringrazziamenti: vedo che è diffidente. Mi mancano pur sempre due gambe! Il giorno dopo, è già vicino al recinto. Pare aspettarmi. Cacchio non ho le mele, ed in più, sono in ritardo! A dopo, a dopo, gli dico, sentendomi sempre più cretino! Come cacchio si fa a dire, a dopo, ad un cavallo, con la speranza che ti capisca! Verso le 20 e trenta, finito il lavoro, sono davanti al recinto con le mele. Psszz, psszz! Non esce dal capanno. Insisto: psszz, psszz! Niente. Insisto, usando il campanello della bicicletta. Si fa vedere appena ma non esce. Vuoi vedere che si è incazzato! Prendo le due mele, gliele lancio nel campo e vado verso casa. Il giorno dopo sono ancora lì. S’è proprio incazzato, penso, ma poi mi accorgo che per non farlo avvicinare alla rete hanno messo dei fili di plastica; ecco perché le ha lasciate lì! Mi domando come superare l’inghippo ma al momento non posso alcun tentativo: mi aspetta la mensa. Faccio quello che devo fare, finisco, e mi fermo al recinto: psszz, psszz, drin, drin!
Ullalà: esce subito!
Mi guarda. Direttamente. A testa alta. Gli faccio vedere la mela. Si muove per raggiungermi ma poi ritorna al capanno. Lo fa, come per farmi vedere che non può avvicinarsi. Ci sono quegli accidenti di fili! Non mi resta che una soluzione: lanciare la mela verso il capanno. Lo faccio mentre è distante dal ricovero. Mica sa che è una mela, infatti. Potrebbe spaventarsi. Cerca vicino a sé, ma, ovviamente non la trova. Come far a dire ad un cavallo che gli ho lanciato la mela alla sua destra?! Di là, di là, gli dico! Si va là, di là, di là! Mi guarda con aria perplessa. Non capisce, ovviamente, ed io mi sento disperato come un tarzan che deve far capire a Cita dove cavolo è finita la banana! Un momento! Dove non ci son parole, ci sono pur sempre i gesti! Così, a braccio semi teso, sposto verso destra la mano. Mi capisce! Torna verso il capanno e trova la mela! So che ha gradito il pensiero perché muove la coda con tranquilla eleganza. Domani, mi sa che dovrò portarmi una mela anche all’andata! Lo faccio per lui. Lo faccio per me.

Giustizia fra uomini

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Aveva ragione Silvia Koscina: gli uomini si prendono per la gola.

Venerdì 5 cessa il mio lavoro al Carcere. Sostituivo un’ammalata che rientra. Mi sa che dovrete riadattarvi al servizio di prima, dico ad uno dei secondini. Peccato, commenta, ci eravamo abituati. E te credo! Il servizio di mensa serale, da piatto che era, l’avevo trasformato in una qualita’ da ristorante. Ne ho la capacità. Non che potessi più di tanto, ma c’è modo e modo di fare anche le stesse cose, ed io trovo sempre il migliore. Certamente mi è costato più fatica e più corse, ma, sapevo dove volevo arrivare. Non vi dico le perplessità dei fruitori della mensa, quando, abituati alla Figa servizievole, si sono ritrovati ad aver a che fare con un vecchio Finocchio: a servizio si, ma non qualunque e non comunque. Avreste dovuto vederli i primi tempi! Indecisi fra il comportarsi civilmente, o se da schizzinosi maschiacci. Ah, è così, mi sono detto! Bene! E adesso vi faccio capire se a fronte di miglioria nel cibo e nel servizio vi importa qualcosa se a farlo è Figa o Culaton: e non gli è importato. L’ho sempre detto: la giustizia si gusta quando non scotta la lingua: ed io ho avuto giustizia.

Datata Giugno 2009

Lutti

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Centrano le pulizie della casa negli stati d’abbandono che si soffrono nei lutti?

Mi è mancato l’Amato nel Febbraio del 91. Da allora, non sono più riuscito a pulir la casa. Non per questo non ho trovato chi la puliva per me, ovviamente, però, le recenti economie da pensionato (precarie perché non mi è ancora arrivata la pensione) m’hanno riproposto la questione: te la devi pulire; e non c’è scampo. Avete presente l’angoscia da rifiuto da olio di ricino? Di quello di una volta mica di quello di adesso che pare un cafone rifatto? Stavo così! Perché stavo e non sto? Perché sto pulendo a fondo la cucina. Miracolo? No. Nacessità di capire! Capire che anche la casa è vita della tua vita, e che gli stati d’abbandono nella tua vita possono far abbandonare la casa. Che cos’è un abbandono da lutto? Direi che e’ la depressione che deriva da una separazione fra vita e vita, ed e’ quindi, la cessazione di una comunicazione. Cosa struttura una comunicazione? Direi che struttura una comunione fra due in amore. Vi è comunione e quindi amore da raggiunta intesa con altro da sé, e vi è comunione, e quindi amore da raggiunta intesa con il proprio sé. Per via di abbandono potrei farne una laurea dal momento che ho cominciato a sentirmi tale da parecchi anni, ma non vorrei farla così lunga. Giusto per farla breve, allora, direi che nei miei stati d’abbandono mi sono bercamenato fra perdite e guadagni un po’ come fanno tanti se non tutti, direi. Ed infatti, in tutte le case che ho abitato mica ero giunto al livello di adesso, anche se, tendenzialmente così. La chiamavo pigrizia, però. Mi dicevo che non avevo tempo. Mi dicevo lo farò domani. Subdolo, il lutto da abbandono di se’. Uno guarda la facciata della sua vita – casa, e si dice l’ho superato, ma se non pulisce la sua casa – vita, vuol dire che dentro c’è ancora una crepa! Dicevo, che abbandono, è mancata comunione. Può essere con il proprio mondo ma anche con il mondo. Rifiutarsi di pulire la casa, allora, è rifiuto di rientrare in sé stessi, come rifiuto di rientrare nel mondo. Giunti al punto, vado a finire il lavoro!

Datata Giugno 2009

Esposto al Maresciallo

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Verona, 08/06/2009 Il sottoscritto …. dichiara quanto segue.

All’apertura delle elezioni, verso le ore 15/15 circa sono andato a votare. Nella sezione erano presenti due addetti a quanto concerne l’operazione di voto. Uno degli addetti era una ragazza sui 25, capelli lunghi e marrone scuro. L’altro, un giovane sulla trentina, alto e di corporatura robusta. Mi par di ricordarlo portatore di occhiali di montatura nera o quanto meno scura. Questi, accolgono i miei documenti, mi danno le schede e una matita di legno povero e non verniciato, tonda, con la grafite di un tipo che noto non compatto come quelle da falegname, ad esempio. Noto anche che la grafite è di colore grigio. Per l’insieme dei particolari, la credo non copiativa. Espongo il mio dubbio ai due scrutatori. Non sono loro a rispondermi, bensì una signora di una certa età con occhiali, occupata a far non so ben che cosa su di un brogliaccio posto su di un tavolino che stava nell’angolo dell’aula sotto la finestra. Con tono spazientito, al limite della scortesia, alla non risposta dei due addetti la signora mi dice: si, si, è copiativa! Riguardo l’anonima matita e mi dico: sarà! Ne saprà più di me! Verso le 21 e 30 della sera, desiderando rendermi conto della generale situazione sulle votazioni, apro il sito de “la Repubblica” e leggo “Il caso delle matite non copiative.” Il titolo dell’articolo conferma le mie perplessità. Torno al seggio per esporle ma è chiuso. Sia pure per sommi capi le riferisco ad un finanziere alla porta ed al vigile addetto alla sorveglianza del seggio. Capita in quel momento un ufficiale della finanza e gliele dico anche a quello. Finanziere e vigile salgono alle sezioni, parlano con il presidente del seggio (non ero presente al colloquio) e scendono con delle matite. Me le fanno vedere. Sono ottagonali, la grafite è colorata di un viola scuro. Per la lunghezza e con un carattere nero inciso sul legno portano la scritta Ministero degli Interni. Nulla a che vedere con quella di stamattina! Espongo caso e personale certezza anche alla sopraggiunta pattuglia d’intervento del 112. La pattuglia accoglie quanto sostengo ma non può fare altro. Avrei dovuto farli intervenire subito. Capisco le ragioni della pattuglia ma lo stesso presento esposto a chi di competenza. A chi di competenza sottolineo due particolari. Se fossi un qualsiasi genere di provocatore e/o contestatore politico e/o di politica, tutto avrei fatto fuorché primeggiare la risposta di quella signora sulle mie perplessità, e tutto avrei fatto fuorché ritrovarmi davanti ad una sede di voto, ormai a cancello sbarrato. Ben vero che in molti casi e/o situazioni sono ingenuo, ma nelle necessità, non sprovveduto. In fede.

Commenti del Maresciallo

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Me lo spieghi che non capisco!

Rodo dentro perché proprio non capisco cosa ci sia da spiegare, ma, mi adeguo. Al seggio mi hanno consegnato una matita non regolamentare, gli dico. Ma al seggio consegnano solo matite regolamentari, mi risponde. Gli ripeto la differenza fra regolamentari e no. Va beh, faremo accertamenti. Capirai, che accertamenti può fare! Sa benissimo che ormai non può accertare nulla. Come sa benissimo che deve aprire una pratica che sarà archiviata sul nascere, e che, quindi, lavorerà per niente. Quello che il Maresciallo non sa, però, è che lo so benissimo anch’io, ma, se io lavo pavimenti e cucino anche per niente, lui può aprire pratiche anche per niente. Ad ogni mestiere il suo osso!

Datata Giugno 2009

Una doverosa premessa

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Un sasso e un monte hanno analoga verita’ nell’essere ambedue calcare. Se cosi’ e’ in Basso, (nella vita del sasso) cosi’ non puo’ non essere in Alto: nella vita del Monte. Per corrispondenza di principi fra Immagine (lo Spirito) e Somiglianza (il nostro spirito)  questa strada conduce dalla forza della nostra vita alla Forza della Vita. 

 

Ricordo che per le ascensioni del pensiero
il legame con il contingente è corda di sicurezza.

 

Questo lavoro e’ nato da bisogni di verita’ non, e ridico non, da bisogni variamente religiosi. Per analoghi bisogni di verita’, ognuno cerchi la sua via , la sua verita’, e la sua vita, in quello che secondo Natura e’: la Natura e’ il luogo del bene e del Bene. In quello che secondo Cultura conosce: la Conoscenza e’ il luogo del vero e del Vero. In quello che secondo Spirito sente: lo Spirito e’ il luogo del giusto e del Giusto.

La Cultura che propongo non e’ altro che una tabella segnaletica. Se tanto, poco, o per niente necessaria, lo dira’ lo Spirito: purche’ ognuno impari a sentire, innazi tutto il proprio. Nell’ascolto del proprio (non per orecchio ma per emozione) lo Spirito libera.

Con quanto premesso, certamente mi sono tolto un peso dall’anima! Al momento e’ solo un possibile timore, quel peso, tuttavia, sento che si realizzera’. Purtroppo, la liberazione della soggettiva umanita’, trova (fra i molti contrari) anche gli stessi asserviti dall’umanita’ altrui, a causa di un giro di dipendenti poteri (egoistici, egocentrici, ma comunque sussidiari) diventati nel tempo, inestricabili. Gia’ una volta non e’ bastata una spada per scioglierli. Penso sia giusto, allora, lasciare alla vita il compito di sciogliere i suoi nodi. Nel frattempo, nulla ci vieta di sciogliere i nostri, se non la paura di farlo.

“In questa infinita’

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s’annega il pensier mio.”

Sto lavorando nella cucina di un un ristorante di una certa importanza. Sono stanco. Non ne posso più. Mi cade l’occhio su di una nota. E’ indirizzata a me. La leggo ma non ci capisco niente. E’ firmata da un certo Tosi. Chiedo chi è ad alcuni del personale ma non sanno dirmelo. Infine, indicato da un lavapiatti, senegalese per tratti, dopo tanto vagar lo trovo. Dopo aver letto la nota che gli ho riportato, mi chiede se sono disponibile a qualsiasi orario. Gli dico di si. Piu\ tardi gli confermo che non c’è la farei. Non ho ancora mangiato nulla. Apro un frigo per prendere un qualcosa: e’ stracolmo. Sono tutti avanzi. Prendo del formaggio da un involto pieno di pezzi. Sembrava del Taleggio: era pieno di muffa. Con quello, un paio di grumi intinti in una salsa verde. Esco con quel po po’ di menu, e mi siedo ad un tavolo, messo sotto un albero senza foglie; era bella la luce e fresca l’aria. Al tavolo di fronte al mio sono seduti quattro giovani. Li guardo. Non più di tanto. Non mi notano. Ciarlano ma non li odo.  Chino il capo sul merdaio di cibo che ho tolto dal frigo e comincio a mangiare. Mentre lo faccio, sento un canto corale. Bello si, ma non mi prende, così, mi rimane sullo sfondo. Inaspettata, dallo sfondo che trascuro emerge una voce. Mi blocco. La cerco. Viene da un morettino che avevo appena notato. E’ sui vent’anni. Capelli neri ma lisci. Il taglio della barba gli evidenzia il volto marcato e bellissimo! Non sta guardando gli amici mentre canta tenendo la sedia in bilico. Non sta guardando neanche me. Come tutti quelli che avrei potuto amare, d’altra parte. Cosa dirvi di quella voce se non che era angelica, ma non bianca. Sento che è una romanza. Non per donna. Non per me. Mi sarei tagliato un braccio perché lo fosse. Par che canti sulla sua vita. Forse di piu’, par che canti la vita. Non vedevo l’ora che terminasse per applaudirlo. Per fargli vedere che c’ero anch’io! Mi sono svegliato prima.

Datata Maggio 2009

“Uomini che odiano le donne”

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A mio conoscere, un uomo odia una donna quando si trova di fronte ad una femmina che lacera degli schemi identitari, vuoi appartenenti alla cultura maschile, vuoi appartenenti al dato maschio, vuoi precedentemente costituiti dalla comune ricerca (e ottenimento) di quell’amalgama di similari informazioni ed intenti che chiamiamo coppia, e che per delle comuni intenzioni (in molti casi pie) dovrebbero diventare “un unica carne”. La dove non lo diventano in pieno, “un unica carne”, comunque, sono carni analoghe tanto quanto hanno saputo e/o potuto diventarlo. Un qualsiasi fatto che ponga separazione fra le due carni, e/o un qualsiasi fatto ribalti i ruoli che la coppia si era data, è uno strappo nella tela (mentale e sentimentale) che la coppia aveva ordito. Può giungere, quello strappo, a distruggere tutto il quadro in cui la coppia aveva dipinto la propria storia; strappo, forse superabile nel caso di dipinto appena iniziato, ma, anche insuperabile, per chi, in quel dipinto, aveva fondato il senso primo ed ultimo della propria vita; e se è stata la donna a vedersi divellere quel senso, allora vi sono donne che odiano gli uomini.

Datata Febbraio 2009

Caro amico ti scrivo

barradue

Ci siamo incontrati con dei leggeri disguidi, ma ci siamo trovati; se vi è destino in ogni nome, che ci sia anche in ogni caso? Mi dirai la tua prima impressione di me. Intanto ti dico la mia. Dico “chiocciola” le personalità simili a te. Lo dico, perché mi sei passato davanti (e superato) lentamente, e con un occhiata fra il mesto ed il pacato. Non l’hai fatto perché non avevi fretta di raggiungermi, (come poteva sembrare) quanto perché tendi (nel tuo presente momento storico) a raggiungere le mete senza fretta: tendenza che poi mi hai confermato. Certamente, c’era anche il chiocciolo timore che sentiamo verso ogni genere di incognita. T’ho detto che la giovinezza è come uno champagne: frizzante. T’ho anche detto, che se quel vino non è incanalato in una funzione di vita, (nella sua bottiglia) prima o poi finisce scipito come aperti spumanti; ed è per questo che pur preferendo il giovane, non lo preferisco champagne se non per il solo piacere di saperlo francese. Almeno in etichetta. Deliri che ora riservo alla vista. E’ ben vero che una volta lo preferivo, ma, una volta non capivo i vini: li bevevo. Sei un vino da pasto, tu. Da quando capisco i vini, quelli da pasto (e non da super mercato che non sei) mi sono di più adatta funzione. Preferisci i vini invecchiati, tu. Meglio ancora con la polvere del tempo sulla bottiglia; ed io che la tolgo, almeno per apparire di più recente vendemmia, ancora una volta non ne faccio una giusta! Se poi, pensi che come cameriere (ex da decenni, in vero) mai avrei fatto un sacrilegio simile, dimmi un po’ tu che cavolo sono invecchiato a fare! Non vi è dubbio: il momento che stai attraversando (con lo scopo impegnativo che ha) occupa gran parte della tua mente e del tuo tempo. Non per questo mi sento secondo. Tanto meno ruota di scorta. Fai quello che devi. Al proposito, non ho frenesie, e non certo per indifferenza verso di te. Non c’è l’ho, perché un detto ricavato da un romanzo di fantascienza letto per puro caso (esiste, il caso?) m’ha acquietato ogni tensione emotiva in eccesso. “Chi ama sa attendere”. Sarei ben scemo se ti dicessi che ti amo già. Mica perché non potresti esserne degno, ovviamente. Scemo sarei, proprio per il mero dimostrar di non capire un cazzo: giusto per sintetizzare! Intendi “attendere”, allora, nel senso di aver cura. Indipendentemente da noi, e/o da ciò che ci riserveremo di decidere, fondamentalmente, questo faccio. Da sempre.

Quindi, cornupia

Per la mia esperienza di vita sei un’anomalia. Mica perché lo sei tu, ovviamente, ma perché temo di non essere mai stato normale prima, o meglio, se normale, come tutti quelli che passano per il piacere del corpo per giungere a confermare la reciproca mente, e/o, ben sperando, la reciproca vita. In te, fisicamente non c’è nulla che sia sgradevole in qualsiasi modo, tuttavia, in me, non è scattato nessun libidico clic. Nonostante questo, m’hai toccato la mente. Non ho mai percorso questa strada: dalla mente al corpo. Ti ritrovi, allora, ad essere il Continente che prima di chiamarlo con il suo nome, dovrò esplorare esplorandomi. Benvenuto nella mia strada “per Damasco”.

Datata Febbraio 2009

Anatomia della Normalità

barradue

Non sarà sfuggito che ragiono secondo spirito. Lo Spirito è la forza della vita. Gli stati di principio della vita sono

NATURA

1atriangolo

CULTURA                                                                               SPIRITO

Lo Spirito esprime la forza della vita secondo due respiri: il Determinante e l’Accogliente. Determinante, è il fiato che inizia la vita secondo la volontà della sua forza. Accogliente, è il fiato che accetta la vita determinata dalla forza contestualmente principiante. In ragione dello stato di corrispondenza fra gli stati, ciò che è della Natura (intesa come corpo della vita, indipendentemente dalla forma) non può non essere della sua Cultura (intesa come conoscenza della vita, indipendentemente dal sapere) e ciò che è della Natura e della Cultura, non può non essere della vita. Naturalmente parlando, la nostra vita si perpetua per mezzo della genitalità. Culturalmente parlando, per mezzo della conoscenza. Spiritualmente parlando, per mezzo della forza che si origina dal rapporto fra Natura e Cultura. Quale carattere del Fiato iniziò la vita del Principio, e la stessa vita che ha principiato: il determinante, o l’accogliente? Come ho sopra immaginato, il principio della vita è trinitario. Vita, però, è corrispondenza di stati. Se al principio della vita ammettiamo l’immagine principiante che chiamiamo Dio, ne consegue che non può non essere suprema, ed in quanto suprema, assoluta. In quanto assoluta, massimo stato dell’unione fra i suoi stati. In quanto massima unione dei suoi stati, non può non essere unitaria, ed infatti, è stata riconosciuta, anche come l’Uno. In quanto Uno, fu la totalità del carattere del suo spirito, ciò che, data l’Immagine, originò la vita a Sua somiglianza, e se, fatto salva la differenza di stato, i principi della vita originata sono

NATURA

1atriangolo

CULTURA                                                                               SPIRITO

può non esserlo l’Immagine?

Opinare ulteriormente circa quell’identità, è aldilà del mio discernimento. Ciò che affermo, quindi, è “visione” di concetti, non, ragione in concetti che, come i miei, possono posare la propria verità solo su atti di fede. Ora, ammessi al principio i caratteri unitari del Fiato, e ammesso che la vita è il primo corpo generato dalla vitalità di quella forza, ne consegue che il principio generante della vita non è sessuale. Ulteriormente ne consegue, allora, che il cardine su cui basare i principi morali universali non è una indicata sessualità. Se i principi morali sono incardinati nella forza della vita, non, in una convenzionata sessualità, ne consegue normale chi determina ed accoglie la vita altra secondo il Fiato della vita, indipendentemente, dal fatto che si attui (e/o ci si attui) con genitalità diversa o simile.

Datata Febbraio 2009

Armi

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Vi sono armi che uccidono per il solo fatto che lo sembrano.

Un arma, dice un magistrato, che non ha subito alterazioni nella struttura nè modifiche in grado di renderla offensiva, è un’arma giocattolo di libera vendita. Sino a qui, nulla da eccepire. Ma, si può ancora dirla “giocattolo” quando è nelle mani di chi gioca con la vita altrui? A mio avviso, no. Se chi è sotto mira di una simil arma non si rende conto che è un giocattolo, subisce le stesse pressioni psichiche, e la stessa violenza nella sua integrità di chi è messo sotto tiro da un arma vera, pertanto, la si può dire inoffensiva, esattamente come un coltello da cucina messo sotto la gola!

I rapinatori scappano, ed il rapinato spara: li uccide. E’ certamente vero che la sua vita non era più in pericolo quando l’ha fatto. Se da un lato non si può più dire che il rapinato ha ucciso per legittima difesa, si può dire che il rapinato ha ucciso solamente per difendere la sua proprietà? Si, ma, quale proprietà? Quella dei gioielli, o quella di una concezione di sè psicologicamente minata da delinquenti? E come si potrà mettere distinguo, su quale la più determinante tra la finta e la vera, ora che il rapinato si è ucciso rivolgendo contro sé stesso un’altra simil arma?

Datata Febbraio 2009

Le cose dell’Uomo

barradue

Non è la politica il mio orticello. Lo è le cose dell’Uomo. Ne la Repubblica del 2 Gennaio 2009, in questo estratto da Guido Rampolli, però, trovo sia l’una che le altre. Inizia con una domanda.

“E la rabbia delle piazze arabe? Le adunate furiose che ci mostrano i telegiornali, mentre si bruciano bandiere con la stella di David e manichini nella veste saudita? Dove sono le masse? Nel pomeriggio, la polizia ha sbaragliato in pochi minuti una dimostrazione organizzata dai Fratelli mussulmani, non più di un migliaio di persone. Molte di più sono accorse stanotte davanti all’Hard Rock Cafe, non per dare fuoco ad un simbolo del colonialismo culturale, ma per passarvi il Capodanno: festa sconosciuta al calendario islamico. Tra i cairoti che invece sciamano per la Corniche, molti giovani esibiscono il copricapo, quest’anno di gran moda, il berretto da baseball, tipico gioco egizio. Nei ristoranti, nelle discoteche, arabi ed europei salutano l’anno nuovo nello stesso modo, con la stessa felicità obbligatoria, i brindisi, gli schiamazzi, il rock. Otto anni di ansie identitarie, di narrazioni sulle opposte civiltà e le incompatibili culture, le “radici cristiane” e il “mondo mussulmano”, per ritrovarci a mollo in questo ceto medio globale, indifferenziato, e per la gran parte, forse indifferente. Le rovine di Gaza, non saranno allora, lo sfondo di una crisi dell’identità araba, cominciata molto prima e solo adesso affiorata? E, dove conduce, dove sbucherà?”

La risposta a quest’ultima domanda, da sempre già l’ha data la Storia. Condurrà la vita a nuovi corsi, a nuovi pensieri, a nuovo Uomo, per quanto, com’è adesso, ancora ombrato dal vecchio. Condurrà al superamente del complesso di Edipo. L’uccisione del Padre? No, no! Porterà “all’uccisione” dei Vicari che adesso uccidono la vita in nome del Padre.

Datata Gennaio 2009

Agli Artisti credenti

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Non direi questo, il luogo delle interpetazioni “teologali”. Sento pero’. il bisogno di far riflettere sulle opposte ragioni che reggono i miei commenti, cosi’ come intendono far riflettere quelle sostenute da altri credenti.

Nei Vangeli che il credente conosce emerge la Parola che hanno reso vincitrice su le molte dette. Ne consegue, allora, che, a scopo di potere, e’ frutto di opportunistiche preferenze. Su di quelle, immaginate il bambino che si fidava della parola dei padri su quanto raccontavano sul Padre. Per quanto raccontavano sul Padre, immaginate quanto si sia sentito escluso, offeso, umiliato, spaventato, a motivo di un’emozione sessuale non corrispondente alla norma: vuoi del Padre, vuoi quella detta dai padri. Immaginatelo, ora, davanti a una grotta per il serale rosario, mentre, sentendo la “chiamata”, si sente rispondere Signore non son degno alla figura di un Cristo che, indipendentemente dalle mie fughe dallo sguardo, comunque mi seguiva. Ora so che l’insistenza di quello sguardo e’ dovuto alla qualita’ artistiva dell’opera, non, ad effettiva possibilita di moto, ma all’epoca, che ne sapeva un bambino da terza elementare, con conoscenze da orfanotrofi piu’ che di vita! Immaginate ora, la crescita di quel bambino sotto pesi piu’ grandi di lui. Immaginatelo cresciuto, un po’ subendoli, un po’ rimuovendoli, un po’ baipassandoli. Diventato adulto per maggior discernimento, ora quell’uomo si e’ reso conto di quanto abbia sofferto per nulla! Per il discernimento raggiunto, infatti, nulla sta in piedi della Parola che gli hanno somministrato. Non per questo ha perso la fede nella Parola, ma per questo (avendone bisogno) l’ha cercata, e a suo dire trovata, per altre vie. Data la pochezza culturale di quell’uomo, la sua rivelazione e’ indubbiamente detta da un pescatore incolto. Ben piu’ sapientemente dicevano i padri che l’avevano illuso, e che, a mio credere, continuano ad illudere, rendendo bella la Parola (e quindi vera) per mezzo di belle parole. Ammesso e per amor di tesi concesso se non da me (penso) che la Verita viene prima della Bellezza, e che se della Verita’ nulla sappiamo, su cosa gli artisti basano la fede nella Parola, se non per Credo su l’inconoscibile bellezza del Verbo? O si basa su verbi e parole, emozionalalmente motivanti perche’ emozionalmente artistiche? Mi chiedo ancora: i credenti artisti, seguirebbero la Parola se indicata da un pescatore, poeticamente parlando, non in grado (o non intenzionato) ad elevare l’animo esteta al Regno dei Cieli? Si, aveva ragione il Cristo che ci hanno detto: beati i poveri di spirito. A mio sentire, non poveri perche’ variamente nulli, bensi’, perche sentono solamente il loro spirito. Si, ad ognuno “la sua via, la sua verita’, la sua vita”.

Accendo il PC

barradue

Dopo aver dato una veloce occhiata ai titoli su la Repubblica guardo le foto: non di meno articoli degli scritti.

Ne ho sempre ricevuto uno strano malessere; domanda senza chiara risposta, almeno sino ad oggi. La risposta che mi sono dato oggi, è iniziata con un leggero senso di vomito. Se le foto mica si mangiano, mica può essere problema di stomaco, mi sono detto. O si, ho obiettato subito dopo. Se le informazioni sono cibo per la mente, infatti, non è escluso che il procurato senso di vomito mi venga da quello stomaco. Perché? Evidentemente, perché si è cibata in eccesso; evidentemente perché la mente non è riuscita ad assimilare contrastanti gusti, odori, profumi emessi dal giornalistico calderone.

“Tennis, Dubai: il match blindato di Andy Ram”

Ram é un tennista israeliano. Sto poveruomo ha dovuto giocare sentendosi assediato, non solo dall’idea di un attentato verso la sua persona, ma anche dall’ambaradam messo in piedi per sua protezione. Come siamo malmessi! Non ho neanche il tempo di fare almeno un rigurgito liberatorio che mi si presenta la foto del volto di una bambina, pressoché coperto da una mano maschile.

“La siciliana ribelle per immagini.”

Non so ancora bene di cosa si tratti, ma la mente mi va incontro alle donne violate che si sono ribellate all’ergastolo sofferto per stili di vita da antichi mondi. Da quella Sicilia mi si butta a Milano. C’é il Misex leggo. Chissà  che è il Misex! Sarà un coadiuvante per stitici? No, è una Milano a luci rosse: tette, culi, e solita roba. Non ho il tempo di dire va bèh, che mi ritrovo in America mentre sta tornando a giocare Tiger Woods. E’ un golfista. Non si sa quante volte campione del mondo. Ha fatto montagne di soldi. E’ tornato alle gare dopo problemi fisici. Giocherà  con 64 campioni tra i più forti della specialità. Se nulla ha da dire la Madama Marchesa, cosa cavolo avresti da dire tu, Vitaliano? Ed infatti, “così va il mondo”. Già, ma perché il mondo ha vinto la buca, o perché gli é andata buca?

Dal deprimente quesito mi distoglie, sempre a Milano, la visione di una bella donna in passerella. E’ una certa Belém ciliegia di moda sulle solite torte. Noto fianchi generosi: letizia dei parti, mi risulta. Auguri. E’ delicatamente bella. Chissà perché, penso che anche la bellezza può essere una schiavitù. L’hanno saputo prima, e mortalmente peggio le Schiave di Ravensbrueck.

Ho un bel bere la mia filosofia per mandar giù quel blocco, ma non va giù niente! Mi mancano un bel po’ di concezioni tibetane sui destini nella vita, penso. Stanno festeggiando il Capodanno da quelle parti, nonostante siano in una situazione che ha molti capi e molto danno.

Non ho il tempo di considerare il fatto che “Le copertine più trash della storia della Musica” mettono della spazzatura sulla doverosa riflessione. Come non bastasse quella delle copertine, mi si da modo di vederne dell’altra, attraverso “l’occhio indiscreto” di Street View: una foto di matrimonio, chi caga, chi pisca, chi dorme, delle tette, un culo, ed altro in cui si è spanta la questione, ma, “Usciremo dalla crisi” dice Obama. Non gli dico, hai voglia, solo perché la speranza è l’ultima a morire, ed è forse, la prima divina commedia che ci recitiamo da sempre. In questo “Inferno”, invece, c’é la servono molto ultra umana. Scusali Dante. Ci sarà pure anche quella ragione. La grafica di quell’infernale videogioco non é certo come quella che hai disegnato tu, tuttavia, é intrigante. Non come i tuoipersonaggi, ovviamente. C’é il bellone forzutone, i soliti cloni di strane capre, ruderi a gogò, luci stroboscopiche, e l’inevitabile magia. Se bianca o nera non ho sindacato.

Dai gironi di quell’Inferno, vengo spintonato in quelli di uno stadio, dove l’Arsenal ha fregato la Roma, nonostante, la Roma, “abbia sfiorato la rete del pari”. Nonostante? Che é, nonostante? Un’assoluzione in articulo mortis! Altra capriola letteraria in “Pari senza reti per l’Inter” “I nerazzurri rischiano più volte di passare in svantaggio”. Ci provo, ma proprio non sento alcuna disperazione. Mi sento invece, mancante d’aria! E l’aria (si fa per dire) m’arriva tornando a Milano.

Profumo di campione in Milano: quello di Beckham e degli annessi e connessi che muove. C’è una ressa di centinaia di persone davanti al negozio. Tutti, per comperare le “sue” scarpe. Non riesco proprio ad immaginare la somma che potrebbe raggiungere l’Obolo di s. Pietro se solo lo reclamizzasse lui! Anche se è messo così, non é che non capisco il Mondo, Madama la Marchesa; è che capisco sempre di più, quelli che vogliono scendere prima della loro fermata.

Datata Febbraio 2009

 

Dare a Dio

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Del Padre, Cristo e’ veramente il Figlio? Secondo credenza si. Secondo discernimento, no. Dio (essendo l’assoluto principio della vita) non puo’ “generare” nulla che non sia a sua assoluta Immagine. Assoluta immagine del Padre e’ il suo principio: la vita espressa dalla sua vita. Ne consegue che gli e’ figlio solo quello che la sua vita ha generato; e se ha generato la vita come assoluto (e per questo divino principio) ne deriva che ogni altro “figlio”, e’ esclusivamente “generato” dalla Cultura del Padre (la vita) per primo rivelata da chi gli fu spiritualmente somigliante perche’ divinamente corrispondente. Con l’opinione non intendo togliere fede nella figura di Cristo, ma solo restituire a Dio quello che e’ di Dio.

Datata Gennaio 2009

Zuppa di Fagioli.

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Dice il Fagioli: “mai sostenuto che Vendola, in quanto omosessuale, vada curato, ma se uno ha problemi con la propria omosessualità, io devo intervenire. Faccio lo psichiatra; è un dovere d’ufficio.”

Un momento! Deve?! E dove è scritto che deve d’ufficio? E’ scritto che deve d’ufficio se un dato bisognoso chiede l’intervento di uno psichiatra, non, che ci sia l’intervento coatto; e se c’è intervento coatto per la gravità in un dato caso, a me risulta che debba cessare non appena cessa la necessità! Secondo la zuppa di Fagioli in oggetto, quali sarebbero i problemi che il Vendola ha verso la sua sessualità? Prendendola un po’ alla larga, consisterebbero in un insieme di contraddizioni.

Dice il Fagioli: “il cattolicesimo è il contrario del comunismo. Se sei di Sinistra non puoi dichiararti cattolico… Che se poi porti dentro una simile contraddizione irrisolta non puoi fare bene il tuo lavoro politico.”

Grossa puttanata a mio avviso. Il Fagioli non tiene conto, infatti, della possibilità che un cattolico possa anche condividere delle visioni comuniste, come un comunista possa anche condividere delle visioni cattoliche della vita. Psicologicamente parlando, prima ancora di politicamente parlando, io sono un centro sinistra. Tuttavia, vedo che ci sono parti di bene, di vero, e di giusto, anche in altre visioni politiche. Ammesso questo, quale, l’aspetto schizofrenico del Vendola? Solamente quello di prendere il buono dove lo trova!
Sarebbe questa la scissione che impedirebbe al Vendola di fare bene il suo lavoro politico? Mi faccia il piacere, Fagioli! Ciò può esser vero per le menti divise in due netti colori: bianco e nero! Il che, è tipico di quelle fondamentaliste, come di quelle che hanno paura di guardarsi dentro e di guardar fuori! Una cosa non esclude l’altra, signor Fagioli! E’ tipico anche degli inadatti alla formazione psicologica come psichiatrica, signor Fagioli! Vero è, comunque, che chi è un comunista ideologicamente non flessibile, dovrebbe avere il coraggio di non dirsi cattolico: al più, cristiano. Perché i politici comunisti si dicono cattolici, e non solamente cristiani per la parte non deistica di quella pedagogica spiritualità? Per una questione di voti! Potrebbero perdere, infatti, quelli di chi, pur cattolico, comunque potrebbe essere tentato di votare delle proposte comuniste. Dice ancora, il Fagioli:

“secondo me, la pulsione omosessuale non esiste, è pulsione di annullamento. Per me, il desiderio è solo nel rapporto uomo&donna. Gli omosessuali attaccano le mie teorie perchè hanno paura di guardarsi dentro. Ma io sono uno psichiatra, devo farlo per mestiere.”

Appunto. Si guardi dentro. Non per mestiere, possibilmente. Nel guardarsi dentro controlli bene, perchè sta correndo il rischio di mostrare che lei sta usando il suo mestiere per scalzare una identità politica, scalzando quella umana. Il che è tipico della mente, sia pure comunista, che diventa fascista, anche per mera fame di affermazione. Se ipotesi fosse, si vergogni, Fagioli! Un’ultima cosa, non è scritto da nessuna parte che una laurea in psichiatria, tuteli uno psichiatra da personali imbecillità. A maggior ragione, quindi, si guardi dentro, il Fagioli, con più cura. Ciò non può che migliorare il suo mestiere.

Da la Repubblica del 4 Gennaio 2009, “Non sono il gemello di Fausto, e curare Vendola è un dovere.

Questua sociale

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Guarda un po’ chi c’è in fila per la questua sociale!

Da l’Arena di Verona, riporto:

“Social card, in fila anche frati e suore. Boom di ritiri nel Veronese. Le Poste: dipende dalla presenza di istituti religiosi Boom di ritiri della social card a Verona, ma a detenere il primato è una piccola località della provincia, Castelletto di Brenzone, dove ne sono state consegnate 50. La ragione di un così massiccio ricorso alla carta acquisti ministeriale, conferma la Direzione comunicazione e relazioni esterne del Triveneto di Poste Italiane, è legata alla significativa presenza nell’area di istituti religiosi. Dai dati diffusi dalle Poste, come riporta oggi l’Arena, sono oltre 300 le suore e i frati che, risultando nullatenenti, hanno già ottenuto la card recandosi a ritirarla personalmente negli uffici postali del capoluogo scaligero. Il dato più curioso riguarda però una piccola frazione sul lago di Garda, Castelletto di Brenzone, che da solo ne ha dispensate più di 50. Inevitabile l’accostamento alla presenza nel paese del’lIstituto delle Piccole suore della Sacra Famiglia, che ospita molte sorelle anziane.”

Visto che direttamente o indirettamente lo Stato li mantiene sino alla tomba, la richiesta della Social Card da parte di quei religiosi, un po’ fa mi ridere e un po’ mi lascia perplesso.

Datata Gennaio 2009

Qabba’lah – Forza e Israele

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Hai dimenticato qual’è stata la tua forza, Israele? E’ stata quella dell’eletto, disposto a sacrificare il figlio. E che cos’e, un figlio? E’ vita in futuro. E poichè siamo “nati dalla terra”, lo si potrebbe anche dire una promessa di terra, come anche, una terra promessa. Dipende dal punto di vista in cui comincia la tua certezza, o la tua speranza. Devo proprio pensare che l’hai dimenticato?!

p.s. No. Non conosco la Qabbaláh. Conosco solo il mio grano e quello macino.

Datata Gennaio 2009

Qabala – A te no, Israele?

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Che dire ad un amico sposato con figli (faccenda di parecchi anni fa) e con su di me una presa erotica finita nel momento stesso che è nata? Ben poco, temo. Così, ospite suo e della moglie, non sapendo più che dire di nuovo, ad entrambi lessi la Bibbia. Gliela declamai, a dire il vero, perché mi prese quell’idea! L’amico, per quanto interessato (non chiedetemi a che e/o a cosa che non l’ho mai capito, e neanche ho mai avuto il coraggio di chiederglielo) mi guardava con un che di sornione. Colsi anche lo sguardo della moglie, ad un dato momento, ma poi non lo feci più. Se uno sguardo vi facesse capire, molto semplicemente, molto serenamente, che sei pazzo, continuereste a guardarlo? Penso proprio di no. Tanto più, se anche a voi, sotto sotto risulta che non tutto quadra! Fatto sta, che la Bibbia ed io riempimmo quella casa di suoni, se proprio non di altro. Comunque sia andata, il mio intento non era religioso. Mi perdoni chi mi deve perdonare, ma fu teatrale, più che altro. D’altra parte, se Pirandello li avesse interessati di più, me l’avrebbero detto, penso. L’avevo letto nella classica età in cui si sa leggere ma non capire, ed ora, ritrovato in un mercatino dell’usato, lo sto rileggendo: L’Ultimo dei Giusti. E’ di Schwarz Bart, edizioni “I Garzanti”. Mai che a me capiti la cosa giusta al momento giusto: mai! Se mi fosse capitato, ai miei amici (e sembrando loro, certamente non pazzo) avrei letto questo:

“… ma, i Giusti, insistè Erni. Quell’insistenza commosse il vecchio, che sospirò: e lo stesso, disse alla fine. Si riferisce al sole che sorge, tramonta, e che non gli si chiede quello che fa. I Giusti sorgono, i Giusti tramontano, ed è bene. Ma s’accorse che le pupille del ragazzino rimanevano fisse sulle sue, e allora, non senza inquietudine, andò avanti: Erni, piccolo rabbino mio, che mi stai chiedendo? Io non so molto, e quello che so è nulla perché la saggezza è restata lontana da me. Ascolta, se tu sei un Giusto, verrà il giorno in cui da solo ti metterai a “far luce”: capisci? Il bimbo stupì: e fino a quel momento? Mardocheo frenò un sorriso. Fino a quel momento, disse, fa il bravo.” A me pare chiaro. A te no, Israele?

Datata Gennaio 2009

Amori decennali

barradue

Fra qualche mese potrò dire di conoscermi da 65 anni. Per tale conoscenza (impasto di bene e di male, di giusto e di sbagliato che sia) sono ciò che sono, ed amo quello che sono riuscito ad essere. Non è un amore assoluto. Tanto meno, costituito in pianta stabile; è soggetto, infatti, a costante bisogno di accertamento su quanto amo: la mia identità in sé, in quella altrui, in quella del mondo. Amo me stesso, più dell’identità altrui, e/o più di quella del mondo? Dove fra la mia identità e quella altrui non vi è corrispondenza di vita e/o di pensiero, comunque l’amo, per quanto so e posso, e/o per quanto la vita altrui mi permette di poterlo. E’ un amore che non grida, il mio; è un amore che tace, ma, è un amore che lo stesso è. E’ un amore verso la vita, quanto non può esserlo verso una vita; ed è un amore che sa, che amando sé stessa, la vita, sa difendere i suoi interessi molto meglio di quello che potrei fare io anche salendo sulle più grandi barricate, o anche salendo su le più grandi, e molto meno pericolose scrivanie. Ci salgano quelli che non la pensano come me, perché ad ognuno la sua via, la sua verità, e la sua vita. Certamente si può dire quello che si pensa. E ci mancherebbe! Fa parte dell’amor proprio, quando non è vanesio. L’amor proprio non è vanesio quando opina; vanesio lo diventa, invece, quando sentenzia. Visceralmente parlando, colloco chi sentenzia sulla vita altrui, fra gli imbecilli di bortocaliana memoria. Per quanto so e posso, non per questo mi rifiuto di stare anche presso di quelli, ma ci sto, sino a che me lo rendono possibile. Dopo di che, ad ognuno la sua via, la sua verità, la sua vita.

Datata Gennaio 2009 ma la lettera è di una decina di anni fa.

Cercami

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Stavo pulendo i fornelli de La Vaca de to Sia, qualche secolo fa, quando mi sono sentito dire: cercami. Nessun spirito sotto la cappa. Veniva, l’invito, da un mediocricissimo registratore che un lavorante aveva posato su di un tavolo. Dentro il petto, la voce mi prende! Non posso non piantare tutto lì! Non posso non ascoltare! Più volte.

“Cercami: come quando e dove vuoi.
Cercami, è più facile che mai.
Non soltanto nel bisogno, tu cercami.
Con la volontà e l’impegno, reinventami.
Se mi vuoi,
allora cercami di più,
tornerò
solo se ritorni tu?”

Di chi parla, il Renato? Chi invita, il Renato? Chi è, il Renato? E se la voce sua diventa la mia, e se l’invito suo diventa mio, e se è un altro io che invita il mio, o se è il mio che invita non si sa più chi, chi cerca chi mentre di notte ci si chiede su quello che il desiderio sente e la vita prova?

Datata Gennaio 2009

Rientri

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Rientrando dalla disco, ieri sera mi è capitato di pensare: possibile che nella gioventù di oggi prevalga una indifferenziata imbecillita? Mi rendevo ulteriormente conto, che stavo pensandoci, come chi vede un panorama dall’alto, cioè, con inevitabile perdita dei particolari. Anche il mio discorso diventerebbe imbecille, senza questa presa di coscienza. M’ha indotto al pensiero, una serie di motorini spinti per terra. Certamente succedono imbecillità molto più gravi: donne gratuitamente aggredite, poveri picchiati, quando non bruciati per noia, ed altri che sarebbe lungo elencare ma che già conosciamo. Perché succedono con così straripante misura? Si parla, di “perdita dei valori”. Sono propenso a pensare, invece, che sia un inascolto dei valori. Va bèh, mi direte, cambiano i fattori ma non il risultato. Vero, cambia però, anche il punto di vista per cui intervenire: l’obbligo dell’ascolto. Chi, è deputato ad obbligare la giovinezza imbecille ad ascoltare dei valori che può dir di non conoscere solamente chi abita su altri mondi? Lo dovrebbero gli educatori: famiglia, stato, religione. Visto che ci sono gli educatori, e visto che ci sono le imbecillità, ne consegue fallimentare l’insegnamento. Perché fallimentare? Mi rispondo, perché manca il rigore e/o la possibilità di applicarlo. Oppure, perché vi sono fattori che rendono molle, quel rigore; perché vi sono fattori che lo rendono valicabile; perché vi sono giustificazioni, che lo rendono, personalmente e/o socialmente eludibile.

Ma, è proprio così imbecille, la giovinezza?

No. Fatto quattro conti, a mio avviso, no. Cosa, allora, la fa sembrare tale? Direi, la vitalità quando non è contenuta. Cosa contiene la vitalità? Il rigore. Il rigore, è la colla che tiene insieme i contenuti. Quale la matrice che la forma? La certezza dell’obbligo che permette la forma della sostanza. Chi deve formare la sostanza e l’obbligo? La Famiglia? La temo non bastante. La famiglia, oggi, più che altro mi pare diventata il centro di raccolta di finalità domiciliari per finalità sociali, pur non trascurando, ovviamente, le finalità progettuali dei genitori. La Religione? Già, la religione! Già, i religiosi! Predicatori nel deserto, temo; e non necessariamente a causa del deserto. Non dipende dal deserto, se è arido. Dipende da chi non lo bagna, e/o da chi non lo sa giustamente bagnare. Lo Stato? Lo Stato mi ricorda le madri che hanno un debole per i figli spregiudicati. Perché? A mio vedere, perché ascoltano la virilità animale più che la virilità culturale dei figli, famigliarmente e socialmente addomesticati come sara’ diventato l’uomo che hanno sposato. O imbecilli perche’ non addomesticati? C’è anche un ulteriore motivo, sempre a mio vedere: sono madri dalla femminilità maschile. Fra quelle madri e quei figli, allora, s’instaura una sorta di amorosa seduzione da riconoscimento della reciproca forza; complicità (non escludo l’erotica, non escludo la latenza sessuale) che rende fluida, quando non vana, ogni possibilità di educativa incisione nell’animo di tale forma di crescenti. Si, perché il padre, molto raramente è chiaro educatore. Generalmente, altro non è (e/o dovrebbe essere) che la barriera che ferma (e/o dovrebbe fermare) il travalicamento della giovanile vitalità. Cosa, la fermava, che ora non ferma più? La fermava la paura detta dalla forza fisica, la fermava la paura della forza psichica, la fermava la paura della forza giudice. Esistono ancora, queste paure verso il padre. In potenza si, di fatto, no. O meglio, esistono sino a che il crescente rimane in famiglia, ma vanno cessando non appena il crescente inizia il percorso extra famigliare. Nel percoso extra famigliare, il padre viene sostituito da paternità e/o maternità putative. Non valide? Di per sé, certamente. Cosa le invalida? Direi che le invalida la debolezza che è nel non essere l’educatore di unica referenza. Faccenda che, a sua volta, invalida la forma educativa della famiglia. Ulteriore invalidante della forma che si intenderebbe dare al crescente, poi, è quella “famiglia” allargata che il crescente ritrova nelle amicizie da scuola, e/o in ogni suo multimotivato raggruppamento. Avendo più di un referente di formazione, il crescente, così, si ritrova a poter scegliere il prevalente formatore. Imbecilli perche scelgono di formarsi da soggetti sirena? Educare, è forgiare. Forgia ideale, è l’amore. Trova amore, in tutto quel marasma di educatori, il più delle volte in conflitto fra loro? No, a mio vedere, trova solo il dovere di forgiare, ed il dovere di farsi forgiare. Il dovere, è un piacere? Solo nella personalità di costituita identità personale, morale e sociale, direi. Il che vuol dire, in ulteriore età. Nell’età in ragionamento, quanto conta il dovere? Se non obbligato, molto poco, direi. Se non obbligato, nell’età in ragionamento, come forgia conta molto di più, il soggettivo piacere. Il piacere è intelligente? Nella giovinezza?! Gesù, temo proprio di no!

separa

p.s. A fine scrittura mi sono accorto di non aver citato altri due educatori: la scuola e le trasmissioni di massa (sia per quantità di informazioni sia per la quantità del seguito) che sono televisione, internet, ed altri collegati mezzi. Per quanto riguarda la scuola, entro nel merito solo per affermare che, nell’educazione, si trova ad essere barchetta in balìa di infinite onde. Sarà anche che con l’età di diventa conservatori, ma ai mezzi di massa che cito, farei fare la fine della Torre di Babele, quando, nella coscienza che inevitabilmente formano, non tengono conto della misura con cui formano. Si, anche quei mezzi, dovrebbero sottostare ad un rigore. Con altre parole, non dovrebbero poter invadere di sé, le menti che non sono pronte a riceverle. Mi domando, infatti, quanto é legittimo informare non tenendo conto della mente in formazione? Il fare in modo di contenere quei mezzi, é censura? Se lo é, allora é censura, anche impedire ad un crescente di mangiare una trentina di bigné alla volta come e’ successo?

Datata Gennaio 2009

Compermesso?

barradue

Ridendo e scherzando Bertoldo si confessava

Parlavo della faccenda con il mio Arabo. Siamo giunti a questa conclusione: 50 o 70 o 200 euro è roba da polli! Già che ci siamo, ci siamo detti, facciamoli pagare 3000! Gli diamo viaggio aereo Alitalia, che così lavorerà al posto dei barconi; gli diamo un assicurazione privata per un biennio, che così lavoreranno le Assicurazioni anche presidenziali e allevieremo le spese delle Ulss! Non per ultimo, gli diamo la cittadinanza per cinque anni! Se delinquono entro i cinque anni, fuori dalle palle, ma possono rientrare dopo cinque!
Almeno, le questure lavoreranno meno!
Almeno si saprà chi sono quelli che entrano!
Almeno eliminiamo il problema e le spese dei soccorsi!
Almeno eliminiamo i campi di concentramento!
Almeno eliminiamo la possibilità che muoiano per mare!
Almeno eliminiamo la delinquenza nel settore emigrazione! [Non me ne vogliano i nordafricani (persone e/o stati) che a qualsiasi livello si vedranno ridotte le rendite!]
Non hanno i tremila? E che problema c’è?! Glieli presta lo stato di provenienza, e se li fa restituire come e quando vuole! Anche dai famigliari del richiedente, se proprio non si fida del richiedente. E che cazzo! Ci vuole tanto! Animo, gente della Destra: abbiate il coraggio dei vostri coglioni, visto che li spacciate per duri! L’Arabo ed io, l’abbiamo detto ridendo, è vero, ma ridendo e scherzando, Bertoldo si confessava.

Datata Gennaio 2009

Sessualita’ e norma

barradue

Alle domande che hanno accompagnato il mio crescere (e molte volte assillato) una decina di anni fa ho risposto così: la vita della Cultura sessuale, deforma, se fissa ciò che forma, la vita della Natura sessuale.  a Franco G.

Per quello che sente, secondo ciò che sa in ciò che è, è maschile il principio che determina ciò che deve o non deve essere naturalmente, culturalmente e spiritualmente proiettato della vita propria o altra. Per quello che sente, secondo ciò che sa in ciò che è, è femminile il principio che determina ciò che deve o non deve essere accolto (naturalmente quanto culturalmente e spiritualmente) della vita propria e altra.In ciò che è Uomo ed in ciò che è Donna, – vita -, è stato di infinite corrispondenze fra gli stati maschili della determinazione e i femminili dell’accoglienza. L’Uomo, dunque, è maschile secondo quanto la sua determinazione proietta (sia essa vita naturale, culturale quanto spirituale) ed è femminile secondo quanto culturalmente e spiritualmente accoglie di ciò che ha determinato. La Donna è femminile secondo quanto accoglie la vita naturale, culturale e spirituale, ed è maschile secondo quanta vita proietta la sua determinante accoglienza.  Se è ben vero che la sessualità si può nominare per generi, è anche vero che nell’essere “vita” vi è il genere universale che contiene ogni particolare. Data l’universalità del genere “vita”, generare vita secondo la Cultura dell’individuale Natura è il principio di vita, del genere della sessualità naturale, culturale e spirituale di ogni vita della vita. Secondo questo principio, ogni genere di Natura sessuale che persegua la Cultura dell’universale genere della vita, è normale a sé stessa, ed normale al Principio della vita: la vita. Dati questi principi, ogni Natura che fissi (e/o venga fissata) in un nome particolare, condiziona (o si condiziona) la sua evoluzione. Condizionando una vita di nome particolare, anche fosse allo scopo di tutelare la manifestazione di quel dato particolare, comunque si sosta quell’essere presso quel nome. Sostandolo, nel contempo si arresta ciò che si vuole e si deve evolvere. Da ciò, non può non conseguire che la Cultura “Gay” della realtà culturale umana di una data tendenza sessuale (lo specifico vale per tutti i generi sessuali) è sostanzialmente e formalmente inficiata dalla negazione che si procura alla universale Cultura della persona, quando la si contiene nei dettami detti da una “normalizzazione” che esprime la sua regola esistenziale sulle basi di un genere sessuale, culturalmente convenzionale se aderente a precostituiti principi.
Datata Gennaio 2009

 

In_formare

barradue

Informare ma non deprimere per non illudere.

Ho iniziato ad occuparmi di tossicodipendenze a livello sociale dopo la morte dell’Amato: accadimento del 91. Tutte le situazioni in Aids, allora, erano tentativi di programma, più che programmi. Fra questi, la paura di informare in modo da non far paura. Quale, la giusta misura? Questa lettera è stata la mia risposta.

Mettiamo che la Cultura sia il cuore della vita del pensiero e che l’informazione sia una delle sue vene. Così come succede nel sistema biologico, le informazioni sono vene ottimali all’ossigenazione culturale della Persona, tanto quanto la loro pressione informativa corrisponde al sistema culturale di una data persona. La dove, o in uscita (la fonte informativa) o in entrata (la fonte da informare) non vi è una corrispondente relazione interculturale, nell’incanalazione informativa fra le due fonti succedono delle perdite di qualità che possono anche avere dei pesantissimi effetti collaterali: in alcuni casi sono giunte ad indurre persino al suicidio.

E’ effetto conseguente ad una perdita di qualità della fonte di comunicazione, o la depressione naturale o l’eccitazione culturale (ma non di meno di vita se ad essere offesa è la forza del suo Spirito) della fonte che la riceve. Nella persona, una informazione depressa nella sua qualità perché scadente nei dati per difetto, può ingenerare degli stati di delusione; diversamente, una informazione di qualità eccitata perché scadente nei dati per eccesso, può ingenerare degli stati di illusione.

Non è che presso una personalità mediamente integra (e/o mediamente colta) una informazione non corrispondente allo stato culturale ricevente non ingeneri dei danni, è che la sua pressione culturale è idonea al punto da saper rielaborare, sino alla sua capacità di misura, le perdite della poca qualità che riceve. Però, così non è per le situazioni più carenti e, così potrebbe non essere anche presso personalità non mediamente integre e/o non sufficientemente colte.

In rapporti culturali più quantitativamente contenuti, non solo anche le perdite sono contenute ma anche più immediatamente riparabili. E’ nei rapporti culturali di più vasta estensione che il problema “Informare ma non deprimere per non illudere” si pone con tutta la sua gravità.
Presso le fonti informative che ne hanno il senso più pieno, il problema ” Informare ma non deprimere per non illudere ” è grave al punto da giungere ad inibirle anche sino al silenzio, ma se tacere può anche essere cautelativo, comunque è disinformare per non sapere, non come informare, ma come impedire che una data informazione non venga usata e/o interpretata impropriamente.

Giusto per fare un esempio: se mi si dice che ho fatto tredici, certamente mi si da una informazione che mi fa bene. Se, però, me lo si urla nell’orecchio, mi farà sempre bene quell’informazione, ma assieme al bene, comunque me ne è venuto un irritante fastidio. Lo stesso se mi si dirà la stessa cosa a bassa voce. Direi, allora, che una giusta informazione dipende anche dai decibel culturali che si usano nel porgerla e, amenoché non si sia delle fonti pirata, certamente una informazione non può essere data in decibel da discoteca fuori norma.

Da anni, le esigenze economiche di chi commercia in informazioni hanno insidiato di appariscenza il modo di informare. E’ dovuto venire l’Aids per ricordare a tutti che lo scoop in una informazione nulla aggiunge alla Cultura di chi ha bisogno di essere informato se non il dolore dato dalle grida.

a Ercole C. Primario di Malattie Infettive in Verona.

Datata Gennaio 2009

 

Il Povia

barradue

Serenamente non capisco tutto questo casino! Che ti dice il Povia, se non confermare che la vita è tutta un “famolo strano”?

Questo gay, Luca, è diventato etero per l’intervento di una scuola psichiatrica? Da quello che ho letto, non mi risulta.
Questo gay, è diventato strano per l’intervento della chiesa?
Da quello che ho letto, non mi risulta.
Da quello che ho letto, sembra diventato strano per l’intervento di una donna.
Che sarà mai?!
La vita fa, e per rifare, la vita disfa mica da oggi!
Una sola cosa dovrebbe fare l’ArciGay, a mio vedere, cioè, presentare a Sanremo, una bella canzone su di un puttaniere che vive felice e contento perche’ se lo prende nel sedere! Regalo la rima alla causa.  Non verrebbe accettata? E allora tutti a Sanremo!

Datata Gennaio 2009

Sguardi su le tossicodipendenze

barradue

La “spada” è l’arma che uccide i sogni alla vita.
La tossicodipendenza è il tocco che ferma i tuoi anni a quando li avevi.
La tossicodipendenza ripete all’infinito trenta denari di tradimento.
L’eroina sta agli eroi come una mattina se non ci sei.
Se hai bisogno di un nemico per sentirti amico povero quell’amico che non ti è nemico.
La violenza è estranea agli animali ma non quando si dicono persone.
Le mani che urlano fanno male al cuore.
La violenza è il braccio armato della miseria.

Come l’Ignoranza, l’Intolleranza separa vita da vita.
L’Intolleranza verso se separa da noi stessi ciò che ci è proprio.
L’Intolleranza verso l’altro separa ciò che ci è prossimo del se altrui.
L’Intolleranza verso se uccide l’amore di se.
L’Intolleranza verso l’altro uccide l’amore dell’altro.
L’Intolleranza uccide l’amore fra se e l’altro.
L’Intolleranza uccide l’amore perchè uccide la comunione.

Le affermazioni su l’intolleranza, prese alla lettera, hanno un risvolto che non mi piace per niente, in quanto rischiano, nonostante l’eccellenza nei propositi, di essere sentite come un carcere. All’epoca non me n’ero accorto, ma all’epoca tiravo la vita coi denti. Tutto potevo, allora, fuorchè lasciare la presa! In effetti, la dove una ricerca di comunione genera una reciproca intolleranza, la divisione può anche diventare questione di una sopravvivenza psichica, la dove non fisica e/o culturale. Come per le tossicodipendenze, allora, si tratta di operare per la riduzione del danno.

Datata Gennaio 2009

Coscienza e conoscenza

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Vita: immagine della Natura della Cultura del Principio della forza dello Spirito sia nel Supremo che nell’ultimo. Allo scopo di collocare il nostro spirito nello stato della Vita per essere a Somiglianza della vita originante, la vita originata non può non sapere la sua Immagine. Il trinitario cammino verso il Principio della vita (quello naturale o il soprannaturale) è avvio alla coscienza di ciò che è alla conoscenza del piano di vita nel quale si va (o si viene) alla luce. La conoscenza di ciò che è alla coscienza dice lo stato di somiglianza fra l’immagine umana e quella del Principio. Limitare e/o condizionare la conoscenza di ciò che è alla coscienza è, dunque, limitare e/o condizionare il rapporto di corrispondenza fra la vita del Principio e quella della Somiglianza. Nell’ostacolare il rapporto di corrispondenza fra l’Immagine del Principio (e dei suoi stati, i principi) e ciò che è a loro Somiglianza (la vita umana e i suoi principi) si limita alla nostra vita, la facoltà di porsi con giusto spirito presso l’Origine.

Datata Gennaio 2009

Atti impuri

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Atti impuri: tarli nella barca di Pietro. Dove vi e’ vitalità integra ma non nutrita, il pastore divorerà le pecore, dice la pastora anglicana Anne Richardson.

In estratto da un dossier in cui la chiesa americana ha cercato di capire in sé stessa (estratto che ricavo dall’articolo “Atti impuri – Quegli abusi nel mondo della chiesa – di Marco Politi su la Repubblica) leggo: “Non è di orientamento omosessuale la maggioranza dei colpevoli, ma l’opportunità che favorisce rapporti con lo stesso sesso.”
Si, riconosco quell’opportunità: si manifesta in tutti gli ambiti, dove la sessualità maschile è costretta a vivere fra simili.
Si, non è omosessuale, perché in genere cessa con l’uscita da quella “galerazione” della sessualità  prevalentemente etero, se etero.
E’ certamente vero che il piacere sessuale con il maschio si può sedimentare anche in questo genere di sessualità, (quella etero) ma, rimane a livello di gusto e/o piacere che, pur toccando l’emozione genitale, non per questo forma, appunto, la personalità omosessuale.
Si, è chiaro che non è il celibato in sé, che favorisce la pulsione all’abuso, ma il forzoso mantenimento di un voto che non prevedendo valvola di sfogo, finisce col far scoppiare la volontà di chi vorrebbe viverlo secondo il principio che ha scelto; scelto, quando ancora era facile perché il dato sacerdote non l’ha ancora sentito in pieno, vuoi perché neutralizzato dal contenitore “seminario”, (o trutture simili) o da una ancora non provata missione di vita. Quanto sia pesante da reggere, invece, il dato sacerdote se ne rende conto in pieno quando si trova avviato in un mondo che lo può caricare di stimoli sensuali e sessuali, anche oltre sopportazione.

Vengo ora, ai fatti che leggo su L’Arena di oggi, sabato 24 gennaio 2009. L’articolo prende due facciate. Estrapolo quello che mi lascia perplesso.

“Quegli episodi agghiaccianti, (compiuti per decenni) narrati da persone ormai di mezza età  e resi noti a distanza di anni con tanto di nomi, circostanze e fatti, sono una montatura, una menzogna, dice il Vescovo Zenti.”

Sentiremo cosa dice la Magistratura, dico io.

Secondo il Vescovo Zenti, la bomba è scoppiata perché il Presidente dell’Associazione Sordi pretendeva di mantenere l’utilizzo di beni immobili appartenenti alla congregazione. Per l’uso di quei beni immobili, la Santa Congregazione aveva chiesto un affitto di 3000 euro al mese. Mi sa che lo Spirito Santo si deve essere indignato parecchio perché sono scesi a 200! Il responsabile dell’Associazione Sordi dice di avere 410 soci. Duecento euro diviso 410 soci, + o – sono 50 centesimi al mese per ogni socio. Possibile che abbiamo ricattato il Vescovo minacciandolo con la denuncia contro i preti seviziatori per 50 centesimi pro capite! Quel che a me pare ridicolo, evidentemente no, per il Vescovo Zenti.

Monsignor Fasani, dice: sostenere che 25 preti su 26 praticassero la sodomia o altro è inverosimile. Neanche una casa di tolleranza avrebbe potuto reggere questo ritmo, ed è impossibile che non trapelasse niente!

Gli abusi sarebbero avvenuti tra la fine degli anni 50 ed il 1984, nell’Istituto di via Provolo, in quello del Chievo, e anche alla Tenuta Cervi a S. Zeno di Montagna durante l’estate. Dalla fine degli anni 50 sino all’84 sono 34 anni. 34 diviso 25 = 1,36. Il che vuol dire che ogni prete ha avuto a disposizione i ragazzi per un anno e passa a testa. Anche ammesso un solo atto al mese, i ragazzi (almeno i più… meritevoli) hanno subito, almeno una quindicina di rapporti l’anno.

Dove sarebbe l’inverosimile?! A me pare un ritmo di un tal riposo, da portare al fallimento ogni casa di tolleranza degna di quel nome! Pare che uno dei ragazzini (il più meritevole, immagino ) sia stato portato anche in visita al Vescovo Carraro in corsa per la beatificazione, ed in Vescovado, abusato dal Carraro. Per il carattere che aveva il Carraro, leggo, al massimo avrebbe potuto accarezzare la testa del bambino. Può essere come non essere. Non ho conosciuto quel Vescovo (l’ho solamente sentito cantare una messa di Natale in modo straziante) e neanche c’ero all’incontro. Mi domando, tuttavia, perché mai due preti si siano presi il disturbo di andare dal Vescovo Carraro con un bel bambino? Se escludiamo un desiderio sessuale del Vescovo, quale altro motivo? A mio pensare, per soddisfargli una curiosità, non esente dalla quale, la valenza di un desiderio mai vissuto se non per mezzo della tenerezza in una carezza. Come mai il Carraro ha saputo di quel bel bambino? Non ci può essere che una spiegazione: l’ha saputo perché ha saputo i fatti! E i fatti, almeno apparentemente, sono cessati nel 1984. Anno di visita di quel bambino al Vescovo? Non so, potrebbe essere. Ora, ammesso ma non provato quanto ipotizzo, dal 84 in poi si sono succeduti altri tre vescovi, Zenti compreso, e nessuno ha mai saputo nulla. Possibile? Si, è possibile solo se il Carraro ha taciuto! Mi si dirà, ammesso che l’abbia saputo per confessione di quei preti, o per confessione confermata la faccenda, mica poteva rompere il segreto! Il segreto no, ma far capire a nuora perché intenda suocera, si! Quando è capitato a me, l’hanno fatto, ed hanno ottenuto di interrompere il mio rapporto anche amoroso con il prete amante. Interrotto il rapporto con me, ma non interrotto il rapporto con il Collegio, però, e neanche con l’Ordine Don Guanella! Il prete, sempre al suo posto è restato; è stato solamente avvertito che le mie seduttive grazie gli erano pericolose!

Hanno chiesto a Zenti: chi sono i deboli in questo momento? Ha risposto: i preti, perché spostarli significa ammettere in qualche modo la loro colpevolezza. Sarà! “Bisogna analizzare e circostanziare gli episodi”, dice il Vescovo. Già! Evidentemente non l’hanno fatto. Bisogna proprio ammetterlo! Sprovveduti, quei ragazzi! Avessero fatto come la Monica che ha messo le prove in frigo! E’ proprio vero: le donne ne sanno una più del diavolo, ma è anche vero però che lo frequentano anche i preti. Per dovere missionario, ovviamente, tuttavia, quando va la gatta al lardo, come minimo si sporca lo zampino, e rischia di sporcare il bambino.

Datata Gennaio 2009

 

A domanda risponde

barradue

A domanda risponde il Procuratore Mario Giulio Schinaia.

Chiudendo la porta su qualsiasi sviluppo giudiziario sulla vicenda che sta coinvolgendo l’Istituto Sordomuti, dichiara: Impossibile indagare su questi fatti! Perché mai, mi direte? Semplice: perché sono successi più di 25 anni fa. Ma per fortuna, le autorità ecclesiastiche non hanno i tempi di prescrizione come la giustizia ordinaria. Già, non ha i tempi della giustizia ordinaria; ha gli eterni della Giustizia straordinaria, la quale, in attesa del processo, consente, per sua norma, il piede libero a tutti gli accusati. Il procuratore, inoltre, “esclude, categoricamente, di aprire un fascicolo per far luce sulle parole di Don Zenti, pronunciate due giorni fa.” Il Vescovo aveva affermato di sentirsi vittima di un ricatto dei vertici dell’Associazione Provolo. Mi avevano minacciato di rendere pubblici questi episodi di pedofilia se non avessi accolto le loro richieste, dice il vescovo. Per il Procuratore, però, mancano gli elementi fondamentali per parlare di estorsione. Che se ne ricava da questo? A mio vedere, se ne ricava che il Zenti non ha denunciato chi dell’Associazione l’avrebbe ricattato, e chi si è sentito diffamato dallo Zenti per tale dichiarazione, non ha denunciato il Vescovo.

A domanda risponde don Danilo Corradi del Provolo.

Auspicando voglia di chiarezza, il Corradi dichiara “a parte un seminarista che è stato rimandato in famiglia, mai ho avuto segnalazioni di reali fatti, concreti, accaduti”. E che voleva, il Corradi, per provvedere? Il morto in casa?! Mi meraviglio di lei, don Corradi. Nei corridoi dei Collegi al massimo della concretezza, si sussurra! Concreti, reali, accaduti, al massimo, li si dice nei confessionali, ma lì, cadono come “corpo morto cade”, caro Corradi, perché il segreto confessionale attorciglia nella comune paccia di quel dogmatico silenzio, sia l’animo del confessore che quello di chi si confessa! Il quale, ovviamente, si duole si pente e promette di non farlo più! Sino alla prossima volta, evidentemente, se ciò che hanno narrato le vittime (due volte vittime perché hanno aspettato più di 25 anni per parlare) è realmente, concretamente accaduto, secondo quanto si aspetta il Corradi! Neanche il Corradi sostiene il bisogno di un’indagine, perché, “padri non ci sono, confratelli non c?è ne sono più, non possono rispondere, non possono parlare.” Tutti buttati fuori dal Provolo? Tutti buttati fuori dalla chiesa? Tutti morti? Non lo dice, ed io non lo so, ma il Corradi che pure pretende fatti, accadimenti, concretezza, quando gli fa comodo lascia affermazioni in sospeso.

A domanda risponde il patriarca di Venezia.

“I direttori di giornali che hanno giudicato “che non si poteva non farlo”, si sono mossi sul verosimile o hanno avuto la vera passione alla verità?” Che cacchio significa?! E che altro vuol dire? Che hanno giudicato che non si poteva non farlo, ma qualcuno ha chiesto loro di non farlo?! Chi, gliel’ha chiesto? L’associazione Provolo? Non direi proprio! Al che, non ci resta che la chiesa! O no?! “Vera passione per la verità”? Ma che sta dicendo, sto’ Angelo?! Non esisterebbero istituzioni ecclesiastiche, se le chiese avessero vera passione per la verità detta da chi è andato a morire a cavallo di una mula! Ma forse, l’Angelo intendeva passione per le umane verità. E cosa gli fa pensare che i Direttori dei giornali ci provino meno dei preti, o con la stessa possibilitàdi errore in cui possono cadere i preti?! Comunque sia, ai Media gli sta bene questo schiaffo! I Media dovrebbero smetterla di considerarci come clienti da frutta e verdura! Dovrebbero smetterla di presentarci le mele più lucide sopra e sotto quelle meno lucide! Ci diano mele e basta! Ma anche i giornali sono botteghe! Rassegnamoci noi, e si rassegni l’Angelo.

A domanda risponde il vescovo di Padova.

“Accusa pesante, infamante, senza nomi e cognomi, non circostanziata, senza approfondimento, senza un’analisi ben chiara”. Auspica, poi, che la stampa tratti la faccenda con “delicatezza” e “voglia di verità”. Nella cronaca dei fatti pubblicata da l’Arena, a parte il nome del Presidente dell’Associazione, non c’è il nome delle vittime (o presunte tali) tuttavia, c’è la foto di un gruppo di loro. Il che vuol dire, che se non altro hanno avuto il coraggio della loro faccia! Il don Corradi del Provolo, invece, non ha avuto neanche il coraggio di dire se i presunti violentatori sono vivi o morti! Con che faccia il vescovo di Padova, quindi, può dare lezioni di faccia ai Sordomuti del Provolo di Verona?

A domanda risponde il vescovo di Vicenza.

“Non commento”. “Spesso ci si trova impotenti davanti a campagne orchestrate per confermare tesi che poi si rivelano fasulle”. Mi par di sentire tutti quelli che gridano al complotto quando i media li prendono in causa quando non in castagna! Parlando del vescovo di Vicenza, il Busi scrittore lo dice “quella”.

A domanda risponde l’Associazione Provolo.

Rilanciando le accuse dall’Università, afferma: “è sempre stato difficile farsi ascoltare. Credetemi, so molto bene quanto sia vero! Lo chiedono da anni, e mostrano copie di lettere, di dichiarazioni sottoscritte da decine di firme, di volantini. E raccontano. Riferiscono storie di violenze non solo sessuali. In alcuni casi, vere e proprie torture. Sempre su l’Arena, da un articolo di Giancarlo Beltrame, estrapolo: “Racconta un sordo, che ora ha molti decenni in più: sono entrato al Provolo che avevo otto anni. A 11, un prete, (di cui fa il nome ma che il giornalista non pubblica, forse per tenerezza e voglia di verità) in piedi davanti a tutti noi ragazzi sordo muti, afferra un bastone grosso come un due euro, picchia sulla schiena un nostro compagno sino a che il bastone si spezza, ne prende un altro più grosso e lo picchia sino a che si spezza anche quello, poi prende una cinghia perché “quella almeno non si sarebbe rotta”. Di violenze (all’ordine del giorno) ne racconta anche il Presidente dell’Associazione: picchiato sulle mani con un frustino, schiaffi, pugni, strattoni di capelli, pizzicotti, orecchie storte. Raccontato da un altro, ustioni da ferro da stiro sul dorso delle mani subite da un ragazzo che non voleva studiare. Nelle riunioni dell’Ente Nazionale Sordomuti ne abbiamo parlato più volte. Nessuno può dire di non aver mai saputo.” Si, ma non erano creduti! Il Dalla Bernardina aveva detto ai suoi che c’era un prete che gli sparava proiettili di plastica e/o di gomma. Non è stato creduto neanche da loro. Non volevano credere che fatti del genere potessero farli i preti! Così, smise di parlargliene. Su di una tv locale, reazione da impossibilità a credere, l’hanno avuta anche due pensionati ed una donna sulla quarantina. Impossibile!!!! La signora sulla quarantina ha detto: mi cadrebbe tutto un mondo, se fosse vero! Capite adesso perché quei ragazzi hanno taciuto? Hanno taciuto perché la vernice di certi sepolcri, comunque sia il morto e/o il tempo di sepoltura, è sempre bianca. Con questo, anch’io ho risposto alla tua domanda, Giulietta.

Datata Gennaio 2009

La verità è oro

barradue

In amore, la verità è oro: costosa ma incorruttibile. a Filippo P.

Certamente non è per dirti che anche quando penso ai cavoli miei non posso non pensare a quelli fra di noi che ti scrivo questo, ma, per pregarti di verificare una conclusione alla quale sono giunto dopo che ci siamo lasciati. La conclusione potrebbe anche non essere vera ma comunque proseguirò lo scritto partendo dal presupposto che lo sia. Tratta da mie impressioni più che da fatti e/o precisi discorsi ma basata anche su precedenti esperienze e richieste, non tue ma di altri) è presto detta.

Mi pare di capire che la tua massima aspirazione sia quella di essere amato (indipendentemente da chi) senza alcuna condizione nei tuoi confronti da parte sua e ne alcuna condizione nei suoi confronti da parte tua. Per poter soddisfare al meglio la tua richiesta, indubbiamente non possiamo non verificare assieme se, per amore, ambedue intendiamo la stessa cosa. Senza condizioni, ho creduto di aver amato una sola persona nella mia vita.

Mi ci sono voluti anni, dolori, e, detto fra di noi, non pochi pianti, per capire che non era amore quello che provavo ma un desiderio (a dirla tutta, naturale più che culturale) così intenso da sembrarlo. Se in certi stati di intensità sentimentale (tanto più se presi da fortissimo erotismo) si può anche scambiare il desiderio per amore, cosa distingue il desiderio dall’amore? A mio avviso, ciò che distingue il desiderio dall’amore è lo stato della naturale, culturale e spirituale comunione delle personalità in corrispondenza. Nell’amore, dunque, aldilà delle condizioni con le quali si raggiunge la comunione, è lo stato della stessa comunione, la norma che detta le regole per amare. Se la misura dell’amore è data dalla misura della comunione, dati gli stati e la condizione della comunione, non è certo difficile sapere quanto si ama e/o si è amati.

Basta prendere carta e penna e scrivere (e descrivere) quanta e di quale stato è la comunione naturale; lo stesso per la culturale e, lo stesso per le motivazioni di vita che, se in comune, permettono la comunione tanto quanto sono in comune. Fatto questo, capirai immediatamente che non l’amore è cieco (non sempre i proverbi sono la saggezza dei popoli che in questo caso è da secoli la sua ignoranza) ma, casomai, è il desiderio quello che lo è. Il desiderio, non volendo che la sua volontà, poco si cura se è o non in comunione con il soggetto che desidera.

Ho ritenuto di precisare cosa intendo per “amore”, non certo per frustrare le tue aspirazioni sentimentali ma per invitarti a vedere non quello che sembra vero (o ti fa piacere credere vero) ma il vero. Potresti anche obiettare che ad una seria verifica potrebbe restarti ben poco di vero. E, allora?

Quantitativamente parlando, l’oro è ben poca cosa rispetto alla totalità del giacimento aurifero, ma, sai perché (oltreché prezioso appunto perché poco) il suo colore è sempre bello? Perché rifiuta di stare in comunione con la materia (il falso) che non fa parte della sua Natura di oro: il vero. Dato l’esempio, la comunione d’amore fra te e me (come fra te e la vita nel suo complesso) non può non essere condizionata dalla ricerca dell’oro (la verità in amore e nell’amare) da mettere in comunione per poter essere comune (perché reciproco) capitale di vita. Chissà mai perché vuoi andare in Africa quando già dentro di te ci sono tutte le miniere di Salomone da scoprire. Misteri della vita!

Stammi meglio, mio caro. Intanto che pensi e decidi come starlo, mettiti nella testona durona che essere amati senza condizioni, come (forse) chiedi tu, è come mettere chi ti ama sulla riva di un mare sempre in burrasca e, pretendere che stia lì, a guardare e basta, mentre vede che le onde ti stanno trascinando lontano. Se le cose stessero così, Filippo, non è amore senza condizioni quello che chiedi: è dolore.

Datata Gennaio 2009

Ricerca del Padre

barradue

Religioni naturali a parte, per immaginare Dio, ogni conoscenza è partita dall’Io, quindi, “ogni teologia è una psicologia”. O meglio, è la sublimazione, di una psicologia. Si può giungere alla conoscenza della vita umana e divina con altri mezzi dai propri? Tutto è via delle verità della vita. La risposta, quindi, è affermativa. I mezzi ed i passi non propri, però, possono far fare degli inutili giri, o mal che ci vada, condurre a dolorosi gironi. Pesto nei dolorosi gironi, stufo di inutili giri, e, ad innumerevoli parole, straniero, ho buttato via tutto ed ho ricominciato daccapo. A dirla tutta, non è stata la ragione che mi ha fatto buttare via tutto: ha svuotarmi di tutto è stato un dolore. Le vie della vita saranno anche infinite, ma chissà perché, a me non capitano mai le più semplici. 🙂 Comunque sia, ho iniziato il viaggio di verifica del capo che avevo perso, dal capo che l’ha cominciato: sulla strada per Damasco. Molto di quello che culturalmente, moralmente e spiritualmente sono, infatti, è cominciato su quella via. Memore di ciò che era accaduto sulla stessa strada, ad un altro viaggiatore alla ricerca di sé e dei sé della vita, (a Saulo di Tarso), l’ho percorsa badando a quello che poteva accecarmi per troppa luce, (gli eccessi di verità), a quello che poteva farmi cadere da cavallo, (nel senso di farmi sbalzare dal mezzo che conduce la mia realtà), a quello che poteva rendermi privo della capacità di parola per ingorgo di emozioni. Ho badato, cioè, a non andar fuori di testa, a non andar fuori dalla mia vita. Ci sono riuscito, come riesce a mantenersi asciutto chi è sorpreso in strada da un temporale: più che altro difendendomi. E’ vero: nel difendersi dai temporali si impara a riuscirci. Nonostante gli anni trascorsi e l’esperienza accumulata, però, per quanto mi riguarda mi pare sempre da ieri, mi pare sempre poco.

Datata Gennaio 2009

E’ la vita, Mauro.

barradue

Constato da Mauro che quello che è chiaro per chi scrive, non sempre è chiaro per chi legge. Con – Convivere è necessario – non intendevo riferirmi a nessun genere di rapporto fra persone, ma fra la persona ed il mondo. Per attuare quella relazione, i modi ed i generi possono essere condivisibili, o non necessariamente condivisibili, l’importante, è fare in modo che si mantenga la relazione fra un Io ed il tutto. Per quale fine? Indipendentemente dal come, dal con chi, e/o per quali mezzi, perpetuare vita con il meno dolore possibile. Il restante riferimento a me, è pura voglia di polemica. No, Mauro, non tu mi hai lasciato “lungo quella sua strada troppo paolina”; io, ti ho lasciato lungo la tua. E ti ho lasciato lungo la tua, Mauro, perché se da un lato, come persona sei molto sensibile, e senz’altro meritevole di amicizia, dall’altro, straripi come bloger, ogni qual volta ti sfugge il dominio sulla ragione altrui; e ti sfugge, a mio avviso, più per motivi inerenti il bisogno di veder confermata la tua personale identità, più che per necessità inerenti le tue non poche conoscenze; sulle quali, si potrà anche opinare ma che nessuno mette in dubbio. Non io, almeno. Non lo saprei, neanche volendolo. Troppo paolina, dici, la mia visione della vita? In questa affermazione, o menti o sei in malafede, o hai dimenticato e/o rimosso che in tutti gli scritti che fra di noi hanno avuto il Saulo/Paolo in oggetto, siamo sempre stati d’accordo sul fatto che è stato una sciagura culturale per l’ambito religioso, ante lui iniziato e da lui deviato. E, allora? Se ad un fiume dal livello oltre metro ci si premura sollevando gli argini, perché mai non lo dovrei fare io quando straripi oltre metro? E’ successo altre volte, ed altre volte, nonostante sentissi l’errore, ho tolto i sacchetti di sabbia che avevo messo a difesa dei miei campi. Ma, adesso, di te, fiume che passa dalla secca allo straripamento anche nel giro di un fiat, ho deciso di non fidarmi più. Ad ognuno le sue perdite. Ad ognuno i suoi guadagni. E’ la vita.

Datata Gennaio 2009

Le disc_heros

barradue

Cortese signore: ho iniziato a ballare quando Mina cantava Renato, Renato, e la Pavone, fra una lamentela e l’altra sulla Partita di Pallone, cantava Cuore. Eravamo forse più “normali”, all’epoca, ma normali nel senso di più contenuti all’interno di regole in cui il pensiero e l’educazione borghese (e/o piccolo borghese) ancora riusciva ad imprimere il suo Io nella nostra mente; è ancora così, come è ancora così, che dal lunedì al venerdì ante sera, salga la “febbre”. Quando ho conosciuto il Gigi dell”Alter Ego, quella febbre, arrivava ai trentasette e mezzo dal si a no; oggi, invece può far delirare. Inevitabilmente giuste, quindi, le opportune tachipirine. Il Gigi è stato accusato di violenza sessuale su minori. Più o meno il Gigi ha la mia età, ed io sono prossimo alla pensione. Non conosco esattamente i fatti, e certamente non è possibile leggere il cuore dell’uomo, tuttavia, quello che conosco del Gigi mi permette di dubitare dell’accusa. Ammesso ma non ancora concesso i fatti, in quale vero ambito sarebbero successi? Se successi, a mio avviso, solo nellambito della febbre. Quali, gli elementi che al venerdì ante sera fanno salire la febbre in una esistenza? Non elencherò quelli generalmente noti; mi soffermerò solamente su quello che in genere si rimuove. Ad esempio, una brama di seduzione, che impasta di varia emotività i rapporti fra clienti, e fra clienti e gestore, in una sorta di massificata voglia di conquista. Questa voglia di conquista (brama maggiore, tanto quanto settimanalmente frustrata) è l’adrenalinica estasi in cui il giovane riesce a manifestare la vitalità dei suoi sogni: quella, cioè, che sino a chiusura del locale gli fa dimenticare che durante la settimana si sente vivere più o meno come il rospo della favola: attendendo il bacio della principessa. Ma le principesse di oggi, se mai lo sono state, mica sono quelle delle favole! Lo prova il fatto, che per conquistare una donna, molti cavalieri scelgono di cavalcare il drago della violenta passione, piuttosto che combatterlo! Onde evitare di riconoscersi non sempre adeguata per quanto desidera conquistare, la giovinezza, nella sua totalizzante voglia di principato, “chiama” Giulietta e/o Romeo tutto quello che gli conferma il suo desiderio di signoria: musica, ballo, e una multi motivata ricerca di una gioia erotico – sensuale, vuoi naturale perché sessuale, o vuoi chimica per droghe. Una ricerca, non sempre esclude l’altra. Ammesso che abbiano senso le definizioni di assoluto, i giovani oggi non sono chi da una parte sessuale e chi dall’altra: si dicono versatili. Non per questo sono sessualmente indifferenziati; e se promiscui, moolto meno di quello che sostengono i ben pensanti che spacciano ignoranze. Versatili, significa che non sono schematicamente rinserrati nel gusto sessuale di prevalenza: vuoi etero, vuoi omo, vuoi una commistione di quelle due emozioni sensuali e sessuali. Salvo casi di una versatilità sessuale di confermata identità, l’odierna giovinezza, quindi, può con – vivere alterni erotismi, alterne sensualità, alterne sessualità. Con – vivenza, però, che in genere cessa all’uscita, e già al parcheggio rientra nella sua norma, cioè, nella prevalente identità: versatile o no che sia. Per la voglia di vita e di identitaria conferma delle personalità versatili (ma anche delle non) anche il gestore di discoteca deve diventare il seduttore che si fa sedurre. Il giovane e/o la giovane ignorano il gestore che seduce ma non si fa sentire sedotto. Prima o poi finiscono coll’ignorare anche la discoteca. Guaio professionale che il gestore deve evitare, ovviamente, e lo evita, facendo sentire eroticamente e sensualmente importante la sua clientela. Per tale comportamento, può capitargli quello che generalmente capita alla barista che serve i clienti con grazia, cioè, veder intesa una cordialità professionale come se fosse una simpatia particolare. Il cliente che ha bisogno di sentirsi amato, o quanto meno preferito, rimuove la realtà professionale di quella barista e prende per sincerità quello che in effetti è solo professionalità. Guaio è, che per mantenere il lavoro e/o per non entrare in dissidio con il cliente e/o con il titolare, la barista non può permettersi di disincantare quel vanesio per voglia di possesso; e la storia continua. Fatti i debiti aggiustamenti, succedono le stesse dinamiche emotiva (e gli stessi equivoci) anche fra clienti e gestori di discoteca. Se il gestore è etero, sarà prevalentemente tentato da femmine. Se il Gestore è omo, sarà prevalentemente tentato da giovani. Nella provetta che è una Discoteca, vi è un tale miscelamento di emozioni, che è pressoché impossibile dire chi è il sedotto e chi è il seduttore, ma, impossibile sino all’uscita, ripeto, che già al parcheggio cessa la magia ed ognuno rientra nel sé che si ritrova: rospo della favola che è. Rimane quello che e’ i lasciato! Chi non e’ favola e neanche favoloso rimane rimane al piolo che e’. Non ha nessun genere di sussulto psichico, e/o sensi di insufficienza da riparare chi è quello che è. Può succedere, invece, nelle personalità immature. Così, quello che anche di illecito è stato lecito durante la magia da febbre, può tornare solamente illecito a fine magia. Dove non vi è stata effettiva violenza sessuale (e per effettiva intendo stupro fisico e/o psichico di una contraria volontà) al Gigi dell’Alter Ego, al massimo si può imputare di essere la vittima, sia del suo dover sedurre per mestiere, sia, (nel pensiero in ipotesi), di soggetti psicologicamente dipendenti (o tossicodipendenti) del loro generalizzato bisogno di sedurre a scopo di identitaria conferma. Nessuno è in grado di difendersi da quel genere di soggetti. Si pensi solo, che psicologicamente incompiuto, si è rivelato persino il sociale quasi tutto, quando, per anni, ha messo alla gogna un padre denunciato per aver sodomizzato la figlia treenne che invece soffriva di una patologia anale. Immaginare il Gigi mentre compie usi forzosi della genialità sua e dei presunti violentati, (a 60 e passa interamente vissuti) a me fa amaramente ridere. Tanto più, perché i giovani e i tempi di oggi, tutto sono fuorché i giovani e i tempi di recenti fatti di violenza perpetrati da ben altri gestori. Valuterà la magistratura. Nel frattempo, dato il can can che ha rovinato una vita, annientato un’attività, e sfasciato un situazione finanziaria, mi domando che temperatura aveva la Magistratura quando ha aperto il caso dell’Alter Ego. Più di un pensiero me la fa dire: preoccupante!

Datata Dicembre 2009

Rarefatte visioni

barradue

Per la desolante dimostrazione di potere che tutte le religioni hanno dato in tutti i tempi, mi domando se non sia il caso di considerare, travolgente l’Io, lo sguardo che l’uomo ha elevato verso l’Alto. L’umanità che suppone di poter vedere oltre la sua realtà è indubbiamente soggetta al delirio. Lo dimostrano infiniti fatti, infinite conseguenze. Per quanto cerchi di trascendere sé stessa, la mente che suppone di “vedere” Dio, altro non fa che vedere un maggior Io. Contenere l’Infinito nel nostro senso di in – finito, quindi, è rientrare in quello che siamo. Quello che la nostra mente è, per quante parole usi, non potrà mai contenere l’Oceano: al più, una goccia. Non per questo non c’è Oceano in quella goccia. ma in quella, si può ciò che si può.

In quel di Brescia, stasera.

barradue

Non avevo libro migliore, e mica si può leggere sempre, così, con amici sono andato a ballare. Poca gente. Serata di nebbia. Età? Dalla giovinezza ai geronti. Musica orrenda. Velocissima. Da diarrea con la paura di trovare tutti i cessi occupati. O forse, dati i convulsi in pista, non adatta a me. La giovinezza scarica i surplus, mentre io, mi ricarico di ciò che raramente trovo: emozioni, a dirla col Battisti. Al piano superiore, gabbie per ornitologi ridotti al lanternino, da quanto sono ripetenti in… materia. Visto che la musica non mi prendeva, dopo un qualche stentato e velleitario introibo mi sono seduto vicino alla pista. Sotto il sedere, un altoparlante gridava la merce. Chi grida, lo sappiamo, dubita delle sue ragioni. Con ragione. Mi guardo attorno. Nessun seduttore di marca, e marchette in vigilia perché non ne vedo. Evidentemente, non sempre è caviale. Considero e mi considero. A parte il vedere gli interessati alla simila, non c’è niente che mi interessi, e neanche degli interessati a me. Nulla disturba la mia tranquillità, quindi. A parte il piacere di ballare, vado in discoteca per vedere della vita. In mancanza, per godere dell’altrui vitalità. Non si vive con la compagnia di soli ricordi, vorrei dire, ma, non è così. Si vive in compagnia anche con i soli ricordi. Purché, non troppo vicini.

Datata Dicembre 2008

Il bello o la verita’

barradue

Mi capita di scrivere Verità con la maiuscola anche quando penso alle nostre verità. Il praticare l’Eccelso qualche volta mi frega, evidentemente! Mi e’ capitato di discutere questo punto di vista “sono convinto che l’arte debba preoccuparsi soprattutto, o esclusivamente, del bello” anche con il Mauro. L’affermazione del Mauro non era detta nei tuoi stessi termini. Sto accostando i due pensieri a memoria. Perché a mio avviso, prima del Bello c’è la Verità? Perchè al principio della vita c’è il silenzio, ed il silenzio è luogo della Verità, appunto perché nel silenzio non alberga il Dissidio. Il dissidio, come è noto, è battaglia fra contrapposte ragioni: quella del bene e del male. Del vero e del falso, ecc. Poiché al principio della vita non potevano esistere contrapposte ragioni, (il Principio ha stato assoluto) ne consegue che al principio della vita c’è una sola ragione: la verità. Vero è, che il principio, in quanto primo e sovrano è assoluto. Un assoluto non si può scindere in stati e/o in parti. Dire se vi fu prima la bellezza o la verità, allora, è convenire su di un punto di partenza. C’è chi sostiene che al principio della vita non c’e’ proprio niente! Non farci caso! Sono i soliti comunisti!

Datata Dicembre 2008

Niente mance!

barradueCapodanno 2008. Non avevo palle per farmi da mangiare, così, sono andato in una pizzeria di s. Zeno. Titolari a parte, non c’era nessuno! I perche’ li ho sospettati subito: confermati poi. Ordino una bruschetta. Vagamente abbrustolito nella tostiera, mi portano un pane spacciato per toscano. Chiedo qualche acciuga. Su un piatto da secondo me ne arrivano quattro in pieno rigor mortis. Non pago di tanto lutto ordino Baccala’ alla Vicentina. Mi portano, un indistinto avanzo di salsa agliata. Il baccala’ stava sotto: alla solitudine rassegnato. Lascio il tavolo. Pago la truffa. Esco senza salutare: agli indegni non do mance.

Della suora

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Stamattina non ero di molta giornata. Avevo fatto le brutte cose ieri sera. Per fortuna cé chi vede e provvede. L’operaio di questa mattina, infatti, si dimentica (guarda caso) l’unica copia di chiavi all’interno del magazzino. Così, pur piangendo come un disperato (faccio per dire) altro non posso fare che star a casa. Risolvo il problema gia’ nel primo pomeriggio, ma essendomi già lavato e stirato, col cavolo che mi sono tornate le serie intenzioni. Senza alcun senso di colpa, quindi, cincischio il resto del pomeriggio. Constatando, poi, un ampiamento del mio biancore, vado a rifarmi il bronzè! E sera. Il lettino è occupato. Esco dal centro con l’intento di fumarmi la solita mezza sigaretta. Alla mia sinistra, vedo camminare una suora. Cè un qualcosa che mi lascia sorpreso: quell’immagine, sculetta! Una suora che sculetta?! Sogno o son desto? Impossibile, mi dico! Riguardo bene. No, sculetta proprio! Ergo, son desto. Non che la faccenda mi sia tanto canonica, Saranno i tempi moderni, mi dico. Continuo a fumare la sigaretta. La vedo tornare verso di me. Non la sigaretta. La suora che ha scombussolato i miei cliscé. E filippina. L’accompagna una consorella: italiana, più o meno di pari età. Questa e’ magra, quasi secca. Sapete bene che non sono particolarmente interessato alla femmina, ma se avessi bisogno di assistenza, fra le due, preferirei la presenza della filippina. Non di certo perché Finocchio pentito, ma perche’ donna non pentita lei.

Datata Novembre 2008

Una mela con baco?

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Una sera in stazione, avevo un “tossico” seduto accanto a me. Non era un possibile amante. Era una delle persone che avevo seguito quando mi sono occupato di tossicodipendenze. Arriva un poliziotto. Si ferma a qualche metro da noi. Chiama il giovane e gli chiede cosa ci fa lì! Il ragazzo risponde: stavo parlando con questo signore. Il poliziotto replica: non vedo signori! Per quale diritto e/o dovere ha ritenuto di dover manifestare quel suo gratuito disprezzo? E se anziché mandarlo mentalmente a fanculo (quel poliziotto) gli avessi replicato: ed io non vedo un poliziotto degno della sua divisa, vuoi scommetterci che mi sarei beccato una denuncia se non delle botte in caserma? Allora, se la gente generalizza, può anche essere perché i degni della divisa sono molto meno degli indegni, oppure, perché i degni non fanno quanto basta per farci capire che i degni sono ben separati dagli indegni. Piu’ volte ho sentito dire dai poliziotti e/o dai loro rappresentanti che non si può morire per uno stipendio! Cosa significa? Che non lo può il poliziotto ma lo può chi porta un altro un’altro genere di divisa?

Datata Ottobre 2008

Diversita’

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Sono un diverso, non tanto perché omosessuale, ma perché non risulto immediatamente catalogabile

Certamente, questo aiuta a mimetizzare la mia realtà, e quindi, ad evitare gli eccessi nei giudizi. Nonostante la tranquillità (?) che mi veniva dalla mimesi, comunque, ho passeggiato in piazza Bra con omosessuali, anche di un genere estremamente evidente; comunque ho passeggiato con tossici, anche quando erano estremamente evidenti; comunque ho passeggiato con cretini, anche quando erano estremamente evidenti. Perché questo? Perché nella vita si fanno delle scelte, e la dove non è possibile la mediazione se non risultando falsi a se stessi quando non disonesti, non si può non scegliere: nettamente! Se la vita mi avesse messo posto accanto a Saviano, passeggerei con Saviano. Certamente con paura, ma, mai senza palle!

Datata Ottobre 2008

Femminilizzazione

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Non so quanto giusto o quanto sbagliato, ma chiaramente favorevole! Lo dici, il Pabloz, di una sensibilità quasi femminile. Cito a memoria. Passami il fatto che ne sto perdendo a chili. Cosa, ha fermato la mia attenzione, al punto che nonostante i miei casini continua a girarmi per la testa come una domanda che vuole subito una risposta? Direi, “femminilizzazione”. Dati gli schemi che girano (certamente non tuoi, certamente non miei, e certamente, non di molti blogger di queste parti) femminilizzazione, in qualche modo ombra una mascolinità di antichi ma mai morti concetti sulla presunta debolezza (psichica e/o sessuale) della femmina. Può giungere, quell’ombra, ad ombrare (passami la ripetizione che non trovo di meglio) non tanto le certezze che una identità maschile ha di sé, quanto l’opinione che altri possono avere sul maschio così definito. Sono più che convinto che il Pabloz se ne sbatte le palle di tali ombretti. Metti, allora, che in tua compagnia, stia facendo del mero passeggio su filosofici colli. Metti, ancora, che, passeggiando, ti stia prendendo sotto braccio, e guardandoti un po’ ridendo ti dica: cara, a me piace pensare al Pabloz (come penso di me) di sensibilità uterina. Lo preferisco, perché il principio della Donna non è la femminilità, bensì, l’Accoglienza; e non è nella femminilità che la donna accoglie la vita; è nell’utero che l’accoglie! Prova ne sia il fatto che ho conosciuto donne che di femminilità stavano alla pari con me, non molto, cioè, eppure, circondate da prole, quindi, un maschio sedotto da cotanto devono pur averlo avuto. Concludendo, preferisco pensare al Pabloz e a me (ma, avanti che il posto non manca!) di carattere uterinato anziché femminilizzato, perché l’utero che accoglie il piacere, accoglie anche il vero: almeno idealmente. Di un utero, allora, si può anche dire che è un luogo di giustizia; e del carattere uterino si può aggiungere, che è di chi cerca il piacere, della e nella giustizia; e qui comincio a riconoscere meglio, (e a far conoscere meglio, spero) il prevalente carattere del Pabloz. Mi si dirà: ma fammi il piacere, Vitaliano! Gli uomini, mica hanno l’utero! In mezzo alle gambe certamente no, ma sopra le spalle, la dove dovrebbero avere la testa, certamente sì! In genere gli uomini non sanno di avere un utero, perché hanno preferito chiamarlo cervello. Il che, potrebbe dirla anche lunga, sulla loro paura di essere ombrati di femminilizzazione.

Datata Novembre 2009