OTTAVO INDICE


libro

“per Damasco”, chie  quanto.

Vi presento i miei

Le mie case sotto il cielo

Si narra la sventura di un milite alla ventura

Contessa a Venezia

Me la canto e me la suono

Per Rio BO: tempi e ricordi.

Nella mia idea di Paradiso

Nella mia strada di concupito

A mio modo contro le tossicodipendenze

Dalla filia all’eresia

All’Amicizia lunga

Per chi chiede il cuore

Vitaliano_”per Damasco”_Vitaliano

Caro Futuro

aneolibri

NONO INDICE


libroGayenna: memorie di un tardo adolescente.

I Fiori Sovrani

Le Favole

Poesia o anima mia

Impatti di verità 

Da la Piassa De Le Erbe di Verona.

El Toni

aneolibri

SETTIMO INDICE


manoLo Spirito dona un solo Karisma: la vita. In quanto Assoluto, per nessuna parte può concedersi in parti.

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Occhio!

Della Metempsicosi si può dire …

Discorsi sulla Metempsicosi

Discorsi sulla Medianità

“Così in Alto, così in Basso”

Nella nostra vita ci sono inattendibili inquilini

Spiriti  spiritismo: ulteriori riflessioni.

Cronache di medianità

SESTO INDICE


manoDegli edifici religiosi che in crescita mi hanno fatto abitare mi sono rimasti i diroccati, ma ancora mi pongo domande su quanto resta.  Non ho pretese di risposta.

 

 

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Lo Spirito: prima visione.

Lo Spirito per “immagini”

Spirito è ciò che anima – Prima stesura

Stesura allegerita

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QUINTO INDICE


 

manoLo scibile si è originato dalla prima risposta al primo dolore

 

La Transcultura

Tossicodipendenza: dalla foce alla sorgente.

Alla ricerca dell’Albero della Vita

Fra vita e vita: il Bardo Todol.

Sul bene e sul male

Colpa e senso della colpa

Sessualità della Natura nella corrispondente Cultura secondo Spirito.

Determinazione ed Accoglienza: a Padre Aldo Bergamaschi.

Come evadere dal vago: Lettera ad un IO confuso.

Immagini dei concetti   e   L’elaborato

C.F.S. = Cronic fatigue syndrome. Da me tradotta in: Con Flebile Spirito Che Fatica Sopravvivere.

Immagini dei concetti   e  L’elaborato

La vita è permessa dall’amore…

Immagini dei concetti

L’elaborato

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QUARTO INDICE


manoSino a che durerà la parola (emozione seconda) durerà l’emozione prima: la Parola. La parola è l’emozione della vita che dice sé stessa, sia quando si afferma come seconda, sia quando afferma sulla prima. La parola della prima è: vita. Di quella, immaginata, la parola della seconda.

 

Nel Principio e nei principi c’é la parola

I principi della vita

I principi universali della vita sono tre

La Genesi nel Principio

L’Albero del Bene e del Male

Le strade della verità

Il Dolore

Le strade del dolore

Del Dolore e del Lutto

In una stilla d’universo, il capoverso.

In “Accademia Vita”

Nei segni della terra

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TERZO INDICE


mano

La Terpia Capire

Il senso della vita

Il Magistero della vita

La genesi di questo pensiero

Il percorso in sintesi

La vita in selfie

La Soglia fra verità

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PRIMO INDICE

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Ostici, i miei pensieri?

Essere, o come essere? Questo è il problema!

Affrontavo da tormentato la mia scolastica pochezza

Qui ci sono le foto che poi racconto nei post

mano

SECONDO INDICE

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libro

Determinazione o Accoglienza? Questo è il problema!

Le terapie degli esorcisti non mi convincono proprio per niente!

Il cosiddetto Satana? Poveretto!

“Amore fra i ruderi”: così in Basso, così in Alto?

A proposito della madre “esorcista” di Verona

Ogni tanto mi capita di citare l’Eulalia Torricelli da Forlì

Questo marchietto nasconde una qualche spiritica diavoleria?

Lo Spirito è giusto

Destra? Sinistra? Fraglie

Dio non ha nè mogli e nè madri

Ragione nella Fede e fiducia nella Ragione. Cautela verso i Misteri.

 

mano

Destra? Sinistra? Fraglie

manoLa Destra e la Sinistra non si rendono conto (ancora dopo un centinaio di anni) di essere dei ventri imbecilli. La Destra che è stata, infatti, ha offerto pancia per la crescita della Sinistra che è stata, e la Sinistra che è stata, ora sta offrendo pancia alla Destra che è. A sua volta, la Destra che è, sta offrendo pancia alla Sinistra che sarà. E, poi, tragicamente ridicola una loro fondante convinzione: il figlio è proprio perché proprio il potere politicamente fecondante. La vita dimostra, invece, che anche alla cultura politicamente più certa, nascono figli meticci. Perché? L’Arbasino direbbe: perché c’è di mezzo la vita, signora Marchesa! Secondo me, invece, perché solo la vita conosce i dadi. La nostra, gli fa da bicchiere!

matriosca

afronteindici

Dicembre 2018


Lo spirito è giusto se vola nello spazio giusto.

“per Damasco in Blog”: per una lettura off line.

Diario di un cava e metti!

Sentitamente ringrazio

Le terapie degli esorcisti non mi convincono proprio per niente!

Il cosiddetto Satana? Poveretto!

Dai tratti i ritratti: fotogallery.

“Amore fra i ruderi”: così in Basso, così in Alto?

Questo marchietto nasconde una qualche spiritica diavoleria?

Destra? Sinistra? Fraglie

archivio

 

Lo spirito è giusto se vola nello spazio giusto.


manoPer spazio intendo la distanza fra due intenzioni agenti: quella della Determinazione e quella dell’Accoglienza. Ora, sia di questo piano della vita come dell’ulteriore (cambiano i fattori ma non i risultati) ammettiamo che lo spazio giusto fra i due agenti sia 10. Data la misura, la Determinazione non è invasiva (come può esserlo agendo uno spazio di valore 7) e l’Accoglienza non remissiva come può esserlo agendo uno spazio di valore 3. Lo spazio giusto, quindi, lo dice la nostra remissività, tanto quanto non si sente variamente oppressa (ammettiamo il valore 5) e lo dice la nostra Determinazione tanto quanto non si sente variamente oppressiva perché agisce secondo la stessa misura. Visto che la vita è stato di infiniti stati di vita, così anche le misure fra gli agenti sono composte da infiniti stati di spirito. Viste le infinite misure del nostro spirito, quale la rotta certa? La rotta certa si stabilizza, tanto quanto lo spirito non è impedito da eccessi nella determinazione, o da eccessi passivi nell’accoglienza. Quando succede, si deve rivedere il pilota, e non per ultimo, ricordare che il volo è giusto, tanto quanto non ci distrae lo stato della pista (vecchia, nuova, alta, bassa, ecc. ecc) come neanche farci distrarre dalle condizioni atmosferiche dei sentimenti, perché perennemente mutevoli. In fine, giusto per non subire la pena di brutti atterraggi, raccomanderei di non porre distrazione fra il nostro sentire lo spirito, e il nostro pilotare lo spirito.

afronteindici

“per Damasco in Blog”: per una lettura off line.

afronteindici

Per scaricare un sito, vari Blog tecnici consigliano questo programma: è libero e gratuito.

perofline

Anni fa l’ho usato per scaricare il mio blog.it ma a un certo punto si è bloccata la funzione. Non escludo per qualche mia incapacità. Se interessati, ovviamente, nulla vi vieta di provarci, come nulla mi si deve a parte il rispetto; e per rispetto intendo nessuna modifica nelle sue parti, anche di quelle con errori di vario genere (si possono dire certi solo i grammaticali) e che l’eventuale uso sia conforme agli intenti dell’opera originale, cioè, variamente educativi, liberi, gratuiti. Aggiungerò qui ogni altra decisione.

alineab

lavoroPer i non pratici aggiungo: per stampare una pagina con Firefox si deve pulsare con il tasto destro > salva con nome > cartella scelta. Con l’Esplorer > file > salva con nome > cartella scelta. L’immagine della mano è il link che collega tutte le pagine. La visione è ottimale con Firefox. Fruibile ma graficamente altra con l’Explorer. Con altri browser non so.

mano

alineab

Sentitamente ringrazio

afronteindici

Non sempre capisco se le immagini che scarico dalla Rete sono gratuite.

In questa pagina, pertanto, ospiterò i dovuti riconoscimenti agli aventi diritto,

o le loro decisioni a riguardo.

manoPenultima a parte, le opere del post I Fiori Sovrani sono di 

“The Art of Douglas Simonson”

http://www.douglassimonson.com

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Delle foto di Vellai, del Collegio, e, sorpresa – sorpresa, di me, ringrazio

lucianocassol

Le ho trovate in seguito ad una occasionale ricerca in Rete. Non mi è stato possibile chiedere il permesso all’Autore, perché dal suo sito non ho trovato (o non ho capito) possibilità di immediato contatto. In vero, l’ho trovato in seguito. Gli ho scritto sia per indirizzo mail che per Messenger in FaceBook. Nessuna risposta. Comunque stiano le cose lo abbraccio ancora commosso. A dirla tutta, sino al pianto.

mano

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Devo la foto della Chiesa degli Ognisanti di Padova a UrbisPatavi

chiesaognisanti

matriosca

Trovata per caso, oltre che bella l’immagine della matrioska come si mostra, dice esattamente quello che intendo far capire sul mio congetturare. Volevo essere più preciso nel dare a Cesare quello che è suo ma in Rete non la trovo più. Ci riproverò.

 

 

libro (2) Con quella della mano, questo libro gira nel mio PC da almeno una ventina d’anni. In materia molto più ignorante di adesso, non sapevo come agire per le dovute attribuzioni, sicché, non so di chi siano. Rimango a disposizione.

 

 

 

 

mano

Le terapie degli esorcisti non mi convincono proprio per niente!

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libroIl nostro spirito è invaso da altra forza, tanto quanto il nostro bene è separato dal suo vero. Può succedere per cause dipendenti dal nostro vivere, come per cause imposte al nostro vivere; imposte perché non corrispondenti.

Nella separazione fra il bene e il suo vero, succedono degli stati di vita non vita. Di uno stato di non vita, possiamo dire che è un “vuoto”. Ci diciamo vuoti, infatti, tanto quanto non “pieni”, vuoi di vitalità, vuoi di più integra e complessiva esistenzialità.

In quanto stato di pienezza, la vita non ammette il vuoto. Al più, lo subisce come sofferenza. Della sofferenza possiamo dire che è uno stato di vita concavo; concavo, appunto perché si fa catino d’altro: vuoi di dolore, vuoi di errore.

Tanto quanto non siamo in grado di riempire quel catino (cioè, riportarci a pienezza) e tanto quanto, quella concavità viene riempita da altra vita e/o da altri valori: vuoi positivi, vuoi negativi. Se riempiti da altra vita, ci possiamo ben dire posseduti. Se riempiti da altri valori, influiti. Nessuno può dire la misura del possesso come neanche la misura dell’influsso. La vita, infatti, è stato di infiniti stati di vita, quindi, definibile solamente per accordi fra parti.

Si pensa che il male che è dello spirito che tende a possedere un altro, o dell’errore che è dello spirito che influisce un altro spirito, sia causato da scelte, prese, o da chi tende alla sovranità, o da chi tende all’influsso.

A mio avviso, non è così. Succede, invece, perché la vita è la potenza che tutto è, e tutto occupa. Dove non tutto è occupato, riempie della sua potenza. Con altro dire, del suo spirito.

Lo Spirito della vita al principio è un Assoluto. Come tale, concede il suo assoluto, cioè, la sua forza (la sua vita) nella sua totalità: altro non può.

Come mai, allora il posseduto e/o l’influito si ritrova abitato da culture, avverse a quanto ha in coscienza? Mi rispondo: forse perché non tutto ha in coscienza; ed è in quella parte di non tutto che può operare la forza estranea.

Ammesso che vi sia colpa in chi forzosamente possiede e/o influisce (una colpa è corrispondente allo stato di coscienza su un dato errore) possiamo escludere colpa in chi non sa, o non può, o non vuole rendere pieno solo di sé il suo catino?  Direi di no.

Come rendere pieno, solo di noi stessi il soggettivo catino? La risposta è una sola: ponendo in corrispondenza di vita, il giusto (Spirito) per ciò che siamo (Natura della vita) e per quanto sappiamo: Cultura della vita.

Dove questo è variamente impedito, è inutile andar a cercar cause in altre case, perché, a quel punto, le cause (e le case) siamo noi: esorcisti compresi!

Ammesso come vero quanto sostengo, agli esorcisti (ma non solo a loro) raccomanderei quello che è stato chiesto a un certo Zaccheo: scendi dal siccomoro che devo venire a casa tua! Chi deve venire a casa nostra? Secondo me, uno spirito lucido *; lucido ma non lucciferino, ovviamente.

sorriso

* Lo chiami ognuno come crede, sa, o vuole: nessuna identità è data da come la chiamiamo.

mano

Il cosiddetto Satana? Poveretto!

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libroNominiamo Satana la forza della vita (lo spirito) massimamente contrario alla vita. Conveniamo che sia 100 quella misura del suo stato. Ora, conveniamo sulla nostra: diciamo che, in ragione dello stato di coscienza sul nostro stato di vita, sia 10. Naturalmente, può essere di più come di meno. In ragione di quanto il nostro spirito è separato dal suo bene, ne subiamo la corrispondente sofferenza; sofferenza che può recare un semplice mal di testa, come, nei casi più gravi, a molte forme di malattia. Non per ultimo è più grave caso, ai suicidi. Immaginiamo Satana, ora, in quei frangenti di dolore. Non può prendere un moment; non può andare da uno psichiatra; non può suicidarsi! Può solamente manifestare un astio contro la vita, che in fondo in fondo (ma non tanto) è un astio verso di sé! Per me, è da compatire. Ovviamente, la compassione che dovremmo dare ad ogni forma di vita quando è dolente, non giustifica nulla! E’ anche vero che può risultare spiritualmente dissidiante quando viene data con sentimento ipocrita. Come non sbagliare? Secondo me, vedendoci come dei supermercati. I supermercati offrono di tutto. Sta al bisognoso di spesa, prendere quello che gli necessita e quanto, ben sapendo, già dall’ingresso, che tutto ha un costo, non tanto perchè lo chiede la vita (il tutto dal Principio) quanto perché abbiamo deciso, che a chiederlo sia la nostra: il tutto dal nostro principio.

mano

Dai tratti i ritratti: fotogallery.

afronteindici

 

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LE STORIE MOSTRATE DALLE FOTO, MOSTRO SUI POST.

Per accelerare la visita sorrisobasta pulsare sulla freccia di destra.

mano

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“Amore fra i ruderi”: così in Basso, così in Alto?

afronteindici

libroLa storiella è di qualche tempo fa, ma ho sentito solo stamattina il bisogno di scriverla. Sarà anche perché solo stamattina l’ho capita. All’età che mi ritrovo, non del tutto per caso, la sessualità in pratico è emozionalmente scemata. Solo di molto tanto in tanto l’agisco autarchicamente, più che altro come raffreddatrice dello spirito quando lo riscontro un po’ nervoso. Fatto sta che una sera mi opero così, e poi mi addormento. Stavo nel sonno fra il si e il no, quando nella mente sento un brontolio di voci: maschili e femminili. Stanno dicendo che sono contrari a quel medicante piacere. Vanno avanti per un po. Su di quella solfa, (o non so se da quella) ad un certo punto emerge una voce di donna: un tantinello incazzata. Tacita lo schiamazzo delle altre voci dicendo: insomma! Se è fatto così! Al che, mi sveglio. Morale della storia: se da una voce della vita nello stato degli Alti, “i fatti così” vengono giustificati quando non recano errore e né dolore nella vita altrui come nella propria, nei Bassi di questo stato della vita, cosa legittima il giudizio quando è brontolante? Se fra i Bassi c’è la voglia di imperio, così è anche fra gli Alti? E se fra i Bassi c’è bisogno di Destra e di Sinistra, così fra gli Alti: anche lì minoritaria ma non per questo, non tacitata?

mano

Questo marchietto nasconde una qualche spiritica diavoleria?

afronteindici
separa

A me capita sempre una sola diavoleria: capisco solo dopo quello che ho scritto e/o fatto prima. Non per questo sto come corpo morto sta. Per aver conoscenza, infatti, basta solo che mi chieda: perché; e i perché arrivano. Rispetto al triangolo che adopero per dare forma trinitario unitaria ai miei argomenti, questo è rovescio. Per come la vedo, è rovescio perché si rovescia la vita quando agisce per rovesci principi. La vita che vive secondo rovesci principi è destinata a vivere nel buio, perché, simbolicamente parlando, è buia la coscienza priva del lume della conoscenza. E’ un buio che può giungere (per negazione della luce) anche sino al nero. Ammesso che possa consolare e/o tanto o poco giustificare, tranquilli: è capitato anche a quelli che diciamo santi, perché nel buio non ci sono rimasti. Vista, sul marchio, la prevalenza del nero, ne dobbiamo ricavare che i gironi della vita sono tutti così oscuri? Ricaverei quest’ipotesi se il marchietto fosse totalmente nero, ma così non è. Nella parte più bassa del triangolo, infatti, sta emergendo un’alba. Perchè nella parte più bassa e non prima che lo spazio (i giorni) certamente non manca? Mi sono risposto: perché l’alba emerge dal basso. Per ulteriore ipotesi: perché ci può essere alba anche nel nero più basso. Non da oggi si è detto sui simboli di rinascita indicati dall’alba, quindi, aggiungerò (solo se sfuggito ad altri autori) che ogni genere di alba è apportatrice di speranza e di letizia. Alla facciaccia del nero più nero!

Ho tratto il marchietto dalla sottostante immagine.

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x index

librops. di qualche giorno dopo.

Non trovavo nulla da eccepire sui significati tratti da un marchietto ricavato un po’ per caso. Tanto è vero che l’avevo messo in quasi tutte le pagine. Perché, nonostante la conferma del vero opinato, l’ho tolto? L’ho tolto, perché alla mia sensibilità, quel vero diceva il suo giusto a voce troppo alta. E’ un’immagine di carattere, infatti. Non che lo stato di quel carattere la renda tematicamente sbagliata, tuttavia la rende imperativa,  anche quando non intende farlo e/o esserlo. Volente o nolente che sia, la tendenza al bene servito dall’imperio è il diavoletto che è riuscito ha portar fuori stada non poche santità.  Chiaro è, che non lo so perché brancolo e/o brancolato da sante parti. Lo so, invece, perché (non sempre mio malgrado) ho frequentato certi pollai; perché ho brancolato con certi polli.

mano

Questo marchietto nasconde una qualche spiritica diavoleria?

separa

Ammessa ma rifiutata l’ipotesi, direi proprio di no: anzi! A me capita sempre una sola diavoleria: capisco solo dopo quello che ho fatto prima. Non per questo sto come corpo morto sta. Per aver conoscenza, infatti, basta solo che mi chieda: perché; e i perché arrivano.

Rispetto al triangolo che adopero per dare forma trinitario unitaria ai miei argomenti, questo è rovescio. Per come la vedo, è rovescio perché si rovescia la vita quando agisce per rovesci principi. La vita che vive secondo rovesci principi è destinata a vivere nel buio. Simbolicamente parlando, è buia la coscienza priva del lume della conoscenza. E’ un buio che può giungere (per negazione della luce) anche sino al nero. Ammesso che possa consolare e/o tanto o poco giustificare, tranquilli: è capitato anche a quelli che diciamo santi, perché nel buio non ci sono rimasti.

Vista, sul marchio, la prevalenza del nero, ne dobbiamo ricavare che i gironi della vita sono tutti così oscuri? Ricaverei quest’ipotesi se il marchietto fosse totalmente nero, ma così non è. Nella parte più bassa del triangolo, infatti, sta emergendo un’alba. Perchè nella parte più bassa e non prima che lo spazio certamente non manca? Mi sono risposto: perché l’alba emerge dal basso. Per ulteriore ipotesi: perché ci può essere alba anche nel nero più basso.

Non da oggi si è detto sui simboli di rinascita detti dall’alba, quindi, aggiungerò (solo se sfuggito ad altri autori) che ogni genere di alba è apportatrice di speranza e di letizia. Alla facciaccia del nero!

In XXL, ho collocato l’immagine originale in fondo alla pagina Index del Blog

https://perdamascoinblog.com/

finepagina

Non di meno, sempre alte le orecchie!


mano

Il legame con il contingente

è la corda di sicurezza di  chi percorre vie senza parapetti.

.“Ammetto che gli spiriti si manifestino solo ai malati, ma ciò conferma semplicemente, che gli spiriti non possono essere visti da nessun altro, non certo che non esistono in sé e per sé.”

alineabArgomentare su l’Oltre è come argomentare su un’arancia. Come un’arancia, infatti, ogni spicchio ha (ed è) di che essere nel Tutto. Così, dicendo sullo Spirito (la forza della vita sino dal principio che dello stesso Principio) mi sono ritrovato a dire sugli spiriti e sullo spiritismo, sulla Metempsicosi e sulla Medianità. Medianità, è la facoltà che permette di essere in mezzo  e il mezzo fra questa realtà e l’ulteriore, o per “scientifica” ipotesi, in mezzo e il mezzo che collega la parte conosciuta della mente con una parte sconosciuta. Comunque stiano le cose, cogliere questi argomenti è cogliere l’arancia su l’albero: la salita è complicata da rami e foglie. Comunque si salga e/o si decida, credo sia bene badare ad un incontrovertibile avvertimento:

il male sa fingere il bene, molto bene tanto quanto è male. Il che vuol dire, che il male, (anche quando è errore) può essere maggiore dove maggiore la rivelazione.

finepost

Ogni tanto mi capita di citare l’Eulalia Torricelli da Forlì.

libroDevo all’Avvocato Marinelli di Este, il ricordo del personaggio di questa canzone.  La cantava spesso. Persona vitale ed estroverso, quell’Avvocato. Solo negli anni a seguire ho capito che gli ricordava la sua Giovinezza di (in tempi tranquilli) tranquillamente fascista. In altri tempi non so. Molto probabilmente, gli ricordava anche l’amore nei Casini. Chissà se è stato un abbandonante Giosuè, il Marinelli. O se (qui lo vedo meglio) abbia amato un’abbandonata da un Giosuè. A suo modo, doveva esser stato un romantico il Marinelli. Assieme a Silvano (segretario altrettanto vitale, estroverso e politicamente affine) ho trascorso nell’anticamera del suo studio, giorni e giorni di perso con tetto precario a copertura di vaghe leggi. Il Marinelli è mancato da decenni, ma ricordo ancora la sua figura. Neanche l’avessi visto ieri! Come fosse ieri, ricordo anche il Silvano.

mano

A proposito della madre “esorcista” di Verona

afronteindici

libroAmmesso che Satana ne abbia veramente la facoltà (dei poveri diavoli non crediamo) dobbiamo anche ammettere che possa essere sia così potente da far credere agli esorcisti (e alle madri da esorcizzare) quello che gli fa più comodo. Così (siccome è il Falso per antonomasia) far intendere riuscito l’esorcismo (come non riuscito) dove, invece, sta attuando, immagino sornione, una sorta di intenzionale patteggiamento fra i contendenti in gioco nel campo del violato/a nell’animo. Ammessa l’ipotesi, se ne può ricavare che ogni partita fra Diavolo e Esorcista finisce (si fa per dire) pari e patta. A pari perché in quei casi non esiste vincitore, e a patta, perché, non potendo diversamente, le parti ne convengono. Da somma falsità che è, il diavolo si serve di vie traverse. A causa di quelle vie, non è da escludere del tutto un’ulteriore ipotesi: il diavolo si serve dell’animo di chi vincola, per vincolare (tanto o poco, cosciente o meno) l’animo dell’esorcista. Ammessa l’ipotesi, si può separarli in un solo modo: acqua santa per tutti!

ps. A quanto mi risulta vi è Spirito a favore della vita (lo diciamo Santo) e Spirito contrario alla vita: lo diciamo Satana. La vera identità, però, consiste nello stato della rispettiva forza. Della rispettiva forza, nessuna è in grado di sapere veramente, pertanto, nessuno può nominare. Citando Giulietta, al punto giunto, chiedo e mi chiedo: cos’è una mano? E se si chiamasse diversamente, sarebbe meno mano? Raccolto il guanto, vale anche in questo caso il “non nominare invano”, oppure fa comodo nominare, perché (nessuno escludendo) vanità, tutto giova alla vanità? E se nominare senza veramente sapere è sbagliato quando diamo del cretino, perché dovrebbe essere giusto quando diamo (ad esempio) del buono?

mano

Vita si nasce. Nel tutto si diventa.

capoverso

Sono alla costante ricerca dell’”ultima cosa bella”. Il che vuol dire che sono costantemente insoddisfatto. Giovedì 22 Novembre 2018, ad esempio, pensavo di aver trovato il miracolo formale! Mi sono accorto, invece, che non è era vero niente! Morale della favola: devo rifare tutte le pagine! Così da anni! Capire quanto si sia stressata anche Penelope con la sua tela non mi consola proprio per niente; e capire quanto lo sia stato il pur geniale Leonardo, preso dal suo fare e raro finire, nemmeno! Il fatto è, che è rarissimo riuscir a fissare l’immagine sublimalmente emozionale:  ed io non sono il genio della situazione. Non che il Leonardo abbia di che vantarsene più di tanto, devo dire! Tutto considerato, gli è successo solo una volta.

cornice

Inquisitore Torquemada, le scrivo dei fiori che trovo: sono sovrani.


fiore1

alinkpiccoloSarà caduto dal paraidisiaco scranno, penso, quando ha visto che li ho postati senza vaso. Spero non si sia fatto male. Almeno, non di più di quello che si è fatto durante la sua santa ignoranza. Dice che l’ignorante sono io? Può essere! Prima o poi capiremo. Lei ha solo cominciato prima. Ora, quello che lei ha capito e ha fatto capire a suon di sangue e di falò è generalmente noto. Senza sangue e ne falò, ora le dico quello che ho capito io.

fiore2

alinkpiccoloIl creatore della vita che lei chiama Dio e che io chiamo Principio (non vedo perché lo devo nominare invano e in modo vano) ha iniziato l’opera (stando alla Genesi) dando soffio alla Natura: il Corpo della vita comunque formato. All’epoca, terra, fango, o qualunque cosa ci sia stata al principio. Animata dal soffio generante, la Natura diede forma alla sua Cultura, (la Mente) così come un contenitore forma i contenuti che formano il contenitore. Per Cultura intendo il pensiero della vita comunque concepito. L’alito che ha originato la vita è la forza del Principio sino al suo stesso principio, lo dico Spirito. Lei lo conosce anche come Soffio e/o Pneuma.

fiore4

alinkpiccoloSe si vuole raggiungere il bene (e quindi, il Bene) la corrispondenza di stati fra Natura, Cultura e Spirito (Corpo, Mente e Forza) è indispensabile. Dove vi è mancante corrispondenza vi è dolore: male naturale e spirituale da errore culturale. L’inscindibile corrispondenza fra i tre stati rende la vita unitaria. Con altro dire, da trinità a unità. Naturalmente, l’assoluta è del solo Principio. Nel nostro siamo trinitario_unitari.

fiore5

alinkpiccoloOgni condizione che non permetta la soggettiva ricerca della personale unità è lacerante. Cosa l’impedisce? Nella persona, ignoranza e/o incoscienza. Nel “Principato e nella Religione”, invece, l’impediscono i presi da visioni di verità. Le dicono basate sulla Parola. Magari! Ben diversamente, sono basate sulle parole che hanno detto di essere della Parola. Cosa non si fa e/o non si dice per trenta denari di potere!

fiore6

alinkpiccoloDicendo “vita” la Parola ha detto il suo assoluto. Che altro doveva dire: che oggi dobbiamo andar fare la spesa e domani a pagare le bollette, e alla sera il rosario? Augurarci la buonanotte raccomandandoci di mettete la maglietta pesante perché se ci becchiamo la bronchitina non gliela mandiamo mica liscia? Dice giusto! Anch’io baso la Parola nelle mie parole ma diversamente da lei (e dei simili a lei) io non trovo la verità dove c’è la conoscenza circa cosa è vero, ma dove non c’è dolore.

fiore7

alinkpiccoloDiversamente dalla Cultura, la Natura sente anche quando quando la Cultura, non sempre sa.  Con la Natura, anche lo Spirito sente sempre (e quindi sa) prima della Cultura. Certo è, che se l’ascolto dello Spirito Paracleto non l’ha saputo fare lei, figuriamoci se lo può fare chi non è mai stato educato a farlo.

fiore8

alinkpiccoloIl dolore, che è male naturale e spirituale  da errore culturale, diventa il Male, tanto quanto lo si persegue con lucida coscienza. Mi sta dicendo che lei non hai mai perseguito il Male! Non sono in grado di confermarlo come neanche di smentirlo. Sono in grado, però, di leggere la Storia, e la Storia mi sta dicendo che lei ha perseguito i suoi ecclesiastici scopi anche se recavano dolore; e che dolore!

fiore9

alinkpiccoloIl dolore che ha procurato in nome della sua verità non ha mai arrestato il suo passo! Si può pensare, allora, che sulle spalle lei porti una ben pesante bagaglio di Male. Se per colpa o solo per il danno causato dall’errore, non sta a me dirlo. Mi sta chiedendo come mai ho censurato le foto dell’Album? L’ho fatto perché il suo spirito (tanto o poco, in modo palese e/o latente) influisce ancora su quelli con l’animo simile al suo; ed è con quelli come lei, che abbiamo ancora a che fare!

fiore10

alinkpiccoloSul luogo della vita che tanto orripila gli inquisitori, sull’ultimo ho messo due mani. Le ha dipinte il Michelangelo. Quelle mani  fissano il momento del passaggio fra la potenza divina e ciò che prima, secondo il pittore, era in sonno. L’unitario tocco fra quelle mani, dovrebbero ricordare a lei e a quelli come lei, che ciò che il Principio unisce non può essere separato. Chi lo fa, sta solo pasticciando il Suo disegno.

fiore11

alinkpiccoloHo messo in ultima questo Fiore perche si racconta che fra gli ultimi si sentisse a suo agio. Aveva ragione: non l’hanno ucciso loro.

crocefisso.PNGalinkpiccolo

fiore12

Non riesco a trovare motivi di stima nei suoi confronti, ma lo stesso la saluto con un augurio: si goda la bellezza in ogni vita.

Se non avesse della Verità, non ci sarebbe.

biblioteca

 

Vellai


panoramicavellai

linkminiPanoramica sui monti, e sulla stramaledetta salita verso il collegio. Solo il Signore sa quanto l’ho odiata, come ho odiato il chierico che c’è la faceva fare pressoché di corsa. Era certamente un prodotto dei suoi tempi quel soggetto (e passi!) Ci metteva del suo, però; e questo non me lo farò passare mai! Mi costi quello che mi costi!

collegioac

linkminiLa chiesa del paese. Come chierichetto non mancavo di far bella figura al collegio ogni volta c’era messa cantata, o in sesta perché c’era il Vescovo, ma dopo tornavo ad essere l’ignorata signorina. 

vellai

aintertemi

In visita da ex allievo


exallievo

Sono sul cortile davanti al collegio. Anche in questa foto sembro il patentato da Pirandello.

aintertemi

Finite le elementari, finì la mia permanenza a Vellai.


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Qui ci vorrebbe un e a capo. Tornare da capo ci sono riuscito centinaia di volte, ma metterci il punto, qui, non ancora.

aintertemi

Sono lo sciagurato che fa le corna all’amico.


elementari

Se è l’autore delle foto il compagno che si vede appena, eravamo destinati già dai soppranomi che ci eravamo dati, (io lo chiamavo Tocio e lui mi chiamava Conicio) a stare sempre assieme; e lo siamo stati, almeno sino al giorno della foto, quando, un gesto inconsapevolmente imbecille (in occasioni del genere i più grandi lo facevano) qualcosa incrinò. Dopo, non fu più come prima. Se mai fosse possibile tornare indietro per chiedergli di perdonarmi, per questo lo vorrei; e se non è lui, lo stesso.

aintertemi

S. Giorgio a Cremano: la caserma ed io.

sgacaserma

Mi misero nella garritta di sinistra, ricordo. La guardia non doveva portare occhiali. Quando dissi al sergente che senza occhiali non avrei saputo distinguere un generale da un caporale mi tolsero; fine del guerriero!

aintertemi

 

Ostici, i miei pensieri?

afronteindici

libroRisultano tali a dei Lettori.

Non  so: quelli che pensano ostici, io li vedo così.

matriosca

Hanno trovato eccessivo il mio uso delle virgole. Con le virgole, cerco di porre corrispondenza di emozioni fra il mio scrivere e il mio parlare, e il leggere del Visitatore. Non me ne vogliano i dottori se non è secondo ricetta.

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I segni della terra


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mano

La vita oggi deve proseguire per quanto siamo o per quanto sappiamo? E se per quanto sappiamo, altro non faremo che segare il ramo dove siamo seduti, che famo?! Staremo ancora lì a badare ai congiuntivi, o a censurare le parti dialettali?

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afronteindici

Cameriere al Du Lac di Bardolino

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Qui sotto sto recitando un qualcosa a favore di un qualcuno. Lo si fa per vivere quando non si vive. Quando non si vive si spera nei guadagni. Non si conoscono ancora i costi.

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La Mary: “amata”, “odiata”, mai dimenticata.

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Con Mary al Ristorante e in un locale notturno di Jesolo. Finito il lavoro ci siamo rimasti sino all’alba. A far che non me lo ricordo proprio, a parte la mia prima coca con whisky. Forse due. Forse tre. Alle sette, poi, senza dormire, ho servito da solo 90 colazioni! La capacità c’era. Latitava il resto.

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Caro Francesco ti domando: cos’è la verità?

lavitaSecondo i Vangeli il Cristo non rispose. Perché non conosceva la risposta, o perché pensava (ipotizzo) che rispondere a chi “non ha orecchio” è “soffio” sprecato? La questione mi è tornata fra i pensieri durante una breve pausa dal lavoro di ristrutturazione del mio Blog. Colgo l’occasione per scrivertela. Sarò brevissimo. Te la scivo, non tanto perché penso sapere quello che presumibilmente sapeva Cristo, ma perché io non sto zitto neanche se mi pagano! Comincerò, allora, con il dirti il luogo: il luogo della verità è nella cessazione del dissidio, vuoi fra vita e vita, vuoi fra vita e Vita. Perché? Lapalissiano, direi. Perché nella cessazione del dissidio subentra il silenzio, vuoi fra vita e vita, vuoi fra vita e Vita. Dove subentra il silenzio non può esservi l’errore. Dove non può esservi l’errore, la vita tace. Dove tace già dal principio, la verità detta dal silenzio è vita al principio. Dove la vita è al principio del silenzio, il Principio è il Silenzio della Vita, che nella Verità e per la Verità, non può che tacere. Poiché il Principio della vita è stato di vita Assoluto, non può non essere che Primo, Uno, e Sovrano. Ne consegue, che Prima, Unica, Assoluta e Sovrana, non può non essere la Verità del Principio. Poiché al principio vi è la vita del Principio, e poiché in quanto Assoluto perché Primo e Sovrano, non può non essere l’Uno, per quell’unità ne consegue che, al principio di ogni principio, la somma risposta sulla verità è vita. Se ciò vale per la vita a somiglianza del nostro principio, ciò non può non valere per l’Immagine del Principio della Vita?

lavitasotto

Immagine e Somiglianza

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Un sasso e un monte hanno analoga verità nell’essere ambedue calcare. Ammesso il rapporto fra Immagine e Somiglianza, se così è in Basso così non può non essere in Alto. Per Basso intendo il pensiero di questo stato della vita (il sasso) e per Alto intendo la capacità di elevare i suoi principi a un Principio: il Monte. A ragionamento dato, quindi, “per Damasco” è l’elevazione raggiunta dal pensiero di un sasso, sui sassi e sul Monte.

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Nel Principio e nei principi c’è la parola

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https://perdamascoinblog.com/2018/06/30/nel-principio-e-nei-principi-ce-la-parola/

Essere, o come essere? Questo è il problema!

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https://perdamascoinblog.com/2018/11/11/questo-e-il-problema/

 

In una stilla di universo il capoverso.

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IN “per DAMASCO” – VERSO LA VITA E ALTRE STORIE

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https://perdamascoinblog.com/2018/11/10/in-una-stilla-di-universo-il-capoverso/

Questa professione di fede è un tantinello eretica.


Non tentate. Non sapete. Non potete. Io sono quello che sono.

aintertemi

Sono Parola. Sono la Forza. Sono il silenzio e la sua emozione. Non mi trovate nei perché e nei percome.  Sono l’irraggiungibile stazione delle vostre tesi su di me.

Io sono l’Amore. Non sono il Divisore. Sono colui che vi eleva la croce. Sono la vostra voce. Non sono lo scranno della vostra brama di sapere. Non mi tocca la fama: nessun potere.

Sono la chiesa che dura. Non mi serve muratore: nessuna struttura.

Io sono il Verbo. Sono la vostra mano. Il vostro piede Sono il principio di ogni luce. Sono dove il dissidio tace. Sono Pazienza. Clemenza. Pietà. Umiltà. Semplicità. 

Sono la vostra profondità.

Sono dove c’é fede. Dove il bene intercede. Sono l’Universo che tutto contiene. La Promessa che mantiene.  Sono acqua per la vostra sete. Il vostro mare quand’è in quiete.

Non sono Figlio. Non sono Madre. Sono il Padre. Sono il senso di moglie. Non sono le sue doglie. Sono il senso di marito.

Io sono l’Infinito.

Sono Sovranità, Libertà, Carità, e l’Immagine della vita: mio primo ed ultimo profeta.

Io sono il basso e sono l’alto, larghezza e lunghezza, geometra e geometria.

Sono, la tua poesia.

archiviosinen

La scienza e l’anima

Un corrispondente mi dice: “Possono esserci delle forme di “energia psichica”, che fino ad oggi non abbiamo scoperto né misurato, che spiegano questi fenomeni?”

afinedueGli rispondo:

Credo di averti accennato alle mie possibilità prano. Le ho sempre avute? Ammettiamolo come possibile, tuttavia, a tutto pensavo mentre non sapevo da che parte girarmi per la cura dell’Amato: questo, prima di un tentativo. Al massimo, mi sono detto, mi sentirò ridicolo: e così è stato. Ero all’Ospedale di Legnago. L’Amato, a letto, era girato verso la finestra. Pian pianino gli vado alla schiena e gli poso le mani sulla nuca. Non mi aveva visto e io non gliel’ho toccata, nonostante ciò, si gira di colpo! Vede che sono io, si rilassa, e torna nella posizione che era. Bofonchio qualcosa e rimango lì come il fesso che pure in età adulta si fa prendere con le mani nella marmellata! Mi muore. Inizia la mia ricerca di contatto attraverso lo spiritismo: lo “trovo”. Mi iniziano gli influssi, le testimonianze, le emozioni, tipiche dell’esperienza medianica. Passano gli anni ma il ricordo della sua reazione non passa. Mi risento ridicolo ma ci riprovo con conoscenti in momentaneo disagio fisico. Avvertono emozioni di caldo, di freddo, tremolii, senso di rilassatezza e generale benessere: passa anche qualche dolore. Vorrei poterti dare un qualcosa di quantistico, invece mi vedo costretto a dirti: questo è quanto.

Mi risponde:

Accolgo con interesse la tua testimonianza su un percorso personale che hai raccontato in modo più disteso del solito, e ti segnalo il punto esatto in cui comincia il mio dissenso. “se vi sono gli spiriti, mi sono detto, ci sarà pure lo Spirito”. Nel momento in cui hai dovuto cercare di interpretare questo vissuto molto importante e significativo, l’unico supporto culturale che hai trovato è stato nel concetto di “spiriti”. Ti sei ritrovato, quindi, scusa se te lo dico, culturalmente nella preistoria, nella cultura prepagana addirittura. Altro supporto non hai avuto. Quindi perdonami ancora se ti dico anche questo: che, come non ritengo che il concetto di “spiriti” sia culturalmente adeguato per interpretare questi fatti, altrettanto inadeguato è quel salto logico un po’ grottesco che fai, passando dagli spiriti allo Spirito. A fronte di queste spericolate deduzioni, insisto che un onesto “non capiamo ancora” è molto meglio di teorie arrampicate sui vetri. Purtroppo queste mie parole risultano contro la mia volontà inevitabilmente saccenti e offensive senza volerlo, perchè ricordare a qualcuno i limiti della sua conoscenza (considerando che ognuno di noi ne abbiamo) non è mai bello né simpatico. Però, purtroppo, è questo che si deve dire: che non è con la teoria degli spiriti che si possono studiare e comprendere i fenomeni paranormali, come quelli che tu descrivi, che sono certamente reali, ma che meritano un approccio con le categorie di pensiero del 2000 dopo Cristo e non del 2000 prima di Cristo. Detto con amicizia e incrociando le dita che tu non ti incazzi.

Gli replico

Sciogli le dita, Mauro, che in vista non c’è nessuna tempesta! Da nessuna parte ho affermato di conoscere la verità, quindi, la tua, entra da una porta aperta. “Se vi sono gli spiriti ci sarà pure lo Spirito”, è come se avessi detto che se c’è Mauro ci sarà pure suo padre. Chiaro è, che se conoscessi tuo padre, avrei detto che se c’è Mauro ci sarà pure Antonio, ammesso ma non concesso che tuo padre si chiami così. Si, come cultura è un po’ scarsina, ma su quale altro argomento avrei potuto basarmi: su 2000 anni di teologiche balle? Si, la mia è solo una elementare deduzione. Certamente azzardata sino all’idiozia, se solo avessi proseguito nel dire che cos’è lo Spirito. Invece, ho solo detto che è la forza della vita sia dal principio che del Principio, se ammettiamo un iniziale generante. Dici che è stato il Nulla? Bene! Allora vuol dire che quel Nulla ha generato la vita. Già, ma, chi ha generato il Nulla come vita? E se ammettiamo che quel Nulla non sia un sasso, quale “biologia” gli permette di essere vita? Memore della “biologia” degli spiriti, mi sono detto: quella di uno Spirito. Dici che con questo mi sono ritrovata nella cultura prepagana? Sbagli, Mauro. Mi sono ritrovato molto prima di ogni cultura: mi sono ritrovato da chi ha generato ogni possibilità di cultura. Dici che, seguendo il mio ragionamento, sei disponibile ad ammettere che è stato un Cosa ma, mai, un Chi? Benissimo! Trovo che nella vita ci sia spazio anche per una “teologia” naturale. Dici che non è con le mie teorie che si possono capire i fenomeni paranormali? Se condividiamo il fatto che la Natura fa la Cultura, come la Cultura fa la Natura, direi che sono due le vie per capire i fenomeni in oggetto. Io li capisco attraverso Natura, (il corpo della mia vita e della vita) altri li capiranno attraverso Cultura: il corpo delle conoscenze proprie, sommate a quelle altrui.

afaldoniconchiave

Ragione nella Fede e Fiducia nella Ragione – Cautela verso i misteri. a Eugenio S.


manoTutte le lettere dei primi tempi (comunque, di anni) sono lunghe come l’anno della fame:  la intervallo. 

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In uno scritto di tempo fa, si chiedeva ” se il bene morale, in qualche modo non avesse una origine naturale “. Indubbiamente. I contenuti della vita senza il corpo contenitore, sono come dell’acqua senza ciò che la raccoglie, così, l’Acqua (Essere ed Essenza) che dal Suo sè volle originare la vita a propria Immagine e Somiglianza lo poté solamente dopo aver principiato il bacino: la Natura. La Natura è il corpo che raccoglie le emozioni date dai contenuti che sono nella Natura della Cultura della vita sino dal Principio. Il Corpo è Natura (contenitore) della Cultura (contenuti) della vita secondo la forza del suo Spirito: Natura della Cultura della forza dell’Acqua (spirito dell’Essere e sua essenza) che si travasa nella realtà che principia: la vita nei multiformi ed infiniti aspetti. La Natura, più sente il bene e, tanto più, proiettando la forza della sua vita (il suo spirito) si protende verso un principio di vita sempre maggiore: il Bene. La Natura che attraverso il senso del suo bene eleva la sua Cultura al Principio (il Bene) non può non essere il principio della morale culturale propria dello stato naturale. Tuttavia (in ragione dell’unitaria corrispondenza fra gli stati) siccome la Natura sente ciò che la sua Cultura sa (come la Cultura sa ciò che la sua Natura sente) allora il Principio della morale naturale non può non essere anche il Principio della morale culturale. Al Principio del bene nella Natura, quindi, non può non corrispondere che quello del Vero nella Cultura. Siccome il rapporto di corrispondenza fra il Bene nella Natura ed il Vero della Cultura è vita e, la vita, è data dalla forza dello Spirito, allora, la morale naturale – culturale non può non essere anche spirituale, cioè, secondo Spirito. Siccome lo Spirito che si origina dalla corrispondenza fra il Bene ed il Vero non può non essere Giusto, ne consegue che la Giustizia è la morale della Natura della Cultura della vita secondo Spirito. Il Principio del bene, secondo quanto è vero alla Sua cultura e giusto alla sua forza, ha originato la vita. Allora, la morale naturale, culturale e spirituale della forza dello Spirito della Natura della Cultura del Principio della vita, è la vita. La morale della vita del Principio (la vita secondo la forza dello Spirito) è principio che non si ultima se non ultimando il suo stesso principio, cioè, la stessa vita. Se il Principio ultimasse la sua vita, avendo in se la fine non sarebbe principio; ne consegue che il Principio della Vita “è”. Mi si potrà obiettare che potrebbe anche non esserci un Principio divino ma il solo naturale. Ben vero. Credere nel Principio naturale della vita, dato il principiato, è più che ovvio, ma, dato il principiato, credere nel Principio divino della vita, è un’ovvietà data solamente dalla Fede. La Fede è elevazione della Fiducia. Tanto più si ha fiducia nella vita e tanto più la si ama. Tanto più la si ama e tanto più ci ama. Tanto più la si ama e tanto più ci ama e tanto più questo amore ci eleva verso il supremo principio: l’Amore. In tutti gli stati della vita (umana, sovrumana, quanto divina) l’Amore è Comunione. La comunione è l’Alleanza che permette la vita: amore fra i suoi stati. Paragonando l’ascensione spirituale ad una scalata, direi che come si sale su una cima solamente avendo dei buoni polmoni naturali, così si può salire dal principio naturale della vita a quello divino se si hanno dei buoni polmoni culturali e spirituali. Fiat e Amen sono i polmoni culturali e spirituali della vita. Il primo è quello della volontà di vita (accoglienza del fiato della Vita nella nostra) ed il secondo, quello della remissione del Suo fiato (spirito e forza) secondo il fiato (la volontà di vita) dello spirito della nostra forza. Perché principio alla vita, (fiat) nel primo momento la Vita ci determina. Perché remissione di vita, (amen) nel secondo momento la Vita ci accoglie per poter determinare la vita secondo il Suo principio: vita.

afronteindici

manoLa fiducia è amore verso la vita secondo il principio del bene detto dalla Natura. Secondo il principio del Bene detto dalla Cultura, la fiducia è Fede quando è amore verso la Vita. Tanto più la fede verso la vita è certa perché nella fiducia ama e per fiducia è amata dalla Vita e, tanto più la condizione di quella fede eleva al Principio. E’ una fiducia (la fede che si eleva al Principio) che per quante parole si usino non si riuscirà mai a comunicarla secondo Cultura. Non ci si riuscirà mai, perchè, per quanto la Cultura possa dirla, solo la Natura la può sentire e, dunque, sapere. Nessun titolo ma, solo questa soggettività, è ciò che rende eletto, perchè proprio, il rapporto fra la vita e il Principio. L’elezione collettiva (quella di un popolo) è data dalla comune Cultura della vita religiosa verso la quale esso si volge. Se si volge verso il Bene, certamente è collettivamente eletto tanto quanto vi si volge. Nel sentirla collettivamente, in ragione dello stato qualitativo, certamente vi è il quantitativo massimo di una Cultura religiosa, ma, questo tipo di elettività, tanto può dare collettiva spiritualità quanto può dare collettiva vanagloria. Il principio della Vita è vita: essendolo, è vita in tutte le direzioni ed è la vita di (ed in) tutte le forme. Allora, la gloria religiosa è del Popolo e/o dell’Individuo che segue il Principio della Vita: vita in tutto ciò che ha originato, vuoi di simile, vuoi di alterno e/o di altro. La vanagloria religiosa, invece, è del Popolo e/o dell’Individuo che, pensando eletta solamente la vita che segue la sua stessa Cultura, ne fa questione di vanto, di potere, e di crociata per innumerevoli forme. La dove il Popolo o l’Individuo non segue il principio della Vita (dare vita in tutte le direzioni ed in tutte le forme) non è spiritualmente eletto tanto quanto si dissocia. Un Popolo (e/o un Individuo) si dissocia dalla vita sino al suo Principio, tanto quanto (per sé o contro altro da sé) a se associa il dolore: male naturale e spirituale da errore culturale. Chi (Individuo o Popolo) eleva la propria Cultura a Principio della vita di altra, compie una spirituale coercizione (ma al punto sarebbe meglio dirlo spiritica) ogni qual volta (separando una vita dalla sua Cultura) ne origina il corrispondente dolore. E’ in overdose di se, l’Individuo e/o il Popolo che, secondo l’idea che ha del suo Principio, determina la vita altra. Supporre che quell’esaltazione non possa non avere che origine divina tanto può essere intensa, significa che si può anche non tenere in debito conto le esaltanti possibilità dell’io quando, per ciò che sa o crede, eleva il suo spirito a quello Sovrannaturale. Pur avendo vita dallo Spirito e, dunque, facoltà di forza, la vita sovrannaturale non necessariamente significa divina, in quanto, non tutta la vita di quello stato corrisponde con quel Principio. Ci vuole un attimo per cadere nell’errore di confondere ciò che è dell’Io umano o soprannaturale dall’Io divino ma ci vuole anche un attimo per annullare quell’errore: infatti, nell’elevazione spirituale (diversamente dall’elevazione di origine spiritica umana quanto sovrumana che è sempre esaltazione) lo stato della pace verifica l’errore. La pace è un’estasi. L’estasi è corrispondente allo stato che l’origina: così, vi è l’estasi naturale e culturale. Se l’estasi è data dalla corrispondenza dell’insieme degli stati della vita e, con la propria, l’altra sino a comprendere la Vita, allora, secondo lo stato di quello stato di alleanza, l’estasi è spirituale.

afronteindici

manoL’estasi umana che proviene dalla spirituale comprensione della vita del Principio divino è certamente elevata ed elevante, ma, per quanto elevata, quella comprensione, l’estasi che pure innalza l’umano, comunque non lo eleva oltre il suo stato culturale. Non lo eleva oltre, perché lo stato che pure la sente al disopra della sua Natura, non per questo la sa al disopra della sua Cultura. Non la sa al di sopra della sua Cultura perché la Natura àncora la sua Cultura alla realtà dello stato di appartenenza (secondo il caso, umana o sovrumana) dello spirito elevato dalla conoscenza. Ciò che non si sa al di sopra della nostra Cultura, lo si sa perchè lo si sente secondo Natura. Lo si sa perché lo si sente quando concediamo alla Natura della Cultura della Vita, la volontà di determinare la Natura della Cultura della nostra. Per quella concessione, tanto quanto si determina di essere diretti secondo il Principio della Vita (vita in tutti gli stati della vita) e tanto quanto la nostra è in pace. La pace di origine divina, dunque, è sentita nell’acquiescenza spirituale (remissione verso la Vita della forza della nostra) della determinazione naturale (forza del sentire), culturale (forza del sapere) e, spirituale (forza della vita) che accetta di accogliere l’Infinito nella sua. Siccome nella pace che segue alla remissione della vita alla Vita non vi può essere dissidi, ecco che la pace divina è quell’emozione spirituale che per essere non può non subentrare che all’annullamento, per delega verso la Vita, della volontà di determinare la nostra. Tanto più la determinazione della volontà viene annullata perchè delegata al Principio della Vita (la vita) e tanto più divina, perché universale, è la pace che subentra nel nostro spirito. In presenza di esaltazione, allora, o è personale la forza esaltante o è di inconoscibile identità. La Vita tutto comprende fuorché il dolore. Sia nel Particolare (e fra particolari) che verso l’Universale, il dolore è ingiustizia verso la vita perchè è sempre e comunque male da errore. Sia la remissione che l’esaltazione della vita propria che dell’esaltazione della propria su altra, quando originano dolore, non possono essere giuste; se non possono essere giuste, allora, non possono neanche essere vere. Nella ricerca del Principio della Vita, sono guida le parole: “ognuno fa (e/o da) quello che può.” Ognuno fa (e/o da) quello che può, non perchè la Vita limiti (la Vita non può limitare se non condizionando il Suo principio, la vita) ma perchè è giusto che non possa fare o dare più di ciò che può: è giusto perchè dare o fare più di ciò che si può pone in afflizione, ed essendo l’afflizione un non bene, allora è errore tanto quanto è dolore. In ragione del nostro stato di vita e, secondo lo stato del nostro stato di vita, tutti siamo capaci di comprendere l’Infinito. L’Infinito non ha punto di principio (se lo avesse non sarebbe infinito) pertanto, l’Infinito “è”. Per iniziare a comprendere l’Infinito si può partire da un qualsiasi suo punto, ad esempio, l’Io. Ammesso l’Io come principio di conoscenza, ad esso si somma tutto ciò che si sente e si sa. Al termine di questa addizione, si sa sull’Infinito, quanto siamo in grado di comprenderlo in ragione di quanto si sente e di quanto si sa. Tanto più la Persona sarà in grado (anche perchè messa in grado) di sommare le informazioni di sentire e di sapere e tanto più amplierà la sua conoscenza e, dunque, anche il suo stato di infinito nell’Infinito. Accolto l’Infinito perchè accolto quanto sentiamo e sappiamo circa il nostro stato di infinito, allora si può dire che si è nell’Io del Principio (e, dunque, nell’estasi che ci coglie) tanto quanto siamo in grado di conoscere la vita. Credere nell’Infinito, non necessariamente ha bisogno di una Cultura religiosa, tuttavia, il suo Principio ha bisogno di fede nella Sua vita.

afronteindici

manoDato il rapporto di corrispondenza fra la Somiglianza e l’Immagine, ciò che appartiene al particolare (la condizione trinitario – unitaria degli stati della Persona) necessariamente, appartiene anche all’Universale. Allora, è fede verso il Principio, universale perchè infinito, la certezza dello stato trinitario – unitario della Persona: Natura (il bene) della sua Cultura (il vero) secondo la forza dello Spirito (vita del Giusto dal Bene che proviene dal Vero) che l’ha principiato. Quando si sa la vita del Principio (ovviamente, in ragione di quanto si può) e, tanto quanto (per accoglienza) la si sente universale nella nostra, allora, non vi è alcun mistero sull’esistenza del principio dell’Essere (divino perchè supremo) in quanto, a quel punto, la fede muta la certezza per speranza in certezza per sapienza. Sentire l’Universale nel particolare non significa che quel sapere sia panteistico. Nelle cose animate secondo il loro stato di vita non vi è l’identità di Dio ma ciò che può perché sa. Sentendo la Natura di questa vita (il bene) si inizia a capire (perché sentire) l’Universale Natura della Vita: il Bene. Chiaramente, ne la si sentirà e ne la si capirà per assoluti (che di assoluto vi è il solo Principio) ma la si capirà così com’è sia la vita umana che sovrumana, cioè, secondo stati di infiniti stati di corrispondenza fra vita e vita e fra vita e Vita. La morale della Vita (vita per ciò che è bene per la sua Natura, vero per la sua Cultura secondo quanto è giusto per il suo Spirito) è principio e meta. Lo è di principio e di meta sia verso la vita propria che verso quella sociale; per elevazione di principi lo è della spirituale. Se la meta spirituale che questo stato di vita si propone è la vita del Principio, allora, data la nostra vita, principio e meta è il Bene della Natura, per il Vero della Cultura, secondo quanto è Giusto allo Spirito: forza della vita della Natura della Cultura della vita del Principio do ogni vita. Da ciò che mi comunica attraverso i suoi scritti mi è sempre parso di capire che Lei senta la guida che la lega alla terra (il filo della vita dato dalla Cultura della Natura) troppo corto per la sua voglia di cielo. Non è vero che il filo è corto. Ci risulta corto perché cerchiamo anche fuori e/o sopra di noi, ciò che, primariamente, è dentro di noi. Se ciò che è dell’Immagine non può non essere della Somiglianza, allora, se lo stato di forza dello Spirito è l’immagine spirituale dell’identità della Vita, dato ad ognuno il proprio stato e secondo lo stato del proprio stato, la forza del nostro spirito è l’identità spirituale della nostra vita. Siccome lo Spirito è forza, necessariamente, la forza della vita (lo Spirito) guida la vita (rapporto di corrispondenza fra Natura, Cultura) secondo stati di forza: naturali, culturali e spirituali. Quegli stati sono: l’esaltazione, (emozioni in eccesso) la depressione (emozioni in difetto) e la pace: emozioni di quiete per assenza del dissidio. Gli stati della forza di spirito (le sue emozioni) sono il verbo dello Spirito presso il nostro. Lei mi dirà che tre parole non sono poi molte. In effetti pare così, se solo pensa a quanti stati di vita ci possono essere in quelle tre parole, converrà che il vocabolario dello Spirito è infinito.

afronteindici

manoL’esaltazione è ingiustizia verso la Cultura; a causa di quell’eccesso di vitalità, il sapere non corrisponde al sentire. La depressione è ingiustizia verso la Natura; a causa di quel difetto di vitalità, il sentire non corrisponde al sapere. La pace è giustizia verso la vita, perché, nella pace, la vita data dalla forza del suo spirito “è ciò che è”: Natura che sente (e dunque sa) ciò che la sua Cultura sa e dunque sente. Dove per la giustizia data dalla pace cessano i dissidi, allora, il bene (la Natura) corrisponde al vero (la Cultura) per quanto è giusto allo Spirito. Se cerchiamo la vita ascoltando la forza del nostro spirito in quello che si è per ciò che si sente in quello che si sa, il che significa in pace, spiritualmente parlando il filo della vita non è ne lungo e ne corto, ma, giusto. In genere, se viviamo il filo come lungo, o è perché la Natura si esalta sulla Cultura (tipico della giovinezza) o è perché la Natura deprime la Cultura: tipico della vecchiaia. In effetti, sia ai giovani che hai vecchi (almeno presso i dolenti che gli altri tutt’al più lo sperano) la vita sembra non finire mai. Negli uni per il peso culturale corrispondente all’età, negli altri per il peso naturale corrispondente all’età. L’età che vive il proprio filo come forte è esaltata dalla forza (dallo spirito) della vitalità naturale. L’età che vive il proprio filo come debole è depressa nella forza (nello spirito) della vitalità culturale. L’esaltazione e la depressione sono patologie da disordine nei rapporti fra gli stati della vita: Natura, Cultura e Spirito. L’esaltazione o la depressione quando fissano di se lo stato di una vita (o la sua totalità) ne ammalano la forza: lo Spirito. Quanto per conoscere sanno sentire come per sentire sanno conoscere, il rapporto di vita fra gli stati di Natura, Cultura e Spirito, per essere giusto non può non essere mediato. Siccome la forza dello Spirito è ciò che da vita ma la vita e data dalla corrispondenza fra Natura e Cultura di tutti ed in tutti gli stati della vita, allora, lo Spirito, è il mediato mediatore degli stati della vita. Considerato che la mediazione fra gli stati della vita è la corrispondenza che ordina la vita, allora, l’ordine concesso dal rapporto della forza di spirito che si origina dalla corrispondenza fra gli stati della vita non può non essere norma di vita e, dunque, Norma della vita sino dal Principio. La forza della Cultura della Natura della vita, il bene, è guidata dalla Natura della Cultura della Vita: il Bene. Se lo stato di una vita è nel bene per quanto è vero alla giustizia del suo spirito, allora la sua vita (il suo filo) non può essere ne forte (esaltato) e ne debole (depresso) ma, come dicevo innanzi, in pace perché di ordinata corrispondenza, e dunque, giusto. La Natura, attraverso gli stati della sua forza di spirito, sente sempre (e dunque sa) ciò che la sua Cultura non sa, perché non sempre sa ciò che sente. La Cultura sa ciò che la sua Natura sente, quando vi è coscienza di quel sapere, ma, la Cultura è cosciente di un dato sapere solamente se il naturale sistema del sentire (i sensi) gli conformano il culturale sistema del sapere: il senso. Dove fra il sistema del sentire (i sensi) e quello del sapere (il senso) vi è separazione, allora, tanto quanto vi è separazione fra i sensi ed il senso, non vi è vita tanto quanto la Cultura non sa ciò che la sua Natura sente.

afronteindici

manoDiversamente dalla Cultura (ciò che si sa) che deprivata dai sensi non sente ciò che sa, la Natura (ciò che vive ed è secondo la sua forza) sente sempre (e dunque sa) perché, anche se di per se non ha proprietà di concetto, tuttavia ha il senso dei suoi sensi. Di fatto, se ad una Natura (per Natura intendo il corpo della vita comunque formata) si provoca una qualsiasi pressione in una qualsiasi sua parte, certamente, essa può anche non saperne definire la causa, ma, in ogni caso la sa perché la sente. Se la Natura sa, anche oltre la Cultura, non la Cultura può essere l’avvio di ricerca del Principio della Vita, ma, la Natura: il bene della vita particolare dato dal Bene della Vita universale. Nel sentire il bene nella nostra Natura, tanto quanto la forza del nostro spirito sta bene perché è diretta al Bene e, tanto quanto siamo in grado di capire se la via (Natura) della nostra vita (Cultura) è giusta nella direzione verso il Principio del Bene: Natura della Cultura della Vita per la forza dello Spirito. Naturalmente siamo in grado di capirlo, in ragione di quanto sappiamo elevare la nostra fede perché sappiamo liberare la nostra ragione da ciò che esalta o deprime il nostro spirito. Per sentire e dunque sapere la nostra vita è necessario che fra i suoi stati (Natura, Cultura e Spirito) vi sia corrispondenza di vita. Per giungere alla corrispondenza di vita è necessario che tutti gli stati della vita abbiano la stessa forza di spirito, cioè, la stessa vita. Lo Spirito, sia nel divino che nell’umano, che media gli stati della vita per dare a tutti la stessa forza, (la vita) non può non essere Paraclito. Tornare a sentire la Natura della nostra vita è tornare a sentire la Natura della Vita. Tornare a sapere la Cultura della vita è tornare a sapere la Cultura del Principio. Tornare a sentire la nostra forza è tornare a sentire la forza della Vita: lo Spirito. Rientrare in stati di vita antecedenti (antecedenti perché la Natura è prima della Cultura) è come tornare bambini: vita naturale prima della culturale. Tornare naturalmente e culturalmente bambini, significa delegare la Cultura della vita che ci fa vivere al padre naturale che ci ha originati. Tornare spiritualmente bambini, invece, è delegare la Cultura della vita che ci fa vivere, al Padre della vita spirituale che ha originato la nostra. In genere, la Cultura della nostra Natura di “grandi” teme di tornare al Principio della Vita: il Padre. Lo teme perché, nel farlo, rivela la pur indispensabile transitorietà. Ciò che teme la Natura della nostra vita, confortata dalla forza dello Spirito che proviene dalla conoscenza dell’infinito Principio della vita (la Vita) non dovrebbe temere la forza della nostra Cultura. Nel confidare nella Cultura del Padre (il Principio della Vita) quando si è deboli perché piccoli (ed in questo senso, fanciulli sia da bambini che da adulti) vi è l’essenza della morale naturale, mentre, nel farlo quando si è “grandi” vi è l’essenza morale della vita naturale, culturale e spirituale. Convengo con Lei, che tornare bambini da grandi sia tutt’altro che semplice (per me non lo è stato affatto come non lo è restarci) ma pur vedendo tante scelte, non vedo altra strada.

afronteindici

Sul Padre della vita e l’Immagine e la Sua somiglianza.

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Degli edifici che in crescita mi hanno fatto abitare mi sono rimasti i diroccati, ma ancora mi pongo domande su quanto resta.  Non ho pretese di Risposta.

La corrispondenza di stati fra Natura, Cultura e Spirito è vita. Il principio dell’uguaglianza è dato dalla corrispondenza fra un’immagine e ciò che gli somiglia. Secondo questo principio, dato ad ognuno il proprio stato e secondo lo stato del suo stato, la vita che è dell’ultimo (l’immagine originata) non può non essere a Somiglianza dello stato del Principio della vita: Immagine originante. La vita del Principio, allora, ha gli stessi stati dell’Immagine che è a Sua Somiglianza: Natura, Cultura e Spirito. La corrispondenza di stati è vita sia nello stato supremo che nell’ultimo. La vita, quindi, è l’Immagine della vita sia dello stato principiante che dello stato principiato. L’identità della vita conseguita dal Principio è data da ciò che sente la sua Natura per quanto sa la sua Cultura ed in ragione della forza del suo Spirito. Se così è per la Somiglianza, così non può non essere per il Principio di ogni immagine a Sua somiglianza.

afinetre

Sulla Sofferenza, sul Crocefisso e sulla Croce, sullo Spirito che è Mediatore e sulla autenticità del Mistico a Marco P.

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E’ ben vero che si esalta e/o si eleva anche la complessità della vita della Cultura quando si esalta la sofferenza e/o comunque la si eleva, ma, non si può non farlo se non a scapito della vita della Natura. In ragione dello stato della sottomissione, una Cultura – propria o altra – che sottomette la Natura ( ropria o altra non può non alterare lo Spirito (la forza della vita propria o altra. Se nessun squilibrio può essere buon consigliere, quanto può essere mistica guida? Il Crocifisso, simbolo del sacrificio di Colui che amò la vita oltre se, oltre i suoi tempi, ed oltre il loro modo, per un verso è l’immagine di un amore e di un amare e per altro è quella della conseguenza del rifiuto del sentimento proposto. Se un dato amore e/o modo di amare origina dolore in se e/o in altri da se, e/o nei tempi in cui si ama e/o nei modi, ciò può essere: o perché ( poco o tanto che sia ) non lo si capisce, o non lo si condivide. Se non lo si capisce, e/o non lo si condivide può essere perché lo si propone in maniera non corrispondente ( e, dunque, erronea ) alla coscienza ( luogo della vita del se, del modo di viverla e del tempo in cui la si vive ) di ciò che è alla conoscenza dei destinatari del messaggio. Se fosse, allora il Crocefisso, potrebbe non essere, solamente segno della negazione di quegli atti ma anche il segno dell’errore nel modo di comunicarli. Al punto, se in amore e/o in amare esistono i sacrifici può anche essere perché ad ogni se, ad ogni modo e ad ogni tempo, non è dato il suo. La Natura ( il peso nella vita ) della Cultura ( la sostanza nella vita ) della Croce ( simbolo del peso sulla sostanza ) non necessariamente significa sofferenza: tuttal’più fatica. La fatica diventa sofferenza quando il peso è dose in over. Le sofferenze da overdose di fatica sulla Natura, sulla Cultura o sulla vita sono possibili tanto quanto non ascoltiamo le indicazioni date dalla forza del nostro Spirito. Esse sono: la depressione (peso sulla Natura), l’esaltazione (peso sulla Cultur ) e la pace. La pace è giustizia: bene per quanto al vero è giusto nella corrispondenza fra la Natura ( al Principio, il Bene ), la Cultura ( al Principio, il Vero ) e lo Spirito: al Principio, il Giusto. Se la corrispondenza fra gli stati della Natura, della Cultura e dello Spirito è carente ( sia per eccesso come per difetto) anche la vita che originano non può non esserlo. Se la vita che ne viene è carente, carente è la forza di Spirito che si procura alla vita di quegli stati.

Lo Spirito, allora, è si, la forza della vita che ne origina il principio ma la condizione di vita dello stato originato ( la vita) è qualità del ricevimento della sua forza. Lo Spirito, dunque, non può non essere che il mediato ( dagli stati ) mediatore ( degli stati ) della forza della vita che promuove. In questo senso è Paraclito. Lo Spirito è in pace quando tutti gli stati della vita hanno lo stesso stato di vita. Lo stesso stato di vita si raggiunge tanto quanto una vita è in comunione sia con il proprio se quanto con altro da se. Vi è comunione con se stessi e con la vita tanto quanto si sanno tacitare i dissidi sia fra gli stati propri che con quelli altri. Nella pace che segue alla tacitazione dei dissidi non può non esservi silenzio. Chi ha raggiunto il silenzio della pace (e dunque la verità avendo fatto cessare i dissidi) non la può non emanare. Allora, per quanto è (Natura) di quanto sa (Cultura) per ciò che la forza del suo Spirito fa sentire alla sua vita, l’autenticità del mistico è data dallo stato di verità (silenzio perché pace) del mondo che di volta in volta vive e con il quale convive. L’autenticità data dalla pace nel silenzio per la raggiunta verità, non può non implicarne la costante emanazione. Qualora ciò non fosse, allora, non è autenticamente in pace e, dunque, neanche autentico mistico, chi non sempre emana pace. Con questo non intendo dire che questo Papa non sia vero o non sia mistico ma che lo è secondo lo stato dei suoi stati di pace (verità nella Natura, nella Cultura e, corrispondentemente, nella vita propria quanto con l’altra) e non lo è secondo lo stato dei suoi stati di dissidio: errore nella Natura, nella Cultura, nella vita propria quanto con l’altra. Il dirlo “mistico autentico” per quanto libera espressione di ciò che lei conosce, comunque implica una conoscenza di assoluto che, probabilmente, non solo lei non ha del Papa, ma, forse neanche di se, lo stesso Paolo 2°. Così, pur accogliendo la sua opinione, non mi sento di condividerla. In ogni caso, la pregherò di accogliere anche questa.

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Ancora sul Padre, sullo Spirito, e su altre tentazioni del Serpente.

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Degli edifici che in crescita mi hanno fatto abitare mi sono rimasti i diroccati, ma ancora mi pongo domande su quanto resta.  Non ho pretese di Risposta.

 

Nella ricerca del Genesi della vita, se per un aspetto il Testo rivela la capacità di elevazione culturale degli stesori, dall’altro, mi pare segnali che il Serpente non si limitò a tentare la sola Eva. Infatti, a mio avviso, caddero nella tentazione (pericolosa tanto più l’imposero come verità rivelata dal Principio) di dire una realtà che, per ignoranza sul Principio della vita (la vita sino dal Principio) certamente non potevano conoscere, tuttalpiù, immaginare, oppure, se dire per rivelazione, perché ispirati. Va beh! Dal momento che il male sa fingere il bene, molto bene tanto quanto è male e dal momento che in alcun modo possiamo verificare lo stato delle “voci” ispiratrici (ripeto la domanda) da chi dette e/o rivelate, se in mancanza di verifica, tutto il nostro credere può anche essere stato basato sulla strumentalizzazione (in buonafede e/o in malafede che sia) di un bisogno di credere in altri conseguente alla mancanza della capacità di credere nel Padre tramite noi? Una elevazione spirituale può inebriare la ragione tanto da mandarla oltre il suo contesto storico personale e sociale. La può mandare “fuori” al punto da farla entrare in contatto con altri piani di vita; non intendo la vita spirituale (che avendo vita ne siamo in contatto da sempre) ma quella spiritica. Al proposito, sappiamo l’opinione della Psichiatria, ma, se è vero che sull’argomento sa cosa dice, quanto può dire di sapere di cosa parla? Una mente ispirata oltre la sua realtà dalla forza della sua immaginazione (capacità di vedere culturalmente ciò che in cui si crede e che è elevata tanto quanto si ha fede in ciò che si crede) quanto sa distinguere se discerne secondo sé, o se lo può tramite altra vita? Nel caso sappia distinguere che non discerne secondo se e anche ammesso che sappia quale sia lo stato di vita che influisce sul suo discernimento, può verificarne (non dico l’identità) ma anche la sola attendibilità spirituale? Direi di no. Infatti, se può essere inimmaginabile la capacità di verità di uno spirito nel bene, così è inimmaginabile la capacità di menzogna di uno spirito nel male.

Così, data la facoltà e la capacità invasiva degli spiriti soprannaturali nella vita naturale (data la mia conoscenza dello spiritismo lo sostengo a ragion veduta, o meglio, sentita) non posso non dubitare (e, parecchio) che lo Spirito ispiratore sia stato quello del Padre. Il Padre influisce la vita che ha originato attraverso la Sua forza: il suo Spirito. Se l’ispirasse secondo la sua Cultura, assoggettando il nostro giudizio al suo, renderebbe serva la nostra. Rendendola serva, però, assoggetterebbe anche la nostra coscienza, ma, una coscienza è piena, solamente se è libera di conoscere, al caso, anche ciò che non gli corrisponde per poter sapere ciò che gli corrisponde! Ergo, neanche il Padre può far dipendere da se, la vita che pure ha originato. Ciò significa che non possiamo credere a nessuno? No, ciò significa che dobbiamo credere nel solo Principio della vita: in ragione della forza dello Spirito, corrispondenza di stati nella data vita e fra la nostra e la Sua. Ulteriormente, questo significa che non puoi credere neanche a me? Ammesso e non so quanto concesso che ti sia mai girato per la capa, mi pare più che ovvio, per quanto riguarda la fede. Invece, per quanto riguarda la ragione, “credimi” solo dopo attenta valutazione! Il principio che ha permesso la vita è quello della comunione fra stati. Allora, dove vi è la voce di uno Spirito che interloquisce fra vita e vita non può essere quella del Principio che dice circa i suoi principi, in quanto, già all’origine ne ha detto i massimi: bene nella Natura, vero nella Cultura per il giusto dello Spirito. Quei principi sono massimi al punto da originare la vita e universali al punto da indicare ad ogni via della vita (ad ogni Natura) la sua verità , cioè, la sua Cultura. Per corrispondenza di principi fra la vita originante e quella originata, anche un qualsiasi Spirito soprannaturale non può in alcun modo interferire nella vita altra se non ledendo la corrispondenza degli stati della vita personale (o sociale tramite la Persona) su cui interferisce. Tanta o poca che sia la sua forza, uno spirito interferente, (tanta o poca che sia la sua vita) comunque erra perché devia la corrispondenza di vita e di forza fra spirito e Spirito.

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Sul serpente e la tentazione

faldoninuovi

Oltreché simbolo dei significati sessuali che ti ho detto nella precedente lettera, il Serpente simbolizza anche il dubbio. Lo simbolizza perché attua la sua meta percorrendone gli intenti da un ciglio all’altro della via. Nel caso della morale, dal bene al male, come dal male al bene ma in ragione di spire (tentazioni) di una volontà di vita ignota al tentato. Nel caso della morale, dal bene al male o dal male al bene. Iniettando il dubbio, certamente il Serpente non fa del bene ne alla vita della Natura e ne a quella della Cultura, ma, facendo sentire alla Natura e, dunque, capire alla Cultura il male che inietta, ne attiva l’antidoto: il discernimento. I morsi del Serpente, dunque, (le tentazioni) se da un lato sono vie che possono portare al male (ciò che è falso alla Natura, alla Cultura e allo Spirito della vita che cerca la sua verità) dall’altro, per confronto di conoscenza fra il bene ed il male, sono anche quelle che possono portare a ciò che è vero e, pertanto, giusto se bene. Si può anche dire, allora, che le tentazioni sono delle prove che, da un lato, se non cadendoci evitano l’errare, dall’altro, cadendoci, verificano l’attendibilità di ciò che si anela e/o di ciò che si conosce. Naturalmente, questo non significa che il sottostare ad ogni tentazione sia legittimo perché nel farlo vi è verifica di conoscenza (non sempre ne occorre la necessità, in quanto, Cultura è anche memoria delle informazioni accertate) significa bensì, che in assenza e/o in carenza di informazione, può essere anche lecito seguirla la dove un dubbio sia tale da bloccare, verso un dato sapere, la via (Natura) alla vita: Cultura. Il seducente motivo della tentazione del Serpente fu: dopo aver mangiato il frutto dell’Albero del Bene e del Male, saprete ciò che sa il Padre e diventerete come Lui. I Primevi, però, erano già come il Padre in quanto avevano gli stessi stati del Principio: Natura, Cultura e Spirito. Ovvia la diversità dello stato della vita fra l’essere del Principio (il supremo) e quello della vita principiata: l’ultimo. I Primevi erano coscienti di saper discernere secondo un personale bene o lo divennero dopo la Caduta? Se i Primevi erano nel bene del Principio non potevano discernere che secondo il bene indicato dal principio della loro vita: il Bene. Dal momento che nel bene del Principio non esiste altro modo di capire ciò che lo è, se prima della Caduta i Primevi discernevano secondo il bene del Principio, quanto discernevano secondo il loro?

Un altro stato di discernimento sul bene è lontananza da quello del Principio. Ogni stato di differenza dal Principio del bene è un male. Quale male? Di per se, essendo differenza dal Principio (e, dunque, lontananza tanto quanto è ed ha diverso stato) è male (o quantomeno un minor bene) anche il solo stato di Somiglianza. Ciò significa che nessuno è esente dal peccato originale di essere nel male, perché, separato dal Principio per il suo stato di Somiglianza, ha diverso stato tanto quanto è lontano dall’Immagine? Secondo ragione, ad esclusione del Principio non è esente nessuno. Secondo fede, ognuno creda ciò che sa credere. Per quanto mi riguarda, mi limito a ricordarti che ogni separazione fra Ragione e Fede, lede la vita sia della ragione che non sa come conciliarsi con la fede, che quella della fede che non sa conciliarsi con la ragione. In ultimo ma non per ultimo, lede anche la vita di chi si difende dalla separazione fra ragione e fede, rifugiandosi nell’agnosticismo. Dal momento che ogni lontananza dall’Immagine è uno stato di male, allora, necessariamente (pur non perseguendolo) comunque i Primevi ne avevano una condizione anche prima della caduta in errore data dalla Tentazione. Giunti a questo punto, però, si può anche sostenere che fu il male a priori della Caduta (la lontananza dal Principio data dal loro stato di Somiglianza) che permise il male che conseguì alla Tentazione. Se il loro male fu a priori di ogni azione di male perché l’avevano intrinseco già nella stessa differenza di identità fra la loro e quella del Principio, allora, quando iniziarono a discernere secondo se: bene dovuto al Principio ma anche male dovuto al proprio?

Sorvolando sull’irrilevanza di un come che può mutare il racconto sui fatti ma non la storia dei principi, a mio avviso, fu quando presero coscienza della loro differenza dal sommo bene: il Padre. Quando ne presero coscienza? Direi, quando sentirono (e, dunque, capirono) il primo dolore. Quale, il primo dolore? Il primo dolore (l’originale male naturale e, per corrispondenza di stati, culturale e spirituale) non può non essere stato che la separazione dal Padre: la vita originante sino dal principio. Perché fu primo il dolore? Perché, per primo vi fu la Natura e, dunque, il sentire: sistema culturale del senso della vita data dai sensi. Ogni nascita ha tre momenti. Vi è quello culturale nel quale i generanti determinano ciò che intendono attuare; vi è quello nel quale accolgono (intellettualmente il padre e naturalmente la madre) ciò che hanno determinato di originare; vi è quello nel quale viene alla luce l’atto che hanno voluto perchè accolto. I primi due momenti sono quelli del massimo bene. Li direi il Paradiso del nascituro. Il terzo momento, invece è quello della necessaria “cacciata”. Se la cacciata dal Paradiso della vita dei generanti è il necessario mezzo per venire alla luce della vita propria del generato; se attraverso il dolore della separazione dal Paradiso del Generante conseguente alla nascita alla loro vita, i Primevi, acquisirono la conoscenza e, dunque, la coscienza, oltreché del loro bene (vita unita al Principio tanto quanto è vicina) anche del loro male (vita divisa dal Principio tanto quanto è separata) allora, l’allontanamenta dal Paradiso della vita del Padre a causa della nascita alla loro è dovuto ad una presunta colpa verso il Padre, o a causa dell’amore per il quale li ha concepiti, per la funzione dei concepiti (il loro discernere sulla vita) non, per Sua funzione, che, al caso, non poteva essere che di sé stesso su Sé stesso? I Primevi, potevano fermare, la loro vita nel luogo del Principio, cioè, nel Paradiso del Padre? A mio avviso, no. Non lo potevano perché il principio che il Principio aveva influsso dentro loro è la vita: corrispondenza di stati, che se è con la vita del Principio, non di meno non può non esserla fra quelli che l’Origine ha principiato. Così, la diversità di stato della corrispondenza fra la vita principiata e quella del Principio, inevitabilmente, non può non essere la causante – causa, non la cessazione della corrispondenza con il Principio, ma della separazione fra i due stati. Al punto: se la nascita dello stato umano voluta dal Padre è stata la causante – causa della separazione fra i due stati di vita;

se nella differenza di stato fra la vita del Principio e la vita principiata vi è il male, intrinseco già nella separazione fra i due stati;

se ogni conoscenza deve guadare il dolore (cioè, superare il male della Natura con la verità della Cultura con la forza del proprio Spirito) per giungere alla sua verità;

se per giungere alla verità del loro stato di vita fu necessario cadere nel male (cioè, già per nascita, vivere stato diverso da quello del Principio), allora, tutto il racconto della Genesi (annessi e connessi compresi) non potrebbe anche avere una diversa interpretazione? Quella dell’inevitabile necessità, a mio vedere, non, quella dell’ira, che per me non sta in piedi da nessuna parte?

separabianca

La personalità del profeti nel Vecchio Testamento, del profeta del Nuovo e quella degli odierni sia del Vecchio che del Nuovo.

faldoninuovi

La separazione dal Principio del bene senza dubbio fu un male, ma, se quel male principiò la vita anche secondo quella dei Primevi, la si può dire solamente male? Direi che la si può dire solamente male se la separazione fosse stata fine a se stessa, ma, siccome nel bene e nel male principiò la vita che è, necessariamente, non può esserlo stata; amenoché, la vita che è, non venga pessimisticamente sentita quanto interpretata o solamente o prevalentemente come male. La lettura del fatto (come di un qualsiasi fatto) dipende anche dallo stato di spirito di chi l’interpreta. Chi vive la sua vita come una condanna, tenderà a condannare (direttamente o per interposta persona e/o per principio) o l’atto, o il fatto o la persona che a suo giudizio gliela fa vivere (e per elevazione di motivi fa vivere quella di altri) da condannato. Diversamente, chi vive la vita con amore (comunione fra gli stati naturali quanto soprannaturali di ogni stato della vita) tenderà a comprendere il tutto secondo questa misura. La dove non potrà, accoglierà senza un giudizio che non può dare. La vita come condanna già dal Principio e la vita come amore già dal Principio dicono l’identità dello Spirito della vita sia dei Profeti del vecchio Testamento che del Profeta del Nuovo. Certamente non sappiamo quale sia stato l’intimo stato personale e spirituale dei Profeti della Vecchia Alleanza e del Profeta della Nuova, (o se sappiamo non siamo in grado di verificarne l’effettiva sostanza), però, possiamo sentirlo attraverso le emozioni che ci comunicano ciò che di loro (direttamente o indirettamente) ci rimane. Se ciò che apprendiamo di ciò che ci rimane lascia in pace il nostro Spirito e, comunicando non alteriamo quello altrui, vi è verità. Diversamente, vi è errore se non lascia in pace ne il nostro spirito e ne quello con il quale comunichiamo.

separabianca

Nella chiesa, diversi ministeri, dice il Saulo/Paolo nella Lettera ai Corinzi…

faldoninuovi

… e diversi minestroni dico io in questi post sui carismi dello Spirito, degli spiriti, e sui santi guaritori vuoi per carisma dello Spirito, (si dice, o dicono) vuoi per quello di chi non si sa chi. Dice, il Saulo/Paolo: vi sono poi, diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito?

khárisma, der. di kháris ‘grazia’, dicono i miei due santi protettori Devoto – Oli. Per questo significato, è come se il Saulo/Paolo avesse detto: vi sono diverse grazie, ma una sola è la Grazia. La grazia è il dono divino, elargito a un credente a vantaggio dell’intera comunità. Naturalmente, il Saulo/Paolo intende la comunità dei credenti. Per chi non è credente, ciccia! Se vi è una sola Grazia, e la Grazia è Spirito, ma non vi è un solo spirito, ne consegue che a diverse grazie corrispondono diversi spiriti. Chi è lo Spirito? Lo Spirito è la forza della vita del Principio che ha attuato il suo principio: la vita. Chi sono gli spiriti? Gli spiriti sono forze della vita che ha attuato il principio della loro vita. Cosa distingue l’identità dello Spirito, dall’identità degli spiriti principiati dallo Spirito? Direi, lo stato della forza (vitalità nel corpo e vita nella mente) del loro stato di vita. Lo stato della vita dello Spirito del Principio, in quanto primo, è sovrano. Lo stato della vita degli spiriti, in quanto attuati dal primo, sono spiriti secondi. “Ma uno solo è il Signore” dice il Saulo/Paolo. Essendoci un solo Principio non può essere che così! Come si giunge a concepire la vita secondo Spirito, e come si giunge a pensar vera l’esistenza degli spiriti? Alla mia esperienza, risulta solamente per mezzo di quella potenzialità di contatto fra realtà visibili ed invisibili che chiamiamo medianità. Cosa permette la medianità, ed è tutto oro quello che, indipendentemente in chi, vi luccica? Vedremo.

separabianca

“Il cristianesimo nasce dalla emozione della prostituta Maria di Magdala”

 faldoninuovi

L’affermazione del Bortocal mi scombussola per più di un attimo, eppure, sento che un qualcosa di vero, c’è! Però, non lo direi nato, (o principalmente nato) dall’emozione della sola Maria di Magdala, ma dall’insieme di voci, di chi, per vivere per sempre, non poteva accettare la morte di chi li ha fatti sentire vivi. Dico vivi, nel senso di nuovi a sé stessi. Immagino l’elaborazione del lutto per la morte di quella vita, come si può immaginare l’elaborazione della tragedia detta dal coro nelle commedie greche. Comunque sia avvenuta la faccenda, quanto non è stato amato, quell’Uomo! Uomo, ma figlio di falegname. Anche ammesso che un falegname dell’epoca, avesse avuto la stessa importanza sociale di un odierno architetto, ciò giustifica l’intensità di quel lutto? A livello personale senza dubbio, ma, (sia pure limitando la valutazione ai Suoi tempi), al punto da diventare un così significante pane di vita? A mio avviso, no. A mio avviso, Cristo, prima di diventare il capro da sacrificio che lo fece diventare la teologia paolina è stato il Capro per parte del suo popolo. Un lutto può essere mosso da un grande amore, o può essere mosso da sensi di colpa. Un’ipotesi non esclude l’altra. Ammessa l’ipotesi Magdala, con quella vedo l’inizio del lutto per la perdita dell’uomo, fortemente, e forse grandemente amato; vedo il lutto della Donna, più che della Madre. Nell’ipotesi sensi di colpa, vedo un amare, (degli apostoli, o del popolo, o dell’insieme) ricattato dal potere o dalla paura, e quindi, se proprio non tradito in vita, non difeso quanto occorreva. Un lutto può essere mosso, anche, come un estremo tentativo di recuperare una dignità, immiserita da atti e fatti, (o dal Fato) più forti dei soggetti in lutto.

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Possibilismo fra Proibizionismo ed Antiproibizionismo ad Andrea Muccioli.

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Nell’Incontro di Mestre, dagli interventi medi, quando non mediocri, dei politici presenti, il suo è emerso ( non fosse per altro ) per la passione che vi sottostava: chiaramente, super partes quella politica. Nonostante ciò, il fatto che la contingenza ” Droga ” la metta accanto ai Partiti, ( a dirla con W. S: ” strani compagni di letto ” e, secondo me, carriole d’intenzioni sulle quali chiedono la tangente della mano morta ) ombra di sospetto le sue affermazioni di libertà, così, come la frequentazione di un qualsiasi genere di diverso ombra di quella cultura una qualsiasi normalità. Sarà anche un sospetto che non la può toccare; come pure può far piacere a parti che le sono avverse ma essendo di per se ingiusto, il vedere che può esserne toccato, non è detto che faccia piacere a tutti: me compreso. Che il possibile sospetto non leda la sua Persona e/o la sua causa a Lei il giudizio, come a me, il solo fastidio di averlo anche dovuto considerare prima di escluderlo. Se la sua indipendente posizione, la rende al di sopra del sospetto che le dico in via di ipotesi, comunque, quanto la rende al di sopra del pensiero di essere da quelli strumentalizzato, se non nella Persona, quantomeno nella sua Figura? Che anche questo aspetto sia nolente implicito ( e/o positivo e/o negativo alla sua opera ) solo suo può essere il giudizio. Ancora per quanto mi riguarda, mi prefiggo il solo scopo di farla ulteriormente riflettere. Lei sa bene perché ama ciò che fa, ed io so bene perché ho amato chi si faceva, che nella tossicodipendenza vi sono due predominanti fasi. Chiamo la prima, quella di ” Pinocchio nel Paese dei Balocchi ” e, la seconda, quella di ” Lucignolo alla Stanga “. I Lucignoli sono identità di confermata cultura. Sono rami piegati che a raddrizzarli secondo noi si rischia di spezzarli di se stessi, o quanto meno, di recare un dolore che per quanto motivato da un bene non per questo fa meno male. In media, sono sulla trentina/ 35 o più: i non molti. Per la gran parte, fisicamente quanto psichicamente provati ( anche gravemente quando non in maniera irreversibile ) e, pertanto, oltre modo pessimisti sia verso se oltreché verso il mondo. Sono soggetti, difficilmente accettati in Comunità: con altri motivi, vuoi perché, come nei casi dei malati gravi, rischiano di elevare le statistiche della mortalità nel reparto: intenda non recupero. Non per ultimo problema, le Personalità t.d. di questo genere, anche qualora decidessero per l’ingresso comunitario, inevitabilmente si trovano a dover affrontare un pesante momento: quello, cioè, nel quale devono spogliarsi di ciò che sono per rivestirsi di ciò che ( forse ) riusciranno ad essere. Purtroppo, quell’atto di conversione culturale ( ma anche esistenziale ) deve accadere quando, essendo ” scoperti “, sono anche liberi, ma, purtroppo, appunto perché liberi, tutt’altro che certi delle proprietà del bene ( la vita ) verso cui si tenta di dirigerli. L’atto della spoliazione del vecchio vivere, implica la forza di affrontare un periodo di transizione da nudi di se.Per essere vestiti seppure nudi di se, oltreché delle certezze di identità che solo una raggiunta personalità possiede, ci vuole del coraggio: un coraggio che forse non hanno mai avuto, dal momento che hanno sempre trovato la forza di affrontare la realtà ( propria quanto altra ) solo dopo aver anestetizzato anche i dolori che procura. Fatto sta, che anche per questo, gran pochi se la sentono di affrontare una Comunità che presso le Personalità in questione è anche vista come il fallimento dell’incapace. Potrebbero trovarlo di più, quel coraggio, se fossero indotti e sorretti da spiriti amorosi, invece, hanno spiriti psichiatri: a torto o a ragione, presso di loro valorizzati ma nel contempo ( salvo eccezioni ) anche svalutati e/o comunque usati perché detentori di potere più che di altro. Le ex Personalità t.d., ora Operatrici di Comunità, possono essere spiriti amorosi? Certamente, ma, aldilà se certa o apparente, essendo inevitabile dimostrazione di riuscita, se non temperano l’esempio presso l’altro, possono anche risultare conflittuali in eccesso. Fra altro, il rifiuto di Comunità del genere di Personalità che dico può anche essere addebitato a questa possibilità. Oltreché loro, anche noi dovremmo trovare il coraggio di accogliere dei pensieri che non ci appartengono, se, questi, possono alleviare il peso di una sofferenza culturale ( l’errore ) che fa non meno danni allo Spirito ( alla forza della vita ) di un male naturale. Solo in queste situazioni e, a ragion veduta, fra Proibizionisti ed Antiproibizionisti, l’Associazione è possibilista. Se ” possibilista ” è un neologismo, me lo passi per amore di causa. Un altro possibilista è Don Ciotti. Ho trovato di discutibile gusto che si sia richiamato la sua Figura solamente attraverso un errore che se può anche essere imputabile al Don ( mi pare difficile crederlo ) non di meno lo è per il giornalista che ha steso l’articolo, ma, cosa fatta, ha il capo che più risulta: a mio avviso, quello del patologo che ha evidenziato l’errore. Si sa molto bene che non ci si ” libera dalla droga con altra droga” come si sa altrettanto bene ( diversamente da Giovanni Paolo 2° che pare l’abbia rimosso dalle sue conoscenze ) che esistono gli antidoti. La Droga, certamente non è antidoto nella fase ” Pinocchio “, ma certamente è possibile medicina nella fase ” Lucignolo “: fase che è, appunto, quando il piacere che la droga procura, prevalentemente e pesantemente, più che altro è negativa croce. La cura del Metadone, nella gran parte dei casi risulta inefficace ogni qual volta il T.D. non si trova idoneamente placentato dal famigliare, dall’amicale e dal sociale in cui si trova. Allora, fermo restando la pesantezza della sostanza ed il fatto che libera d’altro al prezzo di prendere di se, non la medicina può essere sbagliata ma l’ambito può avere delle ” tossine ” che fermano ( quando non invalidano ) gli scopi che ci si propone. Al punto: perché non costituire delle Comunità per chi, pur continuando con la cura, con più tempo e diversi approcci, potrebbe anche accettare di a fare a meno della ” roba ” se non si trova ad averne bisogno perché la vita nelle Comunità che ipotizzo lo proteggerebbe dalle ” tossine ” sociali per cui torna alla droga? Alla disperata, una Comunità a mantenimento non la vedo meno peggio di un Metadone a mantenimento. Già che ci sono con le ipotesi, potrebbero anche essere meno care al Sociale dal momento che si può fare in modo che possano giungere a mantenersi in proprio. Lei mi dirà che simili ambiti altro non sarebbero che delle ” galere bianche ” . E’ vero, ma, potremmo affermarlo con certezza solo presumendo una conoscenza a priori che non può non odorare di assolutismo: droga alla pari di altre dal momento che, come le altre, fissa l’arbitrio sia di chi spaccia quel genere di convinzione, sia di chi assume quella ” roba “. Se proprio non raggiungessimo altro, quantomeno si raggiungerebbe lo scopo di dividere chi avversa i principi legali per necessità da chi li avversa per mercato quanto per sedimentata cultura antisociale. Che in quegli ambiti sia meglio somministrare un’Eroina pulita o il Metadone non saprei dirle perché la mia ” scienza ” è il cuore e non la chimica. Il Movimento per la Depenalizzazione delle Droghe Leggere si è animato, oltreché da opinabili aneliti di libertà, anche da fatti che, futili in origine, si sono poi rivelati tragici per i trasgressori. Allora, una più mirata e/o alternativa penalizzazione potrebbe temperare il numero ed il genere delle adesioni a quel Movimento. Al proposito, una Commissione di Studio composta da tutte le parti in causa, non solo potrebbe essere la ricerca della necessaria mediazione fra i rispettivi principi che per l’occasione ho auspicato presso l’Assessore Zanon, ma anche sollevarla dal sospetto di essere di parte e, non per ultimo, avvicinarla a tutte: ivi compreso quel ” zoccolo duro ” che, stante la sua situazione, in S. Patrignano avvertono più l’inclemenza che l’amicizia. Non so se all’Incontro vi siano stati altri ” possibilisti ” perché me ne sono andato alla fine della sessione che ha preceduto il buffè. L’ho fatto, vuoi perché non mi si dica ” compagno di buffè ” , vuoi perché l’insofferenza al teatrino dei convenevoli che parassitava una questione, per la quale e solamente avevo investito un paio di giornate del mio sempre scarso stipendio di lavapiatti, mi stava salendo come una irritante ” cala ” . Così, nel treno che riportava a casa le mie amarezze di anni, ho iniziato la lettera che le mando.

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Le Regioni verso una nuova politica per le Tossicodipendenze (?) a Raffaele Z.

faldoninuovi

Come io sono uomo e, fissato l’indiscutibile principio, attraverso il vivere dimostro di che tipo e genere, così, fissati i reciproci principi, sia il gruppo Proibizionista che l’Anti, dovrebbero ( quest’ultimo, se non altro per una questione di ” par condicio ” ) poter parimenti dimostrare il loro tipo e genere. Tanto più, che ( nevrotica coazione a ripetere? ) si continua a trovarci di fronte a delle contrapposizioni ideologiche, manichee se non nelle rispettive coscienze, almeno di fatto. Una contrapposizione che non ha la possibilità di concrete mediazioni perché non vi è ( e/o non si vuole? ) possibilità di effettivo confronto, nel Problema Tossicodipendenza non ottiene che la sua divisione in ” piazze “: da una parte i Boss e dall’altra i Domine. Legittimerebbe il rifiuto del confronto e della mediazione, se una parte potesse sostenere di sapere ciò che è bene: vero per quanto è giusto. Ma non è così. Nel mio piccolo operare, infatti, ho constatato ( perché vissute anche se non in proprio ) non poche miserie in quelli che dicono di operare secondo bene. Sono state dolorose, quelle esperienze, tanto più perché inaspettate. Nel mio piccolo constato ( sia pure culturalmente ) che non tutto è male in ciò che propone il Gruppo Antiproibizionista. Se non altro il fatto, che pur opponendosi alla Tossicodipendenza come principio, lascia libero il personale giudizio. Allora, a che o a cosa servono ( o a chi servono ) i fondamentalismi ideologici se drogano d’altro discernimento, un giudizio che, per una effettiva liberazione ( e dunque recupero ) in primo, non può non essere che individuale? Servono a raggiungere una comune verità? Siccome ogni irrigidimento culturale è rifiuto di apprendere e, dunque vivere il nuovo che sorge dalla con – fusione delle idee, non direi. Servono a metterci nella condizione di servire la Persona? Per primo o di conseguenza? Servono a servire i Poteri che si raggiungono quando ( anche nolenti ) si è in grado e/o si è messi in grado di condizionare ( guidare è ben diversa cosa ) la vita altra? Ecco: direi che la nuova pietra che dobbiamo mettere sulla prima ( quella dei rispettivi principi ) non può non essere fatta che della sostanza che è nelle risposte che mi aspetto all’Incontro. Se non comporremo il nuovo tempo ( non abbandonando il vecchio ma rinnovandolo ) alla Conferenza di Napoli, non si ripeterà che ripetere quello che già conosciamo anche sino ad averne il rifiuto.

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Alla cortese attenzione: Assessorato alle Politiche Giovanili e la Prevenzione

faldoninuovi

I Redattori del Foglio informativo ” NoRiskio ” in concerto con le intenzioni assistenziali dell’Associazione ” per Damasco ” ,

premessa

la Circolare del Ministero della Sanità, nella quale il detto Ministero indica ” le Linee Guida per il Trattamento della Dipendenza da Oppiacei con Farmaci Sostitutivi “;

constatato

che la carcerazione di una Persona non giustifica in alcun modo l’inalienabile diritto alla cura medica ( diritto sancito dalla Costituzione Italiana ) ed il particolare dovere di ricorrervi nei casi che implicano risvolti anche sociali;

accertato

che le particolarità calibratrici del Metadone non solo concorrono alla ” Riduzione del Danno ” provocato dalla tossicodipendenza ma sono anche ottimali calmieratrici nei casi di:
Ausilio alla Immunodepressione fisica e psichica nei vari stati della Sieropositività;

Rischi di Over Dose di fine carcerazione,

Crisi di Astinenza,

Disadattamenti nei confronti dell’Istituzione Carceraria, conseguenti la Crisi di Astinenza,

Irrigidimenti disciplinari e/o aggravamenti giudiziari conseguenti azioni inconsulte perché compiute in stati di Crisi astinenziale,

Veicolazione degli approcci culturali e delle Terapie Psicologiche atte al graduale recupero personale e sociale,

Tramite di inizio rapporto per i cosiddetti ” Tossicodipendenti da Strada ” ( Soggetti non referenti ai Sert sino al momento della carcerazione ) con i Centri deputati alle Tossicodipenddenze;

confortati

dalla Circolare in allegato, la quale, prevedendo delle linee di un comportamento terapico mirato alla Persona legittima sia il ” mantenimento ” della Cura metadonica che una personale e non penalizzante terapia ” a scalare ” in quanto tengono conto dell’oggettiva e complessiva realtà psicofisica della Persona t.d.,

invitano,

la Sua Persona e sollecitano il Suo Ufficio ad interessarsi alla situazione della Persona t.d. carcerata.

A nostro avviso, la specifica normativa odierna e la conseguente assistenza corrispondono insufficientemente alle recenti conoscenze scientifiche e terapiche.

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( Invito sempre valido )

Comunità, anche latitanti cirenei.

faldoninuoviCi risiamo! Una persona t.d. esce di Comunità dopo una biennale accoglienza e ricomincia a ” farsi “. Perché? Mettiamola anche così: non gli impedisce di tornare a ” farsi ” di roba se non trova ciò che lo dovrebbe fare d’altro. Ad esempio: una vita che non ha; un lavoro che non ha; una domiciliarità che non ha; delle affettività e/o delle amicizie che non ha. Non le ha, o perché le ha bruciate, oppure perché una Cultura che si è costituita in un certo mondo che dialogo può avere con un opposto? Ulteriormente ci ricade anche per una volontà che non ha! Perché? Perché non vuole o perché per fargliela volere non siamo stati sufficienti a dargliela? Stante la situazione, la personalità t.d. di età adulta che al di fuori dei cancelli comunitari non trova un’altra accogliente Comunità, è inevitabilmente destinata a ritrovarsi nella realtà che ha lasciato; non solo tossicodipendente ma anche tossico delinquente. Nel male che c’è nel nostro bene, tutti abbiamo imparato a mediare. Non si capisce per quale sclerotizzazione culturale e/o morale solo alle Persone t.d. non si consente mediazione pur non offrendogli sufficiente tutela se non dopo una rinuncia ad una ” roba ” in cambio di parole e di pie intenzioni. Possibile che le Comunità più socialmente rilevanti ( quelle che hanno permesso perché adottato una dis – umana Cultura antidroga non si domandino mai se non vi sia concorso di colpa nei macelli esistenziali che procura la droga quando diventa integrante anima della Persona t.d.?

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L’Arena di Verona – Lettera al Direttore

Droga e vita: povere cose se la vita da droga e la droga non da vita.

faldoninuovi

La droga è morte ma il suo principio è vita: la sua in un’altra. Mercante di vita è colui che tratta ciò che vende: la vita. Qualsiasi personalità che cede i propri valori di vita, rende cosa la vita. Tra tutti i mercanti della vita ridotta a merce, la personalità t.d. e quella che più si rende merce per avere vita da trattare come cosa da ridurre a merce. La personalità t.d., dipende così tanto dalla cosa che è la sua vita da non permettere che esca dalle vene della sua vita: povera cosa se piena di ” roba “. Con la ” roba “, la Personalità t.d. è in assoluta simbiosi fra cosa e vita: essa ausilia la cosa che lo ausilia di vita: povera merce se fatta di cosa. Tacere fa male ma anche dirlo fa male. Nessuna esclusa, tutte le Personalità t.d. riducono se stessa a merce per poter avere della cosa e, tutte, sono mercanti della stessa merce: vita e cosa di vita, in una vita che hanno ridotto a cosa. Si grida: ” spacciatori pentitevi! Chi vende sè (cuore della vita) per avere della cosa a vita non se lo può permettere. La Tossicodipendenza può far giungere non solo sino a questo punto ma molto più a fondo; la dove la cosa che è stata vita incontra la Vita: ben altra cosa! Quelli che vendono la vita per possedere della vita, quelli si dovrebbero pentire. Forse allora non ci sarebbero più Persone intossicate da cose elevate a vita e non ci sarebbe chi spaccia merci chiamandole vita.

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L’Arena di Verona: lettera al Direttore.separabianca

L’ignoranza addormenta la coscienza molto di più dello spinello

faldoninuoviNon è vero che lo spinello addormenta la coscienza ( il luogo dell’essere ) tutt’al più, ottunde le sue reazioni: il fare. Come ben sanno i suoi estimatori, l’hascisc ha più di una caratteristica. Può cullare e/o rivelare il momento tanto quanto portare in superficie ciò che è nel profondo del fumatore. In questo senso, se può anche essere vero che addormenta la coscienza di superficie, certamente, alla vigile, sveglia, la parte che non gli è nota. Le paranoie da fumo ( sgraditi effetti collaterali dovuti a conoscenze e/o a stati d’animo prima non presenti alla coscienza del fumatore (e, dunque, ” addormentati “si ma solo perché inconsci) proverebbero ciò che sostengo. E’ vero, invece, che a domande leggere corrispondono compensativi leggeri e a domande pesanti compensativi pesanti. Allora, il tramite del passaggio fra la droga leggera e quella pesante non è lo spinello ma la domanda – causa da compensare. Ovviamente, è più semplice gridare ” al ladro ” che provvedere affinché non abbia più a rubare.

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Lettera al Direttore

Droga: delizie e nequizie ” Lettera al Direttore ” de L’Arena

faldoninuoviChe la droga sia un anestetizzante è una affermazione che non mi giunge nuova: sarà perché l’ho pensato anch’io. Ammesso ciò, concesso che la droga anestetizzi anche il piacere, quali generi di dolore anestetizza? Quelli della ” fatica del vivere ” la Natura della propria Cultura in pace con il proprio Spirito? Se fosse, in una malata perché errata ricerca di se stessi, allora la droga è ” medicina “. Se fosse, che senso ha rendere tossico – delinquenti quelli che pur dipendendone, lo sarebbero naturalmente ma non culturalmente se solo fosse socializzata? E’ se la droga anestetizzasse, cioè, togliesse ogni dolore alla forza della vita: lo spirito? Se fosse, sarebbe la protezione massima, ma, sarebbe ” mamma ” o ” mammana ” ? Non so quanto sia vero che la droga sia mamma: certamente la droga procura un alveo psichico che alla mente dell’occupato da quella sostanza può ricordare lo stato placentare.  Se fosse, chi la usa lo fa per tornare indietro sino al dentro, cioè, sino al suo principio? Se fosse, allora la droga è la via che porta all’agognato bene di principio? Se fosse, quello della madre della sua vita o di quello della vita come madre? Se la droga fosse la via che lo porta alla ricerca del dentro ( la placenta della madre come principio del suo bene o la placenta della vita come madre ) allora, rivelandosi l’errore del mezzo, potrebbe o non potrebbe anche essere un ausilio alla conversione in fuori ( il che, è come dire farlo uscire ) da ciò che lo prende della sua ricerca? Nei casi più provati e, dunque, di più indebolita volontà, perché no, se la droga è anche medicina? Se chi usa la droga lo fa per tornare indietro sino al dentro, allora, intossicante è la droga o un fuori che motiva la ricerca a ritroso? Se fosse, allora anche la droga potrebbe essere un veicolo medicante perlomeno quanto una vita personale e sociale non avvelenata dalle tossicità sociali che ( in ipotesi ma mica tanto ) controbatte. Il proibizionismo con il quale ci curiamo degli avvelenati dai tossici che produciamo, che senso ha se il proibire procura dei dolori che, nei casi che abbiamo fatto diventare più gravi, solo la droga può anestetizzare? Per liberare e liberarsi dalla droga perché non cominciamo col liberarci da precostituiti giudizi, dal momento che questi non fanno altro che inchiodare più pesantemente la condizione del drogato?

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La droga eleva la vita alla cima dei costi. ” Lettera al Direttore ” de L’Arena

faldoninuoviDire che, drogandosi, la personalità t.d. dipendente può elevarsi a cime culturalmente sublimi ma che quell’elevazione gli costerà la vita potrebbe essere un’idea ” o forse solo un’astrazione”. Per il preso, la droga è sempre un bene. Anche quando va male o fa male. Non c’è nulla che la droga non possa coprire; per questo, essa è il massimo degli amori e massimo amante. Per avere ciò che deve avere per essere preso da quell’amore e da quell’amante, la personalità t.d. non può che pagare ( e/o far pagare alle realtà che si oppongono a quella scelta) i suoi proibitivi costi. Paradossalmente, le realtà che si oppongono alla scelta o a – scelta ” droga “, salvo rare eccezioni, non fanno altro che fare quello che fa la droga: fissando l’arbitrio nell’intossicato, iniettano estranee cure( quando non corrispondenti alla Persona ) nella vita che, per amore e/o per legge, si sono fissati di recuperare. Poiché, nel bene e nel male, la Persona è la ragione e i valori della somma delle proprie scelte, per non costringere quelli che voglio vivere la proprie a rubare la vita, più che liberare la droga si dovrebbe liberare la vita. Rendere delinquenti le scelte (proibendole) non significa migliorare la comprensione sui valori della vita ma per la gran parte delle volte, solamente renderne impossibile ogni tentativo di modifica. Ammesso che vi siano scelte per molti versi non drogate, liberiamo le scelte anche se sono drogate e, senza discuterle moralmente e/o penalizzarle affettivamente e legalmente, opponiamoci al dolore. Ecco, proviamo a ripartire anche da qua.

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A Xy: personalità t.d. ” Lettera al Direttore “

faldoninuoviMetti il caso che la tossicodipendenza sia un muro e che le Personalità t.d. siano i suoi mattoni. Sino a che il mattone fa parte del muro, non solo il mattone ( la Natura del tossicodipendente ) porta il suo peso ma anche quello del muro, cioè quello della Cultura della tossicodipendenza. Mi dirai: ma perché non buttiamo giù il muro! Credi, anche potendolo, non mi sognerei proprio di farlo. Non lo farei perché considero la tossicodipendenza alla stregua di qualsiasi altra via per capire, nella vita, ciò che è bene per la Natura, vero per la Cultura e, di conseguenza, giusto per la vita. Siccome considero ogni genere di interferenza un grosso arbitrio, è per questo rifiuto il concetto di ” recupero ” , ma, per fare in modo che la Persona possa recuperarsi secondo se, per questo adotto quello di aiuto. Intendimi: non aiuto contro la miseria economica o del malessere fisico ma contro l’incoscienza: miseria nel discernimento.

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Al Comitato di Redazione de: ” NoRiskio “

faldoninuoviMi sto domandando da un po’ di tempo perché sento in maniera particolare il peso del compito che mi sono prefisso presso di voi. Ascoltando le mie emozioni ne ho tratto due possibili ipotesi:

.
* ) la tossicodipendenza assorbe così tante energie che fa finire la vitalità di chi si occupa del problema;
*) la vitalità di chi si occupa del problema può essere finita ( nel senso di assorbita, come di terminata e/o deviata ) da strumentali questioni che nulla hanno a che vedere con la tossicodipendenza in se ma che possono essere correlate o alla sua risoluzione o la suo giro.

E’ chiaro che delle ipotesi non sono risposte; solo dei riscontri oggettivi trasformano una chiara ipotesi in una chiara risposta. E’ altresì chiaro che non mi aspetto tanto presto che le mie sensazioni siano confermate da oggettivi riscontri. Allora, cosa posso fare o non fare nel frattempo? Serenamente non lo so. Come avete avuto modo di constatare ogni tanto sparisco. E’ la mia maniera di posare il sacco dei problemi: di tirare il fiato. Se tirare il fiato serve, non basta però a risolvere il non solo problema personale. Tanto è vero che ambedue mi si rappresentano ogni volta ritorno fra di voi. In attesa di capire più distintamente quello che ora vivo confusamente vi rendo noto il mio desiderio di uscire dal Comitato e di tornare in strada. Questo non significa che ritiro la mia disponibilità al Gruppo ma che sono a sua disposizione da esterno.

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Sulle Comunità. ” Lettera al Direttore ” de L’Arena

faldoninuovisigilloA margine dei rilievi che monsignore Avanzini si è permesso di fare a proposito dell’operato di Muccioli, ricordo che prime o ultime che siano le pietre (e/o le frecciatine) solo chi è senza peccato le può lanciare. Nelle Comunità gestite dal Ceis, se è possibile che nessuna personalità t.d. sia stata picchiata, è altrettanto impossibile che nessuna sia stata umiliata? Mi domando se il cosiddetto ” zoccolo duro ” con il quale si intende la fascia di personalità t.d. restii all’accoglienza comunitaria, non sia diventata tale anche perché si sono scontrate con realtà operative (terapeutiche e/o ” salvifiche ” che sia ) se non proprio dure, perlomeno stereotipate. Se fossi un T.d. e se di fronte ad un mio errore fossi costretto ad indossare il classico cappello ad orecchie d’asino e a sentirmi dire che non valgo un c…. e che sono un tossico di m…. o, se in altro caso e Comunità vedessi entrare il Responsabile con paramenti d’alta ordinanza al suono del trionfo dell’Aida, o se dovessi subire gli imperi e/o i soprusi di un operatore delegato ( per le ragazze possono anche essere di ordine sessuale ma non è detto che non lo siano anche per i ragazzi date le infinite implicanze dell’eros ) o se fossi trattato come se fossi io la porcilaia, si pensa veramente che, rivelandosene anche l’estremo bisogno, sceglierei di rientrare in Comunità? Ma neanche per idea! A quel punto, le ” pere ” sarebbero più serie! Se non altro perché, per quanto illudenti, meno ipocrite. All’idea che lo Stato possa Commissariare le Comunità, Don Benzi è saltato sulla sedia. Perché? Per quali interessi o motivi lo Stato non dovrebbe averne il diritto? Perché i suoi preposti, anche a fronte di capacità non hanno carisma? Il carisma di certe personalità è lo spirito indispensabile in certe realtà e, fino a qui, nessuno lo nega. E’ uno spirito, però ( quello del carismatico ) che deve essere promotore di vita, non gestore delle cose nella vita. A quelle, anche lo Stato può essere è l’idoneo referente, purché, ovviamente, sappia farsi idoneo gestore. Confido che lo Stato, quanto prima, sappia fare propria la vita che i carismatici hanno promosso. Certamente, la faccia propria non per escluderli dall’opera avviata ma per liberarli da tutti quei vincoli che come edere rischiano di impicciarne la vitalità. Confido inoltre che nessun carismatico vi si opponga. Il carismatico che si oppone, potrebbe rivelare ” Vanità tutto è vanità ! ) di soggiacere alla tentazione di quantificare il bene che origina. Se fosse preso da quel bene al punto da non sapersene staccare, comunque saprà evitare il rischio di dover subire degli estranei e/o compromissori interessi? Se vera l’ipotesi che è nella domanda , e credo che lo sia in molti casi, a quando una Comunità di recupero per Personalità carismatiche, intossicate perché dipendenti dalla propria opera anche oltre causa? Non sarà il caso di pensarci, prima che quegli intossicati carismi diventino un altro ” zoccolo duro nella tossicodipendenza?

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