Vado a fare la spesa

Vado a fare la spesa.
Sto entrando.
A lato dell’ingresso tre ragazzini.
Sui dieci anni.
Hanno la bici.
La ruota di uno incischia contro una vetrina.
E’ chiaro che vogliono fare qualcosa ma non sanno cosa.
Un gioco che non abbia le solite emozioni, molto probabilmente.
Non ci bado più di tanto.
Entro.
Prendo quello che devo prendere.
Esco.
Vedo che mi guardano ma senza manifestare una particolare curiosità.
Vado a prendere la bici.
Sto aprendo il lucchetto.
Sono a pochi metri da me.
Li sento avviarsi.
Non faccio in tempo a pensare
– si saranno stancati di stare lì –
che, allontanandosi di corsa,
schiamazzano:
aiuto, aiuto c’è il finocchio!
Pericolo, pericolo c’è il finocchio!
In primo mi è venuto da ridere!
Subito dopo però,
mi e’ venuto un rigurgito di violenza.
L’ho allontanata.
A vedere e provvedere ci penserà la vita.
Ha raddrizzato tronchi.
Vuoi che non sappia o non possa raddrizzare arbusti?
Tuttavia, dispiace.
So che lo fa,
anche percuotendo.

Questione droga

Urge un’altra voce. Lettere al Direttore

Cortese signore: della Droga si può dire che è tutto quello che fissa l’arbitrio ad una data sostanza: chimica, ma non di meno ideologica, quindi, politica, religiosa, e/o per pensieri e/o casi ora non citati. Può dirsi “tossico”, così, chi per i casi in esempio, non solo si “pera”, o “sniffa”, o “fuma” sino a perdita del giudizio, ma anche il fanatico che per ideologica presa (leggera o pesante che sia) può giungere a ferire anche la vita altra, oltre che la sua.

Né della droga come mercato, né del dipendente da tossico sostanze possiamo dire che si sono socializzati, tuttavia, si sono così socialmente mimetizzati da esserlo di fatto. L’avvenuta mimetizzazione rende scivolosa l’assistenza. Non aiuta il compito, l’attuale legislazione, generalmente basata sulla proibizione, ma la proibizione, attacca veramente, solo se il “tossico” è preso da misure restrittive, vuoi per comunità, vuoi per galera. Non attacca, però, (o se lo fa, offre punti di fuga) dove il “tossico” non si sente e/o non si vive come tale; ed è la gran parte degli odierni casi.

Non si sente e/o non si vive come tale, l’attuale dipendente da ciò che l’intossica, perché non si vede come l’imploso residuato bellico che abbiamo sempre visto nelle piazze degli ultimi esposti, ma come la giovinezza generalmente invidiabile che nei fine settimana riempie i locali con  la propria trasbordante vitalità, esagerata allegria, sicura eleganza.

Questi non sanno che la “roba” (qualsiasi “roba” nei termini sopradetti) è il tarlo che li svuoterà di vitalità e di vita sino a lasciarli nell’infelice apparenza dell’età. Prima che se ne accorgano possono passare anni, ma se ne accorgeranno.

Accorgersene è un dramma! Implica coscienza della revisione di sé. Implica, amarissimi sensi di fallimento. Implica il doversi riconoscere fuori, il temersi al di là di ogni possibile aiuto, il temersi incapaci di superare la vergogna di aver buttato gran parte dell’età. Oltre alla porta aperta dell’assistenza medica e/o psicologica (quando non psichiatrica) allora, occorre aprire un’altra porta: quella della vicinanza senza aprioristico giudizio.

La visione politica e legislativa odierna è detta dal senso paterno sulla vita. Come è noto, infatti, a proibire è il padre; ed è il padre che determina le regole. Almeno lo dovrebbe. La vita, però, è anche madre; ed è della madre, l’accoglienza della vita del figlio/a regolata dal padre; ed è questa che ora manca e/o è andato via via mancando. Non che alle regole del proibizionismo manchi l’accoglienza. L’ha delegata, però, ad una aprioristica condizione: ti accolgo se smetti e se me lo dimostri!

L’accoglienza come madre, dice: ti accolgo così come sei, e dammi quello che puoi. L’accoglienza come madre non pone aprioristiche barriere. Il proposito, certamente non vuol significare che deve essere a sua volta tossicodipendente dei tossicodipendenti! Deve solo significare che c’é, che è prossima ad ogni incauto/a che non si rende conto di star percorrendo dei binari morti, che è prossima per ogni possibile forma di aiuto per ogni genere di richiedente identità.

Nelle tossicodipendenze, è possibile madre la politica della Riduzione del Danno. Dove vi è legge_padre, allora, non può non riprendere voce legale e mediatica la legge_madre. Se così non fosse o non sarà, della vita individuale e sociale, il Regolatore avrà ordinato solo secondo forzatura: a fin di bene forse. A fin di vero, ne dubito parecchio.

La legge e la società possono permettersi di dire: chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori? Possono permettersi di dirsi: si sono tarlata, ma sino a che non emerge la tarlatura nella persona e nella mia persona, sono normale? Dipende! Dipende da che società può volere, e/o poter essere, ma, la vita è cura di sé stessa qui ed ora, non, quello che verrà, verrà, e pace e galera (bianca o no che sia) all’anima dei Lucignoli!

La società può dirsi: metto nel cesto i pesci utili, e butto a mare quelli non così? Si, dirà la società padre! No, dirà la società madre! L’esperienza insegna che un figlio cresce, anche indipendente da ogni intossicante sostanza, se fra la regola paterna della Determinazione, e la regola materna dell’Accoglienza vi è corrispondente incontro. Nella presente legislazione sulle Tossicodipendenze vi è corrispondente incontro fra i due principi della vita? A personale avviso, no. A personale avviso vedo dei somiglianti tentativi, provati da statistiche che di attendibile perché definitive hanno la carta, l’inchiostro, e delle interessate opinioni.

Grillo e Grillini.

Immagine e Somiglianza

Grillo ha piantato nella mente pubblica delle fondanti idee. Una inaspettata massa le ha condivise e i risultati si sono visti. Perché non si vedono più come prima? Forse perché l’enfasi rinnovativa del Grillo, temo, ha, nolente sé, penso, illuso dei votanti che dico da pollice comunque verso per pura facoltà di misero egocentrismo, più che per globale discernimento sulle cose. ll problema è imputabile al Grillo? A mio vedere, no. Il problema, se mai, è imputabile ad una generale immaturità, vuoi politica, vuoi culturale della massa grillina.

Poteva tenerne conto il Grillo? Certo che poteva tenerne conto, ma sapeva (e sa bene) che molto difficilmente una coscienza più o meno abitudinaria (quando non atrofizzata) si sarebbe svegliata con dei beneducati pss, pss! Non poteva che scegliere di scuoterla, quindi! Morale della favola: Grillo ha fatto il pane con la farina che si è trovato! Per questo punto di vista il problema è nei mugnai che l’hanno preceduto: politica e società con danni ancora in corso.

Il Movimento 5Stelle sta macinando il grano (la rex pubblica) con altre mole (alterna visione politica) e sta impastando il nuovo pane (l’aderente) con la farina macinata dai risultati della gestione di una più calibrata rex. Tuttavia, anche nella nuova farina si rileva la presenza di sassi. Mi riferisco ai variamente dissociati da impegni e percorsi accettati, quando erano solamente sé stessi, e che, visti gli atti, solamente sé stessi avrebbero dovuto restare!

Che il Grillo non accetti corpi estranei nella nuova farina per il nuovo pane mi pare più che legittimo oltre che ovvio! Pretenderlo, sarebbe come se pretendessimo che il Pd accettasse la richiesta di avere Storace nella sue file! Storace, giusto per citare un’idea alterna. Non è una questione di mancata democrazia; è solo una mera coerenza!

Perché tutto sto’ architettato stracciamento di vesti, allora? Perché l’orso (l’attuale sistema politico) sentendosi minacciato nel suo particolare (sopratutto nella cessazione di soldi ai partiti e ai giornali) ha reagito con la ferocia occorrente alla sua sopravvivenza! Ne ha usata tanta? Poca? Pulita? Sporca? L’ha fatto!

Non per questo ha ucciso il cacciatore, però, ma per questo si sta attuando una sorta di ritorno alle trincee, allo scopo di attuare una rinnovata verifica delle posizioni, il conteggio dei morti e dei feriti, l’eliminazione dei non adatti al fronte, ecc, ecc. Nella guerra fra poteri contrapposti e truppe, lo direi ordinaria necessità. C’è problema del Grillo, in questo? Non c’è! Una tattica di rafforzamento non è mai un problema. A meno che non venga fatta male. C’è colpa di Grillo in questo? Si vedrà!

Tornando ai cardini grillini, poi autosi divelti, quale altra spiegazione ci può essere sotto quelle che hanno dato? Sotto, sotto, c’è l’ordinario conflitto fra un’idea padre, (quella del Grillo) e le idee che i suoi contestatori stanno agendo, interpretando l’idea del Grillo secondo un personale grillismo. Il padre, ovviamente, li ha buttati fuori del suo paradiso! Con Freud, mi perdoni la Bibbia!

In questo, c’è problema del Grillo? Non necessariamente! Qualsiasi padre che si vede contestare la sua idea genitrice da figli più o meno appena usciti dalla culla si sarebbe incazzato allo stesso modo!

Come hanno reagito i figli sculacciati quando si credevano già adulti? Semplice! Hanno fatto come fanno i bambini. Pensando di giocare il genitore normativo si sono rivolti alla madre consolatrice: vedi media, avversari politici ed altri secondo il caso e utili necessità. Come sono felici, certe madri, di accogliere fra le loro braccia i figli ribelli! Sono madri che accolgono il figlio in dissidio con il marito perché sono in dissidio con l’uomo in certi casi, o con il maschio in altri. E poi ci lamentiamo se ci sono figli in crisi di identità! E te credo! Ciò che i dissidenti non sanno (ma lo sapranno) è che “madri” del genere partito, principalmente amano il potere che deriva dal loro abbraccio più che il figlio ritrovato!

Succederà (e sta succedendo) che i figli ribelli accolti dal genere di madri in discorso, cresceranno (se cresceranno) secondo la madre che li ha accolti, non, secondo il padre che li ha generati. In ciò, diventando simili all’ente accogliente, appunto, media e/o partito che sia. Così, questi, che pensavano di uccidere il padre, in fondo, in fondo, hanno ucciso solo sé stessi! C’è problema del Grillo in questo? Nel Grillo come persona no. Nel Grillo come padre della sua idea per i suoi figli, (come per il futuro politico italiano quando non di altrove) anche. E’ problema, però, generazionale. Lo si può evitare solo se fra i suoi figli politici e culturali riesce a far crescere quelli che accettano di emergere al proprio sé, accentando i tempi, i motivi, e i modi del padre. Per l’idonea crescita, questi grillini non devono perdere la fiducia sul padre.

La vita mostra quanto sia difficile non perdere una fiducia, come di quanto possa essere anche facile farla perdere. Anche per delle cause di per sé irrilevanti, in dati momenti emotivi; è necessario, quindi, che il rapporto dialettico padre e figli non abbia mai a cessare!

Se il padre Grillo la può far perdere per fragili motivi anche nolente sé, dove il figlio grillino può fondare delle indubitabili e continuative certezze? A mio vedere, sull’Idea guida e sulle coerenti idee successivamente espresse, vuoi dal Grillo, vuoi dal Movimento.

Affermato il fondamento sulla certa validità dell’idea del padre Grillo, si potrà anche accettare l’idea, (come che l’accetti lui) che dopo aver riconosciuto come compiuta la sua parte di opera, possa anche non dirsi più, sono uno che vale uno, ma uno che è riuscito a dare valori a molti. In questo e per questo, poter arretrare di un passo dalla sua creazione, senza per questo temerne il crollo. Genitori timorosi crescono figli con_fusi.

Datata Giugno 2013

La sindrome Femminicidio.

Etichetta di parte che ne mette troppe da parte.

Per amor di causa sono anche disposto ad accettare che sia necessario dover distinguere l’uccisione di una donna da quella di un uomo ma sono personalmente contrario. Ogni particolarismo, infatti, possiede un implicito errore: quello di dividere umanità da umanità. Non lo dividerebbe se, omicidio significasse uccisione della Persona: corpo per quello che è (maschio o femmina) per quello che sa (di quanto concerne la sua personalità) e per quello che vive nella sua vita. Quindi, non “individuo di sesso non specificato” come si intende la Persona, bensi’ specificato dalla vita che lo fa un vivente. Indipendentemente dal sesso, uccidere la Persona, pertanto, e’ sempre un uccidere la vita in una sua parte.

Da tempo, anche nella donna più comune sta emergendo la coscienza di essere di sé in primo, ed in successione di altro: vuoi da scelta, vuoi per società, vuoi per religione, vuoi quello che a quella si rivela necessario. L’altra parte della mela ne sta prendendo atto e, sia pure con dissidi psichici e culturali (purtroppo raramente visibili) si sta adeguando. I delitti contro la donna che stanno sempre di più prendendo piede, ci segnalano, però, che almeno in quei casi  è un adeguamento matriosca. Con ciò intendendo dire, che dentro l’uomo che appare adeguato c’è ancora l’uomo storico; ed è questo residuato di altri tempi (si pensava) che muove la mano contro la vita: della sua Cultura, comunque vestita.

La donna che non riesce a sapere quanta anticaglia storica ci sia dentro l’uomo con cui si accompagna, è figura a rischio, almeno di lacerante divorzio, quando non di vita. Inoltre, è a rischio, (come può succedere anche all’uomo), di amara rassegnazione. L’amara rassegnazione può sembrare meno grave di un delitto, ma solo perché, ad uccidere, ci mette una vita.

Non so cosa si insegni, oggi, nei corsi fra fidanzati, o se siano solamente delle lezioni paterno religiose fatte da preti e/o da buone volontà. Comunque siano fatti e/o retti, un serio Ministero delle Pari Opportunità, dovrebbe obbligatrli a frequentare degli stage dove, attraverso il teatro, recitare i possibili casi di separazione.

Non occorreva una volta, perché i fidanzati erano contenuti all’interno della matriosca maggiore che è la società. Adesso non so, visto che (emozionalmente parlando) i matrimoni finiscono prima delle rate della camera. Capita anche che vadano oltre, ma, per i piu’, divisi gia’ in potenza, non lo sono di fatto perché la Matriosca li contiene per forza di carte.

Non so se i giovani parlino di più, di tutto, e, sopratutto, in verità. Tuttavia, li preparerei lo stesso come ipotizzo. Come e’ ben noto, un anticipato conoscere salva, sia da future disillusioni, che da ben più gravi cronache.

Vi sarà ancora il rosa in lgbt

nel mezzo del cammin oltrepassato? A mio conoscere, no.

In particolare dall’età in discorso, e mano a mano le ragioni del piacere lasceranno spazio a quelle del sapere, comincerà a cessare la passione per il corpo simile, ma non per questo l’amore per la mente simile, e neanche per la simile vita. L’amare di quell’età (mi riferisco alla terza) solo si eleverà dalla base genitale, per posizionarsi principalmente presso la mentale e l’esistenziale. Alla spirituale, per chi si sentirà coinvolto con i principi che formano la spiritualità: il Bene per la Natura, il Vero per la Cultura, ed il Giusto per lo Spirito. Per i è sedotti dai portatori (persone e/o simboli di forza) dei principi umani della vita, invece, non di spiritualità si tratta, bensì di Spiritismo; rapporti con forze di questo piano dell’esistenza, quanto, per chi ci crede, dell’inattendibile piano ulteriore. In questa fase del vissuto che dico (non si può non continuare amare, pena un anticipato morire) ci si ritroverà ad essere amanti della vita, (il tutto dal principio) indipendentemente, se compagna prossima (una vita) o se dell’altra non prossima. Sarà così, almeno per i non i finiti che pensano di essere (o che gli fanno credere di essere) i normali giunti alla penultima stazione della loro via crucis. Ci si scoprirà, allora, noi, tutti maschi, se a determinare della vita (vuoi in un particolare vuoi nell’universale) sarà la nostra volontà, come ci si sentirà tutti femmina, (mentalmente donne) tanto quanto lasceremo che un particolare (quanto l’universale) determini la nostra. Nel Tutto abbandonata (uso abbandono in senso islamico perché trovo che sia un principio divino) sarà la vita universale ad essere il nostro Uomo e la nostra Donna. Dalla contestuale Omosessualità su base genitale, così, ci ritroveremo a vivere la sessualità della vita: spirito Determinante se maschile e Accogliente se femminile. Ivi giunti, la nostra sessualità particolare cadrà “così come corpo morto cade”! Non si illudano di sfuggire a questo destino gli etero prefabbricati e non. Succederà anche a loro! Purché non vogliano restare i sofferenti da norma che ancora non si rendono conto di essere; a meno che non sia questo quello che vogliono restare, ma, se è successo anche ai cosiddetti angeli, temo che non abbiano via alterna i cosiddetti normali per diritto di base. Alla luce dell’evoluzione che affermo, solo la vita può dirsi l’unico medico che può curare la sessualità per la forma genitale simile. Se l’unico medico del nostro e dell’altrui sessualità è la vita, e se la vita è il percorso che dobbiamo fare per capirci e capirla, che senso hanno tutti i generi di barriere che impediscono il naturale raggiungimento della meta che ci sposerà con la Vita facendoci diventare l’unica carne che ci hanno sempre impedito di essere? Li trovo solo nei sensi del potere. In quello psicologico – psichiatrico perché ha bisogno di malati. In quello sociale perché ha bisogno di sudditi. In quello religioso perché, oltre per il senso detto dal sociale (la sudditanza) ha bisogno di essere il consolatore delle vittime che contribuisce a creare per poterle, poi, “amorevolmente” possedere.

La condanna

 

 delle sacre scritture? La vita è mia e la gestisco ia! (Passatemi la licenza poetica.)

Busso, signor Direttore, su ogni porta che la vita mi pone davanti. Quando l’oltrepasso, però, non sempre mi trovo nella stanza che cercavo. Alla Biblioteca Civica, oggi, ad esempio, nelle edizioni dell’Arena di qualche giorno fa cercavo altro, invece, mi sono ritrovato in questa: Matrimoni gay: la condanna delle sacre scritture.

Presa in affitto dal signor Gianni Toffali, la stanza (coabitata da Santi e Padri della Chiesa) è ammobiliata con attestati, (Bibbia, Antico e Nuovo testamento) che, a mio vedere, di verificato hanno solamente l’età, e di sacro, nulla di credibile se non per fede: conoscenza della sola speranza. Non che a me manchi la fede. Mi manca, piuttosto, l’assoluta incapacità di volerla cieca, e meno che meno muta sulle schifezze che gli epistolatori cattolici che nei secoli si sono succeduti, non hanno mai denunciato come trave, preferendo, invece, stracciarsi le vesti per casi da pagliuzza, tipo la questione gay.

Non me ne voglia il pensiero gay ma non amo “gay”. La pronuncio sempre con una ripulsa da senso d’ingiustizia per pochezza. Se proprio proprio devo sentirmi definito secondo natura da qualche etero_imbecille, a Gay preferisco Finocchio. Non vedo, infatti, perché, con gay, devo far dimenticare gli omicidi dell’umanità, a quella parte della società (politica e religiosa) che si purificava le nari gettando nei falò i semi dell’ortaggio mentre, in nome di Dio e della norma compiva i suoi delitti con croce, ferro e fuoco.

A fronte di queste vergogne di impossibile assoluzione storica, (diversamente dal Toffali, per la divina non sono interessato a preveder pene) che mai ti va a rilevare il suddetto signore? Il suddetto signore ti va a rilevare uno scandalo che, diversamente da quello scoppiati nella chiesa, pro causa sua, non ha mai martirizzato nessuno, cioè, una riconosciuta alleanza fra personalità naturalmente simili.

Proprio non capisco tutta questa preoccupazione per il Finocchio cattivo che vuole diventare buono a dir del Toffali. Il tono e l’insistenza dell’astio vaticano e delle sue penne, pardon, tastiere, fa proprio pensare che non sia possibile permettergli il diritto di sentirsi società, non tanto perché in ciò si potrebbe legalizzare un temuto (o invidiato?) stile di vita Sodoma&Gomorra, ma perché se lo togliamo dalla lista dei cattivi, chi e/o quale altro capro usare per impedire alla “ggente” di rendersi conto che a sottometterla, esistenzialmente quando non analmente, non sono i Finocchi come urlano gli untori a voce troppo grossa per essere vera, bensì, il Principato, (a livello sociale) e la Religione, (a livello spirituale anche se sarebbe meglio dirlo spiritico) ed il Mercato a livello economico. Al Mercato, pero’, sta certamente bene ogni culo, per quanto non sia da quello dei Finocchi, che proviene la puzza del denaro del denaro sporco.

Devo il riconoscimento di Principato e Religione al mai dimenticato padre Aldo Bergamaschi: ex Ordinario della veronese Scienza dell’Educazione di qualche anno fa. A confronto con i burattinai testé citati, quale importanza possono avere i Finocchi. se non quella di un qualsiasi cittadino dal quale si differenzia, più che altro per un alterno ma stracopiato uso del sedere?

Il Mercato se ne frega degli usi impropri del sedere purché gli dia un reddito e la minor spesa. Tutto considerato, se ne frega anche il Principato, o quanto meno, il problema non gli è prioritario. Non se ne frega affatto la Religione, invece. Il sedere è mio è lo gestisco io, gli ricorda troppo la rivendicazione del femminismo; gli ricorda troppo quanto abbia cambiato il pensiero personale e quindi sociale.

Uomo o donna che sia, etero o omo che sia, chi prende coscienza della totalità di sé, potrebbe non essere più disposto a dar ad altri la vita in cambio di trenta palanche di potentata verità. Di fronte a questa temuta neo riforma del potere religioso sull’animo umano (cattolico o no che sia) la risposta della controriforma e’ poco ascoltata. Ecco così, che si riaprono crociate, si usano crociati che si fanno usare, si grida “Dio lo vuole”, si citano Bibbie, Vangeli, Santi, Padri. Da tanto sbandierar denunce, solo i crociati che non si fanno sottomettere sanno che un bene agito come potere ha, del male analoga faccia! Banale sino a che si vuole ma sempre omicida.

I magi sono tre

Il resto non viene da sé

Sul suo giornale del 6 gennaio ho letto tre interventi che mi sono parsi, fissati ad una osservanza culturale, a mio sentire particolarmente ristretta. Il primo è “Ma una partner non vale il padre” di Albero Pasolini Zanelli. Il secondo, “Strage di cristiani senza “ingerenze”, di Carlo Fracanzani. Il terzo, è “La scelta della Levi Montalcini” di Gianni Toffali. Il soggetto della prima lettera è un parto avvenuto a Padova; genitori, due donne. Dello scritto, leggo: in questa famigliola – madre più compagna della madre, più figlio nato dal seme di un uomo sconosciuto – il bambino è nato già orfano. Tutti sono in festa per la sua nascita ma lui è in lutto. ” Non vedo perché il Zanelli debba fare la Cassandra sulla culla di un neonato, e neanche perché si permetta di sminuire un’alterna alleanza di sentimenti e di vita, dicendola “famigliola”. Non mi risulta che quell’alterna famiglia si sia permessa di dirgli che è un ometto anziché un uomo, pertanto, il Zanelli vigili sui suoi giudizi se non vuol sentirsi giudicato. Guardando l’oggi, per la gran parte dei casi l’influsso di un padre sul figlio inizia a cessare non appena il crescente entra nel circolo scolastico che lo renderà principalmente normale tanto quanto saprà fare propri i vincoli sociali. Con buona pace di Zanelli, ciò comporta (per il padre) un’inevitabile mutamento di ruolo: da necessario maestro di vita, a non indispensabile balio. Stante le cose, non si vede perché una femmina_padre possa fare peggio di una paternità resa prevalentemente fuco. Diversamente da alterne genitorialità, ciò che in effetti ha sempre fatto peggio e di peggio su ogni genere di crescente, é la maligna cattiveria d’animo dei cittadini che si presumono giudici della vita altrui solo perché (vero o verosimile che sia) si sentono socialmente omologati; è un giudizio (quello dei normali per assodata intesa quanto per non assodata ipocrisia) che può far giungere un figlio/a a sentirsi orfano anche del Padre, quando non di un padre a scartamento ridotto suo malgrado. 

A proposito di ingerenze, o di mancate ingerenze da parte della cultura e della politica occidentale per quanto riguarda le uccisioni dei cristiani in Nigeria ed in altri luoghi, il signor Carlo Fracanzani vede come un tradimento il mancato intervento occidentale di disarmata pressione. Questo è un aspetto della faccenda, signor Fracanzani. L’altro aspetto è lo stesso cattolicesimo. Il cristianesimo evangelico è diventato il cattolicesimo romano che conosciamo, mano a mano si è adattato ad essere lo “strano compagno di letto” del potere politico di tutti i tempi ed in tutte le società dove si è fondato fondandole. Si è fatto così idoneo amante, il potere religioso nello letto politico, da poterne condizionare le scelte vuoi a favore dello stato, vuoi a suo favore. Non credo di dire niente che non sia quotidianamente provato dalla cronaca come dalla storia. Mi domando, allora, se sia proprio il cristiano in quanto tale che viene rifiutato da altre forme sociopolitiche e/o religiose, o se lo sia invece il cristiano testa di ponte di uno spirito condizionante la vita personale e sociale altra per quanto di crociato si porta sulle spalle. 

Altrettanto partigiana visione dei fatti la leggo nella lettera “Cremazione: la scelta della Levi Montalcini” che il Toffali vuole credente malgrado si sia detta di no. La vuole credente suo malgrado, perché se non credesse in Dio, dice il Toffali, la Montalcini, non avrebbe usato la cremazione per dare un suo schiaffo al creatore. Addossare la sua visione delle decisioni della Montalcini sulla Montalcini, è come dire di conoscere Antonio perché assomiglia a Francesco. Non entro nel merito sulle giravolte di pensiero tendenti a dimostra che l’ateismo è di implicita stupidità perché combatte quello che non c’è, se non sostenendo che l’ateo è avverso alla religione che c’è, non, a quello che secondo l’ateo non c’è. La “religione” dell’ateo è la vita con nessuna domanda circa un’ulteriore origine, e vita, (guardi un po’ il Zanelli) è vitalità padre quando determina ciò che origina, e vitalità madre quando accoglie l’originato. Come vede il Zanelli, se solleviamo lo sguardo dalla vita particolare verso la vita universale, non si può non considerare che essere orfani è pressoché impossibile! Lo lasci dire da chi ha avuto due madri e tre padri. Nel chiudere e rifiutare il cofanetto d’oro (?) del Zanelli, d’incenso (?) del Fracanzani, e di mirra (?) del Toffali, le porgo i miei più cordiali saluti.

Satira

La satira consuma il potere che la teme.

Mi sono riguardato lo scandaloso Don Pizarro del Guzzanti signor Direttore, e l’ho trovato come il bimbo della favola che denuncia la nudità del re che tale non si vede, come non lo vedono i cortigiani, e neanche i sudditi che, necessaria ala del corteo, da basso stanno. Ci vuole uno sguardo non in convenzione per vedere quando i re sono nudi, e quello sguardo il Guzzanti c’è l’ha. Diversamente dall’associazione che l’ha denunciato, non ci trovo alcuna derisione dei principi religiosi. Ci sarebbero se la satira del Guzzanti fosse fine a sé stessa, diversamente, è un “amarissimo che fa benissimo” perché disincrosta i tempi e le menti da ogni precostituita politica religiosa; ed è appunto il timore di questo guaio, non altro, a mio vedere, il movente della denuncia contro il Guzzanti. Il figlio del don Pizzarro ha torto quando dice che siamo al Medio Evo. Siamo invece molto più indietro! Siamo tornati al processo di Socrate; processo che si ripete ogni volta la mano della difesa dei costumi morali cela il sasso di chi ha bisogno di immobilizzare i tempi e le menti per la speranza di non essere sepolta e superata da altri tempi e da altre menti.

 

Rientrando mi sono chiesto ancora che cos’è la felicità.

Ho lasciato, poi, l’amico e la sua merdeces al porcheggio e sono rientrato a piedi in the rain, più che altro protetto dal solito abbondante mezzo di bianco. Questa sera non giusto, devo ammettere, per un vino da vigna sociale che solo una bassa temperatura gli è idoneo mascara. Rientravo pensando alla felicità. Avrei voluto dire la mia nel sito dove si chiedeva che cos’era la felicità, ma come il solito avevo dimenticato dov’era. Non la felicità: il sito. Felicità, per me, è assenza del dissidio. Vuoi nel proprio mondo, vuoi fra mondo e mondo. Non è che sia necessario scalare monti e/o attraversare valli per raggiungere la felicità. Basta solo uscire dalle leggi del mondo quando incatenano. Naturalmente, solo dopo aver trovato quelle del proprio. Se non troviamo il proprio, quello del nostro essere: agnello, montone. o pecora che sia. Nello spirito trovato, trovare il proprio prato, la propria acqua. Proprio volendo, il proprio salmo.

Questa notte, Luisa.

Questa notte, Luisa, ho sognato che mi avevi citato in un tuo post: molto bene e con gioia.

Era un post sullo stile rimembranza. A me piacciono in modo particolare. Sul fronte del post l’immagine di abitazioni su di una strada che vedevo curvare verso sinistra. Delle abitazioni (tutte ad un piano) vedevo le sole facciate. Bellissime, intarsiate e/o scolpite con disegni che ho sentito significativi ma che durante il sogno non sono riuscito a spiegarmi, e neanche ora da sveglio che lo sto ricordando.

Il colore delle facciate e dei disegni, tono su tono, era di un ocra che se fossi di lingua latina non potrei che dirlo caliente ma non mui caliente. Bello, quel colore. Luminoso. Pareva il sole di quel giorno, e la strada illuminava tutta. Il cielo più in alto, era di un bianco perla con venature_ bolle leggermente viola.

Classico barocco salentino, mi sono detto, quasi incapace di allontanare la vista da quelle facciate, tuttavia, la didascalia sotto la foto le diceva di Monaco. Biblioteca di Monaco ora che ricordo meglio! Biblioteca una strada con delle casa ai lati? Nel sogno disorientato, mi sono svegliato con altrettanto disorientamento. Non capisco proprio cosa c’entri un barocco tedesco (che non so se a Monaco esista proprio) con un barocco leccese che, sia pure attuato diversamente dal sogno, so che c’è. Indipendentemente dal luogo, delle atmosfere barocche del’immagine, mi sono detto: cos’hanno in comune due stili architettonici, forse, non esistente l’uno e diversamente esistente l’altro? Le stesse atmosfere che ci sono in certi tuoi post, e che anche quelli amo in modo particolare. Delle facciate si può dire che sono i volti delle case, quindi, sono facce. Facce barocche tedesche in ambientazione barocca leccese? Si, viene da pensare, se le facce del post in cui mi citi fanno intendere un connubio letterario fra personalità in animo anche barocco, se per barocco intendiamo un pensiero capace di elaborati disegni. Dei miei pensieri non so, ma dei tuoi certamente.

Ipotesi, però, solo ipotesi. Oltre che a suggerire una possibile affinità spirituale e di stile, dal messaggio (se messaggio è) non se ne ricava questo gran che, se non, forse, un ultima ipotesi: i nostri stili personali e/o di scrittura si ritroveranno in ambito straniero. Si può anche dire, però, che essendo tu la scrittrice del sogno, per quel mezzo mi stai comunicando con gioia che mi ritroverò anch’io (stile e/o persona o ambedue) in ambito straniero. O sei tu che mi trovi da ambito straniero perche di barocca scrittura? Ad ulteriore pensiero escludo l’ipotesi. Se fosse, non mi avresti citato molto bene e con gioia.

ps. La mia ignoranza va a pari passo della mia conoscenza! A Monaco il barocco c’è, eccome! Dio salvi la Rete!

Ah, è lei il perdamasco, il mitomane!

manofronteSogno la spedizione di uno scritto. Come si diceva per gli inglesi in guerra, è centrato solo al terzo colpo. A molto ho creduto. In una sola realtà credo. Nei mezzi postali, mai. Telefono, allora, per sapere se hanno ricevuto il testo ultimo. Mi risponde una voce di donna. Ilare. Argentina. M’ha fatto venire in mente il suono del campanellino che alla messa annuncia l’elevazione. In tono più profano, ovviamente; e questa voce, fra il ridere ed il sorridere, mi dice: ah, è lei il perdamasco, il mitomane. Mi sveglio. Secondo i miei più attendibili spiriti guida, (il Devoto e Oli), mitomania è tendenza, non necessariamente patologica, ad accettare come realtà, in modo più o meno volontario e cosciente, i prodotti della propria fantasia e a raccontarli come veri allo scopo di attirare su di sé l’attenzione altrui e soddisfare così la sua vanità. E’ vero? Non è vero? Vorrei poter dire che non è vero, ma dovrei sapere cosa lo è. Nel dubbio, mi assolvo. Il sospetto di dirmela e di farmela m’ha sempre accompagnato, a dire il vero, ma non sapendo e non potendo accertare se vero sospetto da vera realtà, ho sempre agito come se fosse vera realtà, quella che sostengo non appartenente alle conoscenze che ho avuto prima di cominciare la mia strada. Se mai sono mitomane, certamente lo sono come chi indossa una divisa. E’ certamente vero che se l’opera di chi indossa un mito, è degno del mito, la mitomania dell’indossante viene meritata per osmosi. Osmosi, chiedo ai due saggi. Mi dicono: “L’influenza reciproca che individui o elementi contigui esercitano uno sull’altro; anche, spec. in campo culturale, compenetrazione scambievole di idee, atteggiamenti, ecc. Dal gr. ósmós ‘spinta’, mi dicono i miei due consiglieri. Di essere un influito da l’Oltre l’ho sempre creduto e l’ho detto anche più volte. Naturalmente, quello che io credo, mica necessariamente è. Se non dall’Oltre su cui dubitare, da chi, allora? Potrebbe essere da un’altra parte della mente? Certo. Lo potrebbe, ed essendo altra da quanto conosciuta, anche questa ipotesi convaliderebbe la presenza di un Oltre, con la differenza però, di essere un oltre interno, non oltre la tangibile realtà. Ci sono risposte certe a questi certi dubbi? Temo di no. Vuoi perché proprio non ci sono, vuoi perché ci si rifiuta di prendere atto della non esistenza di risposte certe ogni qual volta vi è in ballo una vivificante credenza. “La vita si serve degli strumenti che trova” mi disse una voce nella mente. Ero in macchina con l’Amato, e due amanti (un ballerino sieropositivo e un tantinello fuori, e il compagno, all’epoca, al di la di ogni regola: non tanto perche’ irregolare, bensi’, perche’ da gioviale pirata. Allegrotti e su di giri stavamo andando a ballare. Anche in quel caso, da quale oltre è pervenuta quell’affermazione? Non c’è definitiva risposta, al più un certo rilievo: la vita non porta l’orologio.

grurit

Lettera al Rabbino capo

Ho postato questa lettera nel del Dicembre 2012 ma la prima stesura e’ datata Ottobre 2007. Allucinante guazzabuglio di speculazioni, la prima stesura. Guaio e’, che me ne sono accorto solo dopo anni: a lettera spedita! Rivista e ulteriormente tagliata nel Maggio del 2018. Oggi (31 Febbraio 2020) ho verificato la seconda stesura per la terza volta. Ho dovuto attuare solo qualche aggiustamento.

Alla c/a del signor Ricardo Di Segni Rabbino Capo della Sinagoga di Roma

Cortese Signore: secondo me, il signor Netanyahu non ha capito la lezione implicita nella richiesta di Dio ad Abramo, e forse neanche Israele.

[A proposito dell’incomprensione dei soggetti citati. Aggiungo qui, quello che credo di aver capito nel Settembre del 2007, e solo molto confusamente quando le ho spedito la lettera.]

Per dire i i miei perché, avrei potuto rivolgermi anche al Rabbino della Sinagoga di Verona. L’ho fatto, una volta. Avevo un’associazione che si occupava di tossicodipendenti, all’epoca. Non ricordo, però, se quello l’argomento, oppure, sullo Spirito. Fatto sta che non ebbi riscontro. [Se era composta nella stessa confusionaria ragione di quello che ho spedito a Di Segni, ti credo!!!}  Fra i tanti pensieri sui motivi per non averlo dato, sospetto il senso di una culturale sufficienza. Rabbini o no, i sufficienti non corrispondono con  gli “insufficienti”. Non tanto perché non danno alla vita quello che gli compete, quanto perché non sanno sentire quando non basta. Fra i sufficienti, infatti, non risultano profeti. Se al suo posto ricevessi una lettera come questa, non potrei non temere sulla follia dello scrivente. Il che, non è da escludere del tutto, ma se può essere vero che in quella mi capita di andare, è anche vero che non mi capita di restare. Nel mio sito sostengo di aver dovuto tutelare la mia ignoranza per poter dire la mia conoscenza. La regola, se da un lato fa solamente miei, certi discorsi, dall’altro può portarmi a casi da riscoperta dell’ombrello. La prego di tener conto delle due possibilità. Le mando aperta questa lettera perché intendo pubblicarla anche nel mio Social. Nulla di preoccupante. Sono letto dai classici quattro gatti. Con i miei più cordiali saluti.

1) Essendo il principio della vita, lo Spirito divino non può non essere che un Assoluto. Ogni sua manifestazione, pertanto, non può non essere che d’assoluto. Dio manifesta il suo Assoluto, essendo e dando vita. Se nell’essere vita è principio assoluto, nel dare vita sino dal principio del suo stesso principio è Padre assoluto.

2) Un assoluto, non può generare atti di non assoluto. Un assoluto, infatti, é Immagine che genera Somiglianza ma che della Somiglianza nulla può essere, se non lo specchio in cui questa si riflette onde poter giudicare lo stato della sua somiglianza con il Principio. Con altro dire, lo stato della sua vita confrontato con lo stato della Vita. Cattolici o no che sia, non credo nei giudizi universali provenienti dall’Alto. Sarebbero profondamente ingiusti per i giudicati che stanno in basso. Essendo di bassa coscienza infatti, (quelli che stanno in basso) vivrebbero come ingiusto un giudizio da loro non capito. A mio sentire, neanche il Dio che pure può quello che noi non possiamo, si può permettere una giustizia così prepotente, e di tutti, così incurante.

3) Non potendo generare nulla che non sia la sua immagine, Il Padre della vita non può perpetuare che sé stesso. Essendo vita sino dal principio, quella perpetuazione genera sino dal principio! Non può generare nulla di altro e/o di alterno, appunto perché, essendo assoluto, non può essere né fare diversamente da quello che è.

4) Nessuna realtà comunque incarnata può dirsi figlio di Dio. Al più, può dirsi figlio eletto chi sostiene  (persona e/o popolo) di conoscere il Padre meglio di altri fratelli: persone o popoli che sia. Affermazione, questa, estremamente impegnativa, però, perché nessuno può dire di conoscere Dio, al più, di possederne la certezza della speranza che è il credo della fede.

5) Prossimo o meno prossimo alla vita dello Spirito divino, vi è la vita da quello derivata: gli spiriti. Bay passando quello che su gli spiriti ognuno crede, mi segua ancora secondo ragionamento.

6) Vi sono spiriti elevati e spiriti bassi. I più elevati, non necessariamente sono i più potenti. Quelli più potenti lo sono, per maggior forza data la maggiore conoscenza del Principio. Non necessariamente sono i più elevati.

7) La maggior forza di uno spirito potente implica motivi d’uso di quella forza; legittimo e necessario uso perché la vita mantenga e perpetui sé stessa, ma, opinabile quando non malevole uso se finalizzata a raggiungere, mantenere e perpetuare del potere sulla vita: vuoi di una persona, vuoi di un popolo. Perché mai sarebbero “beati i poveri di spirito”, infatti, se non per il fatto che non usano la forza della vita (lo spirito dato lo Spirito) per questioni di dominio? Il legittimo uso della forza della Vita sulla vita, quindi, spetta al Principio, (con ciò intendendo il Tutto dal Principio) non, a quella di creature derivate dalla sua potenza.

8) Dalla lettura che ho ricavato dall’Immagine della vita del Padre e della sua creatura, la creazione come  Figlio, (visione di principi che nell’assoluto diventano uno) ne ricavo il disegno di due principiati principi della vita originata dal Principio: Abramo, a Somiglianza del Padre della vita, (la vita del Principio) e Isacco come figlio_creatura_creazione dei principi di Abramo.

9) Ora, secondo il messaggero, il Principio divino chiese al principio umano di sacrificare il figlio; e Abramo va, ma al momento dell’atto viene fermato dal messaggero che gli “dice” di essere stato provato dalla volontà di Dio. Non entro nel merito di nessuna fede personale, tuttavia, come nell’analogo caso del sacrificio di Cristo, non riesco proprio a immaginare un Dio di tale volontà, a meno che, non sia stato frainteso da millenni!

10) Nessun nome può identificare il Principio divino della vita. Tanto è vero che a Mosè si presentò come “Io sono quello che sono”.

11) Il male sa fingere il bene, molto bene tanto quanto è male, Il che vuol dire che il male può essere maggiore dove maggiore la rivelazione. Ciò rende bifronte l’identitaria affermazione dello spirito sul Sinai.

12) La corrispondenza fra spiriti avviene per affinità di spirito (forza della vita per il corpo e vita della forza per la mente) fra corrispondenti principi. Quale via di corrispondenza fra punti in comune vi può essere fra uno spirito supremo perché relativo a sé stesso, ed uno spirito relativo al supremo ma per somiglianza con quell’immagine? Mi rispondo: pur nel rispettivo stato la corrispondenza fra Spirito e spirito è possibile perché sia lo Spirito del Supremo che lo spirito di Abramo hanno in sé la vita come eguale principio.

13) Essendo assoluto, Dio sentì la vita di Abramo in modo assoluto. Essendo relativo, Abramo sentì la vita di Dio in ragione dello stato della conoscenza che aveva in coscienza. Certamente ben relativa rispetto alla conoscenza di Dio. Ovviamente il dialogo fu di spiritualità impari, e quindi, da parte di Abramo, di impari comprensione.  Il “linguaggio” divino, infatti, non può essere certamente e direttamente inteso dal linguaggio umano.

14) La comprensione in Abramo fu resa possibile dall’intervento di un tramite fra i due spiriti: l’angelo traduttore del messaggio divino. E’ tramite, il medium fra i due stati della vita: la nostra e l’ulteriore. Nulla si sa e/o dice la storia sullo stato di vita di quello spirito. Basso? Elevato? Elevato per sé? Elevato per la Vita e/o per la vita? Potente? Quanto potente? Per chi? Per sé o per la Vita? Non si sa, tuttavia, si crede, o quanto meno si sorvola, non tanto perché si possa dire vera la storia dell’angelo quanto perché è antica, e quindi, nella generale conoscenza dei credenti, fortemente sedimentata.

15) Lo spirito biblico che si dice Dio ha nominato Israele in più modi: eletto, fra quelli. Essendo creazione della sua creatura (la vita) direi persino ovvio il titolo, anche se non pare sempre meritato a quel che il Libro racconta: almeno a odierno parere. Perché ha detto Eletto il popolo di Israele e, almeno per quanto mi risulta,  non di altri popoli? A mio vedere, perché Dio (che è Spirito, cioè, la forza della vita) “parla” ai corrispondenti spiriti in ragione dell’affinità di spirito. Quale lo scopo dell’elezione? A mio vedere, per poter formare, di tante tribù, un popolo e una Alleanza fra Vita e vita. Perché Dio sente il bisogno di avere un popolo? Mi rispondo, perché Dio è Uno e chi è Uno porta a fare si che tutto lo diventi.

16) Popolo eletto è un’etichetta molto conglobante: sia nel caso di pura fede, sia nel caso di una fede mossa da altri interessi. I pastori della pecora Israele ne avevano più che bisogno, se solo si pensa che al pur grande Mosè capitò di subire l’onta del vitello d’oro solo perché si era assentato per qualche momento. Per analogo scopo, analoga situazione la visse anche Maometto. Poté conglobare uno sparso spirito tribale in un unico spirito, infatti, perché usò lo stendardo di Abramo: “sottomesso a Dio”: lo sapesse o meno, Maometto, e/o glielo disse o no il “suo” angelo. Per quanto mi riguarda, amo maggiormente la traduzione di “dedicato”.

17) Collocata ai nostri tempi la storia, se Abramo è l’immagine di padre di Israele, e se Israele è l’immagine di Isacco perché “figlio” di Abramo, cosa mai ha chiesto, (e come credo, chiede oggi) lo spirito divino a quel Patriarca? A mio sentire, ha chiesto e ancora chiede: se mi occorre il sacrificio della tua volontà, me lo farai? Mi chiederà: cosa ti fa pensare che la domanda di Dio ad Abramo sia valida tutt’ora? Essendo Dio un principio assoluto e quindi senza fine, trovo logico pensare che anche le sue domande siano senza fine.

18) Ma, perché mai Dio vorrebbe ancora il sacrificio della volontà di Israele visto in Isacco? Due le ipotesi

* perché la remissione di Abramo alla volontà di Dio è remissione anche islamica, e quindi, sta avvenendo una inutile guerra fra figli della stessa casa anche se con divero nome

* perché è un popolo eletto, e il popolo eletto è destinato ad avere la vita come terra, non, una terra come vita, che l’Assoluto non può promettere. Essendo assoluta conoscenza del suo spirito, infatti, può promettere ciò che è (Spirito della vita) non che non lo è.

In conclusione, mi sa che con il signor Netanyahu ed Israele, neanche Abramo abbia inteso l’insieme delle lezioni che sottostavano alla richiesta di Dio e che le esprimo in ipotesi. O se capite da tutti i soggetti, non vissute da tutti i soggetti. Sia pure non comprese, Abramo però le ha agite, e ha  vissuto per fede ciò che non ha potuto capire per ragione: e questa è la lezione più grande fra quelle che le ho numerate: la ritroviamo in Pietro che accolse la vita del “Figlio” oltre conoscenza e ragione, e la ritroviamo nella Donna che per la stessa accoglienza fu madre di quel “Figlio”. Morale della storia: il fratricidio fra il mondo ebraico e quello islamico cesserà, quando ambedue i fratelli renderanno a Dio la stessa abramitica risposta: la remissione della volontà della reciproca vita, alla volontà della Vita.

Ho rivisto la stesura che le ho mandato in data Ottobre 2017. Dovrei mandarle questa allegando le mie scuse, penso. Lo farò, quando avrò superato il peso delle insufficienze che sono nella prima e che spero di aver eliminato.

Cortese signora, rieccomi qua!

Nella giornata di domenica 9 cm. la consegnataria si scusa per avermi portato del purè; è stato un disguido, mi dice. Che sarà mai, gli dico! Indovini cosa mi hanno portato di contorno, oggi? Mi hanno portato del purè. Ora, è lecito o non lecito chiedersi se quelli chi preparano il confezionamento dei pasti ci sono o ci fanno, oppure devo tacere e buttare quello che mi fa male? Se già alla sera posso permettermi non più di un minestrone, cosa devo fare al mezzogiorno: mangiare meno o non dire la mia e/o per non “uscire dal seminato” come ebbe a dirmi l’assistente sociale, dimenticando che io non sono personale pubblico che non può uscire da prefissati protocolli?! Se per caso non si è ancora capito io sono un Beta dalla lengua scèta! Lei mi dirà ma è successo solo un’altra volta! Vero, ma chi mi garantisce che tacendo succederà di meno? E per quale motivo e/o noncuranza, e/o insufficienza dovrei tenermi i mal di testa che mi procura un dato cibo e che per scontati motivi devo pur mangiare? Non sono poche e certamente più gravi di un male di testa le situazioni dolenti che ci colpiscono, ma io non chiedo cure costose, e/o impegnativa attenzione! Chiedo solo di piantarla di dovermi occupare di questioni risolvibili solo con un una riga di attenzione! Non chiedo niente di miracoloso, come vede: chiedo solo quello che normalmente dovrebbero fare degli stipendiati, anche solo comunemente capaci! Non mi si venga a dire, infine, che è difficile gestire il personale, che se i soldati perdono la guerra, la responsabilità è sempre dei generali.

Testimone di nozze

dell’ingarbugliata storia fra due promessi

Siciliana, la location, quindi, terra di indubitabili masculi, dove certe cose si fanno lo stesso come altrove, ma non si dicono: tanto meno si mostrano. Per chi non conosce il mio pensiero, dico spirito Determinante il maschile, e spirito Accogliente il femminile. Bellissimi tutte e due e somiglianti. Dal che ne trago che sono spiriti affini. La figura del Determinante e’ scolpita. Piu’ minuta ma scolpita anche l’Accogliente. Chiara la loro intenzione di promettersi ma, non solo sono in Sicilia (nel sogno, simbolo di omogenea e definita mentalità sociale) ma appartengono anche a due differenti classi. Sento che il Determinante proviene da una famiglia mafiosa, con ciò intendendo, di origine sociale costituita e a sua volta costituente. Nulla mi fa intendere che la mafiosita’ che avverto sia asociale. Da che ambiente provenga lo spirito Accogliente  il sogno non me lo intendere. Ne traggo la conclusione che e’ uno spirito senza classe, con ciò intendendolo senza famiglia,  o con altro dire, senza ambito sociale costituito e  costituente. Mi domando: non ha nome di riconoscibile classe perche’ l’Accoglienza e’ la forza determinante (su cio’ che e’ da accogliere) che fa classe a se’? Ha un sorriso molto birichino, lo spirito Accogliente, e solo una leggerissima incipriatura di maliziosità, quando guarda l’amante Determinante. Il Determinante è in compagnia di altri masculi. Passa l’Accogliente. Con un sorriso che le gran marchette dei dentifrici se lo sognano, ciao, dice al Determinante. Sorriso da risposta spontanea quello del Determinante, ma subito gelato: e in compagnia, e la compagnia lo circonda subito di malevola curiosità e di implicito rimprovero. Forse perche l’Accogliente non puo’ manifestare per primo le sue emozioni se non trasformando il suo principio da Accogliente in Determinante, ed in cio’, diventando il transculturale che puo’ diventare il Transessuale a cui lo spirito Determinante puo’ sorridere, solo le paga il prezzo del rimprovero maschile ?   Cambio di scena! Il giovane del sogno e’ con una ragazza. Robustina, capelli lisci castani, e, intuisco, occhi cerulei. Gli sta chiedendo spiegazioni. Intuisco evasività nel Determinante. Non riesco a capire (sia nel sogno che ora) cosa rappresenti un ragazza che pare uscita da un film neorealista. La reale Accoglienza basata su prefissati schemi e ruoli sociali e/o culturali? Cambio di scena: la ragazza neorealista e seduta dietro a un’altra ragazza  a lei somigliante. Sono spiriti affini ma non eguali benche’ esteriormente somiglianti. La ragazza promessa in sospeso (la neorealista) punta una pistola conto il Determinante. Interpreto la pistola come l’arma che puo’ sparare costrittiva regola o norma. La ragazza con la pistola, minaccia il Determinante, ma non spara. Le due prime ragazze (l’Accogliente e la Neorealista) escono di scena. Nella nuova che rimane (la ragazza seduta prima della neorealista) non vedo agire nulla di chiaro: ne figura, ne forza. C”é solo  un indistinto agitarsi di emozioni  in dissidio. Fatto sta che mi sveglio  non sapendo proprio come e andata a finire la storia in questo film alla Germi.

Le Regaste di s.Zeno?

Da regattare! Da vomitare per i non Padani.

Tempo permettendo percorro tutti i giorni le Rigaste di S. Zeno. Non si dispiaccia Firenze ma nel nostro Lungadige ci trovo del di più, vuoi per i monti alla sinistra di chi si affaccia alla visuale, vuoi per l’insieme della zona di Borgo Trento che si da al fiume che passa come una signora in abito a strascico. Lo stridio dei crocai non l’infastidisce più di tanto: vengono tutti gli anni. Alle anitre sorrido. Con piacere noto che stanno aumentando. Chi ammira Verona considera quella signora decisamente fortunata perché non vede in che condizione da letamaio

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è ridotta la soprastante passeggiata. Lungo la murata, notevole il marciume da foglie. Lo stesso marciume era lì anche quando il clima ne permetteva l’asporto. Non parliamo poi, dell’aiuola, dove, una sconclusionata sterpaglia di rose, (bianche in fioritura, ma ora marce e con nessuna intenzione di finire a terra per il doveroso Rip) si alterna con un’altrettanto sterpaglia di piante con bacche rosse. Fra un tipo e l’altro di pianta, erba secca giace. Adorna il tutto, un’eterogenea varietà d’immondizia: carte, sacchetti di pastica e no, bottiglie di plastica e no, lattine, e ultimo ma non per ultimo, merde di cane sul passaggio e financo sul cordolo.

Non ho ancora capito come fanno i cani a farla sul cordolo! Avranno imparato a farla sul water, suppongo?! Non so. Io so solamente che Verona è una città di turismo non solo estivo, e che un letamaio del genere è indegno! Mi rendo ben conto che educare gli sporcaccioni con cani come senza sia opera difficile per non dire impossibile, tuttavia, non vedo che difficoltà ci sia nell’aumentare il numero dei cestini per l’immondizia. A mio vedere, accanto ad ogni panchina ce ne vorrebbe uno, e se ulteriormente possibile, più grandi di quelle specie di trousse che ci sono adesso.

Il giornale l’Arena l’ha pubblicata parecchio tempo dopo e, fatalità, il giorno dopo che hanno pulito il percorso. Come a far intendere che la mia protesta non era vera. Si, “a pensar male è sbagliato però ci si azzecca!”

 

 

Non solo in Goldoni

le baruffe ciosotte fra uomini e donne.

Per non si sa quanto tempo abbiamo discusso su che cos’è norma senza arrivare, mi è parso, ad una conclusiva affermazione. Norma, per come la vedono il Principato e la Religione, è piena corrispondenza con delle prefissate regole. La dove non è possibile viverla pienamente, la si recita: è umano! Le regole imposte, anche se dai due capisaldi della società, non per questo sono giuste, o nei miglior casi, non completamente giuste. Sono giuste per formare il cittadino, ma non lo sono (o quanto meno non bastanti) per formare l’umanità personale del dato cittadino. Alla luce della premessa, il Cittadino, non può non essere che il deformato piede da scarpe che ne bloccano lo sviluppo. Prendo il conosciuto esempio dalla cultura cinese dell’epoca Che Fu. Consenzienti nolenti o volenti, l’arresto dello sviluppo ha bloccato l’animo femminile ma non di meno il maschile, anche se questi si è curato dalla paralisi con massicce dosi di quel ricostituente che conosciamo come potere. A dosi molto più annacquate è stato cura anche per l’animo femminile. A dargli dosi di cura ancora più blande, invece, è stato il principato religioso.

A dosi molto più annacquate, anche l’animo maschile dei poco potere, è stato curato promettendo consolazioni in due prevalenti settori: in quello ulteriore e sulla vita della donna. Per confermare dei primi, infatti, non si può non confermare dei secondi; e chi, meglio di identità fisicamente deboli, o per natura, o tale rese per imposta cultura? Principato e Religione potevano agire diversamente? Dipende! Per formare una società di Cittadini, certamente no. Per formare una società di vita, certamente si. Possiamo dunque, considerarli colpevoli di offesa contro l’Umanità sia il Principato che la Religione quando diventato soverchiante potere? Mah! Della saggezza del di poi sono piene le fosse, dice giustamente un proverbio; e quel che giusto ora, giusto sino ad affermata banalità, è pur sempre la somma esperienza ricavata dalla riparazione di errori e dolori secolari. Su questo piano della vita, di furbi ed intelligenti per principio, neanche uno! Prima o poi, però, bisognerà pur ritrovare il punto! Da qualche tempo lo sta ritrovando la donna. Da qualche tempo lo sta perdendo l’uomo. La Donna lo sta ritrovando con potenza, ma, occorre ammetterlo anche con prepotenza: docet l’uomo.

Se è il calcare che cerco, non occorre studiare un monte: basta studiare un sasso. Dalla considerazione, un banalissimo caso. Quando passo da una parte all’altra della strada mi metto all’inizio delle strisce e aspetto che si fermi il mezzo che giunge. Ebbene, si fermano maggiormente i mezzi guidati da uomini, che quelli dell donne. Da parte della donna, ci vedo in questo una sorta di rivalsa da nonnismo! Quello in cui la recluta che è stata e che ha subito, si rifà sul nonno che per prossimo condedo non starà più con il potere di prima.

Oltre a questo esempio, lo vedo anche nella più confermata solidarietà fra donne. Il che è più che bello. Solidarietà però, che soffre di un deleterio effetto collaterare, perché, a mio sentire, diventa ostilizzante barriera per la solidarietà che la donna non può non continuare a sentire verso anche verso l’uomo: pena, se rinuncia a sentirla, in una chiusura da fortino in un deserto dei tartari, dove, fra l’aspettato e chi aspetta vi è desolante area di inutilitudine, dove il senso sta come morto sta.

Per non casuale fortuna, sulla cultura maschile e femminile della vita (cultura in evoluzione per liberarione da schemi da una parte, e di elaborazione di nuovi schemi dall’altra) ci pensa poi la Natura a rendere un’unica carne i due soggetti in discorso. E’ un’unione che può originare la vitalità di altra vita, come confermare la vitalità della presente dei soggeetti in unione. La dove non procurano errore e dolore, ambedue le motivazioni sono un bene, a mio avviso.

Ritrovare il comune senso, però, può essere l’impegno che supera delle negazioni del sé maschile o femminile come sinora è successo. Ritrovarlo, è continuare a cercarlo per intenti da raggiunta corrispondenza, ma anche questo è sempre successo almeno in generale pratica. Due, sono i modi per raggiungere un piena corrispondenza di intenti di vita:
*) raggiungerli attraverso la Cittadinanza;
*) raggiungerli attraverso la scoperta di sé.
Nel primo caso, non conta che sia anche ipocrita: conta che sia collettivamente fortificata da una generale condivisione. Nel secondo caso, conta la capacità di spogliarsi dell’identità convenzionale, e la capacità di rivestirsi della propria. Ma, poco o tanto, bene o male, anche questo già succede. La dove c’è dissidio fra i due stati della vita, cosa ci sta indicando ancora, la vita, per farli cessare? A mio avviso, ci sta dicendo che su base culturale non sempre è possibile rendere un’unica carne le due unità, e che ogni forzatura nella ricerca di unione potrebbe essere vissuto dalle due unità come un ergastolo, dal quale si potrebbe voler evadere costi quello che costi! Il cosidetto femminicidio (come se con femminicidio si intendesse uccisa la femmina ma risparmiata la donna!) è il supremo fra i costi!

Maggior costo nell’uomo, è sentirsi inservibile: vuoi per la femmina, vuoi per la donna, vuoi per la vita. Inservibile, non nel significato di logorato dall’uso, bensì, inservibile perché non a servizio: vuoi della femmina, vuoi della donna, vuoi della vita, e quindi, anche a sé stesso. Che la donna debba continuare a far sentire compiuto il senso di servizio verso l’uomo, verso la verso la vita e, quindi, verso sé stessa, volere o volare implica una buona dose di abnegazione. Nei casi più pesanti, un continuo dolore esistenziale e non di meno fisico. Implica anche, un raggiunto senso di vivere nei casi meno pesanti come nei più felici.

Certamente non è l’unico senso della donna, quello di abnegarsi nei confronti dell’uomo. C’è anche quello, appunto di sapersi e/o volersi abnegare nei confronti della vita; ed è il caso di donne che trovano la loro ragione di essere nel porsi a servizio della vita (come della propria), vuoi in senso religioso, vuoi in senso sociale_politico, vuoi nei sensi che sceglie, e quindi, anche di sé stesse. L’importante, (vero, Luisa :)) è non mescorare scarpe con zoccoli! Cosa che invece succede, ogni qual volta, donne o uomini che trovano il loro senso di nel porsi a servizio della vita, (come della propria) si vedono costretti a normalizzarsi come Cittadini perché da molte pressioni indotti a negarsi come sé stessi!

A questo proposito, quanto e/o come provvedono il Principato e la Religione? Al momento, direi con soli placebo. Di fatto, ambedue i poteri hanno bisogno che il Cittadino sia un eguale tot di lunghezza, di larghezza, e di altezza! Nessun genere di potere potrebbe potrebbe costituirsi solida piramide ereggendosi con mattoni di diseguale misura e/o materia! Nel non aprioristicamente risolvere i conflitti che a loro servizio il Principato e la Religione hanno creato fra l’uomo e la donna, ci vedo l’iirisolvibilità del problema. A meno che non si muti il Principato per raggiunta mutazione della società. A meno che non si muti la Religione per raggiunta mutazione del suo pensiero. Se mai avverrà ci vorrano secoli, pertanto, passo e chiudo. A voi studio.

Immigrazione, comunicazione, catene.

Alla cortese attenzione: Lettere al Direttore de l’Arena, sua sede in città.

Avevo bisogno di riparare un soprabito e sono andato in sartoria. Cinesi, i gestori. Giovani. Sorridenti. Cortesi. Premurosi. Italiano zero! Nell’internazionale linguaggio che va sotto il nome di Io Tarzan – Tu Jane riesco a farmi capire. Non per ultimo, ausiliato dal mai abbastanza benedetto (anche se limitato) traduttore di Google e da Internet. In Rete trovo una scuola serale gratuita per immigrati (non l’unica a dire il vero) al costo dei 15 euro che coprono una forma assicurativa se non ho capito male. Sempre con i mezzi sopra detti riesco a proporgliela. Sto dicendogli l’opzione quando nel negozio entra un loro connazionale. Anche questo cinese. Anche questo giovane, simpatico, e, parlandone con spontanea simpatia, alla Paul Belmondo per la somigliante faccia da schiaffi. Parla italiano. Mi chiede chi sono, cosa voglio, perché lo faccio. Gli dico che sono un cliente, che ho visto la difficile per non dire impossibile comunicazione dei due gestori, gli faccio notare che in Cina farei ben pochi affari se non sapessi un minimo di cinese, e che è cosa identica per i suoi due connazionali. Telefono ad un sindacato, al Cestim a due scuole. Mi faccio dare numeri telefonici, indirizzi, e dire condizioni; insomma, in giro di un quarto d’ora metto i due immigrati nella condizione di sapere cosa fare e dove andare per farlo ma, l’atmosfera non è più come prima! L’intervenuto, quello che conosce l’italiano, tende a sfottere. Si sente che non è interessato. Si sente che vuol sminuire l’interesse che ho suscitato nel due giovani del negozio. Preferisco non rilevare. Faccio per pagare ma ho dimenticato a casa il portafoglio. Lascio in negozio quanto dovevo ritirare, vado a casa, prendo i soldi, torno in negozio, pago, ritiro. Fra il prima ed il dopo non posso non notare che della cortesia è sparito l’anima: solo è rimasta la forma. Esco. Torno a casa. Verifico il lavoro. Ottima, la cucitura della tasca del soprabito. Dei due lavori, quello capito maggiormente perché facilmente intuibile sia per i Tarzan e i Jane che reciprocamente siamo stati. Non da oggi è noto che per qualsiasi forma di potere, il supino che non sa comunicare sé stesso ad altri e/o alla società è destinato a restare un servo (del potere in caso) quando non, dello stesso potere, o un utile idiota, o, a vari livelli, un complice. In toto quando non in parte, ciò che libera è il possesso della parola: nascita che avviene per contestuale natura, e/o per appresa cultura. Il mio disinteressato coinvolgimento con le difficoltà linguistiche dei due gestori ha mosso ciò che non doveva muoversi? Lo sospetto. Fortemente. Se fosse in mio potere, signor Direttore, vincolerei la permanenza sul territorio italiano (ed il conseguente lascito del permesso di soggiorno) ad una documentata e triennale frequenza scolastica del livello terza media. Renderei obbligatorie le materie umanistiche. Facoltative le altre. Vincolerei il proseguo del permesso al superamento di un esame di fine corso con, nelle umanistiche, almeno un sufficiente come voto; esame esterno alla scuola frequentata, (o con esaminatori esterni) onde evitare qualsiasi genere di pressioni agli insegnanti del corso annualmente frequentato dall’emigrante. Tre anni sono sufficienti, sia per dare all’emigrante una buona base linguistica che una variamente culturale. Sono altresì sufficienti, vuoi per aiutarlo a liberarsi dalle catene di taciuti vincoli, vuoi per poterle portare meglio, vuoi per decidere se la sudditanza in cui si trova è via per capire la vita: vuoi propria, vuoi sociale, vuoi per quello che crede più giusto capire. Il fine della proposta che le dico, Signor Direttore, non ha certo quello di rendere gli emigranti dei pressappoco cloni degli italiani, bensì, ha il fine di metterli nelle condizioni di vivere con una marcia in più: con la conoscenza d’origine, la nostra. Con i miei più cordiali saluti

Pubblicata su L’arena di Verona in data 10 Novembre c.a.

 

Pane e sale altrui.

Atto primo.

Da subito dopo le festività natalizie, il servizio che avevo generalmente trovato superiore alle mie aspettative, è andato via via scadendo. Non è bello pensar male, diceva l’Andreotti, pure ci si azzecca. Mi riferisco a più di un motivo, e non sia mai, ad un irritante sospetto. Sui motivi ne abbiamo telefonicamente parlato un qualche tempo fa. mi vedo costretto a ripeterli, non tanto perché siano i filetti alla Voronof le pietanze che devono reggere la mia personalità e giustificare il vostro compito, ma perché la testimonianza fotografica che le allego è chiara squalificazione di quanto idealmente dichiarato sul sito a proposito del tenore e dei fini dell’assistenza. Lei ebbe a dirmi che la gelatinosa qualità della carne le era nota. E passi per la gelatina che per eliminarla (almeno esteriormente) basta solo un po’ d’acqua calda, ma visto l’allegato

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mi saprebbe suggerire a che grado devo portare l’acqua calda per eliminare la nervatura presente nella carne lessa di quasi sempre? Giusto per non far nomea di rompi balle, è chiaro che posso anche buttare la parte scadente della consegna, ma da dove capire, allora, la differenza fra servizio formale e sostanziale, o per essere meno filosofi, tra mangiare e saltare? Giustamente, m’ha suggerito di ordinare qualcosa d’altro. L’ho fatto nel nuovo foglio ma lo stesso (due desinari a parte) sempre lesso m’è arrivato! Avendo problemi di diabete non ho ordinato carote e neanche frutta ed invece la frutta mi arriva sempre e le carote quasi sempre. Avendo problemi di meteorismo ho escluso i cavolini di bruxsell e invece mi arrivano anche quelli. Per lo stesso motivo non posso mangiare insalata. Avevo convenuto con lei che se vi capitava un’ordinazione di carne di mera qualità, un’altro primo poteva ben sostituire un lesso in descrizione. A fronte di quel genere di carne, oggi, mi sono arrivate due arance! Che non posso mangiare! Nell’augurarmi che tutto questo non abbia a ripetersi, la saluto con poca felicità. Non per mia causa, chiaramente, e se non per causa sua, le chiedo di farmi sapere per causa di chi, perché è giusto che ognuno si assuma le sue responsabilità, come è giusto che per saperle, sia necessario informare chi non sa.

La Cesira

Colori vaghi. Preponderante il grigio. Sto uscendo da casa. In un leggero zainetto da pochi soldi, molto fiorato, metto delle cose. Non le vedo chiaramente ma sento che sono le chiavi, il portafoglio, documento d’identità. Non mi vedo uscire però mi ritrovo a cavallo della bicicletta e fermo nella leggera salita antistante il semaforo sulla strada che a sinistra porta al Ponte Navi e alla chiesa, e sulla desta in zona s.Paolo prima e in XX Settembre di seguito. Il zainetto mi cade. Passa una donna. Lo raccoglie. Prosegue verso la s.Paolo. Fra il meravigliato ed il seccato, oltre perché impedito dal semaforo non verde, immagino, perché così lo sento, la chiamo, prima forte, poi più forte: Signora, SIGNORAAAA! Non mi sente? Non mi bada? Non può sentirmi? Non vuole sentirmi? Non lo so. Con lo zainetto sottobraccio, la donna si ferma poi sotto la pensilina delle fermate autobus. La raggiungo. Devo avergli chiesto la restituzione della borsa ma non mi sento mentre devo averlo fatto, ma la donna trattiene lo zainetto. Con forza. Tento di strapparglielo! E’ mio accidenti! La donna mi resiste. Perdo la pazienza! La prendo a schiaffi. Mentre lo faccio mi vedo le mani. Sono femminee. La donna mi guarda. Mi pare di conoscerla. Sembra la Cesira ma non pare la Cesira. E’ eguale ma è diversa. Mi guarda come se sapessi chi sono. Mi sorride. Con mestizia, appena prima che la colpissi. Sapeva quello che sarebbe successo? Doveva succedere quello che sarebbe successo? A fatto in modo che dovesse succedere? Non so. Sono domanda a posteriori, queste. Visto che con gli schiaffi non ottengo risultati, passo a più pesante metodo. Mentre con la sinistra tento di strappargli lo zainetto che la donna continua a trattenere con forza, con la destra la prendo a pugni sul volto! Sono pugni maschili. Mentre li guardo, mi domando con sorpresa da dove sono saltati fuori! Non li riconosco, evidentemente. Come se non fossero da me, o di me. Sotto i pugni la donna cade. Forse perché costretta a difendersi dalla caduta con le braccia, la donna lascia la borsa. Finalmente me ne approprio! Giunto allo scopo, mi giro e torno verso il Ponte Navi. Sento che dovrei chiamare un autoambulanza! Mi interessa e anche no. Sento che c’è mancanza di soccorso. Mi interessa e anche no. Sento, non più di tanto pesante, un senso di colpa. Delle fotocamere potrebbero aver ripreso la scena mi dico. Sto, indeciso, fra il preoccupato e no. Mi sveglio. Con la chiarezza della rivisitazione del sogno, si, riconosco la donna: è proprio la Cesira, mia madre adottiva!

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Con tutto quello che ha fatto per me, io l’ho presa a botte! Perché “ognuno uccide quello che ama”?

Significati del sogno? Potrebbero stare in queste ipotesi. La borsa con i valori simbolizzano le proprieta’ della mia identita’. Trattenendole ad oltranza, la Cesira mi impediva di appropriarmene, e per implicito, trattenere fra le sue braccia la mia crescita/indipendenza. Condizioni, che ho potuto attuare (con la sua caduta) solo dopo aver ferito con violenza i legami di dipendenza (forse oltre misura) fra una madre adottiva e un figlio riconoscente.

Sul pane e sul sale altrui

Riscontro al prot. gen.

Cortese Signore: suppongo che abbia letto le mie note. Dubito però, che abbia visto le foto allegate. Di quelle, tutto si può dire fuorché immagini di carne “magra, tenera, succulenta che non è mai stopposa alla masticazione”. Ora, io non sono particolarmente schifiltoso. Ho mangiato in ambiti di lusso ed in osterie. In collegi ed in orfanotrofi, a militare, e a casa, cresciuto più che altro a spaghetti al pomodoro e/o a panà (versione padovana della pearà) con mortadella come secondo: non sempre la mortadella. Dati i precedenti, per necessità o meno adattato a molto, c’è ne vuole perché giunga a lamentarmi di quanto mi è stato servito! Non ricordo quando ho iniziato a fruire del servizio pasti. Ricordo però, di un pomodoro eccellente, e di un ragù più che notevole. Ultimamente, invece, il pomodoro è generalmente meno che mediocre, ed il ragù fatto con carne cotta, è indigeribile! La pasta, poi, è generalmente stracotta. Oggi, invece, il pomodoro è buonissimo e la cottura della pasta, passabile. Mi si dirà, che la pasta mi giunge stracotta perché continua a cuocere anche una volta messa nei contenitori. Vero, ma allora, perché non è sempre così visto che nei contenitori c’è la mettono sempre? Può essere caso? Può essere! Può essere diversa la mano che prepara? Può essere, come può essere diversa la capacità professionale, come può essere diverso l’interesse verso il lavoro. Per anni, tutti i mercoledì sera ho preparato la pasta per gli abbandonati assistiti dall’Associazione Amici di Bernardo. I volontari ebbero a dirmi che fra i presenti, non pochi venivano solo il mercoledì. Cuocevo la pasta per non più di tre minuti. Nel pomodoro, un po’ di aglio, rosmarino, olio (ovviamente ma non vaga traccia) e piacere di farlo in quantità. Mi rifiuto di pensare che sia proprio quest’ultima salsa quella che manca alla cottura dei cibi! Mi dice, Dottore, che la carne non è mai stopposa alla masticazione. E’ vero. Una carne stracotta, infatti, non lo può essere. Succulenta, Lei dice. I casi sono due: o mangiamo diversa carne, o Lei non ha mai mangiato la carne che mi portano, o meglio, e se dura, che hanno smesso di portarmi. Se non dovesse durare, avrà le debite foto. E’ vero: la dietologa mi aveva parlato di problemi sulla gelatina, ma, mica mi ero lamentato di quel particolare! E’ vero, avevo ordinato cavoletti. L’ordine, però, non è che l’utente lo fa tutte le settimane e a me c’è voluto del tempo per capire che l’indurimento al ventre che provavo dopo mangiato era proprio dovuto ai cavoletti, (i cavoli no, stranamente) come all’insalata, appunto perché ambedue molto fibrosi. Appena capito l’ho detto ai consegnatari. Il più delle volte inutilmente. E’ vero, con la frutta ho reputato di inutile spreco la consegna del pane, e dei dessert. A differenza del contorno in oggetto, questa richiesta è stata generalmente ascoltata. Con gaudio di altri utenti o quanto meno dell’Istituto, spero. Da quanto sopra esposto tragga le sue conclusioni, Dottor V. Non mi aspetto di saperle. Non è necessario. Per me, il discorso finisce qui, ma se mai dovrò avere la necessità di riaprirlo, Lei sarà il primo a saperlo. Con i miei più cordiali saluti

Companatico: atto secondo.

Cortese signora: ieri, venerdì, ho chiesto alla consegnataria chi mi aveva portato il pasto che ha motivato la precedente mail. M’ha detto una persona poco pratica del giro e quindi delle particolarità nel servizio. In analogo fatto la stessa consegnataria ebbe a dirmi di non sapere chi, al suo posto, mi aveva portato il pasto. Siccome, in quel caso, nulla ha fatto e/o detto per informarsi, fra altre ipotesi ne arguisco di non averne alcun interesse, oppure, che era interessata a coprire l’autore del disservizio. Sono correnti mafiosità che succedono in ogni ambito lavorativo. Va beh! Rimane il fatto, però, che su la consegnataria in questione non la penso più come prima. Punto.Oggi, sabato, ricevo un primo dall’indecifrabile ragu. Va bèh! Vediamo di non fare gli schifiltosi! Con quello, un lesso con salsa verde. Anche se molto pallido, il verde, c’è. La salsa, assolutamente no, a meno che non sia una personalissima variazione, in verità neanche approssimativa, della classica ricetta. Il lesso, tagliato con l’affettatrice a spessore di neanche tre tacche, non sarà stato più di una cinquantina di grammi. Per quanto riguarda la quantità totale della salsa, poi, non appena vista mi sono detto questa gliela devo proprio far vedere.

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Mi dispiace d’averlo pensato mentre lo stavo finendo. Diversamente, le avrei fatto vedere anche lo spessore della carne: una sottiletta. Dalla foto, però, si dovrebbe intuire almeno la qualità: scadente. Durante il nostro primo colloquio ebbe a dirmi che i pasti serviti agli anziani li controllava facendosi mandare in ufficio un campione. Sarò anche paranoico, cara signora, ma faccio molta fatica a credere che le venga portata anche solo della mediocrità. Un controllo effettivamente efficace non può che avvenire a casa del pensionato. In genere, l’orario di consegna è sempre quello. Indovino numerosi i suoi impegni, quindi, capisco bene che lei non possa farlo, ma a Verona, tutto manca fuorché i Vigili. Con i miei più cordiali saluti.

L’altra notte ho sognato l’Amato

Amore e amorevolezza in madri, figli, amanti, cimiteri, spiriti.

L’altra notte ho sognato l’Amato. Era a letto. Uno di quei letti in tubolare che si trovano negli ospedali o in isole comunitarie. In viso l’ho visto dimagrito. Pallido ma non cereo, e con la barba di più di qualche giorno. Lo ricordavo glabro! Dormiva ma non respirava. Sentivo il senso del mio corpo in modo vago. Come figura non c’ero presso il letto. C’era solo la mia capacita’ di vederlo. Mentre lo sto guardando, si alza molto rapidamente. Viene verso di me. Mi si mette di fronte, e all’altezza del petto (come se quello fosse il suo armadietto) estrae un paio di scarpe. Fatto questo si gira ed esce imboccando un corridoio. Mi sveglio avvertendo una sensazione di rimprovero. Neanche lo stessi abbandonando. Direi si e anche no. Non è vera perché è ben raro che passi giorno senza pensarlo, ma e’ anche vera perche’ (lo voglia o no) lo “vuole” la vita. A quella volonta’ si puo’ opporre solamente chi vive di solo dolore, ma anche in quel caso, prima o poi la vita allontana da quella scelta, allontanando le emozioni che ancorano al dolore. Simbolicamente parlando le scarpe rappresentano gli strumenti atti al cammino. Sicome sono vecchie, quelle del sogno, allora rappresentano gli strumenti dei vecchi cammini. Quelli, cioe’, che faceva prima che diventassi l'”armadietto” dove li aveva sentimentalmente rimessi. Se vera l’interpretazione, il senso dell’abbandono che ho provato al risveglio non riguardava il mio allontanamento da lui, ma, in toto o in parte, il suo allontanamento da me. Anche lui, pero’, non puo’ diversamente.

Piu’ di ventanni dopo averla scritta ho tolto dalla stesura originale ogni superflua considerazione. 

 

Fatti dire dal pensionato

 quando lo zucchero gli è calato!

Alla c.a. Direttore de: l’Arena di Verona.

Ho letto, signor Direttore che ogni anno in Italia ci sono 100 mila nuovi diabetici con una spesa per il sistema sanitario che si aggira sui 300 milioni. I nuovi ammalati, però, potrebbero essere anche molti di più perché ci sono diabetici che sono fuori statistica perché non sanno di esserlo. Tenendo conto della possibilità, allora, anche le spese dette dalla notizia sono decisamente fuori statistica. Mi sono scoperto diabetico l’estate scorsa. Ero arrivato a più di trecento di glicemia, ma, non perché il mio diabete fosse asintomatico come ebbe a dire il medico delle analisi, ma perché, nulla sapendo circa i sintomi di quella malattia, pensavo ruggine da età i vari malesseri e le stanchezze che provavo. Dall’accertamento particolarmente grave, sono passato all’ottimale situazione accertata nell’ambulatorio mobile in sosta, domenica scorsa, in piazza Bra. Il risultato dell’analisi ha dato 75 di glicemia. Più che ottimo, ma non per questo guarito, perché una volta preso il diabete uno se lo tiene. Ho raggiunto l’eccellente risultato, eliminando tutti gli zuccheri più evidenti (dolci, bibite, le tremende brioche, ecc); eliminando ogni quantità d’alcol; diventando un accanito lettore di etichette. Leggendole, ho scoperto che la questione delle polveri sottili fa ridere rispetto allo zucchero naturale, e/o artificiale, (e/o più o meno chimicamente detto in modo comprensibile) che ci mettono nell’alimenti per conservarli. Ne mettono anche nel pane! Ho dovuto smettere di mangiarlo. Oltre che un generale rigonfiamento alle gambe, alle mani, e ad una subitanea maggiorazioni di peso, mi dava dei notevoli mali di testa. Ho dovuto eliminare anche il pane integrale: quello detto senza zucchero (e sarà anche vero) ma che di zuccheri ha pieni i semi usati. Avevo preso una tisana come coadiuvante della digestione. Conteneva semi di finocchio e non mi ricordo l’altra cosa perché ho buttato via tutto! A berla, un mal di testa da pronto soccorso! Giusto per fargliela breve, ho trovato zucchero anche nelle scatole di borlotti lessati di una certa marca. M’ha fatto ridere da matti quello zucchero! L’etichetta lo dichiarava invertito! Non gli mancava che quello! Vista la situazione, non si può non considerare che, sia le persone che il sistema sanitario nazionale, sono sotto tiro di un vero e proprio fuoco amico! Mi rendo anche ben conto, che una conservazione dei cibi con diverso conservante sia più onerosa, sia per l’acquirente finale che per la produzione industriale, o al caso, diversamente ammalante. Non ci si scappa, signor Direttore, di qualcosa bisogna pur morire, ma, qui si rischia di non capire più se ha istinto suicidario chi mangia zuccheri perché non ne può proprio fare a meno, oppure, se abbia istinto nolentemente omicida, l’industria che pur sapendo la situazione è pressoché silente nell’ovviare il problema. Al caso, è anche criptica e/o deviante quando si tratta di avvisare! Le etichette dei valori energetici e la presenza di zuccheri, infatti, sono in posti diversi della confezione. Durante i periodi di astinenza, mi sono fatto sedurre dai dolci cosiddetti senza zuccherò! Saranno anche senza zucchero ma non sono esenti da zuccheri, infatti, dei mal di testa dell’accidenti! Conversando con i presenti nell’ambulatorio mobile, dicevo che si può cercar di venire a capo della situazione solamente attuando, anche per gli alimenti, la campagna di efficace terrore che è stata attuata per il tabagismo. Per quel provvedimento, per legge farei scrivere su tutte le confezioni che contengono zuccheri di qualsiasi forma chimica questo avvertimento da scrivere ben in grande sulla confezione: nuoce alla salute del diabetico! Fra altre cose, il diabete altera anche la vista. Non per ultimo, coinvolgerei i Centri alle Dipendenze, perché il diabete crea dipendenza fisica, mentre il piacere della cosa dolce crea quella psicologica. Liberarmi dalla voglia di sigaretta, signor Direttore, è stato niente rispetto a quello che ho patito per liberarmi dalla voglia di torte! Con una sorta di intervento sulla falsariga degli Alcolisti Anonimi, ci sarei riuscito prima e con minor pena, molto probabilmente. Con i miei più cordiali saluti

Pubblicata sul giornale il 17 Novembre c.a.

Anziani e polli

In medio domenicale: atto a sé. Per conoscenza: ai referenti in caso.

Cortese Signora: pollo arrosto, da supermercato vittima nella cottura, (oltre che di vecchiaia da cotto) il pollo che mi è stato portato oggi. Non ho potuto non recitare una prece ai defunti prima di salvare il salvabile, giusto per usufruire del pranzo; per non dire delle patate, cosidette fritte, ma in effetti depresse da frittura stantia perché fatta con olio a non adeguata temperatura; per non dire della pasta gratinata. Di tutto fuorché cotta oggi, quella che mi è arrivata. Si vede che nel giorno festivo vi è carenza di personale, al che si suplisce svuotando i frighi, o cucinando alla san fasson? Dice che sbaglio? Sarà! Guaio è, purtroppo, che io non posso non permettermi di mangiare ciò che prova le mie affermazioni; folcloristiche sino a che si vuole, ma solo per farla sorridere; che poi ci sia anche di che pensare e agire, a lei ogni decisione.

Quanto sa di sale

pane

lo pane altrui

All’Istituto Anziani:

Quasi tutti gli anziani hanno due grossi problemi: diabete, e arteriosclerosi. Nei loro menu, pertanto, dovrebbe essere escluso (o quanto meno, fortemente ridotto tutto quello che tenderebbe a peggiorarli, quindi, niente zucchero nel pomodoro, ad esempio.

Per togliere il gusto asprigno al pomodoro basta cuocerlo assieme a della cipolla e a chiodi di garofano. Per contenere l’arteriosclerosi, invece, basta non salare le pietanze,(in particolare la pasta) o quanto meno salarle al minimo. Visto che non vi sono saline fra le ditte che servono il Comune, la riduzione del sale non dovrebbe creare particolari problemi.

Per il diabete, bisognerebbe non mangiare pasta, riso e/o risotti, e fra i contorni, in particolare non le carote. La pasta bianca andrebbe sostituita con l’integrale, ma capisco che verrebbe rifiutata dalla generalità degli anziani perché non hanno la debita conoscenza e neanche l’abitudine. Va bèh! Di qualcosa bisogna pur morire! 🙂

Casalinghe e cuochi usano la carne cotta in avanzo, vuoi per svuotare i frigi, vuoi per far ripieni. Nel menu del giorno 14 invece (c.m, c.a,) ne hanno fatto del ragù. Non è la prima volta. Nel ripieno da carne precotta, l’avanzo da frighi è in qualche modo giustificato perché diventa ricetta. Così non è invece per la carne avanzata. La si può tritare e/o trattare con leggera base aromatica quanto si vuole, (accorgimento, questo, non attuato) ma chiaro avanzo è, (difficilmente digeribile, tra l’altro) e chiaro avanzo resta sia per gli occhi che per il gusto.

Orrendo poi, l’accostamento di immagine fra contenitore di plastica, pasta, e ragu preparato in quel modo. Suscita disegno di ciottola dove, per il cane, si mescola quanto avanzato dai piatti. Ipersensibilità d’artista o da vecchio oltre steccato? Non so. I pensionati tacciono perché hanno paura, e ne i vecchi oltre steccato c’è il sospetto che siano come i veronesi: tuti mati, ergo inattendibili? Oltre alla carne in preda a crisi di nervi che mi è stata generalmente servita sino a che ho taciuto (non poco e non per breve) mi viene servita anche della carne con tracce di budello attorno? Viene da pensare che sia stata, prima pressata, poi arrotolata, e poi insaccata. Anche il taglio della porzione è particolarmente netto. Pare fatto con l’affettatrice. Provi a farlo con del lesso cotto a casa. La fetta non le risulterà netta (a meno che il lesso non sia lessato 🙂 e lo scarto notevole da tanto si sgretola. Gielo dico, non tanto perché abbia mangiato sempre di meglio, ma per favorire la proporzione tra spesa, gualità, e guadagni, fra quanto il Comune paga e quanto l’appaltante serve. Comunque sia, sospetto di budello a parte, il lesso del 13 Giugno che le ho descritto era prevalentemente magro e di gusto accettabile. Cosa non sanno fare i cinesi! 🙂 Con i miei saluti

Cortese Signora

Giusto per continuar a farla sorridere, eccomi qua!

Diversamente da quella di ieri (un quadratino di non più di 6 cm. e mezzo di frittata con non poca parte di patate) di maggior misura e più gustosa quella di altre volte, ma che glielo dico a fare a lei e/o ai referenti in caso? Per sentirmi dire dalla consegnataria di ieri (persona cortese e simpatica ma questo è un andar fuori tema) che il pollo che ha motivato la mia protesta era stato cotto in mattinata. Possibile che non si sia resa conto che la sua affermazione non può essere attendibile, vuoi perché dipendente dal lavoro, vuoi perché dipendente dal notorio e difensivo cameratismo fra operai?

Per sentirmi nel cuore la sua amarezza perché nulla può fare di meglio e/o di più efficace, in quanto non è in grado di sapere (come di provare) se chi protesta ha fondate ragioni o se è solo un paranoico rompiballe? A proposito di paranoia, per sentirmi dire: in attesa di capire la fondatezza delle sue contestazioni, le sospendiamo il servizio?!

Eppure, la situazione è più che facilmente risolvibile! Basta una convenzione fra l’Istituto Anziani ed un Elemento terzo con compito di verifica quale può essere una Associazione di Volontariato, (ad esempio) la quale, chiamata dall’Assistito, si reca a domicilio e verifica (facendo rapporto a quanti in interesse) sia le ragioni della protesta che l’effettiva sussistenza, e/o della stessa, il grado. Cosa potrà mai costare?! Un fisso mensile per la raccolta delle proteste telefoniche, e un rimborso spese per le verifiche a domicilio. Nulla consiglio sulle somme al proposito perché tutto potrei fare fuorché amministrazione!

A proposito dell’attendibilità nelle opinioni di chi dipende (da prendersi ovviamente con le molle) nulla siamo in grado di sapere se l’opinione dei contenti è effettivamente tale, o se è prevalentemente detta per lo scopo di conservare il servizio e/o di aggraziarsi presso il consegnatario/a. Incaricherei l’Associazione in proposta, allora, di accettare anche le contestazioni anonime. O meglio, anonime per l’Istituto anziani ma conosciute all’Associazione. Attuata la proposta, vuole scommettere sulla miglioria del servizio?

ps. Proprio adesso mi è arrivato il pranzo: un brodo con tre, dico tre pezzetti di patata. Se tre d’amore, ne ho più di qualche dubbio. Il consegnatario di oggi m’ha chiesto di non prendermela con lui per le porzioni perché non c’entra niente! Mi pare ovvio! Quella di ieri non è venuta. Altro turno, o peso di una vergogna da affrontare dandosi il cambio? Non so. Pur credendoci poco niente, confido sulla prima ipotesi. Dimenticavo: per quanto mi riguarda considero privato solo quanto attuo al gabinetto.

Festivita’

Tutti miserelle le mie festività: una a parte.

Non ricordo l’anno. C’era l’Amato, allora. Siamo stati ospiti di un amico meranese. Assieme a noi, una banda di altri sciagurati per un verso e per un altro. Dopo esser saliti per non si sa quanta strada al buio, ci siamo fermati proprio sul dosso di un’alta collina o di un piccolo monte che sia stato. Di vetro, l’aria. Per decine di kilomentri di fronte a noi circondati, una platea di montagne, con luci cadute, pareva, da una collana di diamanti. Come in terra, così in cielo.

Basso il cielo. Di un indaco così intenso da parer soffitto. Basso pareva, quasi da far venire il timore di poterci battere la testa! Incantati, saremmo rimasti lì non si sa per quanto, ma il cenare chiamava ed eravamo già in forte ritardo. Come serata volle arrivammo al ristorante! Nella sala, clientela numerosa e gia’ molto brindata. Siamo stati dirottati a parte. Non credo per malizia. Nessuna di noi era scandalosa, né in qualsiasi maniera fatta di qualsiasi cosa. Non sino all’aperitivo, perlomeno. Del mangiare non ricordo nulla. Probabilmente, perché molto mediocre, probabilmente, perché moto birrato, e dopo, anche molto canato! Festa scontata, si sa, ma bisogna divertirsi se no che festa è! Solo il Signore sa se non le odio. Non tanto le feste, quanto il doversi divertire perché cosi’ si fa vedere che ci si diverte. A me, che già allora cominciavo ad amare il silenzio, interrotto da rumori, si, però, attenuate per favore: attenuate! Fatto sta che ho lasciato andare il comune che non sono, ed ho recitato la mia parte. La ricordo a rari sprazzi, devo dire. Di netto, ricordo solo il viso dell’Amato. Rideva come non l’avevo mai visto, quindi, l’avevo recitata bene. Non ricordo com’è finita la serata. Ricordo solo che ad un certo punto i nostri fuochi si sono spenti, e che siamo tornati a terra venati di malinconia. La stessa che colpisce gli angeli quando toccano il suolo con le ali.

Caro Grillo

Caro Grillo: vorrei proporre un vessillo canoro a 5 Stelle.

Ritornello

La cucaracha, la cucaracha,
no le sfugge cosa va
perché no tiene
perché no tiene
tiene nulla da sperar!

Testo recitato

Il lavoro è sparito
in altri stati andato.
I soliti fottuti
ora son disoccupati!

Ritornello cantato

La cucaracha, la cucaracha,
no le sfugge cosa va
perché no tiene
perché no tiene
tiene nulla da sperar!

Testo recitato

Dovremo dire: figli,
non aspettatevi futuro!
L’han mangiato a 100 denti
i puttanieri assenti.

Ritornello cantato

La cucaracha, la cucaracha,
no le sfugge cosa va
perché no tiene
perché no tiene
tiene nulla da sperar!

Inutile dirti da dove l’ho ripresa: la conosce l’universo! L’ho ripresa con nessun intento rivoluzionario, però! Non credo nelle rivoluzioni! Le rivoluzioni sono i medici che in presenza di calli credono giusto tagliar le gambe! Intende essere, invece, la vox popoli che rammenta ai politici del possibile scoppio dell’ira quando viene vessato oltre misura. Il testo cambia in ragioni di quanto vi e’ da “cantare” di nuovo.

Bellezza

Ogni Cultura ha il suo senso della bellezza. Tutti legittimi di per sé, ma succede anche nella bellezza come nella religione: la mia è più bella della tua! Siccome è più bella, è anche più vera! Sulla porta d’uscita della età, invece, si comincia a dirsi: è bello non quello che è bello, quindi piace, ma quello che scalda il cuore. Quanto razzismo avrebbe evitato il mondo se solo a suo tempo l’avessero detto i greci!

Rapina a mente armata

Non mi occorreva niente ma devo pur trovare un motivo per muovermi, cosi’ sono uscito di casa per fare un po\ di spesa. Passo davanti un’edicola. Sulla porta, appesa una locandina del giornale di Verona. Leggo: anziano pestato per 40 euro! Direi evidente, che la diversa importanza di una somma rapinata diventa diverso giudizio.  Non mi interessa sapere che il diverso giudizio consisterà nel dare del mona al delinquente per i pochi euro rubati, e del furbo a quello da mille! Quello che mi interessa, invece, è il nome che la legge darà a quel genere di rapina  subita da impossibilitati a difendersi, vuoi per età, vuoi per sesso, condizione fisica, ecc, ecc. Se fossi la legge, certamente non sarei imbecille come la sclerotica! Sarei duttile, e, consentitemi l’immodestia, anche nuovo. In quanto autore di nuova legge, rubricherei fra le rapine più scellerate anche questa in tema. La direi, cioè, RAPINA A MENTE ARMATA. Di cosa, se, al caso, non ha coltello, pistola, e/o altra contundente arma?

La mente delinquenziale e’ armata dal disprezzo verso la vita altra:
è armata di una forza fisica generalmente superiore;
è armata di motivi fortemente egocentrici;
è armata di viltà;
è generalmente armata da droghe che lo aiutano a superare la sua viltà.

Non per ultimo (e non per un ultimo genere di rapina) è armato di quel surrogato dell’intelligenza che diciamo furbizia! Dobbiamo proprio ammetterlo: la Legge, oggi, è come un ombrello retto da due mani: la prima lo tiene per ripararsi dall’acqua, mentre la seconda lo tiene per tenere sott’acqua la prima.  L’idea di una giustizia come bilancia non è una novità e mi sta bene. Mi sta bene anche se bendata se ciò segna la sua imparzialità, ma non mi sta bene la sua imparzialità, quando è impotenza da cecità. Nel mio piccolo ci posso fare qualcosa? Temo di no. Va beh! Andrò a fare la spesa anche domani!

Sogni

Sono vie di comunicazione, o esche?

Mi sto avvicinando ad un grande albero. Lo vedo forte di tronco e di rami, ma, con quasi tutte le foglie a terra. Pur macchiate da parassiti, le foglie sono ancora verdi.  C’è n’erano di accatastate al tronco, sotto i rami, e portate dal vento, sparse per il campo. Come non bastasse, confuse con quelle dell’albero del campo e di quella proprietà, c’è n’erano anche di altri campi e di altre proprietà! C’è n’erano anche di altri alberi. Ho sentito che dovevo raccogliere tutte le foglie, portare all’albero anche quelle più sparse e di altre proprietà, distinguere quelle dell’albero da quelle di altri alberi, attaccare ai rami quelle di appartenenza, badando di metterle secondo l’ordine di crescita, cioè, più vicine al tronco quelle mature, e lontane quelle di vita appena crescente. D’innumerevole quantita’, le foglie. Inizio. Mi sveglio.

 

Adozione in gay

Domani avrò le rughe Luisa, ma la notte m’ha posto un problema: risponderti, o non dormire?

Sono andato a letto all’una, Luisa, ma alle tre e mezza mi sono svegliato, lucidissimo, con in testa il pensiero posto dalla tua Salento web: l’adozione gay. Contestualizzare, disse il monsignore a proposito di un povero Cristo, con un tal senso e peso della sua orfanità che ebbe l’assoluto bisogno di trovarsi un Padre, anche a costo di andar a trovarlo ben oltre il genere conosciuto. Non credo che il mondo gay soffra di analogo senso e di peso per l’orfanità del suo diritto alla figliolanza da aver bisogno di avere un figlio anche a costo di trovarlo ben oltre il genere conosciuto anche se non generalmente praticato: eppure, lo vuole! L’argomento adozione mi tocca in modo particolare. Mi pare di averti detto, infatti, che ho avuto due madri e tre padri; e pur con tutto questo, orfano da brefotrofio prima, di collegio poi, e di molti riferimenti in successione.

Quando sento “adozione”, allora, penso subito alla solitudine di chi è stato nutrito e curato da molti, ma, forse, amato da nessuno, o quanto meno, non ne ho mai sentito il senso, il calore. Non ho mai sentito il calore del sentimento degli adottanti, fors’anche perché, tutto semina la riconoscenza,  ma non l’amore. Sia chiaro che non sto rimproverando niente a nessuno: sto solo ricordando, sto solo constatando. Ricordi e constatazioni che mi rendono più che perplesso sull’adozione del gay. Non tanto perché possa fare sugli adottati, delle schifezze già dimostrate dalle capacità etero, ma perché temo che possa essere e/o diventare un amore di scorta. Visto da vicino, lo puo’ essere e/o diventare anche l’amore etero ma questo e’ un altro discorso.

Temo altresì per l’adottato, al punto da bloccare il mio si come il mio no, perché il mondo che non ha ancora digerito la nostra realtà (al più sopportata come inevitabile) altrettanto non digerirà la nostra istanza, o se sarà costretto a farlo, lo farà ruttando fiati pesanti contro l’orfano non in grado di difendersi, come contro i padri_madri, anche loro non sempre in grado di difendersi come di difendere l’adottato. Se per caso non si è capito, sono fortemente pessimista. Se per caso non si è capito, non lo sono contro la capacità d’amore dell’orfano di parte di sé che generalmente è il gay. Sono fortemente pessimista perché della vita ho sentito tutto il peso della cattiveria dell’inquilinato ignorante.

Ignoranza e cattiveria, che ancora mi circonda, anche se ora si mostra in cari rari con morsi rapidi e gesti vili. Ora non osano di più perché sanno gia’ a vista che so difendermi, ma se a quasi sett’anni devo farlo ancora, per quanto dovrà difendersi dai vili e dai cattivi, il bambino da affiliare alla personalità gay? Sino a sett’anni anche l’adottato non gay da genitori gay?! Portate pazienza se difendo, non la ragione degli etero (le loro ragioni mi facciano il piacere!) ma la ragione del bambino che sono stato, e che non vorrei vedere, neanche lontanamente eguale in nessun bambino.

Avrei più favorevole opinione se l’adozione gay fosse praticabile verso il figlio adulto e/o di conformata identità. Questo, non per allontanare il sospetto di un violenza sessuale  che gli avversi all’adozione gay sospettano non tanto sotto traccia, ma perché il giovane di conformata identità (e, quindi, adulto) è in grado di reggere la sincerità necessaria al suo bisogno di conoscere e di capire, senza il quale bisogno, neanche si può amare come figli e ne essere amati come genitori.

Io sono stato adottato da una coppia etero: la Cesira ed il Luigi. Come tutti i bambini sarò stato anche discolo qualche volta. Al che, se per barrierare l’irrequietezza del figlio le altre mamme della mia epoca chiamavano l’uomo nero, mia madre mi diceva, invece, “varda che te porto da l’altra donna, seto!”  (Guarda che ti porto da l’altra donna, sai!) E’ stato così che io ho saputo di essere figlio di un buco nero chiamato “l’altra donna”. Ora, è anche vero che non tutti gli adottati sono o saranno stati di vita sfigata come lo sono stato io, ma è anche vero però, quello che dice un proverbio romeno: chi è stato scottato dal brodo ha paura anche dello yogurt! So bene che la vita deve andare avanti e che se non vai al suo passo finisci che ti supera. L’essere superato dalla vita come da altra vita non mi duole più di tanto: mica possiamo essere tutti delle Ferrari! Ciò che mi duole, però, e che non lo faccia “con juicio”.

Forse nei cieli grigi

Questa mi ero proprio dimenticato di raccontarvela

Sono scomodamente seduto al McD. Mi passa davanti. Sta portando una bici che più scassata di così non si può. E’ al telefono. Saprò dopo che sta parlando di lavoro con una ausiliatrice di non so che gruppo o se in proprio. E’ stracotto che neanche un brasato. Ne ha anche il colore. Non ricordo se di trentatre o trentasette anni. Era un fringuello quando l’ho conosciuto un paio di estati fa. Sta diventando un piccione. O meglio, piccione nel corpo ma ancora fringuello nell’animo. Non mi vede. Lo chiamo non mi sente. Gli faccio un trillo. Guarda chi è e poi gira la bici. Mi vede. Sorride. Gli faccio uno sberleffo. Atteggia le labbra. Mi manda un bacio. Non vede la gente. Non gliene frega niente. In quel momento, neanch’io. Non si può censurare la spontaneità. Quando è sincera e pulita, meno che meno. Era notte quando l’ho conosciuto. Stavo seduto all’ingresso del mio Giardino. Gli do la sigaretta che mi chiede. Cerchi compagnia mi dice. Gli dico non ho soldi. Non sono caro, mi risponde. Lo accompagno alla pianta dove ha la camera. Non so cosa mi gira ma cammin facendo m’incazzo! Mi sono rotto i coglioni di far crescere uccelli, gli urlo. E’ molto meglio far crescere un uomo!!! Degli zingari che dormivano in un altra camera si sono alzati per vedere chi era la pazza che gridava a quell’ora! Quando m’hanno riconosciuto non si sono dimostrati sorpresi. Strano! Non ho mica gridato così tutte le settimane. Zingarescata a parte, non ricordo come sia andata a finire quella sera, se non verso mattino. Ricordo che l’ho spogliato. Mi riferisco alla mente, non, alle braghe. Devo avergli detto delle cose giuste (o che gli sono parse giuste) perché da allora mi chiama il suo angelo. Naturalmente, io gli dico che è il mio diavoletto! Chissà se gli angioletti e i diavoletti si possono amare. Forse nei cieli grigi.

Quando la nave affonda

non tutti scelgono di fare i topi.

Cortese signore: a proposito della prassi di ammanettare e imbavagliare gli emigranti che tornano a casa (dati i mezzi forzosi, ne arguisco non volontariamente) vorrei dirle “dell’amore e di altri demoni” che stanno occupando sia la cultura occidentale che quella islamica. Sia dell’una che dell’altra, le dirò quello che conosco per cognizione di causa: la mia, benché all’interno del tutto che stiamo diventando, non, perché sentina di tutte le nequizie (o quanto meno, non solo) ma perché, non essendo più in grado di reggere i costi della vita con qualità, tendiamo a gettare i pesi fuori bordo. E’ stato così anche nel mio privato. Da stipendiato, prima potevo ascoltare il cuore. Da pensionato con la minima, prima devo ascoltare il portafoglio. Per questo motivo non ho potuto non allontanare dalla mia vita il nordafricano che mi girava per casa da circa un ventennio. L’avevo conosciuto da sfrattato per morosità in affitto. L’ho accolto. Gli ho trovato casa e lavoro. L’ho curato quando stava male fisicamente. Assorbendo i suoi malesseri gli ho smacchiato la mente da un odio verso l’America che lo faceva delirare. Ha buttato via tutto! Non era d’animo cattivo ed era intelligente per quanto sopraffatto da stupidaggini. Manteneva il senso dell’onestà anche quando deviava nella furbizia. Era un affamato di giustizia ma preferiva la vendetta perché d’impaziente attesa. Certamente paranoico. Succede quando un’umanità viene derubata dalla sua fiducia nella vita, come succede che a sua volta il derubato derubi: sino a che non c’è più nulla da derubare, vuoi dal derubante come al derubato che deruberà. Cosa orrenda la paranoia da morte della fiducia, perché dice morte anche nella speranza. Era certamente alcolizzato; tanto da essere, prevalentemente albergato nei suoi deliri e per quella causa, sotto gli alberi. Giunto ai cinquant’anni, si è domandato cosa ancora ci faceva, qui. Due le risposte: lasciarsi vivere così, o rientrare al paese.

Durante il periodo di un mio volontariato, un tunisino in età che ho convinto al rientro mi aveva parlato del Nirva: Organizzazione europea per il rientro assistito. Siccome la persona presso di me se ne voleva andare quanto prima (a mio avviso, fuggire dal sé di qui, quanto prima) il Nirva di Verona che ho contattato mi ha messo in contatto con il Nirva di Roma. Fatte le dovute pratiche, dopo una decina di giorni è partito; è partito, anzi, un giorno prima perché abbiamo fatto confusione con le date. Poco male, l’avevano collocato in albergo. A proposito del Nirva, non le dico nulla che già non sappiano gli interessati, generalmente molto ben informati su quanto le leggi italiane possono favorirli. Deputate a tanto, suppongo le moschee; le quali moschee, assistono quelli che vanno a pregare ma indirizzano altrove gli altri: alcolizzati, droganti_drogati, barboni, e persi di tutti i genere, e di tutte le abitudini. Di tanta opera verso quella persona, cosa mi è rimasto? Per dire che non mi è rimasto nulla, e per non dire che ho buttato più di vent’anni della mia vita devo dirmi che il mio compito è stato nella semina, non, nel raccolto. Si, ma se la semina non ha fruttato che fallimento, quale la causa? Del cattivo seme, o del cattivo terreno? Alla stregua: se la semina della cultura occidentale nel mondo non occidentale non ha fruttato che fallimento, quale la causa? Del cattivo seme, o del cattivo terreno, o, come l’opposto, di un seme non adatto al terreno? Tornando al nordafricano imbavagliato e ammanettato di cosa è effettivo segno di fallimento umano e sociale? Del nostro? Di quello a emigrazione nordafricana? Di ambedue le civiltà? Di sé? Il poliziotto che ha legato e imbavagliato l’emigrante l’ha detta prassi. Ora, è prassi anche per chi se ne torna a casa, tranquillo pur avendo di fronte ben poche aspettative, o è prassi solamente per quelli che, obbligati a tornare a casa, fanno gli agitati giusto per bloccare il volo? Ad ogni rimpatrio assistito il Nirva concede 400 euro subito, e 1000 al paese. Non solo: a fronte di un serio e provato progetto di lavoro, il Nirva condede il necessario finanziamento. Questo ultimo, a rientro avvenuto. Non so in quali momenti il Nirva consegni i 400 euro. Se prima dell’imbarco e a tasche ricevute si può anche pensare che il fine dell’agitazione sia il bloccare il rientro perché lo scopo consisteva nell’intascare i soldi e basta?! Pensiero fortemente paranoico, mi dirà, signor Direttore. Vero, “dell’amore e di altri demoni”, mi difendo sempre malamente. Non per ultimo, anche dalla capacità di scrivere non più di trenta righe.

Devo la chiusura “dell’amore e di altri demoni” a G. G. Màrquez. E’ titolo dell’omonima opera.

Non ridere Marx!

Perché fola è, vero, la storia dell’invito a crear posti di lavoro! Dove li troviamo i posti di lavoro con operai occidentali che costano non meno di quattro volte di più di un lavoratore no_assicurato, no_garantito, e morto uno avanti l’altro che c’è ne un altro miliardo che aspetta il posto alla pressa?

E come cavolo si fa a creare posti di lavoro? Abbassando gli stipendi degli operai, così che al mercato possa venire la tentazione di assumerne alquanti, eucaristicamente rinunciando ad intascare il surplus?

Possiamo abbassare gli stipendi degli operai? Se si abbassano i costi della vita, direi di si!

Si possono abbassare i costi della vita se il Mercato pretende di guadagnare quello che poteva nei tempi delle vacche che ora sono diventate grasse perché stanno principalmente pascolando nei prati di ora?

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Noblesse oblige, anche i sindacati sostengono quello che sostiene De Benedetti. Ci siamo, o ci facciamo?

In tutti i tempi il Mercato è sempre stato troia e sfruttatore. In abiti da suora francescana certamente non lo vedremo mai, quindi, in quale ripensata veste!

Ho letto anche che i tempi di adesso ci avrebbe portato a vivere un neo mediovalesimo. C’era la Corporazione all’epoca. 

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Vogliamo un Mercato così? Curati dalla Corporazione delle Arti e dei Mestieri dalla culla alla tomba? Si va bè, se alternativa non c’è! Ora, però, il Mercato è mondiale, mica, più o meno municipale! Che fare? Conglobare la Corporazione locale in una Corporazione Mondiale? Della serie: operai di tutto il mondo unitevi coi padroni?!

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Non ridere Marx! Lo sai che siamo nella merda!

 

Decisioni

Come decidere sulla vita degli altri? Già detto e fatto! Grazie!

Lettere al Direttore de L’Arena

Stupendo incontro mi sono detto quando ho visto il depliant di “Decidere per gli altri”. “Dibattito in equilibrio tra arte, filosofia, medicina, giurisprudenza, religione ed etica per una scelta consapevole”. Bellissimo! Decido di andarci e ci vado. In sala ci sono già un centinaio di presenze: in maggioranza anziani mi è parso. Laici (credente cattolico secondo il Devoto – Oli) e cattolici a confronto, dice la signora Bozzeda. Fra gli uni e gli altri non vedo differenza di pensiero e di finalità, se non talare con tutto quello che comporta il talare. Va bè! Nessuno è perfetto! Incontro multiculturale, leggo da qualche altra parte del depliant. Multiculturale fra laici e cattolici, non è un po’ come dire multiculturale la differenza fra comunismo russo e comunismo satellitare il russo? Gli interventi sono premessi da un film che tratta di in risveglio da coma. Dibattito equo vorrebbe, un film dove non c’è nessun risveglio dal coma. Ipotesi non presa in considerazione, direi. L’incontro inizia alle 17. Leggo dei relatori dalle ore 18. La questione trattata dal professor Riccardo Pozzo in “lavorare in un comitato etico” è encomiabile, ma, di quale etica parlerà? Quella della scienza secondo coscienza di scienziato, o secondo quella di scienziato, ma anche cattolico? Le sarà chiaro in fine perché non rispondo a questa domanda. Il punto di vista medico “curare l’uomo, sempre. Umanesimo del vivere e del morire” viene trattato da Alfredo Anzani di stretta area cattolica. Dal mio punto di vista di cattolico eretico perché credo in un solo Dio e in nessun io, (professorato o no che sia quell’io) curare l’uomo sempre e in ogni caso è disumanesimo non, umanesimo. Ricordo l’Amato, che dall’ospedale di malattie infettive di Legnago avrebbe dovuto andare a Mantova in autoambulanza (o a Villafranca, non ricordo) per fare una gastroscopia. Una gastroscopia ad una persona di 49 chili a 29 anni, malato in aids conclamato e pochi giorni prima di morire. Sarebbe questo il bell’esempio del curare sempre perché umanesimo del vivere e del morire? A mio vedere, l’umanesimo è detto dal Cireneo: simbolo della compassione di chi rialza l’umanità caduta sotto i mali del vivere, non, il simbolo di chi cura il caduto così che possa soffrire più a lungo ma curato. Comunque la si pensi, “quel curare sempre” rivela inequivocabilmente quanto, sul fine vita, sia già stato deciso da tutti fuorché deciso dagli interessati. A che è servito, allora, quell’incontro? Per me, è servito a farmi vedere la sede: molto bella. Il tema del monsignore che viene dopo del professore è “Libertà morale nella cura di sé e degli altri”. Dopo il tema del professore, e il millenario tema della cattolicità, quale altra libertà può sostenere il monsignore se non quella pro domo sua? Le implicazioni giuridiche sono trattate da un professore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e della Pontificia università lateranense. Può sostenere un etica contraria all’area di fede propria questo professore? Direi proprio di no. Anche questo, allora, ha già deciso per gli altri che non la pensano secondo cattolicità pur non pensando secondo ciò che l’avversa: mi riferisco cioè, a tutti i non aderenti alle “piantagioni del potere”: principato e religione secondo la mai dimenticata prolusione, e il mai dimenticato Padre Aldo Bergamaschi Ordinario di Scienza dell’Educazione dell’Università di Verona di qualche anno fa; prolusione che pronunciò davanti a dei disagiati impresari di quelle piantagioni, subito prima di tornare in convento. Non si è mai saputo se l’abbia deciso lui, o, se anche in questo caso, sia stato deciso da altri. Preso atto del programma e della banalità del bene così chiaramente indicato dalle figure dei relatori oltre che dai temi, non mi è restato che tornare a casa. A maggior ragione, quando, nel programma, sono arrivato a leggere il tempo a disposizione per il cosiddetto dibattito dei relatori con il pubblico: 20 minuti. Cosa sono 20 minuti in un programma del genere, se non le perline di Colombo?

Processo alla vita

 

E’ nostra?

Ancora nell’ottobre del 2006, scrivevo quello che, senza ricordarlo, ho scritto  in una lettera recentemente spedita al giornale di Verona: è nostro il quadro che pure comperiamo? Come prodotto direi di si, come arte, no. Così per la vita. Non è nostra come arte, è nostra come acquistato prodotto. Per tale forma di proprietà, possiamo  decidere di rinunciarvi? A mio avviso, si, perché, non è l’arte della vita data dal Principio che neghiamo, (non lo potremmo neanche volendolo) ma solo la vita come prodotto della nostra arte.

La persona, dice la società,

londra

è il prodotto di una eredità culturale ed economica basata (vuoi per tutela dei soci aderenti, vuoi per le molte forme di sviluppo, vuoi per quelle della difesa) su una millenaria opera di mutuo soccorso, quindi tu non sei tuo, sei di tutti e quindi nostro. Di tuo c’è soltanto il tuo essere seme di persona, seme di cittadino, seme di religione, seme di te, ma dal momento che il tuo essere pianta di quei semi è stata opera di una cura prevalentemente nostra, ne consegue, che la decisione della società non può che prevalere sulla tua. Ogni altra forma di decisione ti renderebbe anormale, con ciò intendendo, diversamente aderente al contratto che ha permesse sia la tua  nascita che la tua crescita. In quanto normale cittadino, tu sei mantenitore_produttore_mantenitore di società anche quando non vuoi più esserlo, e anche quando non puoi più esserlo. Lo sei quando vuoi morire. Lo sei quando non ti permettiamo di morire.  Lo sei anche da morto. Poiche’ ti reclami prodotto della tua arte, allora, della vita nostra non puoi che esserci di danno, perché palese esempio di dis_ordine di quanto abbiamo costituito.

La persona, annuisce Religione,

papainrosso

non è proprietaria della vita. La vita è del Creatore che l’ha data, e che in quanto Padre la mantiene in vita perché tutto è una sua creatura. La mantiene in tutto anche se il tutto non sa che c’è e che lo fa. Il fatto che la persona possa non essere cosciente di quest’alleanza di vita, non la cassa, perché la dove non c’è la  sua coscienza, su di quella  ed in quella c’è la divina. Nel tutto che c’è e che la persona è, quindi, non si puo’ dire che la vita è sua. La Societa’ tace. La vita anche. Chi tace acconsente? Non e’ detto.

Edipo

a babbo appena ferito

In un post di sei anni fa che stavo rileggendo, avevo scritto, che funzione di nutritore a parte, il padre, in quanto maestro di cultura per il figlio, è morto. L’ha sostituito l’ambito di azione del figlio; ambito scolastico e/o di relazione. Per associazione di pensiero, da padre morto sono risalito a Laio e da Laio a Edipo

edipo

che uccide Laio perché supera la cultura del padre. Chi non supera il padre non giunge a sé stesso.  Si può anche dire, allora, che chi non giunge a sé stesso, uccide il padre che è in sé stesso. Per giungere a sé, può un odierno Edipo uccidere l’ambito che gli fa da padre? Per quante rivoluzioni faccia, direi proprio di no. Per trovare sé stesso allora, a Edipo non resta che il sottomettersi all’ambito, o uscire dall’ambito.

 inpoltrona

 

Può succedere anche così

Sulla mia strada

ritrovo un commento di Luisa Ruggio che chiamavo Lady Elle quando stavamo fra di noi in Blog.it  Non c’è l’ho lasciato.

“Uomini senza fede hanno avuto comunque bisogno di immensità al limite delle loro risorse, nell’azzardo provvisorio della natura umana che lascia qualcosa di inesaudito. Il salmo 78 racconta di Dio che conduce Israele nel deserto “e li portò al suo confine santo” (verso 54). Sottolineare con cura: l’incontro avviene all’estremità, al confine, non al centro. Lo scambio della legge ai margini della schiavitù d’Egitto avviene nel deserto profondo ma è un viaggio compiuto solo a metà, non seppero mai se quel confine era santo. Quando nell’Eneide Virgilio scrive “spes sibi quisque” (ognuno sia speranza a se stesso) esclude la parola ebraica “tikvà ” scritta da Zaccaria (9,12) per annuncio di salvezza “Tornate alla fortezza, prigionieri della speranza.” Ma quella parola, tikvà vuol dire anche “corda” e quindi: tornate alla fortezza prigionieri della corda. Una speranza che trascina e può spezzarsi. Quando Rachele piange a Ramà i suoi figli e rifiuta ogni consolazione (geremia 31,15) Dio interviene: “Distogli la tua voce dal pianto. Con una corda (speranza) torneranno figli al loro confine (l’incontro).”

Nota a margine. A piè di post. Al confine.

Mimose

Sotto di me abitavano due della confraternita s. Frocio. Uno dei due amava il giardino. L’aveva ricavato mettendo terra su delle pietre. Le piante dovevano aver capito quell’amore perché crescevano da far dispetto ai soliti pollici. A lato del cancello aveva piantato una mimosa. Un sorta di ragnetto per i primi anni,  ma poi, un caspo di giallo che era una cura per l’anima. Si sono trasferiti. La mimosa è morta. Da allora non sono più capace di regalare mimose, come non sono più capace di accostarmi ad un giovane dopo la morte della pianta che avevo lasciato crescere nella mia vita. Vi piacciono le rose?

Ira funesta

Cosa accende l’ira funesta dei pallidi Achille di oggi?

Pensieri senza recinto

Mentre tornavo a casa con l’intento di rispondere alla domanda, alla mente mi è tornata l’affermazione detta da una presenza durante una seduta medianica: gli antichi erano più saggi. Avendo l’ira come soggetto del discorso, ad antica ira sono tornato, trovandola come tutti sappiamo nell’Iliade (avevo scritto Eneide! Per fortuna c’è la Wiki!)

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dove si racconta il dissidio fra Agamennone e Achille. Per quanto intendo sostenere, riservo a Briseide la funzione di strumento del fato. Agamennone: sovrano, quindi principio di ogni principio, quindi, padre di ogni cosa, legge, o forza che si principia dalla sua volontà. Di Achille, invece, possiamo dire che, sovranità a parte, è immagine a somiglianza di Agamennone in quanto, degli attributi di potere del sovrano, ne possiede solo la valenza soggettiva, quindi, suddita rispetto a quella di Agamennone che è di ordine sociale. Nel pieno possesso dei suoi diritti di sovrano, l’Agamennone si prende Briseide.

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Non mi sta per niente bene, dice l’Achille, e ti combina il casino che sappiamo. Lo fece per mera gelosia? No, direi proprio di no. Lo fece invece, perché non accettò di essere (sia agli occhi di Agamennone, che a quelli di Briside, che ai suoi) il defenestrato sovrano dei suoi principi e di quanto ne deriva. Pare che Achille fosse guerriero sufficiente ad uccidere Agamennone. Non lo fece perché regicidio; non tanto dell’uomo, ma del ben più importante titolo che ha investito l’uomo: la sovranità. Ad attentare la sovranità dell’uomo, si può dire che iniziò Santippe battibeccando con Socrate. Con Santippe e Socrate, allora, di può dire che iniziò l’era della sovranità dalla ragione variabile, nel senso di ora di uno/a, ora dell’altro/a fra gli aderenti al contratto matrimoniale.

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Il che, in genere, succede anche fra i Socrate e le Santippe di oggi con passabile percentuale di riuscite visto che la strage generale fra coniugi non è ancora successa. Al più, vi è strage di sentimenti, di stima, di motivazioni, ecc, ecc.

Vista la paritaria sovranità nel regno casalingo – legale del re e della regina, perché, il re sovrano giunge ad uccidere la sua sovrana? A domanda mi rispondo: perché la sovrana, sempre a mio vedere, si riappropria della sovranità di sé, e rifiutandosi di rimetterla in comune, opera un colpo di stato (nei caso di assolutismo da parte del maschio) o un colpo (più o meno basso) allo stato dell’uomo nel caso in cui il maschio sia tendenzialmente dialettico con la controparte. A proposito di colpi allo stato, i matrimoni sono pieni di ecchimosi. A proposito di colpi di stato, il matrimonio sta diventando un pre cimitero. Il guaio è, che l’era della sovranità della ragione variabile, è cintata dalla formula: sino a che morte non vi separi. La formula poteva ben reggersi quando la religione ed il principato possedevano l’animo del cittadino_pecorella pressoché totalmente. Che lo vogliano o no, che lo dimostrino o no, non è più così. Ora, anche il principato e la religione sono parte del giro: di fatto quando non de iure. La rigidità della formula è dovuta alla mancanza di chiare e legittimate valvole di sfogo. Non è che non esistono; è che per goderle bisogna uscire dal seminato matrimoniale e/o sociale. A chi non lo fa, scoppia la mente come scoppia la pentola a pressione quando ha la valvola bloccata.

Possibile, c’è di che chiedersi, che con le costosissime possibilità di separazione previste dal principato e mugugnando accettate dalla religione, il sovrano debba arrivare all’estrema difesa della sua condizione di principe e di principio di vita uccidendo la donna? Si, direi che è possibile perche’, se esistono degli Ulisse, (conta balle ma gravitante con la vita e nella vita nella donna) anche vi sono degli Achille: maschi forti, ma con l’ego nei muscoli, e nel cervello, questa elementare algebra: quello che sono è perché tu sei, quindi, non posso accettare che tu non ci sia, perché dovrei accettare che io non sono. Si, va bè, ma, il cuore, Vitaliano, dove lo metti il cuore?

Ho scritto ancora diverso tempo fa, della preoccupazione che mi colpiva ogni volta vedevo amanti in età da terza media! A questi amanti, chi insegna che il piacere sessuale non dura sino a che morte li separi. Non dura neanche nei grandi amanti, quelli cioè, che, dallo scantinato dove sta la passione, sono riusciti a farla salire ai piani della casa dove abita l’amore! L’idea che possa succedere a tredici anni è semplicemente ridicola. Ora, se questi amanti da terza media consumano precocemente il piacere, che gli resterà a venti, trenta, quaranta e via enumerando? Gli resterà, o una nullificazione del piacere, oppure, la ricerca di un rinnovato piacere nella rinnovante ricerca di altri e/o altre partner. Non_ci_si_scappa! Nella ricerca nei termini appena detta, e attuata per consunzione del piacere, quanto, i collegati nella ricerca si considereranno persone, o cose, visto che una persona amante può dirsi tale se ambedue le parti vi collocano della fiducia se non proprio della fede) nel genere di rapporto che stanno erigendo? Se questo non cè, ambedue gli amanti non possono non diventare una sorta di oggetti a reciproca disposizione, e quindi, cose. Ci si può domandare, allora, l’uomo che uccide, cosa cassa dal regno delle sue ragioni? Una regina? Una femmina? Una donna? Una cosa? L’insieme delle cose? Visto l’aumento degli omicidi, sono propenso a credere che il maschio offeso nella sua regalità uccida, benché considerata sua, una cosa. Nessun maschio e uomo ucciderebbe la Persona sua, così come Achille non uccise Agamennone perché re suo.

Amici no

Caro Cavallo, ad ogni equino la sua greppia.

Caro Cavallo, correrò il rischio di sembrarti un asino, ma mi vedo costretto a rinunciare alla tua presenza fra i miei Amici. Lo faccio, perché in Face book come d’altra parte in Blogs.it, in primo grado esprimo la mia cultura d’uomo pur in quella comprendendo la non omogenea sessualità (che è anche la tua) e che non è un mistero per nessuno dei miei corrispondenti. Ogni accostamento a pagine nelle quali, invece, si esprime (direi prevalentemente) il personale gusto sessuale, non può non rischiare di allontanare dei lettori dalla mia conoscenza; e se posso permettermelo come nome, non posso come pseudonimo. Con altro dire, se nel mio reale me ne posso sbattere le palle del giudizio altrui, altrettanto non posso per il mio ideale. Per la ricerca del mio reale non ho escluso nessun genere di sito e, a parte i falsi a sé stessi, nessun genere di persona. Nella mia vita, però, (sino alla presente data, ovviamente, che il domani è fra le braccia degli dei) ho concesso ad una sola persona e alla sua cultura di mescolarsi con la mia; ma l’eccezione non conferma la regola che molti anni fa m’ha insegnato la mamma di un mio amico: roa, roa, tuti a casa soa! Con ciò intendendo, ogni cosa ha il suo posto e dovrebbe stare al suo posto. Niente mutande e calzini nello stesso cassetto, quindi. Nella speranza di essere capito quando non condiviso, ti saluto.

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