In oggetto: Soccorso per genitori con figli di altro letto.

Lettera al Direttore de L’Arena: sua Sede in Città. 

Stavo su una panchina a fumarmi una sigaretta (non dovrei!) quando, alla mente mi è tornato il ricordo che le racconto. Lo faccio, vuoi per la sua Cortese attenzione, vuoi per soggetti che sono come anch’io sono stato: figlio di un padre da seconde nozze. Sono passati più di sessantanni ma ricordo ancora la mia antipatia per l’essere che inaspettatamente si era messo  fra me e mia madre. Quando mi confermò che c’era, impulsivamente pensai: ma, ci sono io! Capirai che sostegno potevo dare a mia madre, io, inesistente per più motivi e casi e forse meno che decenne! Non poca acqua è passata sotto i ponti che ho attraversato, qualche volta temendo di finirci sotto, qualche volta temendo di buttarmi sotto. Solo adesso, che so distinguere, direi pienamente, quando va’ a coppe e quando va a spade, sento di poter dire la mia; e quella (lei consentendo) girerei ai figli e ai padri che sono forzatamente e ostilmente legati dal comune sentimento verso una donna: chi da figlio (quel sentimento) e chi da marito. Visto che solo i patti chiari permettono una vita lunga, ho strutturato la lettera come fosse un contratto notarile. Quello che propongo ad un padre per caso, è valido anche per una moglie per caso. 

Contratto d’Alleanza fra i figli di una moglie, è il marito che legalmente parlando diventa padre di prole da altro sangue:

 

Punto primo:

Io non sono tuo padre naturale ma la Legge mi obbliga ad esserlo culturalmente, indipendentemente dal fatto che fra di noi ci sia della condivisa stima e dell’affettività;

Punto secondo:

Il compito di gestire la famiglia è delle figure anagraficamente maggiori. Valuteremo assieme quando non umanamente, o quando immaturamente.

Punto terzo:

L’autorità derivata dalle norme sociali, non autorizza me (come neanche tua madre) a diventare i tuoi secondini. Le stesse norme, però, obbligano te a non metterci in quella condizione;

Punto quarto:

Nella tua vita può entrarci solo tua madre. Io, a tua richiesta: hai la mia disponibilità;

Punto quinto:

Comunque tu decida di viverti, tua madre ed io lasceremo al tuo discernimento il compito di valutarlo con giudizio. Se lo vorrai, dove il tuo giudizio manca della debita esperienza, aggiungeremo il nostro.

Punto sesto:

Fa in modo che la tua famiglia non debba mai patire il giudizio della società. Mi riferisco a quello non legale. Quello di altri generi e/o fonti trova il tempo che cerca. Dovesse succedere, comunque resterai nostro figlio, ma per il solo dovere, e solo perché la Legge c’è lo impone. Di fatto, e a ipotesi successa, non potremmo non viverti come un proliferante tumore. non necessariamente maligno, ma comunque portatore di “malattia”. Su questo punto, tua madre la pensa allo stesso modo.

 

Con i miei più Cordiali Saluti

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In amare c’è chi vede e chi stravede.

Non hai idea di quanti immaturi ho visto innamorarsi della barista (o del barista) perché non sapevano distinguere sorriso professionale da sorriso personale. Non hai idea di quanti clienti imbecilli, ho visto osar di pensarsi speciali, approfittando del fatto che non tutte (o tutti) si possono permettersi di pagare la soddisfazione di mandarli a fanculo con la perdita del lavoro! Il desiderio di potere è componente non trascurabile in amare. Vuoi per chi lo impone. Vuoi per chi lo cerca. Dico desiderio in amare e non in amore, perché l’amore, in quanto virtù, è il mezzo che sta in mezzo.

Solo la passione sta dove gli pare.

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Tutti miserelle le mie festività: una a parte.

Assieme ad una banda di amici siamo ospiti, l’Amato ed io, di un amico di Merano. L’amico aveva prenotato il Cenone in un ristorante quasi in montagna. Saliti per non si sa quanta strada siamo giunti a un incrocio posto in cima a un non so dove. Sui clivi della sottostante vallata, una marea di luci: così in cielo, di un indaco così consistente da parer materia, e così basso (pareva) da farci piegare il collo per non batterci la testa. Incantati, saremmo rimasti lì non si sa per quanto, ma non potevamo tardare oltre. Come serata volle giungemmo al ristorante. Nella sala, clientela numerosa e chiaramente alticcia. Siamo stati dirottati in una sala a parte. Non credo per malizia. Nessuna di noi era scandalosa, né in qualsiasi maniera fatta di qualsiasi cosa. Non sino all’aperitivo, perlomeno. Molto birrato e non poco cannato ho doverosamente recitato un divertimento che proprio non sentivo, ma che all’Amato dovevo far sentire. L’ho fatto anche ridere quando m’ha visto ballare, non meno elegante di un orso al risveglio dal letargo. Siamo tornati a casa, venati di malinconia, ricordo. La stessa che colpisce gli angeli quando toccano il suolo con le ali.

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Non esiste il diritto all’amplesso…

… ma, quanto possono sussistere due amori (e/o due amanti) se fra di loro è venuta meno la capacità di donare l’amplesso? Mi obiettano: bisogna vedere cosa intendi per sussistere. La intendo così. Fra i significati detti dai miei due spiriti guida (Devoto e Oli) ho scelto “sussistere = esser posto”. Ebbene, se non ricevo e non concedo il dono dell’amplesso, o non sono posto nell’amore che l’altro m’ha concesso, o escludo l’amore dell’altro dal posto che gli ho concesso. La chiesa parla di diritto – dovere. Non condivido gli amplessi comunque obbligati. C’è regola ma non vedo cuore. Nel dono, invece, è il cuore che si mette a posto.

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Ho fatto rientrare il principe.

Direi che è stato al freddo quanto basta.

M’ha telefonato il Piccolino. Stessa voce, ma altri toni. C’è freddo, fuori. Gli ho detto: vieni quando vuoi, ma sappi che ti devo parlare. Gli parlerò delle caratteristiche del vetro. Gli dirò che può anche batterlo, ma, occhio ai colpi! Potrebbero scheggiarlo ai bordi. Potrebbero incrinarlo al centro. Potrebbero romperlo. Se scheggiato ai bordi, l’intelaiatura potrebbe non reggerlo più. Se incrinato al centro, comunque permette il vedere, ma si vede anche l’incrinatura. Se rotto, non c’è niente da fare. Bisogna cambiarlo.

I sentimenti sono vetri.

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Trova amore e vero amore polacco dice Google.

Passi per il trovare l’amore, ma chissà com’è il vero amore polacco!

A mio vedere, amore è la capacità di storicizzare un sentimento. Dove non sappiamo renderla storia (o quanto meno la nostra storia) e dove non sappiamo reggerla (e/o malgrado noi non possiamo almeno sino a che non possa scriversi da sola, e/o non fare in modo che altri e/o altro la scrivano per noi quando non assieme a noi) di molto possiamo parlare, ma non d’amore. Certamente ci restano da scrivere (e da vivere) i racconti brevi.

E’ chiaro: sono ben altra cosa, ma mica per questo sono da buttare!

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Vi sarà ancora il rosa in lgbt dal mezzo del cammin di nostra vita?

Non lo penso.

In particolare dall’età in discorso, e mano a mano le ragioni del piacere lasceranno spazio a quelle del sapere, comincerà a cessare la passione per il corpo simile, ma non per questo l’amore per la mente simile, e neanche per la simile vita. L’amare di quell’età, solo si eleverà dalla base genitale, per posizionarsi principalmente presso la mentale e l’esistenziale. Alla spirituale, per chi si sentirà coinvolto con i principi che formano la spiritualità: il Bene per la Natura, il Vero per la Cultura, ed il Giusto per lo Spirito.

Per chi è sedotti dai portatori (persone e/o simboli di forza) dei principi della vita, invece, non di spiritualità si tratta, bensì di Spiritismo; rapporti con forze della vita di questo piano dell’esistenza, quanto, per chi ci crede, dell’inattendibile piano ulteriore.

In questa fase del vissuto che dico (e perché non si può non continuare amare, pena un anticipato morire) ci si ritroverà ad essere amanti della vita, (il tutto dal principio) indipendentemente, se compagna prossima (una vita) o se dell’altra non prossima. Sarà così, almeno per i non i finiti che pensano di essere (o che gli fanno credere di essere) i normali giunti alla penultima stazione della loro via crucis.

Ci si scoprirà, allora, noi, tutti maschi, se a determinare della vita (vuoi in un particolare vuoi nell’universale) sarà la nostra volontà, come ci si sentirà tutti femmina, (mentalmente donne) tanto quanto lasceremo che un particolare (quanto l’universale) determini la nostra.

Nel Tutto abbandonata la nostra (uso abbandono in senso islamico perché trovo che sia un principio divino) sarà la vita universale ad essere il nostro Uomo e la nostra Donna.

Dalla soggettiva Omosessualità su base genitale, così, ci ritroveremo a vivere la sessualità della vita: spirito Determinante se maschile e Accogliente se femminile. Ivi giunti, la nostra sessualità particolare cadrà “così come corpo morto cade”!

Non si illudano di sfuggire a questo destino gli etero prefabbricati e non. Succederà anche a loro! Purché non vogliano restare i sofferenti da norma che ancora non si rendono conto di essere; a meno che non sia questo quello che vogliono restare, ma, se è successo anche ai cosiddetti angeli, temo che non abbiano via alterna i cosiddetti normali per diritto di base.

Alla luce dell’evoluzione che affermo, solo la vita può dirsi l’unico medico che può curare la sessualità per la forma genitale simile. Se l’unico medico del nostro e dell’altrui sessualità è la vita, e se la vita è il percorso che dobbiamo fare per capirci e capirla, che senso hanno tutti i generi di barriere che impediscono il naturale raggiungimento della meta che ci sposerà con la Vita facendoci diventare l’unica carne che ci hanno sempre impedito di essere?

Li trovo solo nei sensi del potere. In quello psicologico – psichiatrico perché ha bisogno di malati. In quello sociale perché ha bisogno di sudditi. In quello religioso perché, oltre per il senso detto dal sociale (la sudditanza) ha bisogno di essere il consolatore delle vittime che contribuisce a creare per poterle, poi, “amorevolmente” possedere.

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“Badino le donne che intendono diventare madri in età non comune: agli occhi dei figli saranno a scadenza. “

Questa è l’implicita opinione che se ne ricava dalla lettera del signor Giorgio Vinco, la dove dice (a proposito della maternità della signora Giannini) che il bimbo avrà dell’amaro in bocca quando vedrà che le mamme dei suoi compagni (diversamente dalla propria) saranno molto più giovani e carine. E se, invece, l’amaro in bocca l’avesse il figlio trascurato di una madre molto più giovane e carina di una che cura il figlio con una maggior coscienza di sé come donna e come madre, appunto per avere una maggiore età, e quindi, una maggior esperienza di vita?

Direi proprio che il Vinco si è fissato in una idea di madre e che quetsa dovrebbe essere la meta di ogni madre. Niente di più ignorante e niente di più fallace.

Dove non vi è chiaro e continuo maltrattamento, ogni bambino valuta la madre in ragione degli schemi di appartenenza e di conseguente crescita. Al più, e ciò vale per tutti i casi, dalla valutazione ideale il non più bambino passerà a valuterà la madre in ragione del reale.

Dove si presenta questo passaggio, tutti i generi di madri sono a culturale scadenza, usino o no degli abbellenti artifici. A questo punto, però, a scadenza è la stessa vita, indipendentemente da come si presenta.

Per quanto mi è dato di conoscere, solo le madri dei preti sono a scandenza. Scadono, quando il figlio diventato prete sceglie un’altra madre: la chiesa.

Ci vorrà del tempo, ma anche di questa vedrà che usa abbellenti artifici. Al che, due le possibilità: o usa gli stessi artifici per non scadere come figlio, oppure, gli apparirà scaduta anche quella madre.

Pressoché rifatta in data Luglio 2018

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L’amore è ricerca di comunione.

Tanto quanto l’abbiamo raggiunta, e tanto quanto amiamo.

Può essere ricerca naturale (comunione fisica) culturale (comunione di pensiero) spirituale (comunione di elevati principi) e di vita per l’insieme dei principi raggiunti e reciprocamente adottati. Dopo di che, non dimentichiamo che alla scuola dell’amore si può essere bocciati, ripetenti o promossi. I promossi hanno bisogno solo del proprio e reciproco sentimento, mentre gli altri, ci riprovano come prima cercando con altra/o le stesse compensative ragioni, oppure, le diversificano inglobando anche altre ragioni e/o soggetti.

Nel dire cos’è l’amore dovremmo ben dire anche che cos’è la passione, e nel tentar di capire, tenere separati i due significati. Ora, per quanto riguarda l’amore che ho già detto è comunione nel termini espressi sopra. Per quanto riguarda la passione, invece, è diversa dall’amore in quanto, mentre l’amore ascolta la vita, la passione ascolta solo sé stessa.

In quanto ascolto della vita, l’amore dura sino a che si sa e/o si vuole ascoltarla: vuoi quella di sé e dell’altro/a, vuoi la complessiva. Della passione, invece, sappiamo tutti che è una emozione a termine perché, dando risposte emozionali quasi sempre simili si consuma; ed è appunto per questo che ne cerchiamo di nuove. Lo facciamo perché finisce l’amore, diciamo, equivocando. Non è così! Lo facciamo, perché, a finire, è l’amore per il corpo amato, appunto, a causa dell’emozionale consunzione.

La dove finisce l’amore per il corpo amato, ma non finisce la comunione per e con la vita amata, allora, l’amore compensa ciò che si perde nell’esaurimento della passione. Quanti “femminicidi” in meno, come quanti “maschicidi” in meno se vivessimo queste parti di cuore e di vita.

ps. Vi chiedo di non accogliere questo scritto come fosse la supponente lezioncina del maestro! Non avete idea che culo m’ha fatto la vita per farmela capire!

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Verona: via XX Settembre

Pedalando ed esplorando.

Dovrebbero chiamarla via delle Nazioni. Ci sono, pressoché tutte le africane, e diverse Indiane e dell’Est. Gli abitanti di quella strada, sono disordinatissimi, coloratissimi, vocianti. Sono, fòra come i balconi: balconi nel senso di luoghi dell’affaccio sulla strada_vita. Sono, degli descamisadi: nel senso di privi di quell’abito che si chiama comune educazione. Sono, degli scuerciadi: nel senso di senza il coperchio delle nostre sovrastrutture; di una naturalità primitiva per quello e per come li vedo agire. Ci vado, quando ho bisogno di ricaricare la batteria delle emozioni. Ne sono affascinato. E’ indubbio che lo sono per le tensioni, e tentazioni erotiche che mi comunicano, ma, anche perché, sia pure di striscio, (e per lo struscio ) mi raccontano altre storie; mi mostrano, dell’altra vita. Per vedere altra vita, per sentir raccontare altre storie, c’è chi ha fatto il giro del mondo in mongolfiera. Io, lo faccio in bicicletta.

[Per naturalità primitiva intendo la potenza psichica, che trova la sua ragione nella forza fisica.]

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Sinistra e Destra: fantasmi.

La Sinistra è stata portata via dalle maree di una povertà che non è più povera ma neanche ricca. La Destra, invece, è affogata nelle frattaglie dell’ideologia conservatrice che è stata. Oggi, solo la paura usata per tenere buone le pecore, può dirsi di Destra; è una Destra però, per i fianchi unita alla Sinistra che nel tener buone le pecore, ha stessa necessità.

Invero c’è del nuovo sul bagnasciuga, ma lo vedono solo quelli che non hanno la testa girata verso i tempi dell’Eulalia Torricelli da Forlì. Non perché non siano preparate quelle teste, ma perché non si rassegnano all’idea che il tempo storico ed economico odierno ha fatto evaporare i brodi che le hanno nutrite.

Non è vero, ancora, che a lato delle malunite Destra&Sinistra non ci sia nulla. Vero è, invece, che ci sono dei nuovi ossi, ma per dar polpa a quegli ossi bisogna osare il nuovo: è così che non si muore per rassegnazione!

Si, sono un osso grillino, però, come per altro caso ebbe a dire il Prodi, in fede, adulto.

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Donne, madri, nutrici: l’urlo e la paura.

Hai la strana caratteristica, mia cara, di darmi delle risposte prima che io ti faccia le domande, ma prima una precisazione su “educatore”. In ragione delle informazioni che comunichiamo, tutti siamo educatori. Pessimi quelli che si dimenticano di essere contemporaneamente alunni. Certamente sono un educatore non titolato, ma grazie al cielo, neanche stipendiato, quindi, sono un libero! Torno al mio bisogno di precisazione che avevo inizialmente accantonato. Riguarda l’abitudine di dire a voce alta quello che si pensa, e che è meglio essere sinceri anziché viscidi. Nessun argomento precedente aveva portato a questa affermazione. Siccome il soggetto dei tuoi messaggi sono io, mi è lecito pensare, allora, che quel modo di agire avesse me come argomento. A che proposito? Come educatore o come identità sessuale? Ho affermato in un precedente messaggio, che il bisogno di un maggior tono vocale rivela volontà di dominio. Mi sono occupato di tossicodipendenze per più di una quindicina d’anni! Dei “tossici” ho conosciuto anche parecchie madri: tutte predominanti! Con predominanti intendo dire che la loro femminilità psicologica era coperta dalla loro psicologica mascolinità. Certamente sono delle eroiche nutrici, tuttavia, pessime madri! Il carattere maschile in loro predominante, infatti, impedisce ai figli di sentirsi accolti_accettati, e quindi, non amati (l’amore è comunione) per quanto nutriti. Dove una madre rifiuta l’abbraccio, vi è sempre una matrigna che accoglie i bisognosi di abbraccio. Ora, non voglio dire che tutte le donne che sentono il bisogno di dire a voce alta siano destinate ad avere figli “tossici” in famiglia! Voglio dire, bensì, che la volontà di predominio sulla vita altra, sottotraccia rivela delle insicurezze_paure, e che le insicurezze_paure di una madre che si cura con il predominio, rendono i figli altrettanto insicuri_spaventati. Brutti anatroccoli comunque spaventati, comunque diventeranno Cigni, ma, non tutti i Cigni, fanno le stesse piume e/o nuotano nelle stesse acque: sociali o sessuali che sia. Ora, quanto è pronta_capace una donna determinante, ad accudire anche quel genere di cigni? O è anche questo possibile dubbio, ciò che gli alimenta l’urlo? Ad esempio, giusto per tacitare l’incapacità di darsi risposte su di sé, oltre che per il suo ruolo: naturale o adottivo che sia?

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Oggi è la giornata dei genitori!

Lettera aperta ai padri che si ritrovano ad esserlo con i figli della moglie.

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Nella condizione di figlio putativo mi ci sono ritrovato da bambino. Sono passati più di sessantanni ma ricordo ancora la mia antipatia per un estraneo, subdolamente messosi fra me e mia madre. Quando la Cesira (mia madre adottiva) mi disse della sua intenzione di rimaritarsi per avere un sostegno, pensai: ma, ci sono io! Io, all’epoca inesistente per più motivi e casi! Non poca acqua è passata sotto i ponti che ho attraversato, qualche volta temendo di finirci sotto, qualche volta temendo di buttarmi sotto. Solo adesso, che so distinguere, direi pienamente, quando la va’ a coppe e quando la v’ a spade, sento di poter dire la mia; e quella giro ai figli e ai padri, al caso forzatamente e ostilmente legati da un comune sentimento verso una donna: chi da figlio (quel sentimento) e chi da marito. La passo ai padri e ai figli a mo’ di contratto.

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Punto primo: io non sono tuo padre naturale ma la Legge mi obbliga ad esserti padre culturale;

Punto secondo:

il compito di gestire la famiglia è delle figure anagraficamente maggiori. Se anche non umanamente e/o civilmente, o se anche immaturamente, ne parleremo;

Punto terzo:

l’autorità derivata dalle norme sociali, non autorizza me (come neanche tua madre) a diventare i tuoi secondini. Le stesse norme, però, obbligano te a non metterci in quella condizione;

Punto quarto:

Nella tua vita può entrarci solo tua madre. Io, solo a tua richiesta. Hai hai la mia disponibilità;

Punto quinto:

Comunque tu decida di viverti, tua madre ed io lasceremo al tuo discernimento il compito del giudizio;

Punto sesto:

fra tua madre ed io in pieno accordo, mi permetto di fissare con te un ultimo punto: fa in modo che la tua famiglia non debba il giudizio della società. Mi riferisco a quello legale. Quello di altri generi e/o fonti trova il tempo che cerca. Dovesse succedere, comunque resterai nostro figlio, ma per il solo dovere. Per il piacere di averti figlio, e noi di esserti i tuoi prossimi, invece, ci sarai diventato un tumore. Non necessariamente maligno, ma comunque portatore di “malattia”.

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Ancora con questa storia del Giudizio Universale?!

giudizio universaleCaro Francesco: ma, siamo ancora  lì! Dove mai pensa andare la chiesa con queste antiche frittate?! Fra i pittoreschi menu degli Evangelici? Fra i Candomblè brasiliani? O continuerà a battere il passo come sta facendo da non si sa più da quanto! Sveglia, Francesco, Sveglia! Togliamoci dalla testa che ci sia un Giudizio Universale! Come lo so? Lo so perché ho capito i principi della vita, e se siamo a somiglianza della Vita, un qualcosa penso di aver capito anche di quella. La storia dell’impossibile Giudizio universale me la sono spiegata, e te la spiego, con un esempio. Ammettiamo che Dio sia un ingegnere termonucleare, ed io, al suo cospetto, uno qualunque. Ammettiamo ora, che quel Ingegnere voglia e/o debba dare un definitivo giudizio sulla vita della mia Cultura. Per quanto Clemente e Misericordioso, non potrà essere che implacabile! Va bè! Altro non mi resterà che aver fiducia in quel giudizio perché ho fede nell’Ingegnere. Non per questo non mi sentirò quanto meno umiliato dal fatto che non posso capire appieno le sue ragioni. Al caso, anche al punto da respingerle, come anche al punto da mettermi in dissidio: vuoi con il mio mondo, vuoi con il mondo. Ora, può Dio umiliare quanto ha creato? Può Dio originare dei nolenti quanto volenti dissidi? Se no, allora, l’Ingegnere non può non rifiutarsi di emettere giudizi!  Non per questo non ci sarà Giudizio. Se non l’Ingegnere, chi l’emetterà? A mio credere, l’emetterà quanto di me sarò giunto a capire confrontando lo stato della sua realtà con lo stato della mia. Per quel confronto, non potrò addebitare all’Ingegnere nessun motivo di umiliazione come nessun motivo di dissidio! Al più sarà a me che li addebiterò, dandomi quanto meno dell’incosciente! Non credo neanche ad un Giudizio finale, appunto perché la vita è uno stato di infiniti stati di vita, e perché (essendo vita) non possono essere che in continua corrispondenza, e quindi, corrispondente evoluzione, come al caso, di involuzione. La morale di questa fola, dunque, è presto detta: l’Ingegnere non può decretare il Giudizio ultimo, perché, facendolo, decreterebbe anche la fine della vita. A quella fine, al principio non resterebbe che il suo Principio. E’ vero che l’Ingegnere basta a sé stesso, ma è vero anche, che non so immaginare una così definitiva mancanza di scopo: essere solo sé stessi. Qui da noi, la conosciamo come estrema solitudine.  Immagino l’Ingegnere per la Somiglianza che sono, è vero. D’altra parte, mica lo posso fare per la Cultura dell’Ingegnere! Se lo potessi, l’Ingegnare sarei io! Con questa megalomane ma ridanciana affermazione,  ti saluto.

Oops! Stavo dimenticando! Se per le ipotesi dette, l’Ingegnere non può emettere definitivo giudizio su nessuna vita, lo può, una Somiglianza a quell’Immagine? Direi che lo può, solo se si pone, come Serpente, fra le decisioni dell’Ingegnere e quelle di Mammona.  Aggiungo un’ultimo pensiero: non me ne vogliano quelli che si sono visti scompaginare con questo, il loro più antico disegno. Voglio sperare, neanche tu.

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Per capire le ragioni di questo viaggio

Per capire la ragione di questo viaggio, tutti questi scritti sono fondamentali. Anche perché dicono la difficoltà di dirsi. Messe così le cose, non mi rimane che una scelta: lasciarli come sono e dove sono. Mania di grandezza o no che sia, li penso soggetti da studio più che da lettura. Consiglierei la Lettrice e il Lettore, allora, di fermarsi sui corposi solo se particolarmente e/o doverosamente interessati: sono decisamente pesanti. Anche sino a togliere il fiato. Qui lo affermo e qui lo nego, ovviamente. 🙂 Gli scritti di maggior peso sono nella sezione “Lo Spirito”, nelle Strade su l’Oltre” e “Alla ricerca della consapevolezza”. Riconoscendone la paccosità, li ho allegeriti semplificando le trinitario_uniterie tesi con l’uso di immagini. Questo lavoro è in costante revisione. Vita permettendo, prima o poi lo finirò.

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Il percorso maggiore

Lo spirito che Saulo “conobbe” per la sua strada e quello che ho “conosciuto” per la mia sono quello che ci hanno fatto capire di essere, o per tanti generi di bisogni (anche oltre ragione) abbiamo amato pensarlo? Mah!

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Verso lo Spirito

Nei percorsi su l’Oltre

Nei percorsi della vita

In quelli dell’autore

Nella ricerca di consapevolezza

Nelle Lettere a Francesco

Nel verificare la lettera “Confronti”

Qualche giorno fa, mentre la stavo rileggendo.

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Il principio spirituale

coldorNella fonte spirituale, la corona è simbolo di sovranità. La colomba è simbolo dello Spirito.  Lo Spirito, è la forza della vita che corrisponde dalla relazione fra una Natura e la sua Cultura. Poiché forza che principia la vita, lo Spirito è principio sovrano. Perché sovrano principio della vita a cui da la sua forza, non può essere spodestato da nessun altro spirito. La sottomissione dello Spirito, quindi, indipendentemente da chi o cosa la procura, è errore contro la vita, contro il Principio, contro il suo principio, lo Spirito. Tanto quanto la sottomissione dello spirito è perseguita, (vuoi in se che in altra vita da sé) è tanto quanto è male se diventa errore coscientemente perseguito.

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Storia e considerazioni sull’immagine

Ho trovato l’immagine originale in un mercatino di oggettistica: a Bolzano. Aveva uno sfondo a goccia: di plastica nera. Sordo a chi mi diceva che era un gabbiano (o un uccello simile) per decenni l’ho sempre intesa come l’interpretazione di una colomba da parte dell’autore; da quell’intendere, le conclusioni che ne ho tratto. Va beh! Vuol dire che è un O.S.M = Oggetto Spiritualmente Modificato; che è quello che da allora ho iniziato a diventare. Sopra la corona ho fatto aggiungere un brillantino. In quanto bianco, puro, e brillante, di quel diamantino si può dire che simbolizza la luce. La luce, simbolizza la verità. Elevando il pensiero, si può dire, allora, che sulla cima della corona che segna la sovranità, (dello Spirito, in questo caso) c’è il brillio della verità.

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Il principio culturale

sculturaleL’Immagine del segno culturale è composta da tre simboli: un cerchio, tre orbite, una croce. Il cerchio è formato da infiniti punti. Poiché si principia da ogni suo punto, è simbolo di principio infinito. Poiché in un cerchio tutto sta e il cerchio tutto contiene, è simbolo di universalità. Le orbite rappresentano il trinitario stato della vita: Natura, Cultura, Spirito. Le orbite sono intersecate. L’intersecazione segna l’unitaria corrispondenza fra gli stati. La Croce simbolizza il peso della Natura sulla Cultura, e sulla forza della vita: lo Spirito.

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Storia e considerazioni sull’immagine

Ammessa ma non necessariamente concessa l’inesistenza degli spiriti, e ammesso ma non necessariamente concesso che la medianità sia solamente il frutto di un’altra parte della mente, ci sarà da capire come il medium sia riuscito (nel giro di un paio di minuti, forse neanche) a comporre quest’immagine senza mai staccare la penna dal foglio e senza fermarsi un attimo. Se accettiamo invece che l’autore sia uno spirito, con quell’immagine si è manifestato durante un incontro. Dopo la composizione dell’immagine scrisse che era un segno universale. Raccomandò di non fotocopiarla. (?) Non aggiunse altro. Sull’immagine (in b/n) non osai chiedere spiegazioni ma sentivo di doverle dare. A quale altro pro, infatti, quel messaggio? Ci impiegai non poco tempo. Non pochi pensieri, ripetizioni, correzioni. Non poca fatica: di anni.

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Con l’affermazione intendo dire …

… che  andando verso la vita non possiamo restare come siamo (qualsia individualità si sia) neanche volendolo. La presa d’atto di ogni informazione, infatti, non può non mutare il pensiero dell’informato a nuovo: ne sia cosciente o no. Ogni conservatore dell’identità che è, pertanto, perda la speranza di restare così. L’ho scritta pensando a quella che Dante ha collocato su l’ingresso dell’Antinferno. La mia, invece, l’ho pensata per questo ingresso. Non ho mai creduto che fosse complicato capirla, ma il commento di un offensivo e multiforme infelice (confido nel forse) m’ha costretto a ripensarci.

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Cosa?!

Nella gran parte dei casi, capisco solamente dopo, quello che ho scritto prima. Perché mai, un “imbecille” si ritrovi nella situazione di parlare di cose più grandi di lui, me lo spiego solamente così: è la vita! Certamente avrebbe potuto scegliere meglio. E, che cacchio! E’ andata a scegliere un tizio che non sa distinguere un congiuntivo da un trattore! Non hai idea di quante volte mi è venuto l’istinto di buttare via tutto! Non ne ho avuto la forza finale. Vanità? Amor proprio? Speranza di ragione? Fiducia nella vita? Mettici quello che vuoi: ci sta di tutto! Che faccio, ora? Non lo so. Procedo, suppongo. Alternative non ne vedo. Ovvero, ne vedo una: io faccio quello che posso e la vita farà quello che vuole.

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Su questo lavoro

Per scarsa conoscenza non sono in grado di capire se le immagini che ho tratto dalla Rete sono effettivamente gratis e free come chiedo ogni volta. Rimango a disposizione.

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Dopo aver visto e più volte operato su 100/200/300 pagine (sono di più) non sopporto più la vista di nessuna divisoria e/o indicativa utility, così, come link di collegamento fra post e post, in fondo ho messo un’immagine bianca. Ne viene fuori una paginata essenziale. La trovo  persino erotica. Toglierò le immagini in più man mano verifico gli scritti. Sono particolarmente dispiaciuto per il “Virgilio”, ma se Dante avesse percorso i suoi gironi tutte le volte che ho fatto e rifatto i miei, avrebbe scritto la Commedia Scocciata, non, quella Divina. Lascio il “Virgilio” all’ingresso.

linkbianco

Scrivo secondo emozione …

… e nella gran parte dei casi, capisco solamente dopo quello che ho scritto prima.

separamini

Perché mai, un “imbecille” si ritrovi nella situazione di parlare di cose più grandi di lui, me lo spiego solamente così: è la vita! Certamente avrebbe potuto scegliere meglio. E, che cacchio! E’ andata a scegliere un tizio che non sa distinguere un congiuntivo da un trattore! Non hai idea di quante volte mi è venuto l’istinto di buttare via tutto! Non ne ho avuto la forza finale. Vanità? Amor proprio? Speranza di ragione? Fede? Ecc, ecc? Mettici quello che vuoi, che non sbagli! Ci sta di tutto. Che faccio, ora? Non lo so. Procedo, suppongo. Alternative? Non ne vedo. Ovvero, ne vedo una: io faccio quello che posso e la vita farà quello che deve.

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A Capodanno, un asteroide…

Sentimentalmente, e sessualmente parlando, bene o male, tanto o poco, sono sempre stato un gravitante. La notte dello scorso Capodanno, però, uno scontro con un asteroide m’ha divelto da l’orbita; e non riesco più a tornarci. O, meglio, lo potrei per ragione, ma, anche a botto passato, non lo posso per emozione. In attesa di sentire, e, quindi capire, in quale orbita ritrovar parcheggio (se nella passato, o in una futura, o in un diverso modo d’agire della passata) sto girando attorno a me stesso.

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Nel campo di Pinocchio trebbia riso amaro Equitalia

Oggi ho ricevuto una raccomandata. Non ho zii d’America, quindi, il soggetto di quella missiva non sarà certo un’eredità. Sospetto, piuttosto, che sia la raccomandata di una Equitalia che, nonostante le sue pur legittime istanze, viene percepita sempre di più come la Magrecita con falce di messicana cultura. Sbaglia Equitalia a chiedermi quanto non ho dato allo Stato in tasse non pagate ed in I.V.A. non versata? Sbaglia, Equitalia, a chiedere degli interessi, a mio sentire, da Mercante di Venezia? Chiaro che no. Gli errori sono stati miei, mica di Equitalia! Mi si dirà, o quanto meno lo dirà chi mi conosce: strano, Vitaliano, non ci sei mai parso dedito al delinquere in varia forma e/o quantità! Vero, non l’ho fatto perché delinquente in varia forma e/o quantità, ma “per amore, solo per amore” come si grida nel titolo di un commovente film di qualche anno fa. Magari, l’avessi fatto per delinquenziale tendenza! Dell’opinione altrui, di quella dello Stato me ne sarei altamente sbattuto! Diversamente, mi sono vergognato tutti i giorni, per tutti non pochi anni, e per più di due ventiquattrore piene di inviti a pagamenti che non potevo e tutt’ora non posso soddisfare. Per anni Equitalia m’ha fatto sentire un ladro. Solo per aver vissuto! Oltre ragione, è vero! Le sue raccomandate dentro la cassetta erano diventate il Prete che non poteva assolvermi; erano diventate il Carabiniere che non mi ammanettava solo perché lo ero già: nell’animo. Delle assoluzioni ecclesiastiche se ne può anche fare a meno. Ai Carabinieri si può anche scappare. Dalle manette, anche liberarsi.

Dell’animo messo in una cella di sicurezza (la sicurezza del “secondino”, ovviamente) non c’è “ergastolano” che fugga, se non per sopraggiunto callo nei rassegnati al destino di galerati da inadempienze per cause non volutamente morose, oppure, come estrema scelta per chi non accetta calli nell’animo, per acqua, corda, o pistola. Possiamo affermare che vi è una certa correità morale da parte di Equitalia nei suicidi per debiti di operatori non delinquenziali, e magari falliti perché non pagati? Di Equitalia non vedo possibilità di vera chiamata al reato di indiretto omicidio. La vedo, invece, sia verso lo Stato che tramite Equitalia reclama subito quello che non si sa quando verserà! La vedo invece, verso clienti che, se volenti, non hanno pagato quando dovevano! Mi si dirà: come mai, tu, Vitaliano, per quanto pressato con la pesantezza che dici, non ti sei ucciso? Forse perché, tutto considerato, non era così pesante il tuo debito con Equitalia, oppure perché ti è facile far il callo ad avverso destino? Mettiamola così: rifatemi la domanda dopo che avrete pianto su un amore che era tutta la vostra vita, (e sul nulla che era diventata a causa della morte di quello) e su dei mobili che non avete più perché Equitalia se li è portati via! Mi si dirà: in vero non ci pare il caso di suicidarsi per quattro legni! Vero, ma, se quei quattro legni fanno parte dell’identitaria immagine che avete di voi stessi, cosa, in effetti, ha portato via Equitalia? Solo cose, o solo voi? Tutto molto vero, Vitaliano, ma cosa cavolo vuoi che ci faccia, Equitalia, se suo malgrado travolge delle identità indebolite da più forti contesti? Troverei risposta nella parafrasi di un celebre proverbio siciliano: sia piena che piega. I suicidi sinora accaduti, dimostrano, invece, che le sue piene travolgono. Il che prova, a mio vedere, che se il punto dolente in Equitalia non può essere la sua legittimata azione, lo può essere invece, nella misura della sua azione: in chiara over – dose, ogni qual volta una richiesta è “bustina” in cui il taglio prevale fortemente sulla qualità della “roba”.

Le cito il paralleo fra debiti e droga, perché, droga, è tutto ciò che fissa l’arbitrio, e un arbitrio fissato da irrecuperabili debiti, è fissato nella sua impossibilità di risolverli, così come un drogato è fissato dalla sostanza, non tanto nel suo capire, quanto nel suo volere, e, di conseguenza, nel suo potere. Un arbitrio fissato (da droga o da debiti che sia) è suicidario esattamente come lo è, chi, preso da tagliola, sceglie di dividere da sé la parte presa; e se la parte presa è tutta, tutta la divide da tutti.

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Il Principio in Cristo e il Principio in Maometto

Per come la vedo, la differenza fra il concetto di Padre e di Allah sta nel fatto che uno è Signore (a dir di Cristo) e l’altro Padrone a dir di Maometto. Ci vedo anche un’altra “differenza”, e cioè, che l’idea di Cristo su Dio è prevalentemente materna (accogliente) mentre quella di Maometto è prevalentemente paterna, cioè, determinante, direi a livello feudale. Si può anche pensare che l’idea di Dio dei due tramiti sia nata dal bisogno personale (elevato poi al divino) di trovare un nuovo principio della vita: amante in Cristo, ordinatore in Maometto. Viste le odierne cose, c’è di che pensare (e sperare) nella visione del Profeta che ho letto da qualche parte: Cristo verrà dopo di me. Non di certo la persona di Cristo, ma il principio spirituale (l’amore per la vita) che ha seminato. Mi rendo ben conto che non siamo in grado di conoscere l’originale pensiero di Cristo, e che ciò che diciamo suo, è grano mescolato a molta pula. Cosa fatta, Principio ha!

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Quanta acqua non è passata sotto il Piave

da quando sono uscito, vestito da chierichetto dalla chiesa di Vellai di Feltre!

vellai

decoro

Mi chiamavano sempre quando c’erano le messe in terza o in più come allora si diceva delle solenni. Non che convincessi tanto come chierichetto, però, vestito così gli facevo fare una bella figura quando veniva il Vescovo! Deve essere così perché nelle messe ordinarie non mi hanno mai chiamato! Il collegio – orfanotrofio era dell’opera Don Guanella che ora è scuola di agricoltura. Molto probabilmente, l’hanno convertito a nuova funzione perché hanno cominciato a scarseggiare le braccia per messali, ma non diminuire quelle per i campi! Una ricerca rapida su Google e qui da Luciano Cassol ho trovato le foto in vari tempi del Collegio. C’è anche la foto del Don Primo. Bonaccione! Si occupava della raccolta fondi attraverso la stampa di lettere destinate ai benefattori. Lo chiamavano “pia opera” quel lavoro. Solo il signore sa, quante lettere ho imbustato! Gli originali delle lettere erano scritte a mano; avendo calligrafia decente a giudizio del Don Primo. E’ capitato di farlo anche a me. Caso non ripetuto!

Devo la foto a Paramio.com

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Questa non è un lettera sulla Tossicodipendenza: è una conferenza spacciata per lettera!

Peggio ancora, ma, purtroppo, è un soliloquio. Avete presente quando si pianta una sonda per cercare l’acqua? Magari venisse subito limpida! Invece, prima viene il fango. Da me, sonda, è venuto fuori del fango per anni. Solo adesso sta venendo fuori dell’acqua. Non sempre potabile, per carità, ma, almeno, chiara. Ora, però, mi manca la forza che avevo quando davo fango pensando fosse acqua. Ci sarà ben della giustizia in tutto questo, ma, mi venga un accidenti, se capisco dov’è! Pubblico delle gocce pulite. Come Associazione e persona sono vicino a Dipendenti da tossico sostanze, in età variante dai 30 ai 40 anni. Sono età, nella quale il sapere e la vitalità si temperano nella riflessione personale. Tuttavia, su di loro imperano ancora le sostanze legale ed illegali. Sono imperi che mostrano la corda ai tossicodipendenti che le dico. Nel riconoscerne tutti i fili, (anche se nel non contrapporre azione di rigetto), sta, la loro maturità.

“Nella contrapposizione fra ciò e chi opera per il loro recupero, e ciò è chi opera per mantenere lo stato quo del tossico dipendere. la persona td. sta, come la corda del gioco. L’opera di trazione cui è sottoposta la personalità tossicodipendente, è sfibrante, logorante, angosciante. Se la “pera” ha tanta presa, è anche perché cura quegli stress.”

“Non da meno stress, sono soggetti anche quelli che operano contro la Tossicodipendenza. Questi, si devono difendere da quello che il Tossicodipendente butta loro addosso.”

” Vi sono di quelli che si difendono, essendoci solamente con la professione. Incauti quelli che credono di essere difesi perché ci hanno messo la vita. Comunque sia, vuoi prima o vuoi dopo, ambedue i generi di comportamento vengono lesi dalla costante frustrazione, che, per servitù alla droga, il Tossicodipendente non può non provocare. Così, fra “tossici” e anti tossicità, la droga inietta un’altra faccia del suo veleno: l’inimicizia. Sarà anche una inimicizia educata, amorosa, ma sempre velenosa, ed avvelenante, è.”

“Volentemente nolente, il Tossicodipendente in questa situazione sente che tutto gli è nemico. Sia l’antisociale, (per quanto sia passivo – attivo complice), sia un Sociale, che non riesce ad essere sufficiente amico perché non sufficiente “pera”.

“Non c’è pippa di ragione, che sappia dire la solitudine che è in questi casi. Solo il cuore lo potrebbe, ma, lo vendono a poco. Forse perché è considerato a livello frattaglia”.

“Quindi, non rimane che la “roba”. Il senso placenta che da, rimane un amico anche se sanno che li isola da qualsiasi alternativa. Se ne rammaricano ma finiscono per coprirsi, perché fuori, fa freddo.”

“In attesa di capire che non si può osteggiare una intossicazione di quel genere, , o rimanendo da parte, o sostenendo una parte, o rinchiudendola in vari modi dentro una parte, il Tossicodipendente sta, senza arte e ne’ parte, o si fa per continuare la sua parte, se non proprio l’arte.”

“E’ vero che il “farsi” è sod – disfarsi, ma è anche vero che è medicarsi, oltre che, identificarsi.”

“I tempi e i respiri della vita non hanno nulla a che spartire con ideologie legali e/o terapeutiche. Ma le terapie sono costi e, i costi, rendono merce la vita. La vita trattata come merce, ci condanna a riprendere in carico, la vita che trattiamo come merce.”

“L’unica virtù che non rende merce la vita, è la gratuità. Sarebbe una grandissima gratuità, già il capire, che se la droga è il piacere che fa male, in successione, è il male che solleva dal piacere che fa male.”

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Accidenti! Non mi ricordo più in quale cassetto ho messo la verità.

Ho iniziato i miei scritti nella Primavera del 1991. Ero sulle 800 pagine quando le ho contate anni fa. Saranno almeno un centinaio di più, adesso. Giusto per fare un CD, le ho convertite in HTML Di media, ogni conversione necessita di 7/8 operazioni, se tutto va bene. Naturalmente, non tutto va bene perché, sbagliare delle operazioni è fisiologico! Consideriamo, allora, la media di dieci operazioni per pagina. 800×10= 8000 operazioni. Un napoletano fra di voi, certamente starà pensando: che cagamiento e….! E con ragione. Non è mica finita qui, però. Il fatto è che le devo organizzare secondo attinenza fra argomenti. Immaginate che in tutti questi anni, le abbia collocate in una ventina di cassetti. Per qualche anno più o meno come mi sembrava, ma poi, come mi sembrava meglio, quindi, meglio su questo: si prima e no dopo anche decine di volte. Su quell’altro cassetto forse ma vediamo. Su questo senza dubbio oggi, ma con più di qualche dubbio domani, ecc, ecc. Naturalmente, devo ricordare sia le pagine che le collocazioni precedenti se voglio poi ritrovarle per spostarle! Vi sta venendo una qualche idea sul quel po po’ di casino?! L’Arbasino ci direbbe: è la vita, Madama la Marchesa! Come se non lo sapessimo! Cosa mi fa sapere che ho risolto il casino? L’ho risolto, quando, guardando sia le pagine che i cassetti, non sento alcun dissidio! Ecco! Questo vale anche per le nostre pagine, argomenti, conversioni, mariti, figli, amicizie, e non per ultimo noi. Dove non sentiamo più il dissidio, abbiamo raggiunto la nostra verità. Se non lo sentiamo più in noi e con chi ci corrisponde, abbiamo raggiunto la vita nella verità; e a proposito di verità, proprio accendermi una sigaretta!

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Sei come un gattino mi scrive e mi dice una firma nota.

Al risveglio, non ricordo più di chi la firma.

Oltre che avermelo scritto me lo legge: maschile la voce. Mi dice: sei come un gattino che non sa come scendere dall’albero. Sorrido all’immagine e mi sveglio. L’immagine gattino mi dice che nei miei confronti il commentatore ha i sentimenti affettivi che si prova verso soggetti in tenera età. Simbolicamente parlando, la tenerezza data dall’età minore ha diversi significati: vuoi degli stati mentali (tenerezza come sottintesa immaturità) vuoi di quelli culturali (tenerezza come sottintesa ignoranza) vuoi di quelli spirituali: tenerezza come sottintesa debolezza della vitalità della vita. Per quanto riguarda l’albero, per me c’è un solo Albero: ed è quello della vita. Il commentatore non me l’ha detto ma se mi conosce, cioè, se mi sente, non può non condividere l’idea. Ne consegue che mi vede in cima alla vita: cima che si può intendere anche come fine. Non mi dice se sono spaventato, preoccupato (ecc. ecc) di stare lì. Neanche mi dice come ci sono salito: solo constata che l’ho fatto e che ci sono. Dice, però, che se non so come scendere, e neanche perché lo devo. Se passare dal reale all’ideale è una salita, e se passare dall’ideale al reale è una discesa, da quell’Albero sono un gattino che ha dimostrato (almeno a sé stesso) che è capace sia di salirci che di scendere: ora, senza alcun problema. Ne ricavo che la tenerezza che quello spirito ha sentito per me come gattino, non è motivata da quanto penso sino a questo punto. Recenti analisi hanno rivelato che ho due rogne ai lati dell’encefalo (ancora benigne); che il diabete (con tutte le sue altrettanto rogne) è passalo da 1 a 2; che c’è ben poco da fare per un cuore con battito atriale; che senza Coumadin (come anche malgrado il Coumadin) sono soggetto a ictus oppure a infarto: mortali o parziali lo saprò solo dopo. Senza alcun genere di timore, prendo atto della mortalità in sospeso. Certo! Tutti viviamo in sospeso. In ragione, però, (chi più e chi meno) di infiniti stati di conoscenza e di accettazione. Almeno statisticamente parlando, un giovane meno, un anziano di più. Nella realtà, quando capita capita. Se l’accettassimo come il sereno destino di tutte le età più o meno coscienti, vivremmo meglio sia il nostro esserci che il nostro dipartire. Considerazioni sulla morte a parte, torno a quelle su di me. Come scritto prima, della mortalità non temo il finire, temo, tuttavia, il come. A maggior ragione perché dovrò essere assistito da soggetti per mestiere. Questo mi preoccupa, appunto perché non so come scendere a Terra, dall’Albero dove ci resto senza timori perché, almeno al momento, ad ogni giorno do il suo affanno.

perdamasco in rosa lgbt

Le “mogli” badino ai “buoi”. La sessualità è da aggiornare.

Sono al bar. Il caffè è un sabba di carbone, ed il crafen un gommone. Lo affermo con obiettività: non mi sono alzato male. Ho deciso da tempo di non leggere più i giornali, ma su di uno aperto vedo: donna imprenditrice, sgozzata da un senegalese. Non ho letto il resto, per cui non saprei dirvi se il delitto è stato casuale, oppure, il sipario su di una storia mal recitata. Prendo spunto lo stesso da questo fatto perché le donne di ora (o è meglio dire le femmine di ora?) sanno quello che vogliono, ma il come, non sempre in modo felice. Succede anche nell’Omosessualità.

Nella ricerca delle figura corrispondente, illuso, l’uomo, che pensa di essere ancora il prevalente decisore. Evoluzione culturale vuole, però, che lo stesso errore (la prevalente decisione) lo stia facendo anche la Donna.

Certo: può andare bene per uomini che amano essere “presi” (i cosiddetti passivi) ma per niente per quelli che amano “prendere”: i cosiddetti attivi.

La donna culturalmente mascolinizzata, nel maschio apprezza l’aspetto accogliente; aspetto che, culturalmente parlando, è sempre stato suo. L’accoglienza, direi necessariamente comporta la remissione della forza: vuoi naturale, vuoi culturale, vuoi spirituale, vuoi l’insieme. La remissione, direi necessariamente, configura una femminilizzazione dell’identità prevalentemente determinante: l’attiva.

Se è già parecchio difficile distinguere quanto sia attico e/o remissivo il maschio occidentale, figuriamoci se lo è di meno nel maschio tribale. Per tribale, intendo il maschio che basa la sua identità sessuale sul piacere dato dal suo sentire, più che sul piacere dato dal suo sapere.

Ci sono maschi, che in virtù di un fine, (il farsi prendere per prendere) decidono di giocare il ruolo passivo. Non fatevi illusioni, Donne o Omosessuali. Lo fanno sino al raggiungimento dello scopo. Non rendersi conto della differenza fra vero e verosimile, può rivelarsi anche pericolosissimo: vuoi per relazioni che hanno la durata della funzione sessuale, vuoi per relazioni che, almeno per intenti, dovrebbero avere la durata della vita.

Riconoscerei in questi capovolgimenti di ruolo, le basi non dette di molti delitti (per non dire in quasi tutti) verso la Donna come verso l’Omosessuale.

Quel senegalese ha ucciso la donna sgozzandola. A suo modo, lo sgozzamento è il rito che esorcizza l’invasione della “voce” che disorienta la mente dello sgozzatore. Lo sgozzamento può arrivare sino al totale decollamento. In quel caso, il decollamento è il rito che scaccia la “voce” del potere di un “capo” (quella della femmina o dell’Omosessuale che dopo aver preso il comando sessuale e culturale lo vuol mantenere) su di un altro “capo”: quello di chi, dopo essersi fatto prendere, intende liberare la mente dalla presa passiva che ha subito sia pure per voluta recitazione.

Si può anche dire: tanto più la recita gli è diventata culturalmente modificante  e tanto più sarà marcata la ripresa della precedente.

Popolare saggezza consiglia: mogli e buoi dei paesi tuoi. La liberazione delle identità sessuali ha ampliato sia il concetto di “mogli” che di “buoi”, ma non ha eliminato gli steccati ai pascoli.

Non tenerne conto può risultare fatale.

Lettera completamente rifatta nell’Agosto 2018

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Cara Platinette

Una vita non vissuta in tutte le sue parti, è come uno stomaco con delle anse da riempire, o con quello che vivrà, o con quello che gli sostituisce quello che non sa, o non può, o non vuole vivere. Vedo che sei giunto al punto da ammalarti perché hai delegato al frigo il compito di psicologico angelo consolatore. Nelle stesse condizioni, (sia pure non così pesanti) un mio amico percorreva le ore della notte (affacciato alla finestra che dava sulla strada) in compagnia di vasetti di cipolline. Cercare in frigo di che riempire quelle anse non è una buona idea: lo stai constatando. Stai anche constatando (ma forse non ancora del tutto) che non è una buona idea neanche quella di riempirle con protesi di due prevalenti generi: quelli che reggono quello che intellettualmente sei, e quelli che reggono quello che di te sopporti e vivi sia nella parte di burattinaio a tuo favore, che in quella di burattino: sempre a tuo favore. Quando ti renderai conto che nel tuo teatro la parte del capo comico non comprende quella del burattino, aprirai il frigo solo a ragion sentita.

Mi sono ricordato d’averlo fatto vedendo l’articolo che segue. In quello, forse non ho fatto centro ma certamente ci sono andato vicino.

platinette
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Hai presente il mercurio?

che più tenti di fermarlo e più si divide! Vedo così anche l’impulso pedofilo che sta facendo beccheggiare la tua barca anche pericolosamente. Vedo anche che stai tentando di salvare capra e cavoli ma senza riuscirci quanto vorresti. Diversamente da te, posso dire quello che voglio e fare quello che credo per un solo fondamentale motivo: ho le mani assolutamente vuote da ogni condizionante potere. In questa felice situazione posso dire quello che credo verità, perché urbi et orbi (lasciamelo dire) lo credo veramente, non perché è veramente così se trovo opportuno dirla o non dirla. Da un bel po’ la tua chiesa è solo marginalmente mia. Pertanto, non dovrei impicciarmi delle sacre cose. Metti che lo faccio perché sono un romantico, e che questo basti per darti un consiglio non richiesto: vuoi togliere dalla tua chiesa gli abiti infetti? Semplice! Devi solo trovare l’eroico coraggio di non spogliarla dietro paraventi. Unico paravento deve essere la sincerità che riporta il sacerdozio alla sua naturale umanità, Restituendogli gli attributi che le verità della chiesa hanno trovato opportuno castrare. Confida nelle pecore, Francesco: capiranno! E’ ben vero che gli avete tagliato la gola per secoli, ma, anche se non lo diresti proprio, non del tutto, la capacità di discernere secondo equità; non del tutto il giudizio che le conduce per “verdissimi prati”; ad abbeverarsi solo “nelle placide acque”. Si è vero: hanno pur sempre bisogno di nuovi pastori. Nuovi, spero, innanzi tutto perchè senza bastone! Con i bastoni sulla schiena delle pecore, basta!

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Caro Francesco: a proposito di Medjugorje.

(sede di medianità, spiritismo, presunti carismi e idolatria, senti un po’ questa.)

L’esistenza della Divinità e del suo Spirito (la forza della sua vita) si basa su un atto di fede, quindi, ad ognuno la sua, o la sua opinione. L’esistenza dello spirito umano, invece, è provato (come forza della vita) dal sentire la nostra vitalità. Sulla Metempsicosi, molto si può dire, o tanto, poco, o per nulla credere. Come anche sull’esistenza degli spiriti, e sui cosiddetti doni dello Spirito che ho trattato da me. Non è possibile accertare, infatti, se provenienti da un’altro stato della vita, o se provenienti da un altro stato della mente: stato raggiunto (il mentale ignoto) vuoi per malattia, vuoi per “mistica” o vanesia ricerca di potere. Per quanto riguarda il mio pensiero e per i credenti, l’unico dono dello Spirito chiaramente verificabile è la vita. Per quanto riguarda i non credenti, è lo spirito della nostra. D’inattendibile fonte di vita ogni altro dono che non sia d’umana provenienza; sono d’inattendibile fonte, perché il male sa fingere il bene, molto bene tanto quanto è male. Il che vuol dire, che il male può essere maggiore dove maggiore la rivelazione. Mi si dirà: ma ci sono manifestazioni, che pur provenienti da inattendibile fonte, comunque recano soccorso e quindi sono un bene! E’ vero, tuttavia, per quale fine? Quello fine a sé stesso, (recare gratuito bene) o un fine nascosto, quale, ad esempio, far dipendere lo spirito umano, da uno spirito “donante” che non si sa più quanto abbia conservato di umano nell’ex umano che è diventato nel cielo che dice ma che non si sa? Ogni potere di qualsiasi genere usa il dono come rete. Lo sappiamo da sempre, tuttavia, ci cadono gli stessi adulti (quando non i tuoi) che ai bambini raccomandano di non accettare caramelle dagli sconosciuti. Dimenticano il loro stesso adulto avvertimento (quegli adulti e i tuoi che accolgono quelle manifestazioni dell’Oltre) non appena un dolore o un errore li fa tornare (incauti Pollicino) alla ricerca della strada che hanno perso nella loro Notte. C’è una sola attendibile guida! Il Padre del Bene nella Natura, per quanto è Vero alla sua Cultura, perché Giusto al suo Spirito per i credenti, e il bene nella Natura per quanto è vero alla propria Cultura e Giusto al proprio Spirito, per i non credenti. Si, hai inteso bene, Francesco. Sono vie parallele! Tutto si dovrebbe fare (o fare i tuoi) fuorché allontanare strada da strada.

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Caro Francesco: per quanto ancora il potere sulla vita sceglierà Barabba?

Tutti i credenti sono giunti ad accettare l’idea dell’unico Padre. Diverse solo le nostre interpretazioni. Fra le tante, quale la più grande perché la più vera? Quella biblica che lo narra simile al dispotico sovrano che fa e disfa la vita incurante della carne, sia dei sottomessi, sia di chi intendeva far sottomettere? Non so quando il Cristo evangelico smise di accettarlo così. Per quanto raccontano, quello che so, è che smise. Non per perdita di fede, smise, ma, evidente ipotesi, perché quel Padre non corrispondeva ai suo bisogni di figlio. Del Padre riesco a immaginare solo i principi della sua vita: Natura per quello che è; Cultura per quello che sa; Spirito per quello che sente. Naturalmente, lo posso perché ho elevato al Principio i nostri principi: Natura per quello che siamo; Cultura per quello che sappiamo, Spirito per quello che sentiamo. I principi del Padre sono assoluti. I nostri, a quell’Assoluto somiglianti. Passami la ripetizione dei pensieri che seguono. Sono come le travi che reggono un soffitto: necessariamente ripetute. Poiché corrispondenza di stati fra Natura, Cultura e Spirito, la vita originata dal Padre è trinitario_unitaria. Il Padre, invece, è l’Uno; lo è perché gli stati al principio sono unitari in assoluto. Se così non fosse, avremmo più principi, in conflitto per bisogni di supremazia. Non risulta da nessuna parte che i bisogni di supremazia siano tipici del Padre. Ben diversamente risulta dalle idee dei figli sul Padre. Il Padre, in quanto vita in assoluto, è identità, in alcun modo scissa. Se in alcun modo scissa, non può originare che un’unica volontà di vita; dare vita a sua immagine: perfetta! Certamente non sono io quello che sa cosa possa o non possa il Padre. Mi domando solamente: può fare qualcosa di illogico, con ciò intendendo dire un qualcosa che contraddica i suoi principi? Sia per fede che per ragione, secondo me, assolutamente no.

Un Assoluto non può proiettare che il suo assoluto, e se assoluto Bene del Padre è ciò che proviene dal suo assoluto Vero perché assolutamente Giusto, assolutamente può operare solamente concedendo il suo assoluto principio: la vita. Può una potenza (quella che origina la vita) contenere ciò che toglie potenza? Se deriva da un assoluto principio, no. Nell’assoluto principio concesso dal Padre, quindi, non ci può essere nessun errore, nessun dolore, nessun male. Se per molti motivi e/o modi la vita a sua Somiglianza viene scissa (lacerata e sinonimi) fra i suoi principi trova posto l’errore che porta al dolore che porta al Male. Il dolore è il male naturale e spirituale da errore culturale. E’ sommamente importante, quindi, che nulla di esterno alla data vita la separi da sé stessa. Tanto quanto non vi è separazione fra stato e stato, e tanto quanto vi è comunione fra stato e stato. Non vi può essere comunione fra stato e stato, dove non vi è amore fra stato e stato. Essendo un principio assoluto, il Padre non può non essere che l’assoluta comunione fra i suoi stati. Per questo, è la massima immagine dell’Amore. La storia di Cristo mi fa pensare che nel genitore che ama trovò l’idea di Padre che corrispondeva ai suoi bisogni. Dicendolo d’Amore (il Padre promosso dai suoi bisogni) gli diede nuova immagine. L’amore permette la comunione che permette la vita. Guaio è, però, che pur permettendo la trasmissione del potere della vita, (e, quindi, del Padre) l’amore non permette la trasmissione del potere di vita su vita.  Guaio è, ovviamente, per quelli tentati da quell’imperio, come per quelli che lo attuano e/o lo perseguono: penso al Principato e alla Religione.

Vero è, che senza il Principato e Religione come li conosciamo non si costituirebbe nessuna Società come la conosciamo.  Si può dire anche vero, però, che una società è legittima tanto quanto da ai suoi cittadini quanto è giusto perché bene al vero, e che è malsana tanto quanto non rispetta quella verità. Ciò vale anche per la Religione quando si fa politica. In vero, per tutte le religioni quando si fanno politicanti per questioni che nulla hanno a che fare con il Padre. Per quanto mi riguarda non ho perplessità nei confronti del Padre secondo Cristo. Sono più che perplesso, invece, nei confronti di quelli che si dicono Vicari di Cristo (e, quindi, del Padre) mentre, più che altro, dimostrano di essere gli interessati esecutori testamentari di un’idea che seguono secondo opportunità, più che secondo verità. Non sto parlando di te, Francesco: dai discorsi, i presenti sono sempre esclusi. Giunti al punto, che fare, Francesco? Visto che la Barca comunque va, continuare così? Visto che la Barca comunque non potrà andare più di così prima di arenarsi in qualche lido, fare quello che fece Cristo, e cioè, pensare una nuova idea di Padre? E secondo quale verità? Quella indicata dal Bene che è Giusto tanto quanto è Vero mi viene da dire. Guaio è, che del Bene, che è Giusto tanto quanto è Vero, non tutti hanno la stessa idea. Quale, l’universalizzante non solo a parole? Quello che non ho trovato nella Cultura l’ho trovato nella Natura: il corpo della vita. Nella Natura, vi è verità tanto quanto non vi è dolore. Tanto quanto non vi è dolore, e tanto quanto la Cultura della Natura permette la comunione che porta all’amore che porta all’Amore. Lo so: il guaio maggiore di un’idea che trovo persino ovvia sta nei pastori. Nella ricerca di pascoli per le pecore così abitudinari quando non aggrappati a cattedre e/o a bastoni. Anni che furono mi sono ritrovato in una situazione particolarmente complicata.

Mi rivolsi al Don Ottorino: prete dei Filippini in Verona. Me la risolse. Non risolse quella legata alla mia identità sessuale, ovviamente. Nella mia gabbia, però, apri un piccolo sportello: lassa fare a Lù! (Lascia fare a Lui!) Mentre lo diceva ho pensato: sto qua l’è mato! E se i pazzi avessero ragione, quanto i sani sono in grado di capire (ed accogliere) il Suo intervento? E se per molti motivi spaventati non l’accettassero, sceglieranno Barabba? Ancora?!

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Ti racconto un sogno di qualche tempo fa

Avevo l’intenzione di farlo già al risveglio, ma non mi era sufficientemente chiaro. Non che adesso lo sia del tutto. A braccia aperte, gioioso e con un gran sorriso mi sto avvicinando ad un giovane arabo. Sulla trentina. Magro ma non scarno. Bello perché maschio più che per i tratti. Non particolarmente alto. Rada la barba. Indossa jeans, ciabatte, e una camicia con dei disegni. Li direi arabeschi. Sul tessuto non sono particolarmente evidenti. Anche il giovane mi sta accogliendo a braccia aperte e con analogo sorriso. Un attimo prima di farsi abbracciare e di abbracciarmi, sempre sorridendo ma con fermezza mi dice: qua, non si bacia nessuno! Non capisco perché me lo dice e rimango disorientato, anche perché al suo posto sto abbracciando una barriera rettangolare. Sembra una porta, ma è leggermente più piccola. Non mostra maniglia e neanche serratura. E’ di color ruggine, quindi, la penso di ferro. Il giovane che non vedo più, lo suppongo dietro. Neanche io mi vedo più, tuttavia, sono ancora presente sulla parte destra della scena. Nel tentativo di capire cosa è e che senso ha, la sto guardando da qualche metro di distanza.

La parte destra della scena del segno della Croce, è il luogo che dice la santità dello Spirito alla sinistra del Padre. Per quanto mi conosco dubito molto di stare nel luogo della santità dello Spirito. Il sogno me lo conferma, vuoi perché sono uscito di scena (pertanto non sono nel luogo) vuoi perché non sono vicino alla “porta”. Continuo a non vedermi, ma ora sento che gli sono davanti. Davanti, sento le emozioni sessuali di chi sta penetrando un corpo. In una barriera di ferro?! Sento che quella penetrazione è insoddisfacente, non potente. Da giovane non ho mai penetrato niente e nessuno. Se l’avessi fatto, però, sento che sarebbe stato così: titubante, oltre che virilmente poco dotata. Perplesso, disorientato mi sveglio con un pensiero: “così non si fa”. Non so se conseguente a quello, ma provo un vago senso di colpa: un misto fra malinconia e un emotivo malessere. Si dice che i sogni siano messaggi degli spiriti. Ammessa l’ipotesi, chi era e/o di chi era quello spirito arabo? Penso di saperlo ma pensare non è sapere, quindi, tengo per me quell’intuizione. Cos’è un bacio, e cosa può significare “qui non si bacia nessuno?” Penso che il bacio sia ciò che è rimasto del cannibalismo. Il cannibalismo è bisogno di carne simile: rituale o solo alimentare che sia quel bisogno. L’evoluzione sociale e storica ci dimostra che dal bisogno di carne simile siamo passati al bisogno di valori simili: anche questi alimenti carnali perché provenienti dalla vita della carne. I valori non si devono “consumare”, così, per farli durare come alterno cibo culturale e/o proprietà (sentimentale e/o no che sia) con il bacio ne recitiamo la cena. Ammessa l’ipotesi, direi, allora, che quel giovane mi stava dicendo che non lo devo baciare (e che non mi avrebbe baciato) perché ciò avrebbe permesso il proseguo di una cena cannibalizzante.

Visto che eravamo immagini disincarnate (il giovane ed io) di quale altra carne eravamo vestiti? Non mi resta che un’ipotesi: visto che eravamo vivi, eravamo vestiti di ciò che, dandoci vita ci faceva vivere. Siccome quello che ci fa vivere è lo Spirito, eravamo incarnati dalla sua forza. Il rifiuto del bacio, quindi, mi dice il rifiuto della cannibalizzazione fra spiriti. Lo stato di spirito di uno spirito trova vita e vitalità nei valori che persegue. Mi sono valori i discorsi sullo Spirito e sul Padre. La corrispondenza fra spiriti (onirica o no che sia) avviene fra spiriti affini. Si può pensare, quindi, che fra lo spirito di quel giovane e il mio vi è (o vi è stata) dell’affinità sugli stessi temi? Per la stessa strada? Per gli stessi valori? Non lo so. Il sogno non lo dice. Quello che so, è che fra i rispettivi valori è stata posta una porta ferrea. Implicito lo scopo, direi: impedire che i valori di quel giovane finiscano cannibalizzati dai miei. Il divieto potrebbe avere un ulteriore scopo: impedire, tenendole separate, la sovrapposizione di identità su identità. La barriera che divide quello che è di uno da quello che è all’altro c’è sempre stata, oppure, l’autore del sogno (non ho idea chi) l’ha collocata in occasione del messaggio? Direi che c’è sempre stata. Non solo perché la ruggine ne diceva l’antichità, ma anche perché già la troviamo nelle parole di Cristo quando invita a dare alla terra quello che è della terra e al Padre quello che è suo. Beh: non con le stesse parole. Considera le mie, una sorta di licenza poetica. Tutti i sogni finiscono. Nel finire dei sogni finiscono anche i messaggeri? No, direi di no. Il sogno m’ha fatto vedere che si collocano (e/o la vita li colloca) oltre la porta dei valori; porta, che non avendo chiave e serratura, si può oltrepassare solo accettando l’abbraccio fra reciproci valori, e rifiutando ogni genere di cannibalizzante bacio fra valori.

Vuoi vedere che il sogno mi sta anche dicendo quello che si dovrebbe fare nella ricerca di Comunione fra Religioni? Ti passo l’idea. Vedi tu. Concludendo: ammesso di aver capito il sogno e il suo messaggio, quale parte della favola mi riguarda? Mah! Una sola, direi, e cioè, devo proseguire da solo e da sveglio. Verso dove? Non lo so. Non sono ancora così sveglio.

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Caro Francesco: lungo la mia strada “per Damasco” ho incontrato questo Spirito.

 

Spirito è ciò che anima.

atrinita

Anima è ciò che si anima.                                         Ciò che si anima è vita.

Lo Spirito è l’anima della vita. 

Nella Natura, la Cultura anima la vita, animata dalla forza dello Spirito.

La forza dello Spirito è vita della Natura. La vita dello Spirito è forza della Cultura. Lo Spirito è la forza della vitalità della Natura che corrisponde con la vita della sua Cultura.Lo Spirito essendo forza è condizione di vita, ma non pone condizioni alla sua forza per non condizionare la vita.

Essendo Spirito della vita sino dal principio, è lo Spirito della vita dello stesso Principio.

Risulta anche a te?

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A che gender è appartenuta la spiritualità di Cristo?

Etero o Omo spirituale? Voglio dire, spiritualmente parlando, amò i diversi, o amò i simili? E chi l’uccise? La cultura divisiva perché condizionante (quella spiritualmente Etero) o la spiritualità Omo, che nel suo principio pone l’eguaglianza di spirito come alleante condizione?Per quanto è fondato sostenerlo, certamente amò la vita: crapulona o no che sia stata e/o che abbia trovato. Nella vita che amò, certamente ci sono stati quelli prevalentemente etero spirituali come anche quelli prevalentemente omo spirituali.Al proposito, sento il bisogno di vedere da vicino, se il suo amore per i simili abbia cambiato in simili anche i diversi. Basta un breve giro di Storia per vedere che in genere gli è andata buca. Dopo di lui, altri hanno colto il testimone, (il Principato e la Religione, indipendentemente dai tempi e dalle forme) ma come nel caso del Testimone del Padre, più di tanto non hanno potuto, o saputo. Bisogna ammettere, però, che più di tanto non hanno neanche voluto. Si sono immediatamente resi conto, infatti, che nella separazione impera la vita del Separante, (indipendentemente dalla forma e/o dall’identità) mentre nella spirituale conciliazione fra le parti, impera la vita, e nella vita (il tutto dal Principio) la soggettività spiritualità si abnega. Ammesso che di quella Figura sappiamo ciò che ci hanno detto di sapere, non prendo in ipotesi né la versione eventualmente sessuale immaginata dal credente, né quella omosessuale immaginata da un alterno pensiero. A tutto sono interessato, fuorché sapere il prevalente carattere sessuale della vitalità e della vita di Cristo!  Mi interessa, invece, capire il carattere spirituale di quello Spirito. Fu prevalentemente determinante? Con altre parole, fu il classico maschiaccio arabo che tutt’ora ritroviamo nei suoi conterranei nel nostro tempo? O fu prevalentemente accogliente come in genere non è l’arabo di oggi, e Bibbia testimone, neanche l’arabo di ieri?Non sono uno studioso e neanche uno che ha studiato. La mia Cultura, quindi, è come un Emmental: piena di buchi! Fra buco è buco del mio formaggio, però, ricordo bene un pieno: chi è senza peccato scagli la prima pietra! Il Cristo evangelico l’avrebbe detto se non fosse stato un accogliente Omo spirituale? Direi proprio di no. Un carattere spiritualmente Etero (determinante) avrebbe lapidato quella donna, e poi sarebbe andato a lavorare, o in Sinagoga, o a sgridare i bambini, o nei casi peggiori a picchiare e/o usare la moglie! Ben vengano altre ipotesi.Confermato il tenore del carattere Omo spirituale del Cristo,  fu simile a quelli del suo tempo o fu un diverso?

E se diverso, come si visse e visse, se fra i suoi rischiava di venir prevalentemente giudicato come un estraneo (non dalle Donne, ci dicono) quando non, nel proseguo del suo pensiero, come un eretico bestemmiatore?Non serenamente, pare, se giunse a porre agli apostoli delle domande su di sé. Cosa mai potevano dirgli quegli affascinati dalla sua diversità, se non che gli volevano bene. Anche molto bene come, dicono, gli confermò il Cefa. Sono convinto che il Cristo conobbe molto bene la solitudine degli unici; unici, non tanto perché diversi, ma perché sconosciuti a sé stessi sia per un vago passato, sia perché di un vago futuro. A quella solitudine, il Cristo sfuggì perché trovò, identità e nome nello stessa identità del Padre: io sono quello che sono.Lo poté (sto fantasticando, ovviamente) nel momento stesso che si riconobbe pieno della stessa sostanza (spirito) dello Spirito apparso sul Sinai. Ecco perché si disse figlio del Padre: perché riconobbe di essere mosso dalla stessa forza che muove Iavè. Per Spirito intendo la forza della vita sia al principio che dello stesso Principio. Non me ne vogliano i non credenti del mio discorso. Non li sto convincendo a cambiare sponda: sto solo seguendo il mio pensiero. Per lo stesso motivo, non me ne vogliano neanche i credenti in disaccordo con le mie fantasie.Nella Cultura spirituale di rinascita, il Cristo evangelico scoprì un altro nome del Padre: lo disse Amore. Si può amare in toto una tale identità senza farsi totalmente accoglienti come bambini? Direi di no. Se da un lato il Cristo della nascita mi è pressoché ignoto (quello che raccontano si sta rivelando attendibile solo per una fede che esclude la ragionata conoscenza) quello della rinascita, invece, comincia ad “apparirmi” delineato.

Dalla sua totale accoglienza del Padre – Amore, immagino anche l’accoglienza di quanto attuato dal Padre. Ammessa l’ipotesi, quella condizione del suo Spirito mi mostra l’aspetto materno del suo carattere spirituale. Non rivela l’aspetto umanamente paterno perché non ebbe genitore se non in una figura sostitutiva. Volenti o nolenti, le figure sostitutive non imprimono il loro carattere sul figlio adottivo. Si può pensare, allora, che fu quello della madre: a sua volta accogliente per il noto episodio: vero o non vero che sia, il punto non è questo. Altre ipotetiche forme di accoglienza della madre non sono in discorso e non m’interessano.Quello che immagino di un Cristo secondo il principio dell’Accoglienza anche spiritualmente materna nei confronti della vita, non lo penso del Mosè, ad esempio. In quanto guida e giudice di un popolo non poteva non essere che prevalentemente determinante, e quindi, gli sia piaciuto o meno, spiritualmente Etero. Certo, anche lo spirito etero sa farsi accogliente ma a delle condizioni che possono diventare anche inderogabili. Certo, anche Cristo dovette porre delle condizioni alla a sua accoglienza: mica viveva sul “Monte del sapone” a dirla con il Guzzanti. Ne ha poste, però, solamente di basilari. Non so se ne avesse avute anche di non basilari, visto che gli hanno tolto la parola molto in fretta.Quando tentarono di coinvolgerlo in una grossa questione (cos’è la Verità) ha risposto con il Silenzio. Vaglielo dire alla spiritualità dei suoi eredi che la Verità risponde solo nel Silenzio, e che è stato l’unico a sentirla! Vaglielo a dire alla spiritualità dei suoi eredi, così occupati a cercare la Verità che non si rendono conto che non è il luogo della Verità detto dal Cristo quello che stanno ascoltando, bensì, il luogo delle loro verità. 

Va bèh! Errare è umano, ma, diabolico secondo proverbio lo diventa quando (incuranti dei vespai che direttamente e/o indirettamente hanno provocato per secoli e che ancora provocano) affermano che la loro verità è più vera e più grande di un’altra.Abbiamo sempre pensato che prima maestra di vita sia la Cultura, sì, ma quale Cultura? Quella etero spirituale che ha riempito e riempie il mondo di Dolore?  Sostengo invece, che sia la Natura. Per Natura intendo il Corpo della vita comunque formato. Dove la ricerca del Bene che porta al Giusto perché Vero è attuata dalla corrente Cultura, inevitabilmente si mostra incapace di trovarla, anche  perché presa e condizionata da secolari vincoli. Così, finisce con il perdersi  per infinite strade. La Natura, invece, non si perde mai! La Natura capisce subito se in essa vi è menzogna. Lo capisce perché immediatamente ed inequivocabilmente lo sente per mezzo del dolore.Il Dolore è il male naturale e spirituale da errore culturale. Tanto è maggiore il dolore, e tanto è maggiore l’errore che porta al maggior Male. Se il Bene naturale ci dice la presenza della Verità tanto quanto cassiamo il Dolore che porta all’Errore, ci dice anche che per giungere al Vero di ciò che è Giusto allo Spirito, dobbiamo cassare il Dissidio.Si cassa il Dissidio, tanto quanto, fra vita e vita si diventa Omo spirituali. Con altro dire, di forza (vitalità e vita) simile. La spiritualità etero non può essere tramite di quel carattere dello Spirito. E’ vero: a suo modo anche la Cultura etero spirituale rincorre la Verità, ma sino a che resta strumento di Potere, è destinata a dividere le parti soggette sia in loro che fra di loro.

Non può non farlo, vuoi perché le verità umane sono innumerevoli, e quindi, ingestibili da qualsiasi forma di centralizzante potere; vuoi perché tutti pretendiamo di agirle secondo verità pur non sapendo l’Assoluta; vuoi evitando che gli spiriti sottomessi, (gli incarnati, e /o cittadini che dir si voglia) si rendano spiritualmente conto che lo stesso Spirito, tanto è nel loro particolare, e tanto è nell’Universale. Fra Particolare e Universale, differenza vi è, non perché altro spirito, ma perché diverso lo stato dello stesso Spirito. Nel principio, infatti, è Assoluto, mentre il nostro corrisponde al nostro stato di vita: l’opinione è provata dal rapporto fra Immagine e Somiglianza.Ogni accentrante potere chiama unione fra soggetti, quello che di fatto è un contenimento_appiattimento di pensieri resi artificialmente ipocriti, cioè, omo spirituali nella forma. L’educazione spiritualmente etero, se da un lato contiene il Dissidio sociale (per il morale e lo spirituale non ci riesce neanche la sussidiaria Religione, se non continuando a dividere i suoi dagli altri) dall’altro non lo annulla. Al più, gli impedisce di esplodere ma, l’impedimento non disinnesca l’implosione interiore che si origina dai dissidi fra inverificabili  verità. Per i motivi detti, la possibile implosione interiore ci dice la continuità del Dissidio.Ora, Caro Francesco,  alla fine di questa pizza ti chiedo: ti preoccupa di più l’idea di amare la vita per cristiana Omo spiritualità in quanto ti ricorda l’omosessuale spauracchio, o ti preoccupa constatare che la farina macinata dalla Religione finisce sempre in crusca? Se ti può consolare, non solo la tua.

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Non si può servire Dio e Mammona

Caro Francesco: obiezione massima a proposito della negata possibilità sponsale dei preti è sempre stata questa: “non si può servire Dio e Mammona.”

Come ben sai, la vita è animata dalla forza dello Spirito. Succede sia in quella del Principio, sia in quella principiata da quel Principio. Lo Spirito è il terzo stato della vita. Lo dico terzo presso il nostro principio per mera convenzione. Al Principio (il principio è la vita che ha attuato il suo principio: la vita) è un assoluto, quindi, inscindibile Uno. Ammesso lo Spirito del Principio (quello divino, comunque detto) la nostra vita, per quella forza, procede secondo gli stati di corrispondenza fra gli altri due stati: Natura e Cultura. Per Natura intendo la vita comunque effigiata, e per Cultura, la vita comunque pensata. Nel nostro stato della vita, per Spirito la forza comunque agita. Magistrale secondo Immagine, la nostra vita è stato trinitario_unitario tendente all’Unità; unità che si raggiunge in ragione della capacità di corrispondenza fra gli stati. Una visione della vita può essere mossa dall’ideale come dal reale, o come dalla mediazione fra ideale e reale. Mossa dal solo ideale, può originare un santo come un fanatico. Mossa dal solo reale, un razionale e/o un materialista. Mossa dalla mediazione, invece, l’umanità (anche sacerdotale) quando è pienamente cosciente di sé, sia nel servire Dio, che nel servire la vita, sia pure con il rischio di servire Mammona; rischio che di fatto esiste, però, tanto quanto si intende farlo, non perché lo si può anche fare a causa della nostra possibilità di errore. E’ ben vero una cosa: per dare vita lo Spirito concede il suo assoluto. Ragionando per assoluto, quindi, logica diventa l’impossibilità a servire Dio e Mammona con la stessa forza di Spirito. Ora, non intendo star lì a disquisire sui principi della Chiesa, tuttavia, anche tu non puoi non convenire sul fatto che stanno lacerando, sempre più chiaramente, l’umanità dei tuoi dipendenti. Per quella secolare causa, inoltre, sempre di più notoriamente sta emergendo l’ipocrisia (nel senso di recita) che per secoli li ha difesi (anche nel senso di curati) come per secoli ha difeso (anche nel senso di curata) la Barca che ti ritrovi a guidare fra non pochi marosi. Ammessi i precedenti discorsi, che preti vuoi, Francesco, per questo A.D. e per i successivi? Di quelli con l’umanità vera a sé stessi quando (per quanto sanno e/o possono) servono Dio e la vita propria e altra, o di quelli con l’umanità necessariamente ipocrita, sia quando servono Dio, sia quando servono la vita, sia quando servono la propria come l’altra? Questo è il vero problema, Francesco, non, il matrimonio dei preti!

ps. Perché la dico necessariamente ipocrita? Perché solo il Paraclito sa quale la vera, e se è vero (come so vero) che lo Spirito libera, che altro ti resta se non liberare?

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Caro Francesco ti domando: cos’è la verità?

Secondo i Vangeli il Cristo non rispose. Perché non conosceva la risposta, o perché pensava (ipotizzo) che rispondere a chi “non ha orecchio” è “soffio” sprecato? La questione mi è tornata fra i pensieri durante una breve pausa dal lavoro di ristrutturazione del mio Blog. Colgo l’occasione per scrivertela. Sarò brevissimo. Te la scivo, non tanto perché penso sapere quello che presumibilmente sapeva Cristo, ma perché io non sto zitto neanche se mi pagano!Comincerò, allora, con il dirti il luogo: il luogo della verità è nella cessazione del dissidio, vuoi fra vita e vita, vuoi fra vita e Vita. Perché? Lapalissiano, direi. Perché nella cessazione del dissidio subentra il silenzio, vuoi fra vita e vita, vuoi fra vita e Vita.Dove subentra il silenzio non può esservi l’errore. Dove non può esservi l’errore, la vita tace. Dove tace già dal principio, la verità detta dal silenzio è vita al principio. Dove la vita è al principio del silenzio, il Principio è il Silenzio della Vita, che nella Verità e per la Verità, non può che tacere.Poiché il Principio della vita è stato di vita Assoluto, non può non essere che Primo, Uno, e Sovrano. Ne consegue, che Prima, Unica, Assoluta e Sovrana, non può non essere la Verità del Principio.Poiché al principio vi è la vita del Principio, e poiché in quanto Assoluto perché Primo e Sovrano, non può non essere l’Uno, per quell’unità ne consegue che, al principio di ogni principio, la somma risposta sulla verità è vita.Se ciò vale per la vita a somiglianza del nostro principio, ciò non può non valere per l’Immagine del Principio della Vita?

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La via dei Barabba

Non ricordo le parole precise, ma, Cristo, ebbe a dire: chi fa qualcosa ad uno di questi lo fa a me. E’ un’affermazione che sento divinamente giusta, pure, recalcitro, come puledro a briglia troppo corta! Chi è Cristo? Le ipotesi sono molte come le negazioni, quindi, mi limito al messaggio. Cristo è via, verità, e vita. Chi è Barabba? Come Cristo, certamente è via, se conveniamo che il Corpo, (la Natura), sia via della vita. Ma, Barabba, è anche verità? Più che verità, direi, estrema confusione, (quando non falsamento), di verità. Quindi, Barabba non è Cristo. Come Cristo, Barabba è vita? Anche Barabba, è vita, ma, come per le sue confuse verità, quale il suo stato di vita? Come quella di Cristo? Direi proprio di no! Allora, Barabba non è Cristo. Se, Barabba, non è come il Cristo, né come Cultura, e né come azione di vita, allora, dove il Cristo trova ragione nel difendere i Barabba? Direi, solo nel primo concetto della Parola: vita! In quel concetto, Barabba è come Cristo! Si potrebbe dire, pertanto, che togliere la vita ai Barabba, è ritoglierla a Cristo. Naturalmente, tutto questo sul piano della Parola, e delle ideali parole, ma, anche nella realtà di questo piano di vita? Nella realtà di questo piano di vita, quanto può, lo Stato – società, togliere ad una vita, la sua totale vitalità , sia pure, per lo scopo di cassare da sé i Barabba, quando gli diventano, gravi metastasi? Se vado in Francia, caro Pabloz, devo parlare francese, se voglio farmi capire, e quindi, accettare. Se non lo faccio, è chiaro che non posso mica dare colpa ai francesi, se mi trovo escluso dal loro consesso. Così, quanto possiamo rimproverare un consesso, se cassa da sé, (anche in modo estremo), tutti quelli che non parlano la comune lingua? La mia parte ideale, dice, che, comunque, non lo può! La mia parte reale, dice che, a ragion veduta, lo può! Dove, la Verità? E’ chiaro che non lo so. Così, di fronte a questo genere di questioni, mi trovo, regolarmente, senza fiato, se non per quel tanto che basta, per dire, (a me oltre che ha te), cosa fatta, Principio ha. Mi dirai, questo è un Amen, (inteso come accoglienza della vita in tutti i suoi aspetti), che dolcifica la pillola per gli impotenti! Può essere. Può anche essere, però, che, che al di fuori di questa pillola, sia illusoria ogni potenza.

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Caro Francesco fai parlare la Parola con nuovo Verbo…

… oppure morto un papa l’altro ti seguirà. Intanto che ci pensi su, senti un po’ questa:

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Spirito è ciò che anima.
Anima è ciò che si anima.
Ciò che si anima è vita.
Lo Spirito è l’anima della vita.
Nella Natura, la Cultura anima la vita, animata dalla forza dello Spirito.

La forza dello Spirito è vita della Natura.La vita dello Spirito è forza della Cultura.Lo Spirito è la forza della vitalità della Natura che corrisponde con la vita della sua Cultura.Lo Spirito essendo forza è condizione di vita ma non pone condizioni alla sua forza per non condizionare la vita.

 

Per Spirito, intendo sia la forza della vita sino dal principio che la forza della vita dello stesso Principio. Lo Spirito del Principio non è tanto né poco: lo Spirito è vita, e il suo spirito (la sua potenza) vitalità. Questo scritto è il cappello di decine di stesure sullo Spirito e su quanto correlato, nel tempo viste e riviste non so più quante volte. E’ la base (la stesura sullo Spirito) di tutti i discorsi che ne ho ricavato. Mi vedo ancora mentre sto scrivendo un’idea della quale non avevo alcuna idea. E’ come se avessi dovuto disegnare un cerchio, senza assolutamente sapere com’è fatto, ma punto dopo punto, alla fine l’ho visto. Non sempre quando stavo scrivendo a casa. Qualche volta in giro, e non poche volte sul lavoro. Giusto per dire un caso, il pensiero introduttivo ai discorsi sullo Spirito e agli annessi e connessi, l’ho pensato mentre stavo al secchiaio delle trattoria dove all’epoca lavoravo. Ridevano e scuotevano la testa i colleghi quando mi vedevano partire in tromba alla ricerca di carta e penna. Avevano capito, però, (e accettato) che in quei casi dovevo scrivere, e che niente mi avrebbe fermato!

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Quo usque tandem, Francesco?

So bene che non sei Catilina, ma come Vita (mio soprannome per gli amici) ti devo ricordare lo stesso, che la mia politica, in primo è andate e gioite, e non per ultimo, con tutte le dovute ragioni della mia coscienza! Ora, sino a quando continuerai ad abusare della mia pazienza? Sino a che punto, senza freni mi scatenerai addosso la tua contrattuale clemenza? Pensi che non mi faccia nessuna impressione il violento reparto che presidia il tuo Palatino? Né le pattuglie che svolgono servizio di ronda nel credo altrui? Né l’ansiosa preoccupazione del popolo dal vivere pattuito con me, VITA, anche se non con te? Pensi che non mi faccia nessuna impressione, l’accorrere in ribalde crociate dei cittadini fedeli a te più che veri a sé come a me? Né la tua Sede (non così ben fortificata come credi) per la seduta del tuo Senato? Ne la genuflessa mimesi nel volto dei tuoi? Non t’accorgi che le tue trame stanno nullificando il mio Spirito? Non vedi che il filo dei tempi e dei mores che stai tracciando, è consumato già all’arcolaio? Non vedi che i miei disegni soffrono, nel tuo? Proprio non t’accorgi che il Verbo, IO SONO, e la Parola, VITA, stanno rinunciando, nel tuo mondo, alla forza del mio Spirito? Sino a quando, nelle tue catene costretto, Francesco, abuserai ancora della mia pazienza?

 

2vitaliano1 Solo per le tue spalle la direi un po’ pesantina, Francesco: que sera sera!

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2a parte della 25a lettera “Caro Francesco ti scrivo”

Su Dio, Vicari e mistici di tutti i generi, incarichi, titoli, ecc, ecc, ci hanno detto di tutto e di più. Come tutti i cristiani, per decenni ho camminato anch’io con i piedi imprigionati in quel supplizio. Ora, però, che li ho liberati, sto decisamente meglio! Aver liberato i piedi da quelle costrittive fasciature, però, non m’ha fatto cambiare strada. Da quella ho allontanato, però, da tutte le compagnie che questa visione di Dio ha reso estranee. Terminata la premessa vengo al dunque: anche nella mia “teologia” Dio non parla. Per la mia, però, lo fa attraverso lo Spirito: potenza che lo fa e ci fa vivere. Lo Spirito è la forza della vita che si origina dalla corrispondenza di stati fra Natura (il corpo della vita comunque formato) e Cultura: il pensiero della vita comunque concepito. La parola è l’emozione della vita che dice sé stessa. La vita parla, quindi, o per mezzo del verbo (dato il Verbo) o per mezzo dello spirito dato lo Spirito. Neanche lo Spirito divino può crearsi corde vocali. Se proprio poteva e/doveva farlo, non è certo il tempo che gli è mancato. Ho pensato, allora, che abbia scelto ben altra corda: l’emozione della sua Forza. L’emozione dello Spirito è data dagli stati della sua potenza. Essendo assoluta, Uno lo Spirito (la sua potenza); Uno il Verbo: io sono; Una la Parola: vita. L’emozione del nostro spirito, è data dagli stati della nostra potenza: non assoluti, ma a Somiglianza dell’Immagine. La comunicazione fra l’emozione della Vita e l’emozione della nostra avviene fra potenze affini. La comunicazione per affinità di potenza, tuttavia, non esclude i non corrispondenti con l’Assoluto. Al più, i non comunicanti per mancante affinità fra Potenza e potenza, sono (per dirette e/o indirette cause) da sè stessi difficoltati. Anche se di prevalenza lo sentono “chi ha orecchio”, comunque lo Spirito parla al nostro spirito per mezzo di tre voci:

Depressione quando vi è difetto di forza nella vitalità;
Esaltazione quando vi è eccesso di forza nella vitalità;
Pace quando vi è corrispondente incontro fra vitalità e conoscenza.

Del nostro stato di pace si può dire che è l’omeostasi spirituale della vita.

Come la vita è stato di infiniti stati, anche queste corde emotive hanno infinito stato e/o condizione. Così, per lo Spirito della vita, nessuno può dirsi depresso in assoluto, esaltato in assoluto, pacifico in assoluto. Come portatori della Potenza, infatti, tutti, per principio, siamo egualmente potenti, ma, ovviamente, non in grado di esprimerla come il Principio. Nell’espressione del nostro, la persona è, quello che di prevalenza è. Nella corrispondenza di vita fra la nostra potenza e la Potenza, lo Spirito non fissa nessun stato del nostro stato. Fissa il nostro spirito, invece, ogni estranea invasione di forza (vuoi fisica, vuoi culturale, vuoi spirituale, vuoi spiritica) ma questo tarantolamento, cosa nostra è! Lo Spirito non può concedere che il suo assoluto spirito. Chi è Principio, infatti, non può concepire minor principi, così, il Principio può concedere solo il Bene, il Vero, il Giusto, non, il così – così a una vita, o il peggio a un’altra se non sta buona! Il Principio della vita non è un mercante in fiera! Visto che la voce dello Spirito è chiarissima, perché mai soffriamo ancora del mancato ascolto che porta alla depressione e/o all’esaltazione? Alla domanda ho una sola risposta: perché le teologiche fasciature ci addolorano il cammino al punto da sbarrare ogni apertura all’orecchio deputato al sentire. Meglio sarebbe farlo con quello deputato all’udire. Gesù che sermone! Non avevo mica l’intenzione di scrivere na’ roba del genere! Neanche, però, sono riuscito a impedirmelo! Cosa fatta, capo avrà!

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