Colpa di Eva

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In un post di Massimo Fini, Colpa di Eva, un commentatore sostiene che la donna è conservatrice della specie.

Ho sempre accettato quest’affermazione senza discutere. Questa sera, invece, non mi gira bene, perché mi sono accorto che al primo posto hanno scritto un principio che andava messo in un ordine diverso, cioè, così:

*) in primo la donna conserva il piacere di vivere;

*) in secondo, conserva il piacere di chi e/o di che specie di piacere la fa vivere;

*) in terzo, conserva la specie di vita, conseguita dall’appagamento dei motivi al punto 1 e 2.

Il dovere della conservazione della specie, messo come primo compito della donna, quindi, altro non è stato (e altro non è) che l’imposto contratto, in cui non ha potuto non diventare un bene (vuoi nel senso di capitale che di proprietà) a forzosa disposizione della specie più forte: individuo o società che sia.

Ma la donna sta rifiutando il carcere in cui si trova destinata già per il solo fatto di essere donna; e da tempo lo sta dimostrando la crisi motivata dalla ricerca di una alleanza, basata su di uno scambio di piaceri paritari, con non precostituiti doveri. La questione non è nuova, ma Maschio avvisato di nuovo, mezzo salvato di nuovo.

Schermi

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E’ di piombo il cielo di Verona, oggi, ma nonostante ciò, non pesante. Anche la vita usa intercambiabili schermi.

Ho appena sbranato il quarto panino con mortadella. Non male il cabernet che si è fatto sangue.  Sotto la finestra passa il presepe. Lo sento isolato da un tutto che mi sussurra: è cosa buona e giusta.

Sono appena rientrato da una passeggiata assieme ad un amico. Siamo andati per le vie della città vecchia. Cosa non perdono i turisti, ergastolati alla sola visione dell’Arena e poco più. Quanta più vita si denuncia, invece, nelle strade fuori dei percorsi della Storia. In quella cioè, che non è mai dopo Cristo perché l’uomo è un cristo mai superato da sé stesso, come non può esserlo un costruttore: falegname o no che sia.

Pedalando arrivo a s. Zeno, dove fra non pochi pro e contro si sta costruendo un parcheggio. Prima c’era un giardino alberato da decennali crescite. Vero è che i colombi sugli alberi, mica si scusavano se defecavano su i pensionati in cerca di verde. Vero è, che nessun pensionato si era mai lamentato più di tanto: valeva pur sempre la candela.

Obbligato dai lavori, percorro uno stretto passaggio. Delle voci di ragazzo davanti a me. Africano uno, nostrano l’altro: saranno sui dieci/ dodici anni.  Di forte vitalità il ragazzo africano. Di complice ma di suddita vitalità quella del ragazzo nostrano. L’africano mi guarda. Capisco al volo che non sa in quale cassetto ha posto le informazioni che mi somigliano, così, mi dice: buongiorno!!!! Capisco al volo che il saluto è l’unica chiave che ha trovato per vedere se nei miei cassetti c’è un qualcosa da far suo, o quanto meno, da riconoscere come suo.

Buongiorno signori, rispondo. Pesantuccio saluto mi direte. E’ fatto ad arte! Con quella forma di saluto, infatti, obbligo una curiosità personale, a restare dentro quello che può esser lecito esplorare, solamente alla curiosità dell’educazione. Sempre pedalando li supero. Non faccio in tempo a farlo che il morettino dice al bianchino: hai visto? Ha l’orecchino! Anno domini 2011

Patria

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Non devo altari alla Patria

Vivo l’Italia ma sono vissuto dall’Italia? Direi solo a metà. O meglio, sono vissuto dall’Italia, tanto quanto mi faccio cittadino al quale è permesso di recitare solamente la metà di sé. Un cittadino dimezzato può amare la patria dimezzante? Dipende dal genere di liberazione, ma, se quella della Patria, quale catene gli abbiamo sciolte, e quali ha lasciato perché dimezzassero il sopravvissuto che te le ha tolte? E, dimmi, Patria, se domani ci sarà la festa di una liberazione a metà, di quale dovrei sentirmi lieto di festeggiare? Quella di una liberazione attuata dai martiri di un’idea di Patria, o quella dei martirizzati di un’idea di Patria non liberalizzante perché accoglie il cittadino ma non accoglie la sua umanità? Dimmi Patria, per i non liberati nella tua Liberazione, cosa pensi di essere? Un amore? No. Per i sinceri a sé stessi, la doverosa marchetta per il padronato che sei diventata.

Pensione

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Il mondo non da problemi mi dice l’amico tossicodipendente, e se hai problemi è perché te ne fai tu.

Accolgo la sentenza di chi non ha e non si fa problemi se non altro perché li seda quotidianamente. Diversamente da lui, io li sedo isolandomi, come chi si isola in un proprio convento, o in un proprio convenuto

Non so se si possa dire bello il periodo della pensione in quanto stacco dal mondo, ma per me lo è. Dal mio punto di vista, infatti, pensione, è il certificato medico che mi conferma l’avvenuta guarigione dalle infezioni sociali per conflitti; è ciò che mi permette di uscire dall’ammalatorio dove sinora sono stato ricoverato; e per un cosiddetto vivere dovrei rientrare? Perché mai? Per infettarmi ancora con le follie altrui? Ma neanche per idea!

Donna secondo vescovo

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Dice il vescovo di Foligno: se una donna cammina in modo sensuale o provocatorio, qualche responsabilità nell’evento ce l’ha perché anche indurre in tentazione é peccato. Dunque una donna che camminando in modo procace ma fuor d’intenzione pecca in tentazione perche’ suscita reazioni eccessive o violente.

Pare impossibile che ci si ritrovi a dover contestare (ancora!) delle baggianate ideologiche di non si sa quanti secoli fa; e non mi si venga a dire che sono delle ragionate convinzioni pastorali! Queste sono solamente le indiscriminate bastonate che si danno alle pecore per non farle uscire dal capitale cammino di proprietà del pastore; e non mi si venga a dire che c’è ragionata sufficienza nelle parole del vescovo (il minuscolo è voluto) perché è come se dicesse che se gli ebrei  non avessero sedotto Hitler con l’idea che fossero un potere economico e sociale, non vi sarebbero stati i campi di sterminio;

é come dicesse, inoltre, che se papa Pacelli ha taciuto, la colpa è dei cristiani;

é come dicesse, che non è colpa delle antenne vaticane se chi abita dove le hanno collocate subisce tumori e malformazioni: è colpa di quelli che non se ne vanno;

è come dicesse, che non è colpa dei ladri se rubano, è colpa delle merci che affascinano;

è come dicesse, che non è colpa degli onorevoli se si vendono come puttane. La colpa è dei soldi.

è come dicesse, che se il potere ecclesiale ha medicalmente torturato un papa, quasi sino all’orlo della cassa, la colpa è delle buone intenzioni.

Seduzione

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Il flauto magico del partito dell’amore

A mio avviso, il segreto della capacità di seduzione del Berlusconi sta nel tono della voce. Non è maschile, non è femminile, eppure, “suona” all’orecchio altrui in ambo i toni; è una voce che, almeno a me, comunica emozioni ermafrodite; è una voce che posseduta possiede; è una voce che ha carattere transessuale; affascina, non per quello che dice, ma, appunto, per l’indefinito che possiede il tono con cui dice. Per l’insieme di quanto ipotizzo, della voce del Berlusconi, ognuno ascolta quello che più sente di complementare. Se uditore maschio, sentirà la voce femminina, ma non solo; se uditore femmina, la voce mascolina, ma non solo. Con altre parole, sentirà l’emozioni del padre con alle spalle quelle della madre, o sentirà le emozioni della madre con alle spalle quelle del padre. Tutto considerato, è una voce, che nell’abbraccio fra generi, fa famiglia. Tutto considerato, è una voce per spiriti orfani.

Cortesia

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Di che sesso è la normale cortesia?

Causa lavori di sterro ci sono un futtìo di buche lungo la parte iniziale di B.go Milano, così, nel tornare a casa dal discaunt dove faccio la spesa, percorro il marciapiedi in bicicletta. Verso di me viene un rumeno sulla quarantina, ma con fisicità senza alcuna ruggine. Chissà come cavolo fanno!  Mi fermo una quindicina di metri prima e lo faccio passare. Giunto al mio fianco mi guarda, si inchina, e a sua volta (senza alcun genere di sorriso ma anche senza alcun genere di ostilità) mi concede il passo, e, ottocentesca cortesia, accompagna il permesso con il braccio. Sarà anche “difetto e fabbrica”, ma in casi del genere e/o similari, avrà riconosciuto la vecchia madame. E’ la prima cosa che penso, ma che è durato neanche un micro, questa volta, perché ho sentito che, non l’immagine dell’arpia l’aveva colpito, ma l’immagine di una inaspettata cortesia, e/o di un inatteso riconoscimento, vuoi del suo diritto a passare per primo, vuoi del suo diritto di essere trattato da umanità eguale. Prima o poi andrò a finire sotto qualche macchina perché, incrocio o non incrocio, ho sempre la testa da qualche altra parte. Non vi dico che sono una cosa così, ma in certi momenti mi pare proprio. In particolare, per quell’incontro. So bene che i ragionamenti basati sul sè sono erronei, ma fatemi sbagliare lo stesso! Se non fossi l’anima omo_sensibile che sono, gli avrei ceduto il passo? Se fossi, invece, un’anima etero, avrei agito con la stessa cortesia della omo che mi appartiene, o mi sarei comportato come la maschia normalità della ggente, cioè, ben che vada al malcapitato, neanche vedendolo nonostante l’eventuale strisciar di spalle e/o di abiti su eventuali muri? Non so. Fatemi capire! Di che sesso è, la normale cortesia?

L’amante del paradiso

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laspinaScritto da Silvana La Spina, il romanzo è ambientato nella Sicilia saracena fra l’asabiyya islamica in declino, ed un nascente cristianesimo gestito da credenze straccione ma tutte con il vezzo di possedere il Nome. Non vi dico di più perché, altrimenti, che piacere è! L’avrò letto non meno di quattro volte: rigorosamente a letto, come rigorosamente a letto si portano gli amanti (o le amanti) quando si vuole verificare se hanno del paradiso da darci, o solo delle instabili luci. Letto e letto. In ambo i casi luoghi del sogno.

Il tempo di riparare

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è nel tempo di pagare

Il Vincenzo A. che ho conosciuto con il fratello Marco negli anni 75/80 non si sarebbe mai sognato di scrivere la lettera che le ha scritto perché troppo preso, a suo tempo, nella costruzione di una identità basata sul carisma che l’ha portato ad essere quello che è stato ed ha fatto. A cosa addebitare la decennale inversione esistenziale, che più a “U” di così non saprei proprio dire? A mio vedere, è stata la presa d’atto di chi si è reso conto che il percorso iniziato non dava nulla alla sua vita, se non una fama da dover costantemente rinnovare (costi quello che costi!) per non essere “sepolto” da più nuovi o più giovani affamati di potenza. Le dinamiche del male e del potere sono banali, signor Direttore; ed è frase grande anche se svilita perché pare fatta, però, non a chi come l’A. ha visto il male ed il potere come suoi prossimi. Sono più che convinto che non ci sarebbe l’A. di ora se l’A. di allora non avesse pagato la sua esperienza; pagato, non, nel più o meno vendicativo senso sociale che è diventato quel verbo, ma pagato nel senso di chi ha appreso con fatica ciò che è il vero, nel senso di chi ha appreso con dolore ciò che è il bene. Si può riparare una informazione se prima non la si è appresa? A mio avviso, no. Prima del riparare, pertanto, non ci può non essere il pagare. Fatica e dolore possono piegare le ginocchia, possono piegare l’animo. Nella lettera dell’A. si avverte la presenza sia della fatica che del dolore, ma non è della sua fatica e/o del suo dolore che parla. Direi che parla, invece, della necessità di riparare la vita là dove c’è fatica, la dove c’è errore, la dove c’è dolore. Per farlo, il Vincenzo dice che basta anche “un granello di pietà”. Di quella che non paia debolezza, però, che i detenuti sanno ben distinguere ciò che è della Giustizia, da ciò che non lo è, cosi’, dove non siamo in grado di soddisfare il loro bisogno di giustizia, tutto diamogli fuorché della melensa carità.

L’arte e’ perla

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A proposito del concerto in Verona vietato a Morgan l’Arena m’ha pubblicato questa lettera.

Come è noto, la perla si produce a causa della scoria che è penetrata nella valva dell’ostrica. Analoga elaborazione medica succede nelle personalità d’arte. Anche in loro è penetrata una scoria; ed anche loro, come le ostriche, si curano dalla scoria elaborando il materiale che li fa perle, cioè, artisti. Non si chieda all’artista di essere una perla normale; calibrata cioè, secondo esigenze di vario generi di mercato. L’arte, non è normale. L’arte, non è normalità. Non per questo non è norma, ma, sua sponte. Vero è che ci sono anche delle perle di allevamento! A questo punto, però, credo sia lecito porsi una ferma domanda: cosa merita la città di Verona? Delle perle naturali, o delle perle di allevamento? Con altre parole, delle perle degne della ricca signora che è la città di Verona, o con delle perle degne delle città che lo vogliono sembrare? Mi firmo un sessantaseienne, che sul mio essere perla accetto qualsiasi opinione, a parte quella di coltivata provenienza.

Buonasera Dottore: ho un ingorgo nel cuore.

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Pare pioggia di tardo settembre, oggi. Tempo da castagne verrebbe da dire, invece, è solamente vita: tempo da marroni. Sullo sgabello in cucina, l’ondivago buridano che da anni entra ed esce dai miei sentimenti guarda un oltre sopra la collina che ha di fronte. Suonano. Metto l’impermeabile sopra il vestaglione etnico che indosso in casa, e scendo per vedere chi è. E’ un rametto che da poco mi è spuntato dal tronco. Lieta sorpresa, tuttavia, che se ne fa una vecchia quercia di un rametto che gli darà frutto e forza, non si sa fra quanto e se mai sarà? Non me ne sarei preoccupato una volta; una volta di non tanto tempo fa devo ammettere. Ora, però, non è più così. Ora, pongo aprioristiche condizioni. Chi mi cerca, ora, deve scegliere se venire per la quercia, o se venire per le ghiande. Non l’avevo mai fatto. Cosa mi è successo? Dell’omosessualità si può dire che ha indole femminina perché è generalmente mossa dallo stesso spirito della donna: l’accoglienza. Se ora accolgo con aprioristiche condizioni, (generalmente, tipico dello spirito maschile) ne dovrei ricavare che la forza della mia vita si è mascolinizzata? Sento che è così. Ammesso come vero e duraturo questo sentire, omosessualità, che cos’è? Viaggio della conoscenza dentro una categoria sessuale, o una categoria sessuale nel viaggio della conoscenza dentro la vita?

Solo il Signore sa…

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Solo il Signore sa quanto mi sono sentito vero e nel contempo falso, quando, all’Arabo con un taglio sulla guancia che gli donava non poco, ho detto che preferivo fargli crescere la vita anziché l’uccello! Uscendo dal giardino non ho potuto non rammentare il detto, ogni lasciata è persa, invece, ho ricevuto un suo messaggio: buona notte angelo. ciao. Va bèh! E’ anche vero che gli ho promesso un telefonino. Di quelli base_­base, ovviamente, ma questo lo sapeva già.

 

Sogno da kebab?

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Aperto, ecco perché ho subito chiuso un gruppo “per Damasco” su Face Book

L’ho fatto pressoché subito perché mi sono reso conto che per sviluppare il proposito dovevo originare delle interessate dipendenze. L’ho fatto anche a motivo di uno strano sogno. Non avevo mangiato nulla di particolare, ieri sera, (un kebab e due rossi) ma stanotte ho sognato un’allucinante sovrapposizione di storie e di emozioni. L’ultima storia, e ultima emozione prima di un risveglio che mi è parso uno spintone fuori dal letto, mi e’ pervenuta da una voce strozzata; come se un qualcuno ho un qualcosa volesse impedirla. Si è ripetura tre volte: pubblica anche per gli altri!!! Per le mie conoscenze, tre volte significa: una per la Natura, una per la Cultura, una per lo Spirito. Ma, che significa, pubblica anche per gli altri? In altri tempi si diceva che i sogni sono vie di collegamento fra gli abitanti di questo mondo è l’ulteriore. Non in tutti i casi ma molto me lo fa pensare. L’opinione, però, non esclude che i sogni siano vie di illuminante collegamento della parte chiara della mente sulla parte scura. L’impossibilità di capire l’effettivo senso della frase (almeno sul momento) mi fa pensare che sia stata parola (la parola è l’emozione della vita che dice sé stessa) proveniente dalla parte scura della mente, oppure, per il precedente senso che hanno dato hai sogni, proveniente dalla vita ulteriore. Comunque siano i fatti e/o le ipotesi, pubblica anche per gli altri, per implicito significa che sinora ho pubblicato per me stesso? Può essere vero, allora, che devo pubblicare anche per altri, non per il ristretto cerchio composto da un gruppo? Si, la cosa potrebbe avere un suo senso, ma, perché devo pubblicare per altri, su invito di una voce che chiaramente (almeno per me) ha fatto non poca fatica per farsi sentire da quanto era frenata nel farlo? Chi o cosa la frenava? Un’emozione di bene che voleva frenare una di male come opposto caso? Un’emozione di giusto che voleva frenare una di ingiusto, come per opposto caso? Morale della favola: per quanto riguarda questo lavoro, chi c’è c’è e chi non c’è non c’è: e buona notte ai suonatori!

Anche a Verona si tenta la cura Sarkosi.

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Estratto da l’Arena di oggi.

L’Amministrazione comunale, attraverso la Polizia municipale, ha chiesto l’allontanamento dal Paese di alcune decine di persone. Si tratta per lo più di cittadini comunitari di appartenenza Rom: sono sempre le stesse persone, fermate più volte dalle Forze dell’ordine, professioniste dell’accattonaggio e che vivono di espedienti, per nulla intenzionate ad integrarsi nella nostra comunità. Poiché costituiscono, per loro scelta, un problema per la comunità, abbiamo chiesto ufficialmente al Prefetto che vengano presi nei loro confronti provvedimenti di allontanamento dal territorio come previsto dalla Direttiva europea n. 39 del 2004

Lo ha comunicato il sindaco Flavio Tosi, al termine del Comitato Provinciale sulla Sicurezza, svoltosi questa mattina in Prefettura. Come tutti quelli che operano nei centri di Volontariato, conosco bene la cultura Rom, anche se, in verità, quella dell’accattonaggio e dell’espediente più di quella tribale. Per la Cultura che sostengo di sapere, so per certo che i Rom allontanati, da una parte o dall’altra se la caveranno comunque. Lo fanno da centinaia di anni. Il come lo sappiamo. Quello che mi domando, invece, è come c’è la stiamo cavando noi, che in questo mare stiamo filtrando le scorie più apparenti, mentre per i filtri sociali stanno passando le più inquinanti ed eterogenee schifezze. Il futuro ci dirà se è stata fatta cosa buona e giusta. I mie auguri al futuro di chi se ne dovrà andare. Il mio augurio al futuro di chi resta.

Come da prassi

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Lettere al Direttore de L’Arena

Cortese signore: trovo giusto porre freno al risalto mondiale dei preti seduttori di bambini, anche ponendo luce sul fatto che vi sono preti che cercano femmine a prezzo: non necessariamente minorenni. Come definirli? Eterosessuali, o anormali? Non è giusto porre i due termini sullo stesso piano? Un qualche sospetto c’è l’avevo, ma forse non è così, mi sono detto, quando ho visto, in data 28/5/10, che un lettore ha messo omosessualità e pedofilia sullo stesso banco; prima di lui un cardinale.

L’opinione è falsificante ma tutto considerato scusabile se il lettore ed il cardinale l’hanno fatto per contestuale ignoranza. Grave sarebbe, invece, se l’avessero fatto per malignità di cuore; grave sarebbe se l’avessero fatto perché rimpiangono i tempi dove, come da prassi, tutto e di tutto doveva stare celato sotto ecclesiali sottane. Comunque sia l’abito indossato, i pedofili che sono parte della chiesa facciano in modo di rincuorare il signore in questione, (come anche il cardinale) ripromettendosi di mettere o rimettere le mani su di un bambino (o su di una bambina) con il minor risalto possibile!

Animali e notturni

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Lettera al Direttore de l’Arena

Visto che Carabinieri e Polizia nulla sanno sull’esistenza dei Falchi della Notte, lo chiedo a lei, signor Direttore. I visti da me, (due uomini ed una donna dai 40 ai 50, direi) erano vestiti con una divisa che avrei detto simil nazi se non fosse stata ingentilita da una camicia azzurro aviazione. Erano in possesso di grosse torce e di radio. Scesero da una utilitaria giapponese: non molto marziale, devo dire. D’altra parte, pur con tutta la volontà di sembrarlo, a mio giudizio, non lo erano neanche i Falchi in questione.

Comunque sia mi hanno salutato ed io ho risposto. Se dovessero chiedermi i documenti, (mi sono detto) sono tenuto a darli a gente che tutto pare fuorché autorizzata a chiederli? Non me li hanno chiesti e sono saliti nel parco. Dopo un qualche tempo, contemporaneamente a loro ho visto scendere una quaterna di abbandonati che dormivano sulle panchine; o sul prato non ho avuto modo di accertare. Al centralinista dei Carabinieri che ho chiamato, dico: ma come? Non avete soldi per comperare benzina per correre dietro ai ladri, e lo stato paga questi deputati a non si sa ben che cosa o come? Forse sono Volontari, mi si obietta? Volontari?! Sarà! Se volontari, però, e se di vista effettivamente acuta, facciano qualche diurno giretto anche per i campi veronesi. Ci sono anche lì, degli abbandonati da allontanare. Da allontanare a maggior ragione perché sui due euri e mezzo l’ora che percepiscono (tre nei campi mantovani) non pagano un tanino di tassa! E’ ora di finirla con tutti quelli che vengono a rubarci i nostri stipendi, e ad occupare in piena notte le nostre panchine! Con i miei più cordiali saluti.

Ricciardetto, mitico personaggio di Epoca Mondadori degli anni 60, si proponeva di aggiungere “ironia”, e “sarcasmo” quando li usava nelle sue risposte. Aveva ragione! Un lettore, infatti, legge e quindi sa, ma non sente quello che leggendo conosce, o meglio, sente solo le sue emozioni, ma le sue emozioni, non necessariamente sono quelle dello scrivente. Da questo, non pochi equivoci. Memore di tanto maestro e delle sue intenzioni chiarificatrici, preciso di aver usato in questa lettera sia l’ironia che il sarcasmo. Mi dispiace di non aver messo questo ps. nella lettera al Direttore. L’idea non mi era passata per la testa. Va beh!

Donne

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Perché gli uomini uccidono le donne?

La Donna è quel complemento che permette all’uomo di fondare sia la sua identità personale e di vita, che la fede nella potenza della sua virilita’. Se ne renda conto o meno, ma la donna che rifiuta di continuare un percorso iniziato, a dir dellUomo, lo tradisce. Cio’ vuol dire che la donna deve comunque sottostare al principio maschile della vita? No. La Donna (come d’altra parte l’Uomo) è esclusivamente sottoposta al principio della vita: vivere. Come? Secondo vita! E qui casca l’asino, purtroppo. Quanto è libera l’identità maschile e femminile di vivere e di unirsi ad altra vita secondo sé, o quanto e’ “educata” da norme per sociali e/o religiose convenzione? In questa dubbia situazione, la Donna (come l’Uomo) che si propone liberanti scelte attua un pericoloso tentativo, quello, cioe’, di uscire dalla cassa in cui l’ha rinchiusa una non adatta normalizzazione. Non poche volte quella “cassa” ha ucciso la vita, vuoi per mano maschile, vuoi per mano femminile.

Vescovo e Pedofilia

Vogliamo che emerga la verità a tutti i costi, auspica il vescovo di Verona.

Lettera al Direttore del l’Arena

Non potrei non essere più d’accordo, tuttavia, nell’intervista che ha dato al suo Giornale, subito dopo leggo: niente processo mediatico! Che significa?! Preso alla lettera, un processo non mediatico implica che non vi possa essere pubblicazione di notizia, e poi, processo di che genere dal momento che anche il discernimento su di una data notizia è un processo sia pure intellettivo. Nessun lettore di qualsiasi giornale pensa di potersi sostituire ad un giudice. Tutti i lettori, però, pensano di saper discernere da sé. Non solo! Devono esser messi in grado di poterlo!

Niente processo mediatico, quindi, in soldoni significa impedire ai lettori di avere un autonomo pensiero, o quanto meno, di avere autonomo pensiero quando una data notizia può incrinare un ordine costituito, il che, è il normale principio di ogni genere di potere! Nella persona del vescovo Zenti, cosa veramente teme, allora, la Cattedra di Pietro?

Per quanto riguarda il mio caso, ho ben separato ciò che non addebito alla Chiesa dell’Amore, da ciò che addebito alla chiesa del potere, così, non ho avuto bisogno delle affermazioni del cardinale Bagnasco per capire che la pedofilia di alcuni preti non può ledere le testimonianze dell’amore per il prossimo di altri. Non solo io sono d’accordo su questo, infatti, dal momento che nessun media e/o accusatore si è permesso di fare di ogni erba un fascio. Capisco la difesa del cardinale, quindi, solo come testimonianza della sfiducia sulla capacità di discernere delle pecorelle cattoliche. Non ci siamo!

Secondo il vescovo Zenti, ogni processo deve svolgersi in ambito canonico e giudiziario, ed è solo in quella sede che l’accusatore deve dimostrare con prove ciò che afferma e dove l’accusato si deve difendere. Come sinora gli accusati sono stati difesi l’abbiamo capito. Non ci torno sopra. Vorrei tornar sopra, però, sui soggetti in causa. Da una parte, un sacerdote e dall’altra un bambino. Nella mente del credente, il sacerdote è figura spiritualmente imperante. Per tale autorità, la mente del credente cattolico odierno non concepisce (o almeno non concepiva) che vi siano i casi di pedofilia fra i preti. Prova ne sia un fatto: i bambini che ne hanno parlato in famiglia non sono stato creduti.

L’unica prova certa che può portare un bambino, pertanto, potrebbe essere la traccia biologica della violenza subita, ma, i bambini violati, mica sono delle stagiste con frigorifero a disposizione, vero?! Cosa può portare il bambino offeso, allora, se non i suoi ricordi; se non la storia psicologicamente piegata che è diventato? Nella mia lettera_intervista che il suo giornale ha accolto, non ho raccontato come in collegio è scoppiata la faccenda.

Periodicamente, il prete che mi ha usato mi portava a confessarmi. Ricordo bene quel confessore. Sulla sessantina, forse di piu’. L’ho trovavo sempre a letto. Mi rivedo in ginocchio. L’orizzonte del mio sguardo è totalmente occupato dalla curva della grande pancia di quel prete. Non ricordo cosa gli confessassi. Di aver compiuto atti impuri non da solo, molto probabilmente. Cosa avrei potuto dirgli di più vero a quel prete? Che masturbavo un suo confratello?! Lo avrei anche fatto, se solo avessi saputo cos’èra masturbazione! Sentivo solamente, invece, che c’era un qualcosa che non andava!

Sia come sia, quel prete morì. Si rese necessario andare da un altro. L’altro non accolse la mia confessione con la stanca accettazione del prete precedente. Affrontò il prete seduttore, e da cosa nacque cosa. Mi par di ricordare ancora, che il secondo prete non mi assolse. Con chiarezza, ricordo solo lo stupore di una faccia. Ricordo che per me non ebbe alcun genere di parola. Ricordo solo che la sua reazione scavalcò la mia presenza: come se non fossi stato dolente parte della questione! All’epoca non sapevo cos’era uno zerbino, tuttavia, mi sentii così!

Ora, anche ammesso che volessi far causa a qualcuno, (cosa che non mi sogno di fare) mi sa dire il vescovo Zenti che prova potrei portare in sede canonica e giudiziaria se non quello che le racconto? Potrei diversamente, se gli atti che ho subito conservassero le impronte digitali degli autori, invece, le lasciano solo nell’animo di chi le ha subite: indelebili, in chi non sa o non può superare il lutto per la lacerazione di una parte del suo sé.

Accoglierà queste tracce come prova il vescovo Zenti? Dipende! Se prevalente vescovo della Chiesa dell’Amore, penso di si. Se prevalente vescovo della chiesa del potere, temo di no. Capisco l’imbarazzo di un vescovo che non può agire solo per amore, e non deve agire solo per potere. C’è una via terza? Forse questa: dove c’è una richiesta di indennizzo morale ed ausiliario che escluda l’economico, il violato sia creduto sulla parola. Dove c’è una richiesta di indennizzo morale ed ausiliario che comprenda l’economico, si proceda secondo leggi.

Ascoltami, Maria.

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Anche il cuore della carità ha due ventricoli: quello dell’accoglienza che è della Donna, e quello della determinazione che è dell’Uomo. Quello dell’accoglienza l’hanno agito le due Volontarie che ti hanno ascoltato. Non ti ho detto il mio, perchè, ho sentito che avevi più bisogno di essere accolta, che determinata. Lascio la mia voce, allora, in questo scritto. A me, emozione maschile della vita, sei apparsa come un albero; forte ma con i rami portanti, pieni di rami collaterali. L’alimentazione dei rami collaterali sta togliendo vita ai rami portanti; questo, anche perché le tue radici non sono economicamente profonde.

Per l’insieme di queste cause, tutto il tuo albero (cioè, tutto te stessa) vacilla sino ad un possibile crollo: crollo che la tua evidente disperazione sente molto vicino. Che fare? Due le azioni. In primo, la tua presa in carico dalle Volontarie e/o dal Centro, ed in secondo, tagliare i rami inutili. L’operazione di potatura, però, non può essere fatta dalle Ausiliare e/o dal Centro: solo tu la puoi fare. La dove senti di non poter tagliare i rami inutili dalla tua vita, devi fare in modo di poterli potare dalla tua mente, e dove è necessario alla tua sopravvivenza, anche dal tuo cuore.

Potare i rami superflui dalla tua vita, e/o dalla tua mente, e/o dal tuo cuore è operazione indubbiamente dolorosa, come è doloroso dover tagliare un arto, ma, se è in cancrena, che altra scelta ti rimane se non c’è altro modo per preservare la salute e la potenza nel resto del corpo? Potare i rami dalla mente, è anche un togliere delle erronee idee dai pensieri. Ad esempio: ci hai detto che tua figlia (in accertamento di autismo) ti schiaffeggia, ti graffia, ti percuote. Da come ne parlavi, si capiva la tua sofferenza di madre che per quelle azioni si sente rifiutata dalla figlia. Sbagli, Maria.

Una bambina in sospetto di autismo non vede la madre; vede e sente, invece, una entità che non conosce, e che pertanto la spaventa; le sue sconvulse reazioni, pertanto, sono solamente il frutto di una disperata difesa; è il mondo che non conosce che sta allontanando da sé, non, la madre. Capisci la differenza? Capirlo è importantissimo! Capirlo, significa che puoi cercare il modo migliore per avvicinarti senza spaventarla; capirlo, significa accettare di essere allontanata come strumento di cura, non, come strumento di vita che è una madre. Converrai che non è la stessa cosa!

Non si sa perché ma la musica di Mozart risulta variamente curativa per le personalità autistiche. Fagliela ascoltare. Non che ti risolva il caso, ma, se anche servisse solamente a tranquillizzarla, avresti una figlia meno chimicamente sedata, e, quindi, come tanto desideri, più presente a sé stessa e a te. Fagliela ascoltare a basso volume; quella musica non deve coprire le emozioni di tua figlia: le deve solamente accompagnare. Deve essere accattivante sussurro, non, gridata parola. Se non hai della musica di Mozart fammelo sapere. Dovrei avere qualche Cd.

 

Sul lavoro, congresso della Regione.

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Intervento che avrei voluto fare

Credo sia noto in tutto il mondo il proverbio che dice: tempo, mati e siori, i fa (e i dixe) quelo che i vole lori. Ebbene, mi si conceda la patente di follia, ma mi si faccia dire quello che penso. La presente situazione economica (non solo italiana come sappiamo tutti) è una sorta di sabbia mobile. Qualsiasi progetto che vi si costruisca sopra, pertanto, è destinato ad affondare in qualche sua parte. Non per questo il dato progetto non possiederà il senso di “abitazione”, ma per questo non possiederà il senso di “abitabilità”. Quanto è giusto costruir progetti sulla sabbia mobile che è il presente momento economico?

A mio vedere, poco o niente, dal momento che la “sabbia”, può reggere solamente delle “tende”, o con altre parole, dei più leggeri “ricoveri”. Per ricoveri leggeri, intenderei delle forme contrattuali di provvisoria sussistenza, come di provvisoria sussistenza sono le tende che erigiamo nei casi di calamità naturale; contratti leggeri come tende per provvisorio riparo, quindi, anche per la corrente calamità economica provocata dal generale arresto del Mercato. Se non vado errando, all’inizio della crisi gli Industriali hanno avuto aiuti dallo Stato. Sarò anche matto, ma, mi sono chiesto: se è il consumo di merci che fa il guadagno del produttore di merci, gli aiuti dello Stato andrebbero concessi ai consumatori di merci, non, ai produttori di merci! Oppure, al caso, concessi ad ambedue, facendo in modo che al produttore di merci sia minore il costo operaio. Bravo, matto, mi si dirà: e chi te lo mantiene, l’Inps e/o l’Assistenza sanitaria? A mio vedere, te li mantiene lo Stato concedendo ad Inps e Assistenza, quello che ha concesso e/o deve concedere all’industriale. Bravo mato, ma, da dove li ricava lo stato quei soldi?

Li ricava dalle tasse degli operai (come ha sempre fatto) e dalle tasse dei Produttori di lavoro come non sempre è riuscito a fare. Li ricava, inoltre, dall’economia che ottiene risparmiando sulle forme di assistenza che ora deve concedere a fronte delle disastranti disoccupazioni che ci sono. Attuabili o meno che siano queste follie, sono alleggerimento del vigente Contratto nazionale sul lavoro, che comporta l’alleggerimento del costo operaio, però, non ancora duttile quanto basta, a mio vedere. La giusta regolarizzazione dell’operaio, e la necessaria fiscalizzazione dei guadagni ha fatto sparire una moltitudine di lavoretti in nero. L’intenzione era certamente buona, ma, direi, non il risultato; o non in tutti i casi.

Non è stata buona idea, infatti, per la casalinga (italiana o emigrante che sia) che  poteva permettere alla famiglia almeno la spesa settimanale;
non è stata utile per la studentessa che poteva fare la baby sitter e così, pesare meno sulla famiglia;
non si è rivelato utile per lo sterminio di cinquantenni badanti (in genere immigrati) che a maggior costo perché con pieni diritti si ritroveranno sotto i ponti italiani, visto che al paese di origine non so quanto potranno stare sotto i loro.

Mi si creda: tutto vorrei fuorché dar l’idea di togliere diritti in cambio di pane senza companatico! Vorrei, invece, che riuscissimo a far ricorso a maggior dosi di intelligenza, visto che, l’intelligenza, è detta anche dalla capacità di aderire alla realtà.

 

Quanto cambia la vita che cambia!

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In “Un mese con Montalbano” il Camilleri racconta che ad un amata (con pieno vissuto sentimentale e sessuale precedente) l’amato rimproverasse di non ricevere più niente di nuovo, di vergine, avendo vissuto, l’amata, pressoché tutto con altri. Al che, suicidandosi, l’amata, di vergine, a quell’ultimo amore regalò la sua morte.

In quello stato di vita, l’unione d’amore che aveva fatto sì che due diventassero uno, si scinde; e ciò che era binario torna ad essere singolo.

“E allora capii che il suo più grande regalo era costato molto, troppo”

Come un macigno caduto nel mio odierno stagnare, non poche le onde che ha mosso questo racconto. Non per fatti di uomo. Non per fatti di donna. Non per fatti d’amore. Per fatti di vita. Per fatti di vita, non poche volte, la vita, si è “uccisa” per potermi donare la sua “verginità”: con ciò intendendo nuove esperienze. Nuove esperienze che ora travaso in altri, non solo per ausiliare la vita altrui, ma anche per non patire di inutilitudine la mia.

Mi ritrovo strano al Centro di volontariato. Strano perché la donazione della mia opera non è prevalentemente mossa dal sentimento, bensì, dalla ragione: non è mai stato da me. Cosa cavolo mi è successo?! E per portarmi a questa nuova “verginità”, quale amore si e’ “ucciso”?! Vorrei non saper rispondere, invece, lo posso! Si e’ “uccisa” la speranza. Non che abbia avuto molta salute devo ammettere, ma se non altro la reggeva il cuore! Adesso, invece, è diventata forte la ragione del discernimento, ed il discernimento, è una ragione, che il cuore non conosce. Grave divorzio la separazione fra sentimento e ragione. Forse non giunge ad uccidere l’amore verso la vita, ma certamente può giungere ad uccidere la com_passione verso i viventi.

Va beh, Vitaliano, a cosa ci porta tutto sto’ giro di scienza? A riconoscere che la morte della tua com_passione “è costata molto, troppo”? No, mi porta a riconoscere che il cuore mi manca.

… Montalbano taliàva una lucertola che, salita sulla cima della bianca pietra tombale, immobile, se la scialava al sole …

L’informazione non è complicità

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Cortese signore: ogni cronaca pubblicata dai giornali è informazione implicitamente educativa, (o al caso diseducativa) in ragione delle infinite componenti culturali (etiche e/o morali) del dato lettore. Siccome può essere diseducativa perche’ puo’ stimolare una voglia di imitazione, si fa a meno di pubblicare la cronaca? Stesso principio di contraddizione (una educazione che contiene dei principi di diseducazione) anche nella proposta “Nel week end ecco l’autobus anti sballo”. Certamente auspicabili le Campagne di educazione alla responsabilità, ma sono risolutive? Direi di no, dal momento che si rivelano necessarie delle Campagne di richiamo alle predette Campagne.

Visto che le Campagne contro non sono risolutive, facciamo a meno di fare le Campagne, e con quelle, anche quelle di richiamo? Dice giusto l’Assessore Valdegamberi: associare il problema dell’alcool e delle ubriacature è troppo limitato; l’eccesso e l’abuso dell’alcool è un problema di salute che va curato ed eliminato.

Ovviamente, concordo con l’Assessore, ed altrettanto ovviamente sento concordanti tutti i non pochi “tossici” delle non poche dipendenze che ho conosciuto, ma non dimentichi l’Assessore, che tra il dire ed il fare c’è di mezzo non poco mare, e non tutti, sanno o possono imparar a nuotare nei tempi detti (previsti e/o auspicati) dalle Politiche sociali. Allora, che facciamo? Lasciamo annegare quelli che non ci riescono, o che non possono permettersi più onerose scialuppe? Certamente no! Quale allora, la via terza? Direi, quella dei frutticoltori, i quali, curano la pianta ben sapendo che darà rami dritti e rami storti; curano la pianta ben sapendo che, se supportati, anche i rami storti daranno frutto come i dritti.

Regione Veneto

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In oggetto: contro il delinquenziale favoreggiamento dell’immigrazione da parte di datori di lavoro italiani e/o stranieri e personale considerazione sui Decreti flussi.

Nella mia associativa e personale esperienza ho ricevuto richieste di aiuto da non pochi immigrati, che sedotti da immagini di ricchezza e possibilità lavorativa sono giunti a pagare somme da capogiro pur di poter venire in questo paese. Mediatori fraudolenti della speranza di un miglior vivere, sono stati, e tuttora continuano ad essere, dei datori di lavoro italiani ma anche dei datori di lavoro di origine extra nazionale. A questi, si possono aggiungere tutti quegli “amici”, che, promettendo inserimento e lavoro, li inducono ad emigrare. Direi quasi ovviamente, ma le promesse di inserimento e di lavoro spariscono man mano spariscono i risparmi dell’incauto emigrante che si è fatto incantare. Mi rendo conto che per questi casi il suo Ufficio non può nulla. Al più, lo potrebbero le Regioni con apposite campagne alla fonte.

Se la delinquenziale situazione che denuncio tutt’ora prosegue ne ricavo che nel percorso “Ditte costituite da italiani, o Ditte costituite da immigranti”, c’è più di una falla.

Ai controlli attuali, quindi, voglia accogliere (e se possibile, attuare) anche i seguenti:

*) le ditte che chiedono il nullaosta che autorizza il visto d’ingresso in Italia, devrebbero dimostrare all’Ufficio dell’impiego (e/o ad attinente ufficio) l’effettiva necessità dell’operaio richiesto: non verrà accolta la domanda se non lo possono.
*) l’operaio richiesto deve dimostrare (per titoli di scuola professionale, e/o accertabili referenze) di essere in grado di svolgere l’attività richiesta dalla Ditta assuntrice;
*) qualsiasi sia la forma costituente, le Ditte che chiedono il nulla osta alla Prefettura, devono dimostrare di aver pagato l’aliquota Iva e quanto dovuto all’Inps da almeno 5 anni;
*) le Ditte devono garantire un alloggio dignitoso ma, non nella stessa abitazione del Titolare; devono dimostrare quanto richiesto con il debito contratto d’affitto e/o atto di proprietà dell’alloggio contrattualmente concesso all’operaio in richiesta;
*) indipendentemente dai motivi, qualora avvenga cessazione del rapporto fra l’operaio con garanzia d’alloggio, e la Ditta tenuta ad alloggiare l’operaio, quest’ultima, comunque deve garantire alle (predette condizioni) almeno un semestre d’alloggio all’operaio licenziato.

Indipendentemente dai mondi culturali di provenienza, la povertà ha le stesse regole e le stesse finali condizioni, cosi’, la fuoriuscita dal mercato del lavoro non può non anticipare quella sociale. Un Decreto flussi che non tiene conto di questa realtà, altro non fa che sommergere i presenti difficoltati che sono, con i difficoltati che inevitabilmente saranno. A mio vedere, quindi, riserverei a immigrati già presenti nel territorio, almeno una percentuale del 50% dei flussi in futuro ordinamento. Nel rendermi conto che quanto le segnalo potrebbe non essere sfuggito alla sua attenzione, le porgo i miei più distinti saluti.

Pedofilia

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Tra gli elementi costitutivi del contesto in cui si sono verificati gli abusi (pedofili), il Papa cita la tendenza al secolarismo e un “frainteso” approccio al Concilio Vaticano II. Suvvia!!! C’è ne sono altre, adesso?! Gran parte degli abusi sono avvenuti quando del secolarismo non si sapeva neanche cosa fosse, ed il Concilio Vaticano II era ben aldilà da venire!!! Cerchi le cause, invece, nella cosidetta “chiamata”: emozione della vita che diciamo divina mentre nella stragrande maggioranza dei casi, è voce di una individualità che, o teme di affrontare sé stessa, e/o teme di affrontare la vita!! Cerchi le cause, invece, nella pessima abitudine di rinserrare nei seminari delle personalità di non costituita sessualità. Cerchi le cause, invece, nella deleteria abitudine di rendere psichicamente e spiritualmente eunuca, la sessualità dei cosidetti chiamati!! Non per ultimo, riconosca che, in molti, alla lunga, la missione finisce con il diventare un mestiere, e che in questa degenerazione della missione, possono saltare i freni inibitori della sessualità del cosidetto chiamato! Comunque stiano le cose, lungi da me l’idea di chiedere al Vaticano di piangere sé stesso per questi errori, ma, di non spargere fumi, sì!!! Ci sento odor di zolfo!!!

Dio

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Non conosco Dio al punto di sapere se è una entità superiore

Vediamo di capirci: non ho alcuna intenzione di rompere la mia amicizia con te: in nome di nessuno! Tanto meno in nome di Dio che a me non risulta proprio di essere il suo portavoce.

Non ho detto che è gesuitico pensare che Dio si occupi delle mie o delle tue rogne, ma che è gesuitico l’argomento sostenuto dagli atei per provare l’inesistenza di Dio, e cioè, se certe ingiustizie succedono, e Dio non interviene, ciò prova che non esiste. Ora, a questa tua domanda:

“è possibile Dio Dopo Auschwitz? O meglio: è sostenibile l’idea di un Universo in cui ci stiano, contemporaneamente, un Dio onnipotente e un bambino tra le braccia nude di una donna, un attimo prima che qualcuno li uccida entrambi?”

rispondo di si.

Secondo la mia visione culturale, infatti, Dio, è il Principio della vita che ha attuato il Suo principio: la vita. Lo chiamo Principio perche’ a me non piace nominare invano. Permettimi di sottolinearti il punto: la vita, caro Paolo, non, il vivere di ciò che quel Principio ha attuato. Con altre parole, Dio è responsabile del nostro principio, non, di quello che il nostro principio attua.

Perché sostengo questa idea? Lo sostengo perché un principio primo (e per questo assoluto) non può originare che principi primi ed assoluti. Ora, quale il principio primo della nostra vita? Quello che noi facciamo? Ma neanche per idea: è quello che noi siamo.

Ora, eliminando da noi tutti i minimi termini che ci resta come principio assoluto? Ci resta il nostro essere vita. Da questo principio, si emana il nostro essere in vita, e, quindi, il nostro vivere.

Ovviamente questa mia visione non si concilia per niente con la visione cattolica di Dio, quindi, è un’idea eretica. Detta da me, poteva mai essere una visone normale? Chiaro che no!

Non conosco abbastanza Dio per sapere se è una entità superiore. D’altra parte, nessuno ha mai sentito nulla di proveniente da Dio. Certamente vero, però, che essendo vita al principio della vita, la si può dire superiore se non altro perché prima. In quanto tale, non può esser detta bassa, così come tuo figlio non può esser detto di natalità superiore (o prima) della tua. O, no?

La fede, Paolo, è un credo che la ragione non può accettare perché è un vero e proprio salto nel vuoto. Nessuno infatti può dire di conoscere Dio, quindi, verso chi ci buttiamo? O, islamicamente dicendo: a chi ci dedichiamo?

D’altra parte, quando mai un allievo paracadutista impara a diventarlo se non prende il coraggio di buttarsi dalla torre di allenamento? Ecco, della fede, inoltre, si può dire che è coraggio. Certamente coraggio dell’incoscenza (dal punto di vista della ragione atea o no che sia) o coraggio dell’in_coscienza dal punto di vista della fede.

Per quanto mi riguarda, riconosco un solo principio della vita: il Principio; e a questo penso come Dio. Tutto il resto è teologia: in vero, scienza dell’ignoranza su Dio, non, della conoscenza.

Sul fatto che pregarlo sia sensato o no, ad ognuno la sua fede. Per quanto riguarda la mia, a me viene di pensarLo solo quando ho momenti di felicità. Come vedi, non sono ortodosso neanche qui!

Immigrato

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C’è speranza di lavoro per l’immigrato?

Dal mio osservatorio, pressochè zero!

Al Centro Vincenziano dove opero si rivolgono immigrati di bassa professionalità: generici di cucina; improvvisati anche se volenterosi badanti; manovalanza edile; domestiche che trovano nel loro matrimonio con l’unica referenza di lavoro; giardinieri di nome ma non di fatto; operai per l’agricultura con mera capacità di braccia, e  via – via elencando. L’italiano che conoscono, il più delle volte è di livello “Io Tarzan, tu Jane”.

Avendo esaurito sia i voti che i santi canonici, oggi, decido di appellarmi a Santa Rete. A chiamata risponde:

Confagricultura di Verona: centro per pratiche di vario genere ma non referente di eventuale domanda di un dato agricoltore se non da questo nominalmente richiesto con apposito contratto;

Acli: idem.

Associazione Coldiretti: idem.

Telefono anche ad una Associazione Produttori Ortofrutticoli, ma vengo a sapere che questa (ed altre di similari nel genere) sono delle Cooperative composte da soci. Molto probabilemnte trovano operai fra gli stessi soci, quindi, niente da fare anche lì.

Ma, questi benedetti agricoltori, dove si procurano gli operai? E se non c’è niente da fare per i disoccupati disponibili per quel lavoro e già presenti nel territorio, da dova mai salta fuori la necessità delle migliaia di nuovi immigrati per l’agricultura previsti per il Flusso bis?!

Sono più che disposto ad ammettere di non capirci niente in faccende del genere, tuttavia, più di un qualcosa mi sfugge! Tanto più, che a dire delle Referente dell’ufficio Impiego di Verona, c’è un calo delle richieste di lavoro che tocca il 50%!

A proposito di richieste di lavoro ve ne racconto una. Sito nei pressi del Lago di Garda, l’Ufficio del lavoro di quella zona chiede un facchino! Ullallaà, mi dico! Finalmente un lavoro! Ebbene, lo voleva in mobilità (e passi) ma con conoscenza di tedesco e inglese! Evidentemente, la Ditta richiedente non ha avuto la faccia di vedere se c’era un laureato in lingue disposto a fare il facchino!!

Avrei detto sparito, il facchinaggio, vista la totale assenza di inserzioni per quel genere di richiesta. Mica vero che è sparita: si è sommersa! Dove? Nel caporalato. Di fatto, l’immigrato che arriva a conquistarsi la fiducia della Cooperativa e/o del Direttore del magazzino, e/o del Capo cantiere chiama i suoi amici. Li chiama per generosità di cuore?! Siii, buona notte!!

Analoga voglia di caporalato anche nell’emigrante srilanchese, il quale srilankese sistemato, giunge anche a dedicarsi all’induzione all’emigrazione di sprovveduti che si indebitano anche vendendo la casa pur di mettere piede in questo Paese degli Allocchi: vuoi allocchi italiani se a livello politico, o vuoi allocchi emigranti se a livello speranza.

La Legge dovrebbe punire chi induce all’emigrazione fraudolenta, così come punisce chi induce alla prostituzione; e dovrebbe concedere lavoro e permesso di soggiorno a chi denuncia l’induttore, ma, il mio problema non è questo! Il mio problema è, domani, cosa dico all’emigrante che viene a cercare lavoro?

E che “anestesie” posso usare per dire all’emigrante che abbiamo toccato il fondo di un barile dove c’è rimasto ben poco da raschiare?

Volontariato

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Squilibri e/o squilibrati di vario genere a parte, non credo che l’avversione verso una data umanità sia prevalente nell’italiano. Non prevalente ma indubbiamente presente, invece, l’avversione verso alterne forme culturali e/o di vita, indubbiamente motivata dalla nostra ignoranza sugli usi e costumi di popoli da noi emigrati. Motivata anche, però, dall’ignoranza in cui ci lasciano gli emigranti fra di noi. Ulteriormente motivata, la nostra ignoranza, anche da un isolamento, che se da un lato è necessario all’emigrante per preservare la sua identità di origine, dall’altro lo rinchiude in un errore perché contribuisce a mantenere la separazione fra umanità, e quindi, il proseguo della reciproca avversione che chiamiamo razzismo, che chiamiamo xenofobia; razzismo e xenofobia, che se infettano la mente italiana, non di meno (amara constatazione) infettano la mente straniera, rendendo l-infezione sempre piu\ reciproca.

Tanto quanto l’emigrante sa rendersi in comune con il paese e la cultura che l’ospita, e tanto quanto contribuirà alla cessazione del razzismo e della xenofobia, non solo nella mente italiana, (come sostengo) ma anche nella sua, che vedendosi rifiutata, a sua difesa reagisce con razzismo e xenofobia.

L’emigrazione non può essere composta solamente da un trasferimento di una volontà di lavoro e di guadagno da un paese ad un altro, ma anche dall’interiore trasferimento di una volontà di vita da rendere comune cultura, comune paese. Se noi, Paesi ospitanti, abbiamo il dovere di pulire la nostra mente da multi motivate avversioni verso le culture altre, non di meno l’emigrante deve farsi carico del dovere di aiutarci (e non per ultimo, di aiutarsi) a pulire la nostra mente da quegli ostracismi. E’ un dovere, questo, che non può essere solamente delegato ai Centri ausiliari l’emigrazione e/o al Volontario; è un dovere che l’emigrante deve affrontare, anche semplicemente adeguando i suoi quotidiani bisogni e il suo quotidiano vissuto, ai quotidiani bisogni e ai quotidiani vissuti in cui si trova a convivere, e/o a lavorare. Lo deve fare per il suo presente, e non di meno per il futuro dei suoi figli; ed è al futuro dei figli degli emigranti che in questo momento penso, e che più pesantemente mi preoccupa. Chi ausilia l’emigrante (Centro o Volontario che sia) è come un medico. Capita ai Centri di Volontariato e/o ai Volontari, di non poter far nulla per una data situazione, così come i medici si ritrovano a non poter far nulla verso una data malattia, o verso il dato malato. Come un medico in inguaribili realtà subisce dei grossi moti di una impotenza che rischia di essere vissuta come un personale fallimento, così, anche il Centro assistenziale, così, anche il Volontario. E’ tutto fuorché facile dire di no ad un bisognoso; e se un no può essere talmente pesante da porre in sofferenza l’esistere di un emigrante, non di meno pone in sofferenza, quel no, l’esistere del Centro e/o di un Volontario. Sappia e ricordi, l’Emigrante, che un Centro assistenziale e/o un Volontario non è uno stipendiato passacarte, e buona notte al secchio se non ci riesce! Sappia e ricordi, l’Emigrante, che, con le carte che necessariamente passiamo, c’è il nostro amore per la vita, e non di meno, per la sua.

Carita’

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Solo in teoria la Carità è una strada diritta.

In assenza del Segretario sono stato incaricato dallo stesso a sostituirlo. Pertanto, di valutare i casi non previsti e di decidere in proposito su quanto organizzato in accordo con i Gestori della Donazione alimentare. La funzione, tutt’altro che semplice, necessariamente coinvolge la mia visione ideologica sulla Carità, ed i miei sentimenti verso i poveri. Concepisco la Carità, sulla base di ciò che è più evidentemente giusto, non su quello che fa sentire bene il  dato Volontario. Sapere ciò che è più evidentemente giusto nell’ambito di storie e necessità nelle quali non si può o non si sa distinguere l’effettivo bisognoso dal mestierante, è tutto un bel dire ed è tutto un bel fare! Al che, o si agisce all’interno di quanto organizzato, o la Carità che si gestisce, finisce per essere gestita da chi la sa raccontare meglio fra i richiedenti, oppure, finisce per essere gestita, non dai soli incaricati, ma da Referenti che di volta in volta si fanno convincere da dati casi e/o persone. Se mi capita di dover negare una donazione, quindi, non lo faccio perché contrario allo spirito vincenziano, ma per non sconbussolare una organizzazione, che ha concesso a questo Centro di escludere quanti ci provavano pur non avendo un effettivo bisogno; sia pure ad occhio, direi non meno del 50%.

Giusto per fare un ultimo esempio, questa mattina, dopo aver dovuto dire di no ad una persona, una Ausiliaria (me contrario ma approvata dalla vicepresidente) si è permessa di dare una donazione ad una persona, nello stesso bisogno della precedente che avevo escluso. Quello che può sembrare una carità, in casi come questo, altro non diventa che manifestazioni di un personale potere, altro non diventa che il far capire ad un dato bisognoso, che se parla con un Referente ottiene, mentre se parla con un volontario, no! Mi domando e domando: quanto si può parlare di carità dove si favorisce qualcuno umiliando qualcuno? La vicepresidente sostiene che bisogna saper fare delle eccezioni. A fronte dell’impossibilità di verificare quanta verità vi è in quelle eccezioni, ciò che ne risulta non è carità (sempre a mio vedere) ma una personale concezione, o della carità o sul dato caso. Una personale concezione sulla carità è più che legittima se privata, ma erronea se agita all’interno di una organizzazione. A mio vedere, e non di meno ad un mio spirituale sentire, quindi, una carità svolta nei termini di una decisione non collettivamente concordata dai responsabili, diventa una caritatevole preferenza personale; ciò, può anche far sentire più buono il dato Referente, ma, sempre a mio vedere, non rende giusta la carità; e se c’è una cosa che non sopporto, è quella di sentirmi ingiusto sia pure verso un fin di bene, (a giudizio altro) che non sempre è un fin di vero a giudizio mio. Per quanto mi riguarda, tutti i poveri sono eguali, e gravemente uguali le loro necessità. Per quanto mi riguarda, io non sono “un uomo per tutte le stagioni”, e pur sapendo curvare, cioè, far eccezzioni, lo faccio se la strada è evidentemente curva, non, sterzando dove non vedo curve. La mia caritatevole preferenza, è principalmente diretta verso questo Centro, non, verso un qualsiasi ausiliato da questo Centro, tuttavia, come ripeto, non esclude delle variabili, che comunque dovrebbero essere organizzate come le non variabili. Anche giustamente, la signora N. mi dice che sono casi conosciuti da anni. Vero, però, non li conosco io; vero, però, neanche la generalità dei bisognosi presenti in sala e che vedono dei diversi comportamenti, conosce i casi conosciuti dalla signora N.. Dubito, fortemente dubito quindi, che un dato bisognoso si senta trattato secondo giustizia quando vede che ad altri si da, mentre a lui/lei, no! Questo e solamente questo, è il motivo della mia contrarietà a questo genere di personalistico operare, e che può comportare la mia rinuncia all’incarico ogni qual volta non è presente il Segretario. Propongo alla Presidenza una possibile soluzione. Gli Ausiliari (o la Presidenza) che raccolgono le istanze non concordate in precedenza o comunque “straordinarie”, dovrebbero compilare la scheda del dato bisognoso, motivando l’occasionale richiesta, ed al caso, chiedendo al Segretario, o alla Presidenza, di renderla e/o di confermarla continuativa. A fronte di quella scheda, non avrò obiezioni di sorta, e se mai ci saranno, sarà il Segretario che le discuterà con quanti in interesse, non io, che subendo delle personalistiche interferenze nel mio operato, (“motivate” o no che siano) mi vedo lacerato da negative tensioni.

Immigrazione

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Direzione Immigrazione Stranieri. c/o Regione Veneto.

Non tutte le Associazioni possono permettersi un retribuito Mediatore culturale, ma tutte le Associazioni che operano con l’emigrante dovrebbero esser messe in grado di potersene servire. Fra gli assistiti da Associazioni economicamente povere ci sono dei naturali mediatori: lo sono per capacità di lingua, per la capacità di condividere il pensiero della data Associazione, e, non di meno, per la volontà e la capacità di collocarsi a servizio di conterranei. In un mondo, dove un’insufficiente economia globale sta sempre di più alimentando delle innumerevoli guerre fra poveri, la generale necessità di servirsi di quelle figure sarà sempre più necessaria; è fra i poveri e gli abbandonati, infatti, che organizzazioni avverse alla vita trovano vario genere di latenti oppositori ideologici, e/o dei delinquenti per sopravvivenza quando non per animo. In verità, una minoranza, i delinquenti per animo, tuttavia, chi può dire cosa può far fare o non far fare una disperazione, che la mia presenza fra emigranti senza arte e ne parte non vede così tanto lontano? Accanto alla categoria professionale dei Mediatori culturali, quindi, proporrei di ufficializzare quella dei Mediatori culturali volontari. Fra i Mediatori culturali che volontaristicamente possono offrirsi alle Associazioni, gli economicamente indipendenti sono pochi, temo. Come facilitare le necessità sociali che una Associazione porta avanti, con la possibilità di servirsi di operatori volontari ma, al caso, anche in precarie situazioni? Suggerirei, per mezzo, di un riconoscimento economico. C’è indubbia contraddizione fra volontariato e retribuzione in quanto mi permetto di porre all’attenzione di questo Ufficio. Non escludo di poterla sostenere lo stesso come se non ci fosse, perché la presente situazione (Società ed Emigrazione) è una domanda “che necessita di molti generi di risposta”.

Nella mia opera ausiliaria presso il Centro, vengo coinvolto da richieste di aiuto, che nella risposta che devo mi trovano non poco impotente. Gente che domanda lavoro e che non sa una parola di italiano, ad esempio; e ne stanno arrivando ancora. Sono persone, incantate, sia dalla nostra “ricchezza”, sia da conterranei che usano quell’incanto come fonte di guadagni che ricavano “aiutando” l’inserimento dei connazionali che inducono ad emigrare in Italia. Quando mai troverà lavoro quella gente, (provvista di un iniziale capitale ma sprovveduta in tutto il resto ) se non, ben che gli vada, da sfruttati, non solo da chi li ha fatti venire? La necessità di un eventuale rientro, allora, a maggior ragione non può non far ricorrere all’opera ausiliaria del Mediatore connazionale: professionale, o povero fra poveri che sia. Se presentata solo da referenti italiani, infatti, rischia di non essere capita, e/o interpretata come un razziale modo di proporsi a livello personale, e/o di proporre l’opzione del rientro. Porgo i miei più distinti saluti nella speranza che l’idea che suggerisco non sia distante dagli intenti di questo Ufficio.

Lo scrivente è Volontario presso un riconosciuto Centro Assistenziale di Verona, ma presenta questa lettera a titolo personale.

Alla Superiora

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Alla Cortese attenzione della Superiora del Centro Vincenziano.

Non l’ha letta. Troppo impegnata, m’ha detto. Sospetto di piu’: troppo impegnativa la lettura.

Vista la sua decennale esperienza non escludo in lei la mia stessa conoscenza. Nel caso fosse ho parlato per niente. Nel caso non fosse, però, ho parlato per qualcosa; e questo, (richiesto o no che sia) è sempre un bene. Libera lei, e libero me, di usare questo scritto come crediamo meglio.

Ogni volta mi trovo a vedere e/o sentire delle contraddizioni fra il nostro dire ed il nostro fare, non manco di dirlo. Non so (come è già stato ipotizzato) se questo mio informale agire possa rendermi non adatto a questo Centro di Carità. Certamente potrebbe farmi diventare inadatto ai Servi che servono questo Centro di Carità. Pazienza. Non so cosa dire, se non che mi è naturale seguire gli scopi universali della vita, e molto poco naturale seguire i particolari: nella Carità a maggior ragione! Mica lo faccio per cattiveria o mancanza di rispetto! Lo faccio, perché, con una morte, la vita mi ha mostrato, quanto Le sono effimeri (quando non contrari) i nostri non pochi bagagli. Alla presente segnalazione (valida anche per altre se mai verranno) aggiungo la prima regola del contratto di sincerità che stipulo con gli amici: io dico quello che penso, e voi fate quello che volete!

In oggetto: altra visione nell’organizzazione della distribuzione dell’abbigliamento maschile.

Vero che le persone che si servono del servizio Abbigliamento sono sempre trenta, ed è vero che anche il tempo per attuarlo è sempre quello. Capita, però, che delle singole esigenze dilatino il tempo necessario per ognuna, col risultato di rendere il compito della vestizione, talmente assillante da stracciare l’animo. Nei casi di maggior peso, quello stress può giungere a far rifiutare la stessa personalità dell’assistito; è, questo rifiuto, una corrosiva astiosità, che la Volontaria sa generalmente contenere. Lo paga però, (quel autocontenimento) con una maggior consumo della forza spirituale delle sue caritatevoli emozioni; forza che deve recuperare ogni volta si ripresenta il compito da svolgere.

Per un animo cosciente di sé, quel recupero è sentito sempre più pesantemente. Lo può diventare, al punto da costringere l’Ausiliaria a rifugiarsi in uno stato di indifferenza (e/o straniamento) verso la vita della personalità assistita. Nel caso succeda, il compito caritatevole dell’Ausiliaria finisce con il diventare impersonale. Se è vero che quell’autodifensiva impersonalità non toglie nulla al servizio, è vero, invece, che mina quella con_passione, che, divelta dalla carità, la fa diventare un mestiere. Che fare? Visto che non da oggi sappiamo che la verità sta in mezzo, direi, dividendo in due quel mezzo di carità che è il servizio in oggetto; dividerlo, cioè, o in due giorni, o in due orari dello stesso giorno. Allo scopo, diventerà necessario organizzare le Ausiliarie in due squadre.

(Libera di lasciare la lettura dello scritto se non la trova concorde, tuttavia, le chiedo di proseguire la lettura.)

Nell’ipotesi di poter gestire un secondo turno, consiglierei un orario pomeridiano, magari, precedente l’orario mensa. Ecco così, che lo straordinario intervento che le capita di dover praticare, diventa ordinario. Quella raggiunta ordinarietà, otterrà lo scopo di far cessare quei dissidi da preferenza e/o preferito, che nelle menti non rette da collettive ragioni sono causa degli intimi contrasti che lacerano l’empatia (personale o associativa che sia) fra Assistenti (religiosi o no che sia) ed Assistiti. A dire degli Assistiti che ufficiosamente ascolto da anni, (anche se qui, ufficialmente, da poco) questo Centro di carità non è visto bene ogni qualvolta si trova a dover favorire delle individuali richieste in orario di mensa, e/o in altro giorno. Come ho avuto occasione di dirle, gli assistiti del Centro hanno più bisogno di giustizia che di pietanza; e non sono io a dirlo, bensì loro, quando mi fanno capire che gli è più facile tollerare i calzini bagnati piuttosto che un atto di non condivisa e/o non capita necessità. Si trova altresì nella stessa dissidiante situazione (sempre a loro dire) quando constatano (anche amaramente) che la richiesta educata viene respinta e la maleducata, ascoltata.

Loro non sanno (o non gli fa comodo sapere) che non è mica tanto semplice dire di no, e neanche tanto semplice distinguere il bisogno vero dal bisogno falso. Loro sanno, però, (o gli fa comodo sapere) che la maleducazione e/o la stressante insistenza sono la chiave che fa aprire la porta anche quando è chiusa. L’ausiliario e/o l’Ausiliaria che non è contenuta da chiare conoscenze e regole, può patire, sia dei dissidi interiori, sia dei dissidi fra la sua volontà e quella di ausiliati che non sempre può liberalmente soccorrere. Fissare delle comuni e chiare regole nelle azioni della carità, allora, è, in primo, un difendere la persona di chi si trova a dover dividere il bisognoso dalle eventuali rivalse di un mestierante di bisogni, ed in secondo, un sollevarlo da sensi di colpa per “tradimento”, o verso il suo senso della carità, e/o verso la vita del bisognoso in cui ha dovuto operare delle scelte di esclusione.

Il rapporto di considerazione fra la donna e l’uomo della cultura europea è generalmente paritario. Non sempre è così, sia fra la donna e l’uomo dell’est, sia per la donna e l’uomo di provenienza africana: nord o centro che sia. Sia pure generalizzando, per il cittadino di provenienza est o africana, la donna è vista e sentita, non, come paritario soggetto, bensì, come servile strumento delle necessità maschili.

Il bisognoso in queste condizioni culturali e di vita, pertanto, quando non è potenzialmente pericoloso perché non è chimicamente alterato, lo potrebbe diventare psichicamente perché non accetta che sia una donna a negargli una sua qualsiasi istanza; non l’accetta, appunto perché vive la negazione dell’istanza di aiuto da parte di una Ausiliaria, come negazione del suo concetto di uomo e di maschio, che, nella cultura d’origine, deve essere servito comunque.

Sarà certamente vero che questi atavici e/o tribali comportamenti sono meno presenti nelle personalità culturalmente più evolute, ma, non sono le evolute che si rivolgono a questo Centro, bensì le povere che avendo bisogno di tutto, a generale autodifesa (e sopravvivenza) non possono che mettersi al centro di ogni tutto.

L’egocentrismo per strette questioni di sopravvivenza, in prima istanza non ammette i ma e/o i forse. Le ammette, invece, in seconda istanza, purché ai suoi occhi siano legittimate da una forza (virile&psichica&identitaria&legale&religiosa, ecc, che, giustificando il contenimento della sua, non pone crisi nelle sue identificative certezze.

Non creda, la donna, di essere sufficiente forza regolatrice attraverso la costrizione da incarico e/o abito religioso; e se il dato povero glielo fa credere, è solo per un cortese voto di scambio; della serie: io accetto il tuo no, così, sentendoti mia debitrice, la prossima volta non saprai dirmi di no anche se chiedo di più.

Cosa succede se questo scambio di voto non va soddisfatto? Succede che il dato bisognoso può giungere a farsi così assillante, da “penetrare” la volontà dell’ausiliaria, per sfinimento quando non per altro mezzo, ad esempio, contestando le cose e/o l’opera, e/o contestando la persona (religiosa o volontaria che sia) oppure contestando il Centro quando non lo stesso concetto di Carità; serie di contestazioni che comportano il rallentamento del servizio; rallentamento del servizio che viene scientemente usato come la leva che ulteriormente deve forzare la volontà ausiliaria: religiosa o no che sia.

Nell’eccessiva misura della presenza di ausiliati (in genere sulle 5 o 6) l’eventuale negazione che ci si trova ad attuare verso il primo della fila, viene patita come potenziale esclusione anche dai seguenti. I seguenti, allora, onde non sentirsi in quello stato di ipotizzato abbandono, (la negazione) fortificano la loro volontà, manifestandola con una insistenza che può giungere a porre l’equilibrio psichico ed etico del volontario in una frustrante sofferenza.

La praticano, quell’insistenza, perché ogni esclusione delle loro esigenze viene vissuta come una perdita di potere: perdita che l’arabo in particolare ma anche il cittadino dell’est, accetta solo con estrema fatica psichica; a suo sentire, infatti, è un “perdere la faccia” di fronte a testimoni della stessa e/o analoga cultura; ed è una vera e propria incertezza nella loro identità virile, pertanto, quello che i cittadini in soggetto si trovano a dover subire di fronte a dei no detti da una donna. Come evitare questa loro identitaria sofferenza, e pertanto, calmierargli l’eventuale esigenza di ripristinare la sua culturale identità, anche violentemente, indipendentemente dal come? Direi, almeno riducendogli il numero dei testimoni dell’eventuale crisi da diniego.

In pratico, cosa maggiormente otteniamo con la mediazione che propongo? Otteniamo che nel corridoio antistante il guardaroba ci siano due persone anziché le 5 o 6. La riduzione dei testimoni di una subita negazione, gli riduce la possibilità di sentirsi meno potente, (e quindi più povero agli occhi di assistiti suoi conterranei) perché un testimone (o due) di una invalidante negazione, non ha il peso giudicante di 5 o 6. Non solo: qualora si rendesse necessario una qualsiasi variante dell’assistenza, anche l’azione ausiliaria avrà un ridotto numero di testimoni della sua “ingiustizia” verso gli altri, e quindi, al caso, la critica di uno o due soggetti, non, quella condivisa da altri 5 o 6!

Un bacino d’acqua inquinata è composto da infinite gocce d’acqua inquinata. La possibilità di depurare tutta l’acqua inquinata di un bacino è certamente fuori delle nostre possibilità, (o quanto meno dalle mie) tuttavia, dal momento che non è scritto da nessuna parte quale sia la goccia che ha colmato il bacino, dove è scritto che depurare poche gocce è meno fondamentale che depurarle tutte?

Motti e intenti

barradue

Convivere è necessario. Condividere, non necessariamente.

Una psichiatra (amica che ho perso di vista e che ho sollevato dalle sue depressioni con vassoi di bigné) ad un suo collega (me presente) ebbe a dire che sono fuori di testa. No, gli ho ribattuto: io sono dentro la mia testa. Questo vale anche per te; io non sono di parte: io sono dentro la mia parte. Convengo sul fatto che non sia la tua o come tu la intendi.

“E secondo te è un comportamento “maturo” e rispettoso abbandonare il tavolo perchè convinti “di non cavare ragni da ipotetici buchi”??… “

Come portiere al centro vincenziano ho l’incarico di ordinare gli ingressi. Naturalmente, il mio senso dell’ordine (bado all’interesse collettivo) si trova a doversi opporre all’egoistico del singolo che vuole passare prima di altri. Al proposito, ti raccomando la dialettica degli arabi. Sanno farti vedere bianco, anche quello che è assolutamente nero ma, mica mi incantano, ovviamente: conosco molto bene quelle pecorelle! A quelle, non dico mai di no, e neanche impongo la mia “autorità” di giudice unico. Che faccio, allora? Semplice, prendo l’argomento della persona, glielo sbuccio a mo’ d’arancio, e gli faccio riconoscere quello che è buccia, quello che è seme, quello che è spicchio, quello che è sugo. Al che, siccome di stupidi neanche uno, già da soli capiscono e mi capiscono. Fine delle contestazioni. Dato l’esempio, allora, si potrebbe anche dire che se un tuo interlocutore abbandona il tavolo, è perché può aver sentito che gli imponevi un giudizio, più che portarlo a giudizio. Naturalmente, sull’abbandono del tavolo da parte di chi non ti commenta più, sto solo ipotizzando delle ragioni, non, la loro ragione. Il mio discorso è di una semplicità disarmante, dici? Bene. Mi fa piacere che tu l’abbia rilevato. Mi farà altrettanto piacere se tu ricordassi che una chiave di 5 chili non è più funzionale di una di 5 grammi, perché la loro paritaria importanza è nel concetto di chiave, non nel peso. Si narra che Newton (spero di averlo scritto giusto) “scoprì” il concetto di gravità perché gli cadde in testa una mela. Se gli fosse caduto in testa un sacco di cemento, comunque avrebbe scoperto il principio di gravità, o non l’avrebbe scoperto perché sfracellato sotto il peso? Come vedi anche da questo esempio, la ricerca della verità, è data dalla misura che si applica nella ricerca. Al proposito, noto, ma ammetto anche tutte le mie ignoranze sul caso, che le misure di giudizio che dici sul piatto della Sinistra, sono più pesanti di quelle che hai messo sul piatto di Destra. Può essere perché il Comunismo ha più scheletri negli armadi del Fascismo, d’altra parte, si può anche sostenere che il Comunismo (vuoi nel bene, vuoi nel male, vuoi nel vero vuoi nel falso, vuoi nel giusto o nell’ingiusto) ha impresso nel mondo la sua durata storica e culturale per un tempo maggiore del Fascismo, e/o con più evidente pregnanza sociale. Da questo, una maggior possibilità di errore. Dici di non vedere alcun punto di incontro fra alterni pensieri? Sulla testata del mio blog ho scritto: convivere è necessario, condividere, non necessariamente. Ecco, il mio punto di incontro, e principale motivo della nostra corrispondenza, è la ricerca della convivenza. Non, della convivenza fra soggetti relativi che sono le persone, ma la convivenza dei soggetti relativi con il soggetto universale che è la vita. Ne va del comune futuro, ne va del comune futuro dei vostri figli, dal chiaro momento che non sto parlando di miei che non ho. Come vedi, ancora ti confermo che non posso non stare che dalla mia parte, in quanto, nella vostra (di Destra o di Sinistra che sia) sono, necessariamente, un soggetto a termine con me stesso. Al che, potrei anche sbattermene le palle del vostro futuro, e/o di quello dei vostri figli, invece, sono qui, che sto cercando di cavar ragni dai buchi, non tanto per portare un interlocutore dalla mia parte, ma per cercar di capire assieme, quello che è ragno, quello che è buco, quello che è pagliuzza.

Calunnie

barradue

L’arresto dei superlatitanti sono risposta a calunnie, dice il Premier.

Dipende, signor Berlusconi, dipende. Se sono solamente nemici dello Stato, è indubbiamente vero. Diversamente, se sono amici che la sua opera di Governante potrebbe aver reso suoi nemici, non è necessariamente vero. L’opera di decapitazione della mafia permessa da questi arresti, è un’indubbia messa in debolezza dell’attuale potere mafioso, ma la mafia è un’idra. Tagliata una testa, anche se non immediatamente potente come la tagliata, ne spunta un’altra. Durante la transizione dei poteri fra la testa tagliata e quella che spuntera’, vi e’ un periodo di stasi. Il che, ammesso come vero quanto si sta leggendo sul suo presunto rapporto con i mafiosi, la pone, almeno per il momento, in una fase di sicurezza, sia personale che sociale. A proposito delle figure mafiose arrestate.
Se non appartengono al ramo mafioso di chi la sta accusando, ci sono altre verosimile ipotesi:
* quegli arresti (se di avversari di quelli che l’avrebbero favorito) sono un voto di scambio;
* favoriscono l’espansione territoriale – delinquenziale – politica – terroristica – di quelli che l’avrebbero favorita;
* sedano ogni futura rivalsa del ramo mafioso che la sta accusando;
* la sedazione permetterà di bruciare le accuse del pentito;
* il pentito giudiziariamente bruciato, le permetterà di dire: avete visto? Sono i soliti magistrati comunisti!

Staremo a vedere. Staremo a vedere anche per quanto riguarda le affermazioni del signor La Russa, deboluccio in memoria, direi, perché, come dovrebbe essere ormai noto ad ogni potere, una volta corre il cane, e una volta corre la lepre. La Storia ci dirà sia la direzione del cane che quella della lepre, e ci dirà quanto e dove ha corso il cane, e quanto e dove ha corso la lepre. Nel frattempo, la sconsiglierei di ricorrere a polpette avvelenate. Vuoi perché potrebbe uccidere il cane oppure la lepre visto che il suo potere politico potrebbe risultare (ad accuse provate) non solo erbivoro.

Sponde

barradue

Non capendo quello che ha motivato la tua risata, mi ritrovo in sospeso fra sponde che non vedo. Ammetterai il mio disagio. Ulteriore disagio ne ricavo, anche perché potrebbe essere interpretata come moto che abbonda nella bocca di personaggi a te molto lontani. E’ certamente vera la tua indifferenza verso questa ipotesi, tuttavia, non riesco ad esserne indifferente io, pertanto, toglierò quel tuo commento. Strano modo di agire, mi dirai! Fai entrare in questo post quello che hai fatto uscire dal post. L’apparente contraddizione si spiega nella scelta che ho fatto nella mia scrittura: in equilibrio fra sponde, non, sospeso su sponde. Dove non ci riesco accetto processi.

Democrazia

barradue

Dalla psiche alla psichiatria.

Ognuno di noi agisce la propria visione politica in ragione di una raggiunta forma mentale. Un insieme di strutture mentali (soggettive, e quindi, private) modellano quegli organismi di potere che abbiamo chiamato partiti. In quanto collettive proiezioni di parti, i partiti godono della maturità degli aderenti, o risentono della non maturità degli aderenti. Sulla carta è tutto un bel dire. Nella vita, invece, non sempre è così; in quanto organismo infinitamente mutevole, infatti, anche la vita dei partiti lo è. Onde impedire alla mutevolezza del pensiero politico di tracimare disordinatamente, regole e leggi lo alveano tra le “sponde” che abbiamo detto Destra e Sinistra. E’ successo (e succede) che date correnti di pensiero (di una o dell’altra parte) abbiano superato quelle sponde per ideologici eccessi. Di una Democrazia da tanta tracimazione alluvionata, si può dire che non è più governo da Rex Publica, bensi’, governo da Rex Privata: privata perche’ prevalentemente personalistica, come de_privata della sua specificita’. Il premier della maggioritaria corrente italiana è stato ferito durante un incontro con i suoi sostenitori. L’ha ferito una mente politica personalistica o una mente politica che si e’ sentita de_privata del suo senso di democrazia? La risposta verrebbe da sé, se stessimo parlando di un aggressore in stato di maturità personale e politica, ma non è così. L’aggressore, è in cura psichiatrica da una decina d’anni. In tale condizioni, direi che nulla e nessuno può dire che quell’attentato cela motivazioni politiche. Al più, lo si può pensare. Al più, lo si può credere. La trasformazione di un’ipotesi in una non verificata certezza, è atto di una mente (o di un partito) che, strumentalizzando un accaduto, si rivela non di meno allucinata del folle che l’ha agito. Si, devo proprio ammetterlo: come Manicomio e’ scritto di fuori, cosi’ anche Democrazia quando e’ insana dentro.

L’importante è bere

barradue

Neanche Eros gioca a dadi

Sentiamo l’amore secondo Natura. Voce della Natura è la passione. Della passione si può dire che è il dato del cuore: motore della vitalità.
Sappiamo l’amore secondo Cultura. Voce della Cultura è il dato della Mente. Della Mente si può dire che è il dato del Sapere: motore della vita.
Poiché, quello che è della Natura non può non essere della Cultura, (pena degli stati di dissociazione nella vita) ne consegue che l’amore è comunione fra i dati della vitalità nella Natura (il corpo della vita) e della Cultura: la mente della vita. Dove la corrispondenfra fra dati è mancante, anche l’amore non può non risultare mancante. Vi è una universale formula di ricerca dell’amore? La direi questa: passione > conoscenza > amore > vita. L’importante è bere.

Cupido

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Guardando nella feretra di Cupido

Del sesso si può dire che è il “corpo” delle emozioni che trovano attuazione nella propria Natura (in una prima fase della vita) e con altra Natura nella fasi seguenti. Per Natura intendo il corpo della vita comunque effigiata. Si può essere venditori e/o acquirenti di quel “corpo”? Direi, rendendole merce, e rendendosi meccanismi di piacere. La Natura è umana, però, anche perchè non è una bambola e/o un bambolo gonfiabile. Al che, è molto difficile pensare che un venditore e/o venditrice di emozioni sessuali possa scindere in sé stessa/o, ciò che è da ciò che vende; e se vi è perdurante prestazione, direi anche che vi è perdurante scissione. Anche se motivata da una compensazione economica (non necessariamente per danaro), comunque, ogni scissione nell’individualità che permette la prostituzione è una sofferenza: vuoi in chi compra, vuoi in chi vende; ed è una sofferenza, che sta e perdura (vuoi a monte vuoi a valle) sia in chi compra, sia in chi vende. Non sempre chi vende o chi compra ne è cosciente, ma questo non elide il dolo. Gli antichi curarono quella sofferenza (in un soggetto da sé procurata per molteplici motivi, o in un soggetto indotta sempre per molteplici motivi), all’interno di “sacri recinti”. Non che io aneli alla ricostituzione di quei sacri recinti, ma neanche i recinti legali e culturali applicati da noi moderni, li sento idonea cura agli sfasamenti esistenziali che portano alla necessità di ricorrere alla prostituzione. Chi o quando si ricorre alla prostituzione? Direi, o quando non vi è partner o possibilità di partner, o quando non vi sia capacità di contenimento e/o sublimazione della vitalità: “virtuosa” a più avanzata età in molti casi, o “virtuosa” perché tiepida di per sé, o resa tiepida da educative (?) e/o religiose castrazioni. Per come la vedo, il meretrico, (senso della cessione di una parte di sé a favore di e/o cosa) non è altro che un’azione di mutuo soccorso fra due esistenze in bisogno. Entrare nel quindi di quei bisogni, è come fare una biopsia. Per quella, certamente si capisce dove c’è la parte che ha tolto vitalità ad una data vita, ma non per questo si riesce a ricostituire la sua vita a quella vitalità; e se la vita nel suo complesso ha reso claudicante il percorso di una vita, la dove non è possibile ricostituire una piena capacità di cammino, neanche è possibile permettere il momentaneo sostegno di un piacere sessuale, non diverso da una medicina se “cura” una sofferenza da incompleta esistenza? Mi sento di porre questa domanda, fors’anche perché sono un sofferente che ha comperato; fors’anche perché ho conosciuto i sofferenti che hanno venduto; fors’anche perché ho potuto conoscere la Cultura della vita, proprio perché ho percorso le strade della sua Natura.

Una voce

barradue

Armonica, una voce dalla notte, m’ha detto: guardatela.

Secondo il mio pensiero, la croce, simbolizza il peso della Natura (il corpo della vita) sulla vita della Cultura. La Croce, in quanto simbolo del peso della Natura sulla forza della Cultura (almeno secondo l’interpretazione che ne ho dato) è il simbolo universale che dice la fatica e la sofferenza che è nel vivere. A mio vedere, ogni pensiero che solleva la croce dalle spalle di chi vi è caduto sotto, è Cireneo. Dalla simbolica lettura di quest’immagine, rilevo che, Cireneo, è l’atto dell’Uomo che ausilia il caduto, e l’atto delle Leggi che si prefiggono analogo scopo. Anche il mio sonno di questa notte deve essere caduto sotto il peso della fatica di venire a capo della questione, Crocifisso si, Crocifisso no, ma non so quanto sia stata cirenea la voce che appena prima di svegliarmi m’ha detto: guardatela. Non so quanto cirenea, appunto perché non ha potuto non aggiungere fatica a fatica nel tentar di capire.

So bene cosa si dice di chi sente le voci nella mente, ma io l’ho sentita in mezzo ad un sogno da dormiveglia, del quale non ricordo nulla se non che non aveva chiaro capo. Intenzione di quella voce, era fornirlo? Mi vien di pensare di si, dal momento che il logos del contendere, per la mia sensibilità e finalità, esige la risposta mediatrice che aiuti a far cessare un dissidiante contenzioso. Avete presente una bandiera mossa da un vento delicato? Ecco, il “Guardatela”, era detto con un tono che nella mia mente oscillava come una bandiera. Perché quella voce m’ha detto – Guardatela – e non – Guardatelo – e perché, già che c’era, non ha aggiunto verbo?

Nelle manifestazioni dello spiritismo vi sono voci che indicano una meta, e voci che guidano alla meta. Ascolto le prime, diffido delle seconde. Le prime, infatti, lasciano liberi di percorrere in proprio la via indicata, mentre le seconde possono influire chi le ascolta senza discernere, anche sino al condizionamento; e qui non ci siamo!

Nulla può verificare l’identità del parlante, infatti; e niente può dire sulle sue reali intenzioni, come nulla può provarle se non una fede che non può non essere intellettivamente malriposta. Se quella voce m’avesse detto – Guardatemi – l’avrei pensata proveniente da una vita crocefissa. Divina o umana, chi può affermarlo se non dicendo quello che pensa ma non quello che necessariamente è e/o sa?

Se quella voce avesse detto – Guardatelo – (sottintendendo il Crocifisso) l’avrei pensata proveniente da chi osserva il Crocifisso, oppure, da un crocifisso delle tante centinaia che lo furono letteralmente, e/o delle innumerevoli trapassate che sono state appese alla loro croce dalle personali sofferenze, ingiustizie, ecc, ecc. Ma quella voce (non esclamativa) m’ha solamente detto – Guardatela – Non il Crocifisso o un crocifisso ha indicato, allora, ma solamente la Croce. Perché? Può essere perché ha indicato il luogo del dolore di chi persegue l’errore. In questo senso potrebbe essere una pedagogica avvertenza. Può essere perché la Croce senza il crocifisso ci dice che nessuna vita rimane per sempre inchiodata ad un destino di dolore. Eminentemente cristiano, quest’ultimo pensiero. A mio sentire. Da appendere ai muri delle chiese: a mio sperare.

 

Zoo

barradue

Noi, guardiani nello Zoo che ci ritroviamo.

Lettera al Direttore de l’Arena di Verona

Le scrivo, non perché spinto da una fame di giudizio sul caso Cucchi e/o gli analoghi che sono stati e che ancora succederanno, temo, ma per un cercar di capire che ha sempre mosso la mia vita. Mi sono occupato di tossicodipendenze per anni, e di quel problema conosco l’emerso (la loro vita e quanto di collegato al recupero a sé stessi ed al sociale) come il sommerso: la violenze che si ritrovano a subire da quanti sono deputati al contenimento (quando non all’impedimento) di un agire illegale verso sé stessi ancora prima che verso lo Stato. Dei deputati al loro contenimento nelle carceri, quanti, sono effettivamente idonei all’incarico? E, quanto la normativa che li guida all’incarico li rende idonei operatori?

A fronte del rifiuto di rientrare in una cella, cosa effettivamente possono fare gli operatori carcerari, qualora una dialettica persuasione non bastasse per un detenuto in preda di sconclusionate emozioni, provocate magari da un rifiuto del personale destino di “tossicco”, più che di una cella come provvisorio destino? O preda, magari, da deliri da astinenza, inscindibilmente ammalgamati con i deliri psicologici che in genere colpiscono (vuoi perché lasciati a sé stessi, vuoi perché la tossicodipendenza altro non lascia che l’esser presi da quegli infernali gironi) tutti i fuoriusciti dall’alveo sociale, principalmente per motivi di droga. In soldoni: un operatore carcerario che non può, e/o se non è messo in grado di agire secondo una professionalità che non può essere scissa da umanità, cos’è e/o cosa diventa, se non il cinico guardiano di un bestiario (a suo giudizio) da contenere comunque, in ogni caso, e/o in ogni modo?

Datata Novenbre 2009

Brenda

barradue

Non sei morta perché sei un travestito, Brenda. Sei morta, perché travestiti erano quelli che si accompagnavano a te. Si accompagnavano a te, non di certo per soddisfare il piacere nell’uso di tette over size, ma perché di over size amano il pendulo che non trovano nella donna, e non cercano nell’uomo. Non lo cercano nella figura maschile, forse perché il maschio non completa il loro eros, forse perché non hanno il coraggio di ammetterlo, forse perché le maschie confusioni sessuali che li travestono, consentono loro di specchiarsi nell’acqua che amano credere più pulita. Non esiste acqua più pulita se non esiste la capacità (e la volontà) di vedersi e di vivere per quello che siamo. Intorbida quell’acqua, ogni via di fuga da sé stessi. Intorbida quell’acqua, ogni compensativo ponte, ogni compensativa zattera di salvataggio: artistica, religiosa, politica o di un potere comunque espresso. Non zattera, al più zatteroni, ti permettevano di proseguire a vista nel tuo mare. Solo zatteroni perché tu eri Brenda: inequivocabilmente e visibilmente Brenda. Lo sei stata, però, in un mondo che non ammette chiari colori. Lo sei stata in un mondo che per te ammette solamente il netto colore della notte: luogo di zanne che solo la luce del giorno può far sembrare denti. Non solo la gatta che tanto va al lardo ci lascia lo zampino. Dei travestiti da impropria identità, ce lo lascia anche la falsità: vera manina, fra le possibili che hanno bruciato, forse quello che tu non eri completamente riuscita a fare: la tua vita. Ti sorrida ancora il sole che hai lasciato. Se non quello della verità, almeno quello del tuo Brasile.

brenda

Volontariato

barradue

Questa mattina sono andato al gruppo vincenziano

Ho coadiuvato il volontario addetto alla distribuzione dei pacchi di alimentari. Si danno a chi ha famiglia. A chi non ha famiglia, invece, il pacco almentare viene sostituito dal pasto alla mensa. Capita che vi siano singoli che si presentano anche alla distribuzione dei pacchi. Come fermare i furbi? Cercando di conoscerli. Allo scopo, sono andato ad assistere al servizio di mensa. Il vincenziano non può aiutare più di settanta persone. Entrano. uomini e donne. Cittadini dell’Est. Srylanka. Nordafricani. Si siedono ai tavoli. Aspettano la distribuzione del cibo. Se il senso dell’umiliazione che li accompagna avesse anche una pur minima valutazione bancaria, potrebbero vivere di rendita. Arriva un sacerdote. Sulla mia età. Giovialone. Sereno, direi, o forse, attore. Li invita a pregare. Mi sono allontanato. Mi sono rivisto nel collegio di orfano. Stessa l’umiliazione. Stessa la fame. Stesse preghiere che non finivano mai. Non me ne voglia il Cielo, ma io avevo fame di cibo, non, fame di Dio. Avevo una fame della madonna. Penso così, caro il mio Renato, di aver cominciato a farmi conoscere anche al Gruppo. Naturalmente (e te pareva!) non ho potuto non dire quello che penso. Il sacerdote me ne ha dato l’occasione. Li ho fatti pregare, mi dice, ma senti cosa m è capitato. Un mussulmano (assieme ai suoi compagni) m’ha chiesto se poteva pregare secondo il suo credo. Certo, gli dico: e si sono messi ad urlare un qualcosa. Tempo dopo, continua il sacerdote, quel mussulmano ha chiesto conferma a suo padre: iman nel paese di provenienza della persona in questione. Il padre gli dice che non può continuare così, perché i mussulmani non possono pregare con i cristiani; e si fa una sommessa risatina (il prete) intendendo, con quella, sottolineare “l’assurdo” che lui invece permetteva. Caro padre, gli dico, io credo solamente nella preghiera viva: azione di bene verso la vita: persona o il Tutto che sia. Far pregare nelle condizioni di dipendenza, invece, diventa la marchetta che si chiede al povero di pagare per poter mangiare: lo trovo cristianamente rivoltante.

Datata Novenbre 2009

Violenza

barradue

Violenza contro la donna: bisogna rieducare gli uomini.

Dice il ministro Carfagna: Alla base dei soprusi c’è una concezione dove la donna è un oggetto da possedere, da trattenere, da bistrattare, a cui si nega la dignità dei diritti, la libertà di essere quello che è, quello che desidera o vuole diventare.

Vero, direi, però, che questo è il tipico ritratto della virilità da gallo del pollaio. Dell’amante cioè, che nel rapporto con la donna, all’aspetto esistenziale, privilegia la sola conquista di un piacere, che, in ragione dello stato passionale può diventare una voglia di dominio su “l’oggetto” che lo procura. Ovviamente, non tutti gli uomini sono così. Ci sono uomini (come di converso donne) che nel rapporto con l’altro/a donna fondano le conferme sulla loro forza, fondano il senso della loro esistenza, fondano la loro fiducia nella vita. Un crollo totale di quei fondamenti può diventare un lutto che non risparmia nessuna parte di un essere. Può diventare causa un conflitto emotivo, implosivo quanto esplosivo. Nel primo caso, può radere interiormente le convinzioni dello stesso soggetto, e nel secondo, esteriormente radere la figura causante il suo lutto. Oltre che rieducare gli uomini (e le donne) al reciproco rapporto, allora, bisognerebbe rieducarli anche ai significati di matrimonio: alleanza di due soggetti intenzionati a diventare un’unica carne per poter essere un’unica vita. Non ci si scappa. Il matrimonio è una faccenda molto seria. Se incoscientemente presa, può diventare mortale, anche dove una data vita non la si può dire clinicamente morta.

Datata Novenbre 2009

Diritto di parola?

barradue

Leggo che titoli miserabile la signora Berlusconi.

Fra motivi che non conosco, suppongo che tu l’abbia fatto per diritto di libertà nella parola. Non è certo su quel diritto che voglio entrare in merito, ma solo sull’uso. Non può essere diritto, infatti, quando una data libertà viene usata per diffamare una identità; è un “diritto”, infatti, che la legge censura e al caso punisce anche in solido. Ora, dove a livello umano esistiamo paritariamente, non paritariamente esistiamo a livello sociale e/o economico. Dal che se ne trae che la signora Berlusconi manco ci vede, e manco ti conosce. Di tutto sarà impensierita, quindi, fuorché dell’occuparsi di quello che noi due possiamo dire di lei. Può essere questa nostra insignificanza, l’impunito placet che ci autorizza ad offenderla senza pagare il debito scotto che è in ogni diffamazione? E se la signora in questione sapesse della tua diffamazione e ti citasse a giudizio, saresti in grado di pagare gli oneri che da sempre accompagnano il diritto alla libertà di parola? E se tu non fossi in grado di pagare quegli oneri, per quale altro prezzo e/o con quale altro capitale sostieni il diritto all’offesa? Avrai notato che non mi sono mai permesso di dare del miserabile al signor Berlusconi, eppure, molto fa pensare che lo possa essere, ma nella spada della verità, il diritto alla parola ne è taglio a filo, tanto quanto separa. Non a filo, tanto quanto lacera ciò che separa.

Felicita’

barradue

“Antonello: l’importante, é che tu sia infelice.”

Antonello Venditti è un autore che non ho mai particolarmente seguito: uno dei miei tanti errori, scopro. Nella sua biografia, il Venditti dice del rapporto con sua madre: a più livelli castrante. Racconta anche, come sia rinato dalle castrazioni che inibivano il suo diritto alla felicità, e che è proprio a sua madre che deve quella riuscita. Non tanto perché fosse il chiaro proposito di quella donna, ma proprio perché, la negazione della felicità è stata la cartina di tornasole che per confronto gli ha fatto capire cos’è e com’è la felicità. Per quella nolente lezione ora l’ama come non l’ha amata sino a che era in vita. Lezione molto tortuosa, è vero. Un po’ mi ricorda la mia: ho riconosciuto la strada del mio bene, proprio perché una vita matrigna (credevo) mi ha messo in quella del non bene.

Datata Novenbre 2009

E’ tempo di reset

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Ve lo giuro: riempite la casa ogni volta apro il Pc. Vuoi perché non ho scritto nulla, vuoi perché non ho ancora risposto alle vostre lettere, o ai vostri commenti, anche mi par di sentire la vostra delusione mentre ne uscite quando lo chiudo. Dell’impedimento mi è chiara una sola motivazione: non ho molto da dire di nuovo, perché, almeno alla presente data, credo di aver detto quello che dovevo. E’ certamente vero che il vivere offre non pochi motivi per continuare. Non li colgo, vuoi perché non pochi sanno dire meglio di me, vuoi perché mi pare un cinema già visto non si sa quante volte. L’unico cinema che non ho ancora visto, è quello che sto montando adesso. Si intitola: come campare con la minima, senza per questo rendermi minima la vita? Non è l’aspetto economico la parte più significativa della trama: la più significativa, tratta del generale ribilanciamento fra quello che per molti sensi potevo, e quello che ora posso. La questione non è semplice, ed il mio carattere, (che nella complessità trova ampi motivi per farsi venir le palle), sarebbe portato a rifare di nuovo, più che a ristrutturare a nuovo. Al momento, però, non ho agganci né per una soluzione, né per l’altra, così, sto in una sorta di neonatale stasi, alimentata, più che altro, solamente da elementari necessità. E’ tempo di reset.

Immagine e Somiglianza

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Un sasso e un monte hanno analoga verita’ nell’essere ambedue calcare. Alla stregua, nella ricerca di verita’ fra il nostro stato della vita (la particolare) e lo stato della Vita (l’universale) ho trovato il comune “calcare” nello Spirito: forza della vitalita’ naturale e della vita culturale, sia in Basso (nel nostro stato di vita) che in Alto: lo stato del Principio della vita comunque lo si pensi,  lo si creda, lo si nomini, o lo si ignori. Siccome la forza del Principio (il suo Spirito) e’ in ogni stato della vita che principia, l’Alto (Immagine della vita) e il Basso (la vita a quella somigliante) sono in ogni dove: indissolubilmente.

 

Nelle ascensioni del pensiero

il legame con il contingente è corda di sicurezza.

L’Amore bada alla meta

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La sessualità è sempre transculturale se per “transculturale” intendiamo l’identitario percorso fra una identità genitale di partenza (maschile o femminile che sia) e quella di un sessuale completamento, che, in non pochi casi, non necessariamente corrisponde a quella di origine. Vi è transessualità maschile, ad esempio, il cui connotato femminile è talmente prevalente da indurre il dato trans a viaggiare verso ciò che a livelllo psichico lo fa sentire sè stessa, anche raggiungendo il definitivo asporto dell’attributo genitale. Compiuto il quale, la legge gli concede il pieno uso dell’identità femminile. Il soggetto che non giunge a quella meta, pur rimandendo un transessuale a livello culturale e psichico, è, in effetti, solamente un travestito, e così, (se non vado errando) viene considerato dalla legge. Nel mondo della prostituzione, la conservazione dell’attributo genitale maschile è un valore aggiunto che, necessariamente, il transessuale completamente definito non ha più. Pur simile alla una donna, infatti, perde l’aurea della diversità; diventa, cioè, comune, per quanto più femminile di molte donne. Ora, visto che si continua a sindacare su quello che cerca un omosessuale in un maschio, e visto che se ne traggono dei giudizi, anche aprioristicamente negativi, possiamo o non possiamo sindacare quello che cerca un etero in una figura femminile nel caso di compiuta transessualità, o in una simil femmina (come simil maschio) nel caso di un viaggio sessuale che si è fermato appena prima di un tavolo operatorio? L’intento di questo post non è certo in quello di ricavare giudizi sulle scelte e/o sulla persona che sceglie border line. Consiste, piuttosto, nel poter sostenere, da un lato, che se e’ vero che l’amore è “la metà del cielo”, dall’altro e’ anche vero che la strada per giungervi non nega il passo a nessuno in amore. L’Amore non bada alla marca delle valige. L’Amore bada al viaggio.