Ho chiesto al “mio” Gianduiotto

manofronteVerso la casa sono bloccato da anni così ho chiesto al “mio” Giandujotto di fare quello che non riesco a fare: pulirla. Inizia. Lo sento trafficare. Io sono da voi. Percepisco un momento di stasi. Viene in veranda e mi dice: Vitaliano, devo andare perché alle 18 mi aspettano per la preparazione alla Cresima. Mentre gli dico vai, il cuore mi bisbiglia: ne abbiamo rovinato un altro!

Datata Novembre 2006

grurit

Quando l’amore è feudale

Succede in ambito Omo e nondimeno in quello Etero. In questo, più pericolosi i risvolti.

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manofronte

Nell’ambito Omosessuale, vi sono donne che per infinite cause vengono dette “regine”. Se ne rendano conto o no, fondano il loro potere sull’investitura: diritto feudale che consente alla sovrana di nominar cavaliere anche il paggio non qualificato o che tale si teme per vaghezze di vario genere e/o cause. Il paggio investito dalla “regina” dal titolo di “cavaliere” diventa dipendente (quando non tossicodipendente) dell’opinione della “regina”; vivrà nella paura di perdere il favore, sia della “regina” che della sua corte. Gran parte della gelosia è motivata da questo panico. Giungono a tanto i due soggetti (regina e paggio) non più perché in ballo c’è una sessualità da confermare, ma perché da confermare vi sono dei reciproci giochi di identificante potere: non meno orgasmici dei giochi sessualmente naturali. In ambito etero, l’esclusione del “cavaliere” dalla presenza della “regina” e dalla sua corte, può portare il soggetto privato dell’affermante e confortante titolo, a forme di rivolta anche violente. Non per ultima, il femminicidio. In ambito etero, (come anche in ambito Omo ma con più ristrette conseguenze) ciò che è nelle possibilità della regina, altrettanto è nelle possibilità del maschio sovrano. Anche la Donna, se privata dal cavalierato, può giungere a forme di rivolta. Non è esclusa l’ipotesi più estrema. Fra la non estrema, ma continuativa, l’erosione della reciproca stima. Può giungere a travolgere (l’implicito dissidio) anche quanti e quanto fanno parte della stessa corte: i figli in primo. Come escludere il potere feudale dall’amore? A mio capire, c’è un solo modo: rifiutare ogni alleanza che limiti e/o condizioni la soggettiva sovranità del regno che ognuno di noi, indiscutibilmente, è. Non per ultimo: smetterla assolutamente di pensare che il regno del vicino abbia l’erba più verde. Succede solamente quando disprezziamo il nostro. Quando disprezziamo il nostro, nondimeno siamo sovrani, ma solo della nostra spirituale barbonaggine.

ps. Rimando alla cronaca (giudiziaria e/o no) gli interessati a capire di più quanto sostengo su base indirettamente esperenziale. Per “normale” intendo una sessualità mossa da un desiderio senza se e senza ma. Dal punto di vista della Società, l’omologata fabbrica del desiderio.

Datata Novembre 2006 – Ripresa e rifatta nel Luglio 2018

grurit

Dice il papa

No, a forme deboli e deviate di amore.

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manofronte

L’amore non concepisce “forme deboli e deviate”, al più, le concepisce (ma le rifiuta) quando lo si rende forma debole e deviata. L’amore non concepisce neanche i “Castrati per il Regno dei Cieli”: alibi anche per quelli che pur avendo ricevuto una moneta dalla Vita, la nascondono sotto la tonaca per non vedere e/o far non vedere di non essere capaci di farla fruttare.

grurit

Sogni d’oro, “normali”.

Girovagando in bicicletta ho ricevuto due rapporti di empatia da due “diversi” da me. Un srlanka e un tunisino. Il primo, in bilico fra il cadere ed il vomitare. Il secondo, un possibile spaccia. Se era sesso quello che cercavo, non avevo che da fermare i pedali. Mi domando perché una parte dell’Omosessualità gravita il suo senso sessuale (ed è gravitata) in quegli ambienti mentali. Perché ne è la sedotta – seduttrice? Ho avuto modo di dire che vi è Omosessualità, e Omosensibilità. La prima configura una data personalità. La seconda, una data accoglienza verso una data virilità. C’è chi vive le cose. C’è chi le confonde. C’è chi si rovina la vita per aver confuso le cose. I primi, (gli omosensibili) diventano tendenti a… I secondi, dominanti e/o dominati messi in fondo al bidone sociale. Nel vissuto dei primi c’è chi ha innestato idee di errore. Il vissuto dei secondi diventa dominio di chi ha innestato idee di malattia e/o di peccato. Il vissuto dei con_fusi, invece, è delle sessualità schizofreniche, e/o dei malati da infelicità, e/o dei variamente delinquenti, giusto per sostenere un’apparente “virilità”. Sogni d’oro, “normali”.

Datata Novembre 2006

grurit

Sei ancora vivo?

 

Io sarei morta stecchita.

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manofronte

Ti racconto un sogno. Mi trovo all’interno di una sala. Sembra un teatro. Sono in “piccionaia”. La luce è grigia. Tutto e tutti sono grigi. Per un attimo mi vedo. Anch’io sono grigio. Procedo camminando fra persone. Riconosco la faccia di qualche assessore. Di un politico imbecille in particolare. Traggo la conclusione di essere nella sala conciliare. Passando, i presenti mi mettono in mano dei pezzi di stoffa. Li guardo. Sono cravatte. Sono annodate. Le riguardo. Si stanno sciogliendo. Le restituisco. Mi sveglio. Ora, vediamo di mettere ordine. Il collegamento con la frase che hai lasciato era complicato anche per me. E’ un’esclamazione, infatti, che ha più di un significato. Ho creduto di trovarlo in questo: Cacchio, perdamasco, con tutto quello che ti è successo, non ti hanno fermato: discorsi, persone o altro che sia. – Per quel pensiero, il sogno che ti ho raccontato dice che non mi si ferma perché i nodi che mi si porge, si sciolgono da sé. Dici: cosa c’entra questo sogno con la tua esperienza terribile del letto che si muoveva? Non centra niente. Sei tu che stai accostando delle esperienze dette in post diversi. Terribile quella del letto, dici? Sinceramente no! Passata la prima sorpresa, a me veniva da ridere. Mi dicevo: speremo che quei da basso no i senta sto casin?! Immaginali, quelli di sotto, mentre pensano che di sopra si sta facendo sesso tanto da far vibrare il letto! Invece, c’ero io e chissà chi. Forse un certo birbantello ma nella medianità non c’è possibilità di verifica ed è meglio non cercarla. Quando il letto si muoveva ero sveglio. Ciao

Datata Novembre 2006

grurit

Puttanaggine

Quando la servitù rende sostanza la forma.

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manofronte

In una foto su la Repubblica vedo un altro esempio di puttanaggine nell’Incontro fra Religioni. Tutte le sedie erano senza braccioli: a parte quella centrale. Lascio indovinare a chi era riservata. Un altro esempio e poi finisco. Il precedente papa incontra il suo feritore. La sedia del papa aveva i braccioli quella dell’altro, no. L’ho trovato umiliante in maniera indecente! “Beati gli ultimi” diceva quell’Altro! Dopo duemila anni, ancora predica nel deserto. PoverUomo! L’ho sempre detto: c’è voglia di sovranità perché nel servire i sovrani i servi vivono l’illusione di sentirsi meno servi.

Datata Novembre 2006

grurit

Roberto mi chiede

Cosa pensi ci sia dopo la morte? E’ tutto qui? Solo questa nostra povera misera vita, così breve?

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manofronte

Prima che la morte dell’Amato me la facesse conoscere, ne pensavo quello che generalmente pensiamo. E’ successo poi, il mio incontro con la medianità. Da quel momento, la morte è diventata passaggio fra uno stato e l’altro della vita. La prova di quel passaggio me l’ha data una mia corrispondenza con trapassati: l’Amato fra questi. In un primo momento ho accolto quella realtà come generalmente accolgo ogni vita: a cuore aperto. Un pò alla volta, però, verifico a chi lo do. Do chilometri di corda, se necessario, e per anni, se necessario, ma prima o poi, impicco; ed ho impiccato l’attendibilità di quella manifestazione. Non sai, perché non esistono gli spiriti (non è quella la voce da verificare, che tanto, ognuno crede quello che vuole, sa, o può) ma perché sono inattendibili. Perché, inattendibili? Semplice, e forse l’avrai già letto da me. Lo spiritismo è inattendibile perché il male sa fingere il bene, molto bene tanto quanto è male. Dal che ne consegue, che il male può essere maggiore, dove maggiore la rivelazione. Al che la collegata domanda: quale attendibilità hanno gli spiriti che hanno principiato le religioni monoteiste? Nessuna! A questa stessa mia conclusione, (l’inattendibilità degli spiriti) credo sia giunto anche lo stesso Cristo: fu tentato ma respinse la tentazione. Mosè e Maometto, invece, ci sono cascati in pieno! Ci sono cascati anche tutti i visionari che trovi nella Bibbia. In ultima ma primo per l’importanza che ha presso di noi, c’è cascato Saulo di Tarso. Capisci adesso, perché, per me, la Bibbia è un documento senza alcuna attendibilità a livello divino? Dici che è Parola di Dio! Ammesso un Dio al principio della vita, non può essere che supremo. Per tale stato assoluto. Quale il principio di vita, di una vita che vive il suo assoluto stato? Io l’ho trovato nel Bene. Vi può essere Bene in quella vita, in assenza di altri due principi, e cioè, il Vero ed il Giusto? Chiaramente, no! Allora, di questi tre principi, assoluti perché divini, quanto ne trovi nella Bibbia? Molto pochi, direi, se la lettura di quel libro ha fatto perdere la fede a molti!

Vita, è comunione di stati fra il Bene nella Natura, il Vero nella Cultura, ed il Giusto nello Spirito. Essendo assoluto stato, in Dio, questa trinità di stati è unitaria. Per questo è anche detto, l’Uno. Nello stato divino della vita, vi può essere assoluta comunione di stati, se fra di quelli vi è anche il più infimo non – bene, non – vero, e non – giusto? Chiaramente, no. E, allora, Dio, non può assolutamente conoscere il non – bene, il non – vero, il non – giusto. Se non li può conoscere, come mai si arriva ad accreditare a Dio tutti gli sfracelli che sono scritti nella Bibbia? Ad un conoscitore come te, non occorre che li elenchi, vero? E’ comune esperienza: l’amore è permesso dalla comunione. Dello stato divino della vita, allora, (Immagine della vita) si può dire che è la suprema espressione dell’amore data la comunione fra i suoi stati. In quanto suprema idea dell’amore, in Dio non può essere presente nessuna intenzione divisoria. Comunque lo si chiami o lo si pensi, Dio non può essere il Divisore perchè non c’è divisione in alcun stato di quella vita. Allora, giusto perché l’ho fatta anche troppo lunga: si può dire che nella Bibbia è presente influsso divino sull’Uomo, tanto quanto guida verso la comunione. E si può dire, che vi è influsso umano, (quello sì, divisorio) tanto quanto guida verso il dissidio che porta alla divisione. Adesso ti dico perché sulla mia strada “per Damasco” non sono caduto da cavallo! [Cavallo è “veicolo” psicopompo. Vedi la simbologia.]

Per quanto innamorato dell’idea di aver ritrovato in vita il mio amato, non potevo non vederlo con la stessa sincerità verso me stesso, che usavo nel vederlo quando era in questa vita. Non mi piaceva niente quello che “rivedevo” perché risentivo. Non mi piaciuto al punto che ho chiuso il rapporto medianico. Il come lo tralascio perché è storia cominciata nel 91 e non ancora finita: solo calmierata. Avevo bisogno di continuar ad amare, però! Dove trovare la meta di quel mio bisogno se il mio spiritello era rimasto un birbaccione? Così, ho elevato il pensiero. Dall’amare uno spirito sono passato a cercar l’amore presso lo Spirito. Già, ma, chi è lo Spirito? Per rispondere a questa domanda ho ripercorso la strada dove Saulo di Tarso è caduto da cavallo perché ha totalmente creduto in ciò che ha amato credere. Quanto in buona fede non c’è modo di verificare. Ti dici un semplice credente, Roberto, ma dimostri una cultura sulla Bibbia, da parermi un “vescovo” dei Geova. Uno di loro, è persino arrivato a dirmi che conosce la Verità! Affermazioni di questo genere sono possibili quando, assumiamo Dio come antidepressivo, ma gli antidepressivi del genere non li spaccia Dio. Li spacciano i ciarlatani di verità.

Datata Novembre 2006

grurit

a Roberto (Seconda lettera)

Caro Roberto: non so cosa dirti. Diversamente da te, io non sono un dotto, quindi, posso aggiungerti solo delle personali convinzioni.

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manofronte
“una cosa però è ormai assodata e cioè che Paolo di Tarso non fu un “fondatore” ma il “diffusore” di un annuncio basato su fatti già noti e che non occorreva raccontare daccapo.”

Che sia stato un “diffusore” non si discute. Di annunci basati su fatti già noti ne dubito parecchio. Credo invece, che, partendo dalla rivelazione spiritica che gli è capitata sulla via di Damasco, il Saulo abbia interpretato la sua idea di Cristo, secondo e per mezzo, di una personalissima “allucinazione” e per bisogni che, ovviamente, non siamo in grado di verificare. Non credo nella Bibbia. Non la credo rivelata da Dio. Credo, invece, che l’unica parola di Dio sia: vita! Non credo che ne abbia dette altre. Non lo può. Non lo può perché un Ente assolutamente sé stesso non può dire che il Suo assolutamente sé stesso, e se è vita, solamente vita può dire. Tutte le parole che hanno detto sulla sua, a mio vedere sono solo delle mistiche (?) esaltazioni da malattia! Ne prova il fatto che tutte sono state vissute da variamente “sofferenti”. Certo! Anch’io ho vissuto le mie “visioni” nel periodo di maggior sofferenza, ma oltre alle mie verità ho accostato anche i miei dubbi. Così facendo, permetto all’arbitrio altrui di credere in ciò che pensa, non, in quello che io penso.

Datata Novembre 2006 – Pressoché rifatta nello stesso mese del 2019.

grurit

L’amore

manofronteL’amore che ci fa piangere ci sta dicendo che non siamo adatti all’amante che desideriamo. Può anche essere che ci dica necessario superare quei pianti pur di giungere al reciproco adattamento. Pur avendo sempre vissuto la seconda ipotesi, sento più vera la prima.

Datata Novembre 2006

 

grurit

Il Male

manofronteDiciamo male, il dolore naturale e spirituale da errore culturale. In ragione dello stato dell’errore abbiamo il corrispondente stato di dolore, che diciamo male perché lo carichiamo (il dolore) di significati di costituita e costituente religiosità. Certo! Indipendentemente dal piano dell’esistenza, esistono forze avverse alla vita. Le penso, però, nell’errore, non nel Male se per male intendiamo una condizione non morale e/o amorale da espresso giudizio. Nessuno può dire che una data vita é nel Male. Certamente possiamo dirla nell’errore, tanto quanto procura dolore al corpo: Natura della vita, indipendentemente dalle sue forme. Il Male, come spauracchio per anime infantili, e/o come verga per sottomettere recalcitranti schiene, serve solo alle religioni resesi politiche, quando, sui nostri errori, non sanno dare risposte di verità, tanto quanto non opportune al soggettivo credo. Non per ultimo, perché i credenti seguono le bandiere che sventolano di più. E’ umano ma é un errore che può portare al dolore. Per questa ipotesi, allora, neanche le religioni sono esenti dal Male.

grurit

MEMENTO VITAE

L’avevo scritto quando giravo nelle piazze della “roba”, non meno perso dei tossici sia pure per altri motivi. Valga o non valga la pena, lo aggiungo.

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manofronte

Si viene a nuova vita mano a mano si ultima la precedente. Se la decisione di finire la precedente non è ancora risoluta, allora contate su di noi.

Se non osate fidarvi, con la vostra vita fermate anche la nostra. In questo caso, se constaterete che non vi abbiamo dato niente, sarà anche perché non ci avrete concesso altro.

Se siete indecisi, ritroverete l’incertezza in ciò che rifarete. Se in ciò che rifarete toccherete il fondo, sarete giunti al bivio estremo: farsi con la vita, o farsi la vita?

Le risposte in mezzo alle due sono croci apparentemente scaltre se sono paglia che si mette sulla spalla per non sentire il peso della stanga ma, quell’espediente non libera dalla catena che trascina dentro la feccia, al più, permette di aggiungere degli anelli.

grurit

 

Cos’é e di chi, la Verità?

Caro Francesco: oso scriverti una possibile risposta.

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manofronte

La questione mi è tornata fra i pensieri durante una breve pausa dal lavoro di ristrutturazione del Blog. Colgo l’occasione per scrivertela, non tanto perché suppongo di sapere quello che pensava Cristo, ma perché rispose proprio non rispondendo.

Comincerò dicendoti il luogo della Verità. Il luogo della verità è nella cessazione del dissidio, vuoi fra vita e vita, vuoi fra vita e Vita. Nella cessazione del dissidio subentra la pace. La pace raggiunta, consente alla vita di perpetuare il suo principio (la vita) senza dolore naturale e spirituale e senza errore culturale.

Nella pace detta dalla cessazione del dissidio subentra il silenzio. Dove subentra il silenzio la vita vive la sua verità in ragione dello stato di silenzio raggiunto alla cessazione del dissidio.

Poiché al principio (e nello stesso Principio) non può esservi dissidio, al principio e nello stesso Principio non può non esservi la Verità detta dal suo stato di silenzio per la raggiunta pace dovuta ad una unità in alcun modo divisa in ciò che è.

atrinita

Poiché il Principio della vita è stato di vita Assoluto, non può non essere che Primo, Uno, e Sovrano. Ne consegue, che Prima, Unica, e Sovrana, non può non essere la Verità del Principio.

Ammesso il percorso di questo pensiero sulla Verità divina, quanto è adattabile al nostro? Lo è, non per diverso percorso, ma perché umano. Si può dire, allora, che noi siamo nella Verità della vita del Principio, tanto quanto la nostra raggiunge la pace che deriva dal silenzio che segue alla cessazione del dissidio.

grurit

La scienza e l’anima

Mauro mi dice: “Possono esserci delle forme di “energia psichica”, che fino ad oggi non abbiamo scoperto né misurato, che spiegano questi fenomeni?”

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manofronte
Gli rispondo:

Credo di averti accennato alle mie possibilità prano. Le ho sempre avute? Ammettiamolo come possibile, tuttavia, a tutto pensavo mentre non sapevo da che parte girarmi per la cura dell’Amato: questo, prima di un tentativo. Al massimo, mi sono detto, mi sentirò ridicolo: e così è stato. Ero all’Ospedale di Legnago. L’Amato, a letto, era girato verso la finestra. Pian pianino gli vado alla schiena e gli poso le mani sulla nuca. Non mi aveva visto e io non gliel’ho toccata, nonostante ciò, si gira di colpo! Vede che sono io, si rilassa, e torna nella posizione che era. Bofonchio qualcosa e rimango lì come il fesso che pure in età adulta si fa prendere con le mani nella marmellata! Mi muore. Inizia la mia ricerca di contatto attraverso lo spiritismo: lo “trovo”. Mi iniziano gli influssi, le testimonianze, le emozioni, tipiche dell’esperienza medianica. Passano gli anni ma il ricordo della sua reazione non passa. Mi risento ridicolo ma ci riprovo con conoscenti in momentaneo disagio fisico. Avvertono emozioni di caldo, di freddo, tremolii, senso di rilassatezza e generale benessere: passa anche qualche dolore. Vorrei poterti dare un qualcosa di quantistico, invece mi vedo costretto a dirti: questo è quanto.

Mi risponde:

Accolgo con interesse la tua testimonianza su un percorso personale che hai raccontato in modo più disteso del solito, e ti segnalo il punto esatto in cui comincia il mio dissenso. “se vi sono gli spiriti, mi sono detto, ci sarà pure lo Spirito”. Nel momento in cui hai dovuto cercare di interpretare questo vissuto molto importante e significativo, l’unico supporto culturale che hai trovato è stato nel concetto di “spiriti”. Ti sei ritrovato, quindi, scusa se te lo dico, culturalmente nella preistoria, nella cultura prepagana addirittura. Altro supporto non hai avuto. Quindi perdonami ancora se ti dico anche questo: che, come non ritengo che il concetto di “spiriti” sia culturalmente adeguato per interpretare questi fatti, altrettanto inadeguato è quel salto logico un po’ grottesco che fai, passando dagli spiriti allo Spirito. A fronte di queste spericolate deduzioni, insisto che un onesto “non capiamo ancora” è molto meglio di teorie arrampicate sui vetri. Purtroppo queste mie parole risultano contro la mia volontà inevitabilmente saccenti e offensive senza volerlo, perchè ricordare a qualcuno i limiti della sua conoscenza (considerando che ognuno di noi ne abbiamo) non è mai bello né simpatico. Però, purtroppo, è questo che si deve dire: che non è con la teoria degli spiriti che si possono studiare e comprendere i fenomeni paranormali, come quelli che tu descrivi, che sono certamente reali, ma che meritano un approccio con le categorie di pensiero del 2000 dopo Cristo e non del 2000 prima di Cristo. Detto con amicizia e incrociando le dita che tu non ti incazzi.

Gli replico

Sciogli le dita, Mauro, che in vista non c’è nessuna tempesta! Da nessuna parte ho affermato di conoscere la verità, quindi, la tua, entra da una porta aperta. “Se vi sono gli spiriti ci sarà pure lo Spirito”, è come se avessi detto che se c’è Mauro ci sarà pure suo padre. Chiaro è, che se conoscessi tuo padre, avrei detto che se c’è Mauro ci sarà pure Antonio, ammesso ma non concesso che tuo padre si chiami così. Si, come cultura è un po’ scarsina, ma su quale altro argomento avrei potuto basarmi: su 2000 anni di teologiche balle? Si, la mia è solo una elementare deduzione. Certamente azzardata sino all’idiozia, se solo avessi proseguito nel dire che cos’è lo Spirito. Invece, ho solo detto che è la forza della vita sia dal principio che del Principio, se ammettiamo un iniziale generante. Dici che è stato il Nulla? Bene! Allora vuol dire che quel Nulla ha generato la vita. Già, ma, chi ha generato il Nulla come vita? E se ammettiamo che quel Nulla non sia un sasso, quale “biologia” gli permette di essere vita? Memore della “biologia” degli spiriti, mi sono detto: quella di uno Spirito. Dici che con questo mi sono ritrovata nella cultura prepagana? Sbagli, Mauro. Mi sono ritrovato molto prima di ogni cultura: mi sono ritrovato da chi ha generato ogni possibilità di cultura. Dici che, seguendo il mio ragionamento, sei disponibile ad ammettere che è stato un Cosa ma, mai, un Chi? Benissimo! Trovo che nella vita ci sia spazio anche per una “teologia” naturale. Dici che non è con le mie teorie che si possono capire i fenomeni paranormali? Se condividiamo il fatto che la Natura fa la Cultura, come la Cultura fa la Natura, direi che sono due le vie per capire i fenomeni in oggetto. Io li capisco attraverso Natura, (il corpo della mia vita e della vita) altri li capiranno attraverso Cultura: il corpo delle conoscenze proprie, sommate a quelle altrui.

grurit

a Marco P.

Sulla Sofferenza, sul Crocefisso e sulla Croce, sullo Spirito che è Mediatore e sulla autenticità del Mistico.

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manofronte

E’ ben vero che si esalta e/o si eleva anche la complessità della vita della Cultura quando si esalta la sofferenza e/o comunque la si eleva, tuttavia, lo si può solo a scapito della vita della Natura. In ragione dello stato della sottomissione, una Cultura – propria o altra – che sottomette la Natura (propria o altra) non può non alterare lo Spirito: la forza della vita propria o altra. Se nessun squilibrio può essere buon consigliere, quanto può essere mistica guida?

Il Crocifisso, simbolo del sacrificio di Colui che amò la vita oltre sè, oltre i suoi tempi, ed oltre il loro modo, per un verso è l’immagine di un amore e di un amare e per altro è quella della conseguenza del rifiuto del sentimento proposto. Se un dato amore e/o modo di amare origina dolore in sè e/o in altri da sè, e/o nei tempi in cui si ama e/o nei modi, ciò può essere perché (poco o tanto che sia) non lo si capisce, o non lo si condivide. Se non lo si capisce, e/o non lo si condivide può essere perché lo si propone in maniera non corrispondente (e, dunque, erronea) alla coscienza (luogo della vita del se, del modo di viverla e del tempo in cui la si vive) di ciò che è alla conoscenza dei destinatari del messaggio. Se fosse, allora il Crocefisso, potrebbe non essere, solamente segno della negazione degli atti di quel amore, ma anche il segno dell’errore nel modo di comunicarli. Al punto, se in amore e/o in amare esistono i sacrifici può anche essere perché ad ogni se, ad ogni modo e ad ogni tempo, non è dato il suo. La Natura (peso nella vita della Cultura sulla forza dello spirito non necessariamente significa la sofferenza. Può significare anche la fatica che é nel vivere. La fatica diventa sofferenza quando il peso è dose in over. Le sofferenze da overdose di fatica sulla Natura, sulla Cultura o sulla vita sono possibili tanto quanto non ascoltiamo le indicazioni date dalla forza del nostro Spirito. Esse sono: la depressione (peso sulla Natura), l’esaltazione (peso sulla Cultur ) e la pace. La pace è giustizia: bene per quanto al vero è giusto nella corrispondenza fra la Natura (al Principio, il Bene), la Cultura (al Principio, il Vero) e lo Spirito: al Principio, il Giusto. Se la corrispondenza fra gli stati della Natura, della Cultura e dello Spirito è carente (sia per eccesso come per difetto) anche la vita che originano non può non esserlo. Se la vita che ne viene è carente, carente è la forza di Spirito che si procura agli stati della alla vita.

Lo Spirito, allora, è si, la forza della vita che ne origina il principio ma la condizione di vita dello stato originato (la vita) è detta qualità del ricevimento della sua forza. Lo Spirito, dunque, non può non essere che il mediato (dagli stati) mediatore degli stati della della vita che promuove. In questo senso è Paraclito. Lo Spirito è in pace quando tutti gli stati della vita hanno lo stesso stato di vita. Lo stesso stato di vita si raggiunge tanto quanto una vita è in comunione sia con il proprio sè che con altro da se. Vi è comunione con se stessi e con la vita tanto quanto si sanno tacitare i dissidi sia fra gli stati propri che con quelli altri. Nella pace che segue alla tacitazione dei dissidi non può non esservi silenzio. Chi ha raggiunto il silenzio della pace (e dunque la verità avendo fatto cessare i dissidi) non la può non emanare. Allora, per quanto è (Natura) di quanto sa (Cultura) per ciò che la forza del suo Spirito fa sentire alla sua vita, l’autenticità del mistico è data dallo stato di verità (silenzio perché pace) del mondo che di volta in volta vive e con il quale convive.

L’autenticità data dalla pace nel silenzio per la raggiunta verità, non può non implicarne la costante emanazione. Qualora ciò non fosse, allora, non è autenticamente in pace e, dunque, neanche autentico mistico, chi non sempre emana pace. Con questo non intendo dire che questo Papa non sia vero o non sia mistico ma che lo è secondo lo stato dei suoi stati di pace (verità nella Natura, nella Cultura e, corrispondentemente, nella vita propria quanto con l’altra) e non lo è secondo lo stato dei suoi stati di dissidio: errore nella Natura, nella Cultura, nella vita propria quanto con l’altra. Il dirlo “mistico autentico” per quanto libera espressione di ciò che lei conosce, comunque implica una conoscenza di assoluto che, probabilmente, non solo lei non ha del Papa, ma, forse neanche di sè lo stesso Paolo 2°. Così, pur accogliendo la sua opinione, non mi sento di condividerla. In ogni caso, la pregherò di accogliere anche questa.

grurit

Nella ricerca della Genesi

Degli edifici che in crescita mi hanno fatto abitare mi sono rimasti i diroccati, ma ancora mi pongo domande su quanto resta.  Non ho pretese da Risposta.

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manofronte

Nella ricerca della Genesi della vita, se per un aspetto il Testo rivela la capacità di elevazione culturale degli stesori, dall’altro, mi pare segnali che il Serpente non si limitò a tentare la sola Eva. A mio avviso, infatti, caddero nella tentazione (pericolosa tanto più l’imposero come verità rivelata dal Principio) di dire una realtà che, per ignoranza sul Principio della vita (la vita sino dal Principio) certamente non potevano conoscere, al più, immaginare, oppure, se dire per rivelazione, perché ispirati. Va beh!

Dal momento che il male sa fingere il bene, molto bene tanto quanto è male e dal momento che in alcun modo possiamo verificare lo stato delle “voci” ispiratrici (ripeto la domanda) da chi dette e/o rivelate, se in mancanza di verifica, tutto il nostro credere può anche essere stato basato sulla strumentalizzazione (in buonafede e/o in malafede che sia) di un bisogno di credere in altri conseguente alla mancanza della capacità di credere nel Padre tramite noi? Una elevazione spirituale può inebriare la ragione tanto da mandarla oltre il suo contesto storico personale e sociale. La può mandare “fuori” al punto da farla entrare in contatto con altri piani di vita. Non intendo la vita spirituale (che avendo vita ne siamo in contatto da sempre) ma quella spiritica. Al proposito, sappiamo l’opinione della Psichiatria, ma, se è vero che sull’argomento sa cosa dice, quanto può dire di sapere di cosa parla? Una mente ispirata oltre la sua realtà dalla forza della sua immaginazione (capacità di vedere culturalmente ciò che in cui si crede e che è elevata tanto quanto si ha fede in ciò che si crede) quanto sa distinguere se discerne secondo sé, o se lo può tramite altra vita? Nel caso sappia distinguere che non discerne secondo sè, e anche ammesso che sappia quale sia lo stato di vita che influisce sul suo discernimento, può verificarne (non dico l’identità) ma anche la sola attendibilità spirituale? Direi di no. Infatti, se può essere inimmaginabile la capacità di verità di uno spirito nel bene, così è inimmaginabile la capacità di menzogna di uno spirito nel male.

Così, data la facoltà e la capacità invasiva degli spiriti soprannaturali nella vita naturale (data la mia conoscenza dello spiritismo lo sostengo a ragion veduta, o meglio, sentita) non posso non dubitare (e, parecchio) che lo Spirito ispiratore sia stato quello del Padre. Il Padre influisce la vita che ha originato attraverso la Sua forza: il suo Spirito. Se l’ispirasse secondo la sua Cultura, assoggettando il nostro giudizio al suo, renderebbe serva la nostra. Rendendola serva, però, assoggetterebbe anche la nostra coscienza, ma, una coscienza è piena, solamente se è libera di conoscere, al caso, anche ciò che non gli corrisponde per poter sapere ciò che gli corrisponde! Ergo, neanche il Padre può far dipendere da sè, la vita che pure ha originato. Ciò significa che non possiamo credere a nessuno? No, ciò significa che dobbiamo credere nel solo Principio della vita: in ragione della forza dello Spirito, corrispondenza di stati nella data vita e fra la nostra e la Sua. Ulteriormente, questo significa che non puoi credere neanche a me? Ammesso e non so quanto concesso che ti sia mai girato per la capa, mi pare più che ovvio, per quanto riguarda la fede. Invece, per quanto riguarda la ragione, “credimi” solo dopo attenta valutazione!

Il principio che ha permesso la vita è quello della comunione fra stati. Allora, dove vi è la voce di uno Spirito che interloquisce fra vita e vita non può essere quella del Principio che dice circa i suoi principi, in quanto, già all’origine ne ha detto i massimi:

Il Bene per la Natura

atrinita

Il Vero nella Cultura                                      Il Giusto dello Spirito

Quei principi sono massimi al punto da originare la vita e universali al punto da indicare ad ogni via della vita (ad ogni Natura) la sua verità, cioè, la sua Cultura. Per corrispondenza di principi fra la vita originante e quella originata, anche un qualsiasi Spirito soprannaturale non può in alcun modo interferire nella vita altra se non ledendo la corrispondenza degli stati della vita personale (o sociale tramite la Persona) su cui interferisce. Tanta o poca che sia la sua forza, uno spirito interferente, (tanta o poca che sia la sua vita) comunque erra perché devia la corrispondenza di vita e di forza fra spirito e Spirito.

grurit

Origini del cristianesimo?

“Il cristianesimo nasce dalla emozione della prostituta Maria di Magdala”

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manofronte

L’affermazione di Mauro mi scombussola per più di un attimo, eppure, sento che un qualcosa di vero, c’è! Non lo direi nato, però (o principalmente nato) dall’emozione della sola Maria di Magdala, ma dall’insieme di voci, di chi, per vivere per sempre, non poteva accettare la morte di chi li ha fatti sentire vivi. Dico vivi, nel senso di nuovi a sé stessi. Immagino l’elaborazione del lutto per la morte di quella vita, come si può immaginare l’elaborazione della tragedia detta dal coro nelle commedie greche. Comunque sia avvenuta la faccenda, quanto non è stato amato, quell’Uomo! Uomo, ma figlio di falegname. Anche ammesso che un falegname dell’epoca, avesse avuto la stessa importanza sociale di un odierno architetto, ciò giustifica l’intensità di quel lutto? A livello personale senza dubbio, ma (sia pure limitando la valutazione ai Suoi tempi) al punto da diventare un così significante pane di vita? A mio avviso, no. A mio avviso, Cristo, prima di diventare il capro da sacrificio che lo fece diventare la teologia paolina è stato il Capro per parte del suo popolo. Un lutto può essere mosso da un grande amore, o può essere mosso da sensi di colpa. Un’ipotesi non esclude l’altra. Ammessa l’ipotesi Magdala, con quella vedo l’inizio del lutto per la perdita dell’uomo, fortemente, e forse grandemente amato; vedo il lutto della Donna, più che della Madre. Nell’ipotesi sensi di colpa, vedo un amare, (degli apostoli, o del popolo, o dell’insieme) ricattato dal potere o dalla paura, e quindi, se proprio non tradito in vita, quell’Uomo, non difeso come lo farebbe un amore che crede. Un lutto da dolore può essere mosso, anche dal tentativo di recuperare una dignità immiserita da atti e fatti più forti dei soggetti in lutto.

grurit

Ai corinzi di oggi

Nella chiesa, diversi ministeri, dice il Saulo/Paolo nella Lettera ai Corinzi

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manofronte

E diversi minestroni dico io in questi post sui carismi dello Spirito, degli spiriti, e sui santi guaritori vuoi per carisma dello Spirito, (si dice, o dicono) vuoi per quello di chi non si sa chi.

Dice, il Saulo/Paolo: vi sono poi, diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito?

khárisma, der. di kháris ‘grazia’, dicono i miei due santi protettori Devoto – Oli. Per questo significato, è come se il Saulo/Paolo avesse detto: vi sono diverse grazie, ma una sola è la Grazia. La grazia è il dono divino, elargito a un credente a vantaggio dell’intera comunità.

Naturalmente, il Saulo/Paolo intende la comunità dei credenti. Per chi non è credente, ciccia! Se vi è una sola Grazia, e la Grazia è Spirito, ma non vi è un solo spirito, ne consegue che a diverse grazie corrispondono diversi spiriti. Chi è lo Spirito? Lo Spirito è la forza della vita del Principio che ha attuato il suo principio: la vita. Chi sono gli spiriti? Gli spiriti sono forze della vita che ha attuato il principio della loro vita. Cosa distingue l’identità dello Spirito, dall’identità degli spiriti principiati dallo Spirito? Direi, lo stato della forza (vitalità nel corpo e vita nella mente) del loro stato di vita. Lo stato della vita dello Spirito del Principio, in quanto primo, è sovrano. Lo stato della vita degli spiriti, in quanto attuati dal primo, sono spiriti secondi.

“Ma uno solo è il Signore” dice il Saulo/Paolo.

Essendoci un solo Principio non può essere che così! Come si giunge a concepire la vita secondo Spirito, e come si giunge a pensar vera l’esistenza degli spiriti? Alla mia esperienza, risulta solamente per mezzo di quella potenzialità di contatto fra realtà visibili ed invisibili che chiamiamo medianità. Vi è solo oro in quello che la medianità permette? No.

grurit

a Andrea Muccioli

Possibilismo fra Proibizionismo ed Antiproibizionismo

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manofronte

Nell’Incontro di Mestre, dagli interventi medi, quando non mediocri dei politici presenti, il suo è emerso per la passione che vi sottostava: chiaramente, super partes quella politica. Nonostante ciò, il fatto che la contingenza ”Droga” la metta accanto ai Partiti (a dirla con W. S. ” strani compagni di letto ” e, secondo me, carriole d’intenzioni sulle quali chiedono la tangente della mano morta) ombra di sospetto le sue affermazioni di libertà, così, come la frequentazione di un qualsiasi genere di diverso ombra di quella cultura una qualsiasi normalità. Sarà anche un sospetto che non la può toccare; come pure può far piacere a parti che le sono avverse ma essendo di per sé ingiusto vedere che può esserne toccato, non è detto che faccia piacere a tutti: me compreso. Che il possibile sospetto non leda la sua Persona e/o la sua causa a Lei il giudizio, come a me, il solo fastidio di averlo anche dovuto considerare prima di escluderlo. Se la sua indipendente posizione, la rende al di sopra del sospetto che le dico in via di ipotesi, comunque, quanto la rende al di sopra del pensiero di essere da quelli strumentalizzato, se non nella Persona, quantomeno nella sua Figura? Che anche questo aspetto sia nolente implicito (e/o positivo e/o negativo alla sua opera) solo suo può essere il giudizio. Ancora per quanto mi riguarda, mi prefiggo il solo scopo di farla ulteriormente riflettere. Lei sa bene perché ama ciò che fa (ed io so bene perché ho amato chi si faceva) che nella tossicodipendenza vi sono due predominanti fasi. Chiamo la prima, quella di ”Pinocchio nel Paese dei Balocchi ” e, la seconda, quella di ” Lucignolo alla Stanga “. I Lucignoli sono identità di confermata cultura. Sono rami piegati che a raddrizzarli secondo noi si rischia di spezzarli di se stessi, o quanto meno, di recare un dolore che per quanto motivato da un bene non per questo fa meno male. In media, sono sulla trentina/ 35 o più: i non molti Pinocchi che prima o poi si ritroveranno Lucignoli. Per la gran parte, fisicamente quanto psichicamente provati (anche gravemente quando non in maniera irreversibile) e, pertanto, oltre modo pessimisti sia verso sè che verso il mondo. Sono soggetti, difficilmente accettati in Comunità: con altri motivi, vuoi perché, come nei casi dei malati gravi, rischiano di elevare le statistiche della mortalità nel reparto: intenda dei mancati recuperi. Non per ultimo problema, le Personalità t.d. di questo genere, anche qualora decidessero per l’ingresso comunitario, inevitabilmente si trovano a dover affrontare un pesante momento: quello, cioè, nel quale devono spogliarsi di ciò che sono per rivestirsi di ciò che (forse) riusciranno ad essere. Purtroppo, quell’atto di conversione culturale (ma anche esistenziale) deve accadere quando, essendo ”scoperti“, sono anche liberi, ma, purtroppo, appunto perché liberi, tutt’altro che certi delle proprietà del bene (la vita) verso cui si tenta di dirigerli. L’atto della spoliazione del vecchio vivere, implica la forza di affrontare un periodo di transizione da nudi di sè. Per essere vestiti seppure nudi di sè, oltreché delle certezze di identità che solo una raggiunta personalità possiede, ci vuole del coraggio: un coraggio che forse non hanno mai avuto, dal momento che hanno sempre trovato la forza di affrontare la realtà (propria quanto altra) solo dopo aver anestetizzato, oltre agli errori, anche i dolori che procura. Fatto sta, che anche per questo, gran pochi se la sentono di affrontare una Comunità che presso le Personalità in questione è anche vista come un gallerante fallimento.

Potrebbero trovarlo di più, quel coraggio, se fossero indotti e sorretti da spiriti amorosi, invece, hanno spiriti psichiatri: a torto o a ragione, presso di loro valorizzati ma nel contempo (salvo eccezioni) anche svalutati e/o comunque usati perché detentori di potere più che di altro. Le ex Personalità t.d., ora Operatrici di Comunità, possono essere spiriti amorosi? Certamente, ma, aldilà se certa o apparente, essendo inevitabile dimostrazione di riuscita, se non temperano l’esempio presso l’altro possono anche risultare conflittuali in eccesso. Fra altro, il rifiuto di Comunità del genere di Personalità che dico può anche essere addebitato a questa possibilità. Oltreché loro, anche noi dovremmo trovare il coraggio di accogliere dei pensieri che non ci appartengono se questi possono alleviare il peso di una sofferenza culturale (l’errore che porta alla colpa) che fa non meno danni allo Spirito (alla forza della vita) di un male naturale. In queste situazioni e, a ragion veduta, fra Proibizionisti ed Antiproibizionisti, l’Associazione è possibilista. Se ” possibilista ” è un neologismo, me lo passi per amore di causa. Un altro possibilista è Don Ciotti. Ho trovato di discutibile gusto che si sia richiamato la sua Figura solamente attraverso un errore che se può anche essere imputabile al Don (mi pare difficile crederlo) non di meno lo è per il giornalista che ha steso l’articolo, ma, cosa fatta, ha il capo che più risulta: a mio avviso, quello del patologo che ha evidenziato l’errore. Si sa molto bene che non ci si ” libera dalla droga con altra droga” come si sa altrettanto bene (diversamente da Giovanni Paolo 2° che pare l’abbia rimosso dalle sue conoscenze) che esistono gli antidoti. La Droga, certamente non è antidoto nella fase ” Pinocchio “, ma certamente è possibile medicina nella fase ”Lucignolo“: fase che è, appunto, quando il piacere che la droga procura, prevalentemente e pesantemente, più che altro è stanga del carro che guida e nondimeno lo guida. La cura del Metadone, nella gran parte dei casi risulta inefficace ogni qual volta il T.D. non si trova idoneamente placentato dal famigliare, dall’amicale e dal sociale in cui si trova. Allora, fermo restando la pesantezza della sostanza ed il fatto che libera d’altro al prezzo di prendere di sè, non la medicina può essere sbagliata ma l’ambito può avere delle ”tossine” che fermano (quando non invalidano) gli scopi che ci si propone. Al punto: perché non costituire delle Comunità per chi, pur continuando con la cura, con più tempo e diversi approcci, potrebbe anche accettare di a fare a meno della ”roba” perché la vita nelle Comunità che ipotizzo lo proteggerebbe dalle ”tossine” sociali per cui torna alla droga? Alla disperata, una Comunità a mantenimento non la vedo meno peggio di un Metadone a mantenimento. Già che ci sono con le ipotesi, potrebbero anche essere meno care al Sociale dal momento che si può fare in modo che possano giungere a mantenersi in proprio. Lei mi dirà che simili ambiti altro non sarebbero che delle ”galere bianche” . E’ vero, ma, potremmo affermarlo con certezza solo presumendo una conoscenza a priori che non può non odorare di assolutismo: droga alla pari di altre dal momento che, come le altre, fissa l’arbitrio sia di chi spaccia quel genere di convinzione, sia di chi assume quella ”roba“. Se proprio non raggiungessimo altro, quantomeno si raggiungerebbe lo scopo di dividere chi avversa i principi legali per necessità da chi li avversa per mercato quanto per sedimentata cultura antisociale. Non so, negli ambiti che ipotizzo, se sia meglio somministrare un’eroina pulita o il Metadone: la mia ”scienza” è il cuore, non la chimica.

Il Movimento per la Depenalizzazione delle Droghe Leggere si è animato, oltreché da opinabili aneliti di libertà, anche da fatti che, futili in origine, si sono poi rivelati tragici per i trasgressori. Allora, una più mirata e/o alternativa penalizzazione potrebbe temperare il numero ed il genere delle adesioni a quel Movimento. Al proposito, una Commissione di Studio composta da tutte le parti in causa, non solo potrebbe essere la ricerca della necessaria mediazione fra i rispettivi principi che per l’occasione ho auspicato presso l’Assessore Zanon, ma anche sollevarla dal sospetto di essere di parte e, non per ultimo, avvicinarla a tutte: ivi compreso quel ”zoccolo duro” che, stante la sua situazione, in S. Patrignano avvertono più l’inclemenza che l’amicizia. Non so se all’Incontro vi siano stati altri ”possibilisti” perché me ne sono andato alla fine della sessione che ha preceduto il buffè. L’ho fatto, vuoi perché non mi si dica ”compagno di buffè” , vuoi perché l’insofferenza al teatrino dei convenevoli che parassitava una questione, per la quale e solamente avevo investito un paio di giornate del mio sempre scarso stipendio di lavapiatti, mi stava salendo come una irritante ”cala” . Così, nel treno che riportava a casa le mie amarezze di anni, ho iniziato la lettera che le mando.

grurit

All’assessore Raffaele Z.

Le Regioni verso una nuova politica per le Tossicodipendenze (?)

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manofronte

Come io sono uomo e, fissato l’indiscutibile principio, attraverso il vivere dimostro di che tipo e genere, così, fissati i reciproci principi, sia il gruppo Proibizionista che l’Anti, dovrebbero parimenti dimostrare il loro tipo e genere. Tanto più, che (nevrotica coazione a ripetere?) si continua a trovarci di fronte a delle contrapposizioni ideologiche, manichee se non nelle rispettive coscienze, almeno di fatto. Una contrapposizione che non ha la possibilità di concrete mediazioni perché non vi è (e/o non si vuole?) possibilità di effettivo confronto. Senza effettivo confronto, il Problema Tossicodipendenza non ottiene che la sua divisione in “piazze”: da una parte i Boss e dall’altra i Domine. Legittimerebbe il rifiuto del confronto e della mediazione, se una parte potesse sostenere di sapere vveramente ciò che è bene: vero per quanto è giusto per la Personalità che cura. Non è così. Nel mio piccolo operare, infatti, ho constatato (perché vissute anche se non in proprio) non poche miserie in quelli che dicono di operare secondo bene. Sono state dolorose, quelle esperienze, tanto più perché inaspettate. Nel mio piccolo constato (sia pure culturalmente) che non tutto è male in ciò che propone il Gruppo Antiproibizionista. Se non altro il fatto, che pur opponendosi alla Tossicodipendenza come principio, lascia libero il personale giudizio. Allora, a che o a cosa servono (o a chi servono) i fondamentalismi ideologici se drogano d’altro discernimento, un giudizio che, per una effettiva liberazione (e dunque recupero) in primo, non può non essere che individuale? Servono a raggiungere una comune verità? Siccome ogni irrigidimento culturale è rifiuto di apprendere e, dunque vivere il nuovo che sorge dalla con_fusione delle idee, non direi. Servono a metterci nella condizione di servire la Persona? Per primo o di conseguenza? Servono a servire i Poteri che si raggiungono quando (anche nolenti) si è in grado e/o si è messi in grado di condizionare (guidare è ben diversa cosa) la vita altra? Ecco: direi che la nuova pietra che dobbiamo mettere sulla prima (quella dei rispettivi principi) non può non essere fatta che della sostanza che è nelle risposte che mi aspetto all’Incontro. Se non comporremo il nuovo tempo (non abbandonando il vecchio ma rinnovandolo) alla Conferenza di Napoli si ripeterà quello che già conosciamo anche sino ad averne il rifiuto.

grurit

Politiche e Prevenzione

Alla cortese attenzione dell’Assessorato in Regione

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manofronte

I Redattori del Foglio informativo ” NoRiskio ” in concerto con le intenzioni assistenziali dell’Associazione ” per Damasco ” ,

premessa

la Circolare del Ministero della Sanità, nella quale il detto Ministero indica ” le Linee Guida per il Trattamento della Dipendenza da Oppiacei con Farmaci Sostitutivi “;

constatato

che la carcerazione di una Persona non giustifica in alcun modo l’inalienabile diritto alla cura medica ( diritto sancito dalla Costituzione Italiana ) ed il particolare dovere di ricorrervi nei casi che implicano risvolti anche sociali;

accertato

che le particolarità calibratrici del Metadone non solo concorrono alla ” Riduzione del Danno ” provocato dalla tossicodipendenza ma sono anche ottimali calmieratrici nei casi di:
Ausilio alla Immunodepressione fisica e psichica nei vari stati della Sieropositività;

Rischi di Over Dose di fine carcerazione,

Crisi di Astinenza,

Disadattamenti nei confronti dell’Istituzione Carceraria, conseguenti la Crisi di Astinenza,

Irrigidimenti disciplinari e/o aggravamenti giudiziari conseguenti azioni inconsulte perché compiute in stati di Crisi astinenziale,

Veicolazione degli approcci culturali e delle Terapie Psicologiche atte al graduale recupero personale e sociale,

Tramite di inizio rapporto per i cosiddetti ” Tossicodipendenti da Strada ” ( Soggetti non referenti ai Sert sino al momento della carcerazione ) con i Centri deputati alle Tossicodipenddenze;

confortati

dalla Circolare in allegato, la quale, prevedendo delle linee di un comportamento terapico mirato alla Persona legittima sia il ” mantenimento ” della Cura metadonica che una personale e non penalizzante terapia ” a scalare ” in quanto tengono conto dell’oggettiva e complessiva realtà psicofisica della Persona t.d.,

invitano,

la Sua Persona e sollecitano il Suo Ufficio ad interessarsi alla situazione della Persona t.d. carcerata.

A nostro avviso, la specifica normativa odierna e la conseguente assistenza corrispondono insufficientemente alle recenti conoscenze scientifiche e terapiche.

(Invito sempre valido)

Antica, questa lettera. Il dottor Serpelloni, all’epoca responsabile del Sert di Verona aveva bisogno di portare in Regione le ragioni dei tossicodipendenti carcerati. Gliela scrissi: gli piacque.

grurit

Comunità

Latitanti cirenei?

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manofronte

Ci risiamo! Una persona t.d. esce di Comunità dopo una biennale accoglienza e ricomincia a “farsi”. Perché? Mettiamola anche così: non gli impedisce di tornare a farsi di roba se non trova ciò che lo dovrebbe fare d’altro. Ad esempio: una vita che non ha; un lavoro che non ha; una domiciliarità che non ha; delle affettività e/o delle amicizie che non ha. Non le ha, o perché le ha bruciate, oppure perché una Cultura che si è costituita in un certo mondo, che dialogo può avere con un opposto? Ulteriormente ci ricade anche per una volontà che non ha. Perché? Perché non vuole o perché per fargliela volere non siamo stati sufficienti a dargliela? Stante la situazione, la personalità t.d. di età adulta che al di fuori dei cancelli comunitari non trova un’altra accogliente Comunità, è inevitabilmente destinata a ritrovarsi nella realtà che ha lasciato: non solo tossicodipendente ma anche tossico delinquente. Nel male che c’è nel nostro bene, tutti abbiamo imparato a mediare. Non si capisce per quale sclerotizzazione culturale e/o morale solo alle Persone t.d. non si consente mediazione pur non offrendogli sufficiente tutela se non dopo una rinuncia ad una “roba” in cambio di parole e di pie intenzioni. Possibile che le Comunità più socialmente rilevanti (quelle che hanno permesso perché adottato una dis – umana Cultura antidroga) non si domandino mai se non vi sia concorso di colpa nei macelli esistenziali che procura la droga quando diventa integrante anima della Persona t.d.?

grurit

Droga e vita

povere cose se la vita da droga e la droga non da vita.

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manofronte

La droga è morte ma il suo principio è vita: la sua in un’altra. Mercante di vita è colui che tratta ciò che vende: la vita. Qualsiasi personalità che cede i propri valori di vita, rende cosa la vita. Tra tutti i mercanti della vita ridotta a merce, la personalità t.d. e quella che più si rende merce per avere vita da trattare come cosa da ridurre a merce. La personalità t.d., dipende così tanto dalla cosa che è la sua vita da non permettere che esca dalle vene della sua vita: povera cosa se piena di ”roba“. Con la ”roba“, la Personalità t.d. è in assoluta simbiosi fra cosa e vita: essa ausilia la cosa che lo ausilia di vita: povera merce se fatta di cosa. Tacere fa male ma anche dirlo fa male. Nessuna esclusa, tutte le Personalità t.d. riducono se stessa a merce per poter avere della cosa e, tutte, sono mercanti della stessa merce: vita e cosa di vita, in una vita che hanno ridotto a cosa. Si grida: ” spacciatori pentitevi! Chi vende sè (cuore della vita) per avere della cosa a vita non se lo può permettere. La Tossicodipendenza può far giungere non solo sino a questo punto ma molto più a fondo. La dove la cosa che è stata vita incontra la Vita: ben altra cosa! Quelli che vendono la vita per possedere della vita, quelli si dovrebbero pentire. Forse allora non ci sarebbero più Persone intossicate da cose elevate a vita e non ci sarebbe chi spaccia merci chiamandole vita.

grurit

Delizia e nequizia

manofronteLa sua affermazione (la droga è un anestetizzante) non mi giunge nuova: sarà perché l’ho pensato anch’io. Ammesso che la droga anestetizzi anche il piacere, quali generi di dolore anestetizza? Quelli della “fatica del vivere” la Natura della propria Cultura in pace con il proprio Spirito? Se fosse, in una malata perché errata ricerca di se stessi, allora la droga è “medicina”. Se fosse, che senso ha rendere tossico – delinquenti quelli che pur dipendendone, lo sarebbero naturalmente ma non culturalmente se solo fosse socializzata? E’ se la droga anestetizzasse ogni dolore alla forza della vita: lo spirito? Se fosse, sarebbe la protezione massima, ma, sarebbe “mamma” o “mammana” ? Non so quanto sia vero che la droga sia mamma: certamente la droga procura un alveo psichico che alla mente dell’occupato da quella sostanza può ricordare lo stato placentare.  Se fosse, chi la usa lo fa per tornare indietro sino al dentro, cioè, sino al suo principio? Se fosse, allora la droga è la via che porta all’agognato bene di principio? Se fosse, quello della madre della sua vita o di quello della vita come madre? Se la droga fosse la via che lo porta alla ricerca del dentro (la placenta della madre come principio del suo bene o la placenta della vita come madre) allora, rivelandosi l’errore del mezzo, potrebbe o non potrebbe anche essere un ausilio alla conversione in fuori da ciò che lo prende della sua ricerca? Nei casi più provati e, dunque, di più indebolita volontà, perché no, se la droga è anche medicina? Se chi usa la droga lo fa per tornare indietro sino al dentro, allora, intossicante è la droga o un fuori che motiva la ricerca a ritroso? Se fosse, allora anche la droga potrebbe essere un veicolo medicante perlomeno quanto una vita personale e sociale non avvelenata dalle tossicità sociali che (in ipotesi ma mica tanto) controbatte. Il proibizionismo con il quale ci curiamo degli avvelenati dai tossici che produciamo, che senso ha se il proibire procura dei dolori che, nei casi che abbiamo fatto diventare più gravi, solo la droga può anestetizzare? Per liberare e liberarsi dalla droga perché non cominciamo col liberarci da precostituiti giudizi, dal momento che questi non fanno altro che inchiodare più pesantemente la condizione del drogato?

grurit

La droga

 

 eleva la vita alla cima dei costi.

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manofronte

Dire che, drogandosi, la personalità t.d. dipendente può elevarsi a cime culturalmente sublimi, e che quell’elevazione gli costerà la vita potrebbe essere un’idea ”o forse solo un’astrazione”. Per il preso, la droga è sempre un bene. Anche quando é male o fa male. Non c’è nulla che la droga non possa coprire. Per questo, è il massimo degli amori e massima amante. Per avere ciò che deve avere per essere preso da quell’amore e da quell’amante, la personalità t.d. non può che pagare (e/o far pagare alle realtà che si oppongono a quella scelta) i suoi proibitivi costi. Le realtà che si oppongono alla scelta ”droga“, salvo rare eccezioni, non fanno altro che fare quello che fa la droga: iniettano estranee cure nella vita che, per amore e/o per legge, si sono fissati di recuperare. Poiché, nel bene e nel male, la Persona è la ragione e i valori della somma delle proprie scelte, per non costringere quelli che voglio vivere la proprie a rubare la vita, più che liberare la droga si dovrebbe liberare la vita. Rendere delinquenti le scelte (proibendole) non significa migliorare la comprensione sui valori della vita ma per la gran parte delle volte, solamente renderne impossibile ogni tentativo di modifica. Ammesso che vi siano scelte per molti versi non drogate, liberiamo le scelte anche se drogate e, senza discuterle moralmente e/o penalizzarle affettivamente e legalmente, opponiamoci al dolore. Ecco, proviamo a ripartire anche da qua.

grurit

“NoRiskio”

Al Comitato di Redazione

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manofronte

Mi sto domandando da un po’ di tempo perché sento in maniera particolare il peso del compito che mi sono prefisso presso di voi. Ascoltando le mie emozioni ne ho tratto due possibili ipotesi:

* ) la tossicodipendenza assorbe così tante energie che fa finire la vitalità di chi si occupa del problema;

*) la vitalità di chi si occupa del problema può essere finita (nel senso di assorbita, come di terminata e/o deviata) da strumentali questioni che nulla hanno a che vedere con la tossicodipendenza in s°, ma che possono essere correlate o alla sua risoluzione o la suo giro.

E’ chiaro che delle ipotesi non sono risposte. Solo dei riscontri oggettivi trasformano una chiara ipotesi in una chiara risposta. E’ altresì chiaro che non mi aspetto tanto presto che le mie sensazioni siano confermate da oggettivi riscontri. Allora, cosa posso fare o non fare nel frattempo? Serenamente non lo so. Come avete avuto modo di constatare ogni tanto sparisco. E’ la mia maniera di posare il sacco dei problemi: di tirare il fiato. Se tirare il fiato serve, non basta però a risolvere un problema non solo personale. Tanto è vero che ambedue mi si rappresentano ogni volta ritorno fra di voi. In attesa di capire più distintamente quello che ora vivo confusamente vi rendo noto il mio desiderio di uscire dal Comitato e di tornare in strada. Questo non significa che ritiro la mia disponibilità al Gruppo ma che sono a sua disposizione da esterno.

grurit

Piramidi

info@museitorino.it

Alla Cortese attenzione della Dirigenza e a chi in interesse.

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manofronte
Stavo guardando un filmato francese sulle piramidi. Si sostenevano le varie ipotesi sul come siano riusciti a costruirle ecc, ecc. Mentre lo guardavo capendone ben poco (purtroppo) mi è venuta un’idea. Se già espressa, come non detto.

Noi costruiamo gli edifici partendo dal basso. Lo stesso modo di agire l’abbiamo addossato ai costruttori egiziani; e se invece fossero partiti dall’alto, cioè, dalla cima? Non so assolutamente disegnare (altro purtroppo) tuttavia, penso sia abbastanza “semplice” intuire il proseguo dell’immagine che non so fare, come anche “vedere” la semplificazione di molti problemi. Non per ultima considerazione, ogni Faraone (sull’carattere umano capisco un poco di più) avrebbe potuto vedere la sua opera, sia all’inizio della decisione sia “finita” con la sua vita per la parte attuata. Non solo, l’ultimo che l’ha vista definitivamente compiuta avrebbe potuto dirsi e dirla come opera di sé Dio, in opera “incarnata” per la totalizzante volontà dei Faraoni dei che l’hanno preceduto. Per altro dire: Dio in Dei. Della Piramide, allora, si potrebbe dire che è l’imperituro sacrario del percorso, nella loro vita, della vita degli Dei che si reputavano in vita, ma che in fine, come tutti, bisognosi dell’aiuto che potevano procurarsi e che ancora vediamo. Certo, partendo dalla cima, ogni parte della piramidale struttura non sarebbe stata quella totale che noi vediamo oggi, tuttavia, sarebbe stata la totale che il dato faraone avrebbe visto compiuta, non, lasciata per interrotto cantiere per interrotta vita. Immagino questa ipotesi, anche perché non so proprio immaginare l’amarezza di un Dio che non può non sentirsi meno Dio alla vista di un’opera in perenne cantiere. Divinità confermata secondo il suo tempo, invece, procedendo come penso. Come penso, maggiormente affrontabile anche l’aspetto economico; graduale se graduale l’opera, e quindi, di minor peso sulle spalle di chi l’avrebbe pagata. Se come adesso, quelli che stanno alla base di ogni genere di piramide. Termino qui il mio visionario delirio, anche perché mi pare non poco delirante.

Con i miei più cordiali saluti

grurit

Malocchio

Occhio, occhio, c’è un malocchio!

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manofronte

Gli esorcisti hanno bisogno del demonio come la satira ha bisogno di un Berlusconi. Certo è, che ambo i soggetti sono forze che invadono la vita tanto quanto è scissa: vuoi dal dolore nell’esistenza, vuoi dal bisogno di estraneo fascino. Il possesso e/o l’invasione può avvenire per cause che stanno in una parte sconosciuta della mente, oppure, per cause che stanno in un’altra parte della vita. Comunque siano i casi, esorcizza la scissione chi (indipendentemente dal come) ricompone l’identità. Se invasa da fascinazioni comunque motivate, è esorcista uno psichiatra, oppure un’emozione di analoga presa. Se da soggetti di cultura religiosa, direi, necessariamente, un prete. Di fatto, se una casa ha perdite nella parte idraulica mica chiamiamo l’elettricista. Guaio è, che è proprio una cultura religiosa mal vissuta (mal vissuta nel senso di oltre natura e cultura del rispettivo soggetto) che genera dei malfatti da dissociazione. Guaio è che la chiesa semina, si, del grano buono, ma che diventa meno buono, però, dove il campo non è idoneamente preparato. Succede anche alla Società, quando fissa delle Norme eguali per ogni umanità. La dove non ci riesce, è causa delle scissioni che poi dice di poter curare, ad esempio, con la medicina e/o con altre norme. Lo stesso fa la chiesa. Questo, perché, sia il Principato che la Religione operano secondo finalità di un potere da esorcizzare nei diversi.

grurit

Tossicodipendenze

Per fare una vita ci vuole una vita

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manofronte

Don Ciotti ebbe a dire: la Tossicodipendenza è una domanda che attende molte risposte. (Cito a memoria.) Implicita nella sua affermazione, un’altra: non esiste la Risposta. Da chi si occupa del problema, quindi, mi aspetto uno spirito para evangelico. In particolare, mi riferisco alla parabola del Buon seminatore. Per il Buon seminatore non è fondamentale dove cade il seme: è fondamentale la volontà di semina. Non è fondamentale neanche il tipo di grano; è fondamentale la volontà di farsi grano. Checché ne dica la Società proprietaria del campo, il Buon seminatore sa bene che a priori non esiste un grano risolutore. Certamente esiste il Buon raccoglitore, ma a priori, neanche quello sa di essere tale. Tale lo diventa in ragione della capacità di somma fra le domande che pone alla sua vita, e le risposte offerte dalla vita, ma, anche in quella capacità, per farsi o non farsi di vita, ci vuole pur sempre una vita; e per capire la vita, neanche dalle droghe si può escludere la strada, se non escludendo a un sapere, la pienezza di sé: dolorosa o no, o sociale o no che sia. Esperienza mi conferma che uno spirito samaritano può di più di uno spirito psichiatra. Può di più perché è compagno ma non giudice; può di più, perché non impone la regola sociale del do ut des. La fuga dalla droghe, è stabilmente possibile, tanto quanto, un sapere, vanifica un piacere, e ciò può succedere, tanto quanto, un (o una) tossico_amante di quella “madre”, si rende definitivamente conto che è l’indifendibile puttana che gli sta abortendo la vita. La rinascita di sé, quindi, implica la ricerca di un ventre, diversamente originante. Può essere in un altro grano. Può essere in un’altra semina. Quello che non deve essere, è negare (o che si neghi) al Tossicodipendente (o alla t.d) la possibilità di farsi del suo raccolto. A noi, ridurre i danni. A noi, sollevare dalle cadute.

grurit

Mi sei passata nei pensieri

Shemà Israel.

Secondo stati di infiniti stati, vita, è Spirito Determinante e Spirito Accogliente. In quanto forza determinante a livello culturale, e penetrante a livello naturale, per principio è maschile. Per opposti ma speculari principi è femminile.

“Così in Basso, così in Alto.”

In Alto, ovviamente, non ci sono le naturali complicazioni che succedono in Basso.

manofronte

Sul Sinai, Mosè ha accolto la manifestazione di uno Spirito (sia di Dio o no non è l’oggetto di questo discorso) all’inizio dubitando (mi pare) ma in seguito (anche per le particolari manifestazioni di quella forza) cedendo la sua ragione a quella Ragione. La remissione di una ragione a un altra, è il principio base dell’Accoglienza che nella Donna forma la femminilità e il carattere della sua forza. Si può pensare, allora, che lo spirito del Mosè si fece (culturalmente e spiritualmente parlando) Ancella di quello Spirito. Con il Mosè, si fece Ancella anche l’Israele che accolse lo Spirito che il Mosè aveva accolto. Per quella a_razionale e totale remissione della singola e collettiva fede, quello Spirito li disse Eletti. Si può dire che è stato, storicamente e spiritualmente così, sino all’Olocausto. Cosa è successo dopo la strage di quel popolo? A mio sentire, è successo che ha detto basta al ruolo del sacrificante Isacco che nel tempo era forzosamente diventato. Umanamente parlando con tutte le ragioni, tuttavia, con delle conseguenze spirituali, forse non considerate. Ammesse e non per questo concesse le mie ipotesi, da parte di Israele vi è ancora l’originale corrispondenza di spirito (la vitalità particolare) con lo Spirito: la vita universale? A mio sapere (so perché sento, non, perché conosco) direi che quella alleanza cessa, tanto quanto non si accoglie lo spirito di quel Principio con la principiante remissività spirituale. Si può dire, pertanto, che L’Israele di ora non è più eletta Ancella, tanto quanto si fa l’eletto maschio che (sia nel particolare che nell’universale) pone alla vita (e di conseguenza al suo Spirito) delle egocentriche condizioni. Nulla come il dolore e il conseguente lutto possono mutare così tanto un’Identità; lo possono sino a far deragliare un animo dalla sua strada. Quella percorsa da un popolo Isacco disposto per fede ad accogliere il sacrificio della vita, o quella del popolo Isacco, che dimostra (sia al particolare mondo che all’universale) così tanta fede nello Spirito della vita da fermare la mano che gli tiene il coltello alla gola? Non so: oltre non “vedo”.

grurit

 

Shemà, Israele.

manofronteNon so cosa farei se fossi Israeliano. A favore del tuo essere, o se, nel tuo essere, contro il tuo fare. Da cristiano nell’essere, anche se non poco perplesso sul mio fare, sono sempre rimasto affascinato dalle tue grandi storie; che poi, siano rimaste storie per l’uomo adulto che sono, non per questo, il fascino (fanciullino, lo confesso) si è ridotto. Posso dirti, pertanto, che, complessivamente, non ti sono anti qua o anti la! O meglio, ti sono anti, come sarei anti all’amico che ha bevuto troppo alcool. Non anti verso la persona, ovviamente, ma contro il suo momento, sì! (Stavo per dirti Spirito, al posto di alcool. Mi avresti capito lo stesso. Lo so.) A proposito di Spirito, da non pochi anni mi domando: sei veramente sicuro che ti abbia promesso il possesso di quella terra? Si, perché, detto molto francamente, a me pare t’abbia dato una croce, non, una terra, o quanto meno, una terra dove devi portare una croce contrattualmente non detta! Per “croce”, intendi il peso della vita della Natura, sulle spalle della sua Cultura. Non so se sia il dolore a rendere eletti per il modo di affrontarlo, o se sia una fede per il modo di crederci e/o di viverla. Quello che so, è che dove c’è dolore non c’è verità, perché il dolore, è il male naturale e spirituale da errore culturale! Sia come sia, a farti ala mentre percorri il tuo destino vedo molta gente. C’è chi grida: coraggio! C’è chi tira sassi! Chi sulla tua caduta scommette pro o contro. Non vedo nessun Cireneo, però! Mi rifiuto di pensare che Dio non l’abbia previsto perchè ha dei limiti, quindi, avrà le sue buone ragioni. In attesa di capirle, Shemà (la vita) Israele!

grurit

Le facce del bullismo

manofronteVado all’agenzia della banca per l’usuale questione: la ricarica della carta. Di per sé nulla di complicato. Complicato me lo diventa perché da mese a mese dimentico come si fa. Già durante il primo tentativo, una donna (non ha meritato il titolo di signora) mi si avvicina dicendo: quanto pensa di metterci perché devo saperlo… Avrà avuto anche altre commissioni, penso, così, me la cavo subito, gli rispondo con cortesia. Guaio volle, che, subito, non ci sono riuscito neanche al secondo tentativo! Spazientita per aver atteso un ulteriore minuto la donna mi rifà la domanda. Al che, la pazienza la perdo io, e ad alta voce gli ribatto: quando mai ci si permette di andare a uno sportello e di dire all’occupante che deve sbrigarsi, o di farla passare, perché lei deve sapere a priori il tempo necessario alle operazioni?! Sarà anche perché l’esagitata ha capito le ragioni nella mia domanda, sarà anche perché ha capito che non sono farina da far ostie, ma non c’è stata risposta! Vuoi per ragioni di forza, e/o per ragioni di età, e/o per ragioni culturali, e/o per l’insieme dei casi, vittime di bullismo, sono tutti quelli che non possono e/o non riescono a dimostrare ai prepotenti, di non essere farina da far ostie! Di chi la causa? Lapalissiana la risposta: di chi fa l’impasto delle ostie. Tornando a quella donna mi domando: è stata la famiglia e/o l’ambito sociale di crescita a renderla prepotente con un anziano? Ho avuto modo di conoscerla anni fa: era preside di un liceo. L’ha potuto, quindi, per via di un potere culturale che magari gli è diventato un presunto potere da censo sociale, da far prevalere su quelli che non sembrano dello stesso livello? Vero o no che sia il sospetto, comunque l’ho rimessa al suo posto! Come può meravigliare la presenza del bullismo nei giovani, se impastiamo i crescenti con l’equivoca farina che ha impastato noi, non si sa da quanti equivoci fornai?

grurit

Mamma

Di che mamma vogliamo essere figli?

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manofronte

Non appena mi hai detto, Credente, della ferita nel tuo spirito, come prima necessità ci ho messo un cerotto: di che ti meravigli se c’è gente che vuole bruciare il Corano? Non lo sai che la mamma degli imbecilli è sempre incinta! Generalmente, per imbecille si intende chi è culturalmente e/o psicologicamente mancante. C’è, tuttavia, un ulteriore significato: debole. Chi è debole, si può non aiutare? Certo che possiamo non aiutare il debole, ma contravenendo sia allo spirito islamico che a quello cristiano. Limito il discorso a queste due religioni per il solo fatto che a te, islamico, si sta rivolgendo un cristiano. Alla cura contro una imbecillità religiosa intesa come debolezza nella rispettiva fede, al principio delle cose conosciute ci sono stati due medici: Cristo, ed il Profeta. Secondo razza, carattere personale e tempi storici, e secondo esperienza di vita e sapienza (comunque raggiunta) anche questi due medici hanno curato l’imbecillità che hanno trovato attorno a loro, (e forse, anche loro umana cultura) con dei cerotti. Il Cristo cerottò la sofferenza e l’ignoranza altrui con l’idea del dio Padre, mentre chi è “dedito a Dio” secondo il Profeta. Chi è dedito a Dio, non può non esser dedito al Padre, essendo Dio, il Sommo Genitore del creato che purtroppo stiamo rovinando anche nelle creature, ma questo è un altro discorso. Da questi due Nomi, (Dio e Padre) che non esito a dire primi da tanto sono universali, a valanga ne è disceso una infinità di imbecilli interpretazioni, e una moltitudine di monopoli; per monopolio intendendo, esclusivo possesso e settaria gestione della Parola da parte di innumerevoli imbecilli, che per curare la loro debolezza culturale, spirituale e religiosa quando non psichica, si sono impossessati di Dio affermando di parlare a Suo nome. Se è ben vero che nulla può provare quell’affermazione, è anche vero, purtroppo, che nulla la può smentire. Al più, possimo non crederci. Lo potrebbe smentire Dio, ma Dio, tace. Tace veramente, o siamo noi che ancora non sentiamo la Sua parola, in quanto presi ad ascoltare la nostra? Temo quest’ipotesi. Dico sentiamo e non ascoltiamo, perché la Parola non si ode con l’orecchio; si ode, attraverso le emozioni. Le emozioni sono il verbo della vita che ascolta sé stessa, e/o, che ascolta la vita. Quale vita sentiamo veramente? Quella dell’amore, o quella del potere, o quella della confusione fra amore e potere? Sia nella fede cristiana che in quella islamica si può dire forte, e quindi non imbecille, il Credente che ha riscritto il suo Libro nella sua mente, nel suo spirito, e di conseguenza (se conseguente è) nella sua vita. I libri si possono ristampare, e la data spiritualità, elevare, indipendentemente, dalla quantità di carta che un imbecille può bruciare. Certo è, che non dovremmo mai “ristampare” i Profeti come abbiamo fatto. “Cosa fatta capo ha” dice un noto proverbio. L’Islam dice insciallah, cioè, volontà divina. Tutto considerato, altro nome con il quale poter intendere il “capo” del proverbio che cito. Animo, Credente, anche tralasciando di dirigere il tuo sguardo, principalmente verso la mamma della vita imbecille, che se c’è ancora vita spiritualmente non debole, (e c’è!) vuol anche dire che c’è mamma anche non imbecille. Tutto considerato, sai che ti dico, infine?! Infine ti dico che l’imbecille gesto del pastore ha finito coll’esserci utile! Infatti, (sia pure sé nolente) ci ha brutalmente posto di fronte ad una domanda, che esigerebbe una giornaliera risposta: di quale mater sono figlio? Della forte, o dell’imbecille? Ignorare la risposta è ammalare di debolezza la mater forte, o mettere sul marciapiede quella imbecille. Vero è, che “ognuno fà quello che può.”

grurit

Poveri di spirito

Non so cosa significasse “povero di spirito” per il Cristo evangelico. So quello che modernamente sottostà al pensiero cristianamente ipocrita, e cioè, complessivamente sfigato. Da diverso cristiano, penso, invece, che il Cristo identificasse (in quella “povertà”) la persona che vive solo del proprio spirito, quindi, non parassitato e neanche parassitante. Dalla morale di questa favola traggo l’immagine che allego in FaceBook oltre che qui. manofronte

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In un commento su altro scritto, una Signora mi ha diplomato con “Grande”. Ovviamente m’ha fatto piacere ma, mi è stato stimolo di vanità solo un attimo. Vividi ricordi non ci hanno mai messo più di un secondo a buttarmi giù dagli scranni fabbricati dai miei excursus scolastici: una quinta ottenuta con grande sorpresa del maestro oltre che mia; una licenza media (sindacale) ricevuta con vergogna perché obiettivamente non guadagnata; un’abilitazione alla terza magistrale: complice dell’esproprio una scuola privata. Come non bastasse, a tarda età mi sono iscritto anche a una scuola pubblica. Non non ricordo se prima o dopo la serale. E’ vero: comincio a perdere qualche memoria ma, mai di me! Più che altro pensando a me, scrivo la morale della favola che si legge nell’immagine. Su FaceBook, uno dei pochi che stimo per quello che è oltre perché risponde ai miei pensieri, commenta: una cosa è il discorso ben acconcio altro é l’agire. Gli chiedo di spiegarsi. Mi scrive: declamare non può ridursi ad artificio. Gli rispondo: direi che hai colto una sfumatura ma non la sfumatura che volevo far capire. Intendevo “semplicemente” dire che nel trovare l’effettiva valutazione di noi stessi è necessario mediare fra il grande che qualche volta ci capita di essere, e il comune che generalmente ci capita di vivere. Il vanesio, ad esempio, questa media non la fa, come non la fa neanche chi loda una realtà non verificata. Una bella e utile riflessione la tua. Filosofia aristotelica, mi dice. Aristotile? E’ un pezzo che non lo vedo ma dovrei avere il suo numero…. Avrà sorriso della vecchia battuta, penso e spero. Non faccio in tempo a immaginare quel sorriso, che mi scrive un “mediare”, che per qualche verso avverto come un cielo che non sa se far ridere o piangere, o come un giro d’aria che un poco preoccupa la casalinga con poche molle per il bucato da esporre. In genere sono un bravo ragazzo, ma ogni tanto, volente&nolente in pari grado, mi spuntano delle provocatorie corna: mediare? Chi, cosa, come, perché, quando, dove? Alle mie fucilate non fa un plissè! Solo ribatte citandomi un poco: tra il grande e il comune, senza cedere al vanesio, “sapendo che il vanesio fa la, “storia”. Trovo stimolante questa farina del suo sacco. Tanto che mi suscita la riflessione di chiusura: ci sarebbero infinite cose da dire su storia fra virgolette. Di fatto, pure la storia senza ci ha dimostrato che è stata fatta da soggetti malati. Non tanto in una patologica misura anche se non è escluso, quanto nel senso di un così, in cui imperavano anche dei pesanti cosà. D’altra parte, senza quello scompenso, mica avrebbero fatto la storia quei vanesi; e di quei difettati, quanto possiamo escludere che una tensione verso il voler fare la storia, altro non sia stata che una tensione verso il far la propria? Si, il mondo sta andando fuori di testa proprio perché non è gestito da poveri di spirito.

grurit

Famiglie

C’è famiglia di vita e famiglia di paglia.

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Anni fa, un ragazzo pavese, militare a Verona, ebbe a dirmi: che problemi ti fai con la donna! Quando è necessario, puoi sempre pensare ad un uomo! Da allora non credo più all’eterosessualità sincera, appunto perché non è possibile accertare se tale è, o se invece è una maschera per schifate e represse debolezze. Comunque stiano le cose, i favorevoli della Famiglia hanno in mente una costruzione ideale. Una costruzione di quel genere è come Dio: c’è, ma nessuno l’ha mai visto, così, l’eterosessualità politica non può far altro che mostrarci un Fantoccio e sperare con non perda la paglia. Per quanto mi riguarda non credo nella Famiglia di marchetta sociale. Credo, invece, nella vita che sa farsi famiglia perché sa farsi carne sociale, indipendentemente dal tipo. I politici che sbandierano madri e figli naturali come conferma del loro essere per la vita, a me fanno solo una grande tristezza.

grurit

Solitudine

“La solitudine è una mancanza d’identità”

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manofronte

Certo! E’ la mancata compagnia nell’essere chi siamo, che non permette la stabile affermazione di sé che favorisce la solitudine. Per mancata compagnia intendo stati di mancato riconoscimento: vuoi negato se conscio, vuoi “negato” se inconscio. Mi si risponde: non penso. La solitudine è una malattia dalla quale è difficile guarire Replico: Lei sta corrispondendo con un Esposto, adottato, con orfanotrofi e collegi alle spalle, e con problemi di identità per alterna sessualità, senza contare l’infanzia e la prima giovinezza in piena povertà. Ora ho 75 anni, il diabete, la minima, sono la mia unica famiglia e l’unico parente, eppure, ora non so cosa sia la solitudine. Lo ero, invece, quando mi conoscevo poco e a ragion veduta, male. Lo ero, quando sottostavo continuamente a un giudizio che mi davo senza clemenza e tantomeno misericordia. Lo ero quanto l’opinione altrui imperava sulla mia. Lo ero, quando, sia socialmente che sessualmente, non ero nè carne e ne pesce, ecc, ecc. No, non sono della sua idea: la solitudine non è una malattia: al più, la febbre che denuncia che non ci siamo ancora trovati e che il mondo se n’è accorto.

grurit

C’é Chiesa e chiesa

manofronteCortese signore: frequentavo la terza elementare quando fui coinvolto oggetto – soggetto sessuale del piacere pedofilo di un sacerdote. Sostengo che ne fui coinvolto oggetto perché non consapevole dei significati di quel piacere. Sostengo che ne fui coinvolto soggetto, perché, sia pure nella mia relativa coscienza di minore, cercai e condivisi quel piacere. Per quanto ragazzini, tutti conoscevamo le preferenze di quel prete, e fra di noi, sapevamo chi era, sia l’amante in carica che quello non più in carica. Ricordo come fosse ieri un biondino del mio stesso paese. Ricordo come ieri di un chioggiotto dalla forte vitalità fisica e non di meno, erotica. Devo ammetterlo: ad essere scelti, era anche motivo di vanto, perché, per quella scelta, ottenavamo regali che altri non avevano speranza di avere. Mi pensi, però, non come il sessantacinquenne di ora; mi pensi, orfano anche di ogni concreto affetto, ma come le dicevo, non orfano di coscienza. Per quella sia pure elementare conoscenza, quindi, oggi non posso considerarmi vittima di quelle attenzioni, ed infatti, non è per questo che racconto la mia esperienza. Gliela racconto, invece, per confermare che anche nel mio caso dell’epoca, l’istituzione del collegio preferì usare la politica del mettiamo tutto a tacere. Una volta scoperto il fattaccio, infatti, il prete ricevette una lettera del Superiore generale in cui, notificandogli il trasferimento ad altro collegio, gli si disse di badare meglio ai suoi atti verso i collegiali. Ricordo bene sia quella lettera (scritta a penna in corsivo con inchiostro nero) come ricordo il contenuto perché quel prete me la fece leggere. Ricordo bene, anche, che dal collegio fui cacciato, non trasferito. Tutto considerato, al corruttore andò meglio che al corrotto, se tale volessi considerarmi. Sono passati più di cinquantanni, ma ricordo come fosse ieri, sia i miei pianti, sia la mia solitudine di bambino abbandonato. Non per questo è mai venuta meno la mia stima nella Chiesa dell’amore, vuoi nel suo sacro come nel suo profano. Nessuna stima, però, nella chiesa del potere.

grurit

Questioni

E’ “un genio o un pazzo” lo strano Finocchio che gira per Verona?

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La parola è l’emozione della vita che dice sé stessa, e la mia, quando ho iniziato queste scritture, stava subendo un pesante lutto. Emozionalmente luttuoso, quindi, mi è stato anche il verbo (io sono) e la parola: vita. Durante il lutto (se sopito, lo direi da poco) non riuscivo a barrierare le emozioni di dolore che travasavo nelle lettere. Non potevo farne a meno anche quando me ne rendevo conto. Leggendole nell’immediato, a me pareva tutto chiaro e ovvio: persino banale. Rileggendole anche anni dopo, invece, rilevavo un disastroso frastornamento di pensieri. Lo stesso, direi, che colpisce chi ascolta più voci contemporaneamente. Fatto sta, che, sopite le emozioni (in ogni caso reggevano il vissuto dell’epoca) non capivo più quanto mi avevano dettato. Oltre che “sordo” perché non più capace di sentire, quindi, ho temuto di poter tornare ad essere “muto” perché non più capace di parola. Non vi dico il panico! Dico soltanto che un po’ alla volta l’ho superato, traendo discernimento da quel dolore: e la facoltà di verbo e di parola è tornata ad essere la mia. Comunque raggiunte le “placide acque”, ora vedo certe lettere come certe case: demolirle sarebbe più semplice che ristrutturarle; e se le vedo come campi che pure ho arato, mi vedo anche come il seminatore che non sa più distinguere il grano dal loglio, e che è solo per questo che non si arrende alla cenere.

Ho suscitato la domanda più di una ventina di anni fa. Non credo di essere migliorato, quindi, lascio “ai posteri l’ardua sentenza.” Mi si chiederà: perchè dirsi Finocchio quando la Cultura in Lgbt sta facendo così tanto per farci riconoscere come gay? Mi rispondo: perché, per quanto si dia da fare, solo i forbiti ci pensano così: gli altri, no. A presa d’atto, ne ° conseguita l’abitudine di prendere “il toro per le corna.”

grurit

Da un cristiano amareggiato

manofronteDi Cristo hanno detto di tutto e di più. A maggiorata conoscenza, però, di quell’identità è prevalentemente rimasta la fede di chi non sa camminare con le proprie gambe. Nonostante la personale delusione, comunque in quell’idea ci trovo il desiderio del fratello maggiore che non ho avuto. Fra fratelli non ci si separa. Al più ci allontana la vita: avrà le sue ragioni. Più facile viverle che gestirle, le vie della vita: non per chi ha bisogno di non vivere la propria. Gli occhi del bambino che sono stato e che nonostante tutto ancora spero di essere e restare, ora lo vedono meglio l’Avatar che hanno usato per mettere l’anima in servitù. Meglio avrebbero fatto i soggetti in discorso (e meglio farebbero) a mettersi al collo una macina da mulino. Quanto dolore mi sarei risparmiato, e quante teologiche ciance sul Figlio e sul Padre. Per quanto amareggiato, comunque confido nell’acqua che verifichiamo pulita, (cristiana o no che sia) e butto la sporca. E’ sporca l’acqua che rinverdisce le rive melmose: cristiane o no che sia. L’acqua simbolizza la vita. Sono riconoscibili, quelle rive, dalla gramigna che ci nasce. Non ne elenco i generi. Nessuno ha bisogno di me per nominarli, e ognuno ha bisogno di sé, per poterla vedere secondo sé: anche perché non sono un “pescatore d’uomini”! Al più, nella vita e della vita, pesco quello che scrivo: questa lettera, ad esempio.

grurit

Nei bidoni dell’amore

Vitaliano, 65 anni, si è rivolto direttamente al nostro giornale. * La sua sembra una storia di «mala educacion» uscita dalla sceneggiatura di un film di Almodovar. Operaio in pensione e con un passato di impegno sociale in una comunità per tossicodipendenti, * l’uomo, che risiede a Verona da circa quarant’anni narra un’infanzia vissuta tra orfanatrofi e istituti religiosi.

manofronte

Venni abbandonato due volte: prima dai miei genitori naturali e poi dai responsabili del collegio che riversarono su di me la colpa per le attenzioni pedofile di un sacerdote. Lo ricordo bene ma nei suoi confronti», sottolinea, «non coltivo rancore perché la vera violenza l’ho subita dai superiori». Vitaliano trattiene l’emozione a fatica. «Mi sentii un reietto… mi sembra ancora di vedere l’espressione impietrita della mia mamma adottiva quando le dissero di riportarmi a casa.” La sua storia sconfina nella zona grigia in cui violenza e complicità si confondono. «Frequentavo la terza elementare», racconta, «e dopo l’orfanotrofio agli Esposti di Padova. Gli esposti mi scaricarono in un istituto religioso, non di Verona, dove divenni oggetto del piacere pedofilo di un sacerdote.

Dico oggetto», sottolinea, «perché non ero consapevole del significato di quel piacere, ma ne fui anche soggetto, perché, sia pure nella mia coscienza di minore, cercai e condivisi quel piacere. Noi per quanto ragazzini conoscevamo le preferenze di quel prete, e fra di noi sapevamo chi era l’amante in carica e quello che non era più nella sue grazie». Il passato riaffiora, i volti, dopo oltre cinquant’anni, sembrano materializzarsi: «Ricordo un biondino del mio stesso paese, ricordo un chioggiotto dalla forte vitalità. Devo ammetterlo: ad essere scelti, era anche motivo di vanto, perché, per quella scelta, ottenevamo regali che altri non avevano speranza di avere.

Le attenzioni particolari di quel prete, che per quanto mi riguarda aprì forse una porta non chiusa, erano stemperate dai privilegi». L’uomo fa una pausa, come per rimettere ordine nei pensieri. «Non si deve pensare al sessantacinquenne di oggi ma all’orfano di allora, anche di ogni concreto affetto».

Ma è sull’istituzione che l’ex allievo del collegio religioso veneto intende puntare il dito. «Anche nel mio caso», esclama, «si preferì usare la politica del mettiamo tutto a tacere poiché una volta scoperto il fattaccio, il prete ricevette una lettera del superiore generale in cui, notificandogli il trasferimento ad altro collegio, gli si disse di badare meglio ai suoi atti verso i collegiali. Ricordo bene quella lettera scritta a penna in corsivo con inchiostro nero e ne ricordo il contenuto perché quel prete me la fece leggere».

I fatti scorrono nella memoria come fotogrammi di un film. «Il collegio era immerso in un parco, sembrava un angolo di paradiso, mi vedo seduto su una panchina, in lacrime, e di fronte a me il religioso che in tono accusatorio mi rinfaccia di essere la causa dei suoi guai. E dal collegio io fui cacciato, non trasferito.

Tutto considerato, al corruttore andò meglio che al corrotto». Al dolore si somma l’amarezza. «Sono passati più di 50 anni e ho un ricordo nitido dei miei pianti, della mia solitudine di bambino abbandonato, ma non per questo», concude, «è mai venuta meno la mia stima nella chiesa dell’amore, nel suo sacro come nel suo profano. Da allora, però, ho in profondo astio la chiesa del potere: vuoi quando si serve del sacro, vuoi quando si serve del profano».

* Non sono mai stato un operatore di Comunità. Al più, un ufficioso Operatore di Strada. Non mi sono rivolto al giornale. Ho solo spedito una Lettera al Direttore. Da quella, il giornalista ha tratto l’intervista che gli hanno pubblicato.

grurit

Infiniti lutti

“Vedo che dell’animale non frega niente a nessuno”

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manofronte

Considerazione dolente ma eccessiva, direi. Il fatto è che siamo ingabbiati in un sistema complessivo, e che nell’agire in qualche parte dobbiamo tenerne conto delle altre. Ora, per quanto mi riguarda non ha idea di quanto mi faccia incazzare l’ape che si ostina a voler uscire dalla parte del vetro anche quando faccio in modo di fargli capire che gli ho lasciato la finestra aperta! Che faccio per fargli ulteriormente capire la via di salvezza? Tolgo i vetri? No, la costringo a capire usando un piumino per la polvere. Certamente non posso dirmi di non averla almeno spaventata, tuttavia, l’ho salvata. Morale della favola, “ad ogni azione corrisponde una reazione eguale e contraria”; ad eliminare quel contraria, non ci riuscirà neanche la bontà e/o la verità più elevata. Non perché siamo a favore del Male, ma perché, per infiniti motivi, siamo limitati, (vuoi per ignoranza, vuoi per incoscienza) nel perseguire il solo Bene. A proprosito di azioni e reazioni per i limiti detti. Quanto, il vegetariano può dirsi sicuro di non procurare dolore al sedano che stringe fra i denti? O pensa di non farlo perché i sedani non gridano? Qualche volta mi domando se, vita nella verità, altro non porti che al superamento (volente e/o nolente) di infiniti lutti.

grurit

Fatima

manofronteTutto è dato dal Clemente e dal Misericordioso, quindi, sia l’atto felice, che il non felice ai nostro occhi, ma non ai Suoi, in quanto, essendo il Luogo di ogni verità, è anche il Luogo di ogni necessità della vita. Atto non felice agli occhi del Profeta, fu il decesso dei suoi figli maschi. Atto felice presso il Profeta, fu la presenza di Fatima. Se tutto è dato dal Clemente e dal Misericordioso, mi chiedo, perché l’Islam degli inizi non confermò la voce di Fatima come secondo Messaggero? Perché scelse di abbandonarsi nella volontà dell’IO, pensando, nel caso, impossibile accettare la volontà di Dio? Ipotesi fosse, si può dire che l’Islam dell’inizio mancò di fede?

grurit

Nuova minestra?

manofronteVi è stato chi non ha creduto al mio profilo di persona come tante, così, c’è stato chi m’ha preso per illuminato, profeta, guru, e via similando. A questi, ho dato un’unica risposta: macchè, macchè, macchè! In me, non c’è nulla di diverso da altri. Neanche la mia sessualità, tutto considerato non è diversa da quella etero. Ho amato l’uomo, infatti, come uomo che ama una donna, e/o, come donna che ama uomo. Di diverso, forse, ho un superato uso degli attributi, o degli orifizi, ma è una diversità che ha fatto scuola anche agli etero, quindi, è andata a ramengo anche quella mia specificità in amare. Allora, tolto di mezzo le quisquilie, io sono quello che sono, non quello che sembro, Ma, perché, posso sembrare un illuminato, o profeta, o guru, e via similando? A mio avviso, (e forse, forse, e ancora forse), perché dico cose vecchie, in modo non vecchio; forse, perché non dico, sulla vita, ciò che è delle minestre riscaldate. [Almeno, non mi pare.]

grurit

Profeti e profezie

manofronteProfeta è chi dalla cima di un monte vede avvicinarsi una figura. Se quel profeta è prevalentemente portato a non temere la vita, non interpreterà quella figura come una minaccia. Se è prevalentemente portato a temerla, invece, l’interpreterà come nemica. Si può dire, allora, che l’interpretazione delle visioni profetiche è condizionato dallo stato esistenziale (psicologico, culturale, morale) del carattere di vita del dato profeta. Poiché nulla sappiamo di certo sulla vita privata dei profeti (al più la storica dei loro tempi) quale e quanta veridicità c’è nelle visioni raccontate? E perché ancora ci influiscono? Perché le abbiamo riscontrate vere, o perché sopravvissute antichità?

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Ascolta Israele

manofronteLungi da me l’idea di dubitare sulla tua elezione, al più, ricordarti che “eletto” è aggettivo che definisce uno stato di vita assoluto e che vi è un solo Assoluto. Noi, invece, nell’Assoluto, siamo stati di infiniti stati, quindi, eletti tanto quanto gli siamo prossimi e non eletti tanto quanto non prossimi. Della vita, sia come Immagine che come Somiglianza, assoluti principi sono il Bene per la Natura (corpo della vita comunque effigiata) il Vero per la Cultura (pensiero della vita comunque raggiunto) e il Giusto per lo Spirito: forza della vita comunque agita. Visto così le cose, e vista così la tua vita, quanto può dirsi oggettivamente eletta la tua condizione, o quanto formalmente fissata dal tuo crederlo? Certo: è domanda da rivolgere anche al restante mondo, ma da qualche porta bisogna pure ritrovare il bandolo della matassa, e se a domandarsi dove sia non cominciano gli Eletti, chi mai dovrebbe farlo? Quelli che “non sanno quello che fanno”?

grurit

Regine

carlabruni manofronte

Tutto mi sognerò di dirla ma non donna e non femmina. Perché, allora, affascina anche me, notoriamente esente da etero lusinghe? Nel mondo gay, donne di questo carisma le si dice Regine. Perché? A mio parere, sono regine le Donne che possiedono la virtù di essere sovrane, nel senso di esemplari primi. Cosa, le fa esemplari primi? A mio sentire, le fa primi la naturale capacità di far emergere delle fantasie sesso – emotive, che rubando il termine a certi antibiottici mi vien da dire “ad ampio spetro”. Per questo senso e funzione, le direi vie maestre di una sessualità transculturale.

grurit

Chi é più imbecille?

manofronteE’ una vita che si canta “l’è un bravo ragasso peccato che sia culaton” con toni da dispiaciuta  ma inevitabile bocciatura dei maestri in eterosessualità. Lo cantano anche gli stessi interessati, quando vogliono assolversi dal sotteso disprezzo con una risata. Gli stessi che danno della “passiva” allo sconosciuto gay che esprime della femminilizzazione. Chi è più imbecille? Il simile che deride un simile, e/o chi non si rende conto di fornire un alibi alla violenza degli imbecilli?

grurit

C’è un problema!

Gentleman Grindr: cosa significa dirci attivi?

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manofronte

Se un problema è come un arancia, è chiaro che di quella vedo gli spicchi che ho davanti gli occhi. In particolare, gli spicchi post del Culo e i relativi commenti. Resto non poco perplesso per le notevoli confusioni che ci sono nelle storie pubblicate circa le figure e i ruoli esistenziali e sessuali detti. Portati ai minimi termini i principi della sessualità Omo, ai miei tempi stavano prevalentemente così: prima me lo dai (o me la dai) e se vai bene dopo ci pensiamo. Atteggiamento, certamente maschilista, nonché simil etero. Ora succede, invece, che si stia assumendo il principio (non solo sessuale) della Donna: prima vedo se ti posso amare e se va bene dopo te lo do. Anche per il caso della Donna mi riferisco sempre a quella dei miei tempi. Ovvio che i tempi cambiano e (con le parole per dirli) anche i principi, ma se adottiamo (come si sta via più facendo) il principio di vita della Donna, ne consegue che ci stiamo femminilizzando? Non sarebbe una scoperta. Sia pure nicchiando, lo sta diventando anche il mondo etero. Ma se ci stiamo femminilizzando, quale è adesso il vero senso dell’affermazione “sono attivo”, visto che non vi può essere femminilizzazione dove non si adotta l’accoglienza che è il primcipio naturale e culturale della Donna? Io non lo trovo. E, voi?

grurit

Sessualità conforme?

Un, due, tre, fante, cavallo, re.

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manofronte

C’è chi si pensa di non essere omosessuale perché non desidera il simile, e c’è chi dice di non essere gay ma etero perché sta rifiutando l’idea di essere visto (e di vedersi) come femmina. Domando: è stata l’Omofobia a scrivere “checca” nella parte della lavagna riservata ai cattivi, o siamo stati noi? E’ così difficile capire che nell’uso del sesso, la passività esiste solo negli stupri? E’ così difficile capire che la sessualità è AlternAttiva, e che bloccare ogni stimolo erotico culturalmente non convenuto rende uomini e maschi a scartamento ridotto? “Beati i diversi, essendo loro diversi…” Mi domando: a quale prezzo e a quale norma stiamo cedendo il diritto di non essere tutti uguali?

grurit

Ridi pagliaccio.

Sei un genitore!

Da Valentina Lunghi di “Genitori Adottivi” leggo: sono racconti tristissimi. Sicuramente dovrà lavorare su questi punti … se si pensa che nei primi tre anni si forma la maggior parte di quello che siamo e le basi della personalità … quanta strada dobbiamo essere pronti a percorrere con e per i nostri figli.”.

manofronte

Come sempre mi capita, qui o altrove, vi sono commenti che innescano l’effetto Star Trek, così, mi ritrovo nell’altrove che pure ho lasciato da mo’: il passato. Certamente non vivevo epoche da bombardamenti bellici, né da stupri, né da bestiale violenza. Naturalmente, tutto sta a vedere cosa si può anche intendere per bombardamenti, stupri, bestiale violenza. Per quanto mi riguarda non mi sono fatto mancare niente, e se in un mio post qualcuno ha scritto “tristezza”, vuol dire che me la sto portando ancora sulle spalle. Si, di prevalenza il mondo è una fogna! I bambini e/o i ragazzi che fuggono da guerre, come altri da guerre analoghe alle mie, ancora non lo sanno, o meglio, lo sanno, ma per il sentire, più che per il sapere. Devo aver avuto (e devono avere) una capacità di resistenza che solo il cielo lo sa, perché, se è vero che sono stato lesionato da bombardamenti (come tutti d’altra parte) non sono crollato! A distanza di decenni mi sono reso conto che mi ero rifugiato in me stesso. Lo chiamano autismo, adesso, ma mica lo sapevo sotto i bombardamenti. Non per questo sono diventato autistico. Forse perché, buio il rifugio, sono rimasto vicino alla porta. Ci sono rimasto decenni, vicino a quella porta! L’ho lasciata, piano, un po’ alla volta, da ieri, mi dico. Guerre e bombardamenti su di me, tutto hanno fatto fuorché trasformarmi in un allegrone. Tanto più, che non mi era mancato l’indubbio contributo di tempi, cause, povertà, non solo materiali. La domanda lascia il tempo che trova, ovviamente, ma me la sono posta lo stesso: sarei uscito prima dai miei scuri rifugi se attorno a me avessi trovato, non dico dell’allegria ma almeno delle belle giornate? Molto lo fa pensare. Chi avrebbe dovuto darmi delle belle giornate? Chi, dentro, (e non di certo per sua causa) non ne aveva proprio? Il mondo, nelle stesse condizioni? Ecco! I bambini che non trovano genitori e mondi con belle giornate dentro, sono destinati a rifugiarsi negli antri che si fanno a loro uso, consumo, e difesa. Vengono da storie tristi? E’ chiaro che intristiscono, ma altrettanto sia chiaro, che la tristezza che ci comunicano la dobbiamo assorbire, e dopo avergliela cambiata in cielo sereno, restituire. Intanto vi piange il cuore? Ridi, pagliaccio: sei un genitore! Consiglio un po’ estremo, mi direte! Vero, ma non è anche vero che in guerra e in amore tutto vale? Allora, buon canto!

 ps. Non se ne abbiano dei miei scritti i genitori che sanno. Non è per loro che scrivo.

grurit

Nel “tradimento”

Quali, le parti in causa?

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manofronte

Nella scissione che diciamo tradimento, ciò che viene ferita è la vanità, il possesso, o l’unione di un’alleanza? Tutte e tre in alcuni casi, o uno o l’altro caso in altri. Certo è, che non solo “la donna e mobile” ma anche la vita. Quello che separa in certi casi, quindi, unisce e/o rinsalda in altri. Vi è vero tradimento, a mio tardo vedere, quando una parte tradisce la vita dell’altra perché ne “uccide” la fiducia, ma anche lì, su quali verità era basata? Su delle reali? Su delle ideali? Su delle illusioni? Per quanto riguarda il resto della carne, in veneto si dice ” na’ lavada e na sugada’ e l’è come mai usada.” All’interno di questo non vedo tradimento. Vedo, invece, motivo di riflessione sul fatto che in genere, nessuno è sufficente all’altro/a al 100% e che dovremmo farcene una ragione quando una o l’altra parte sente un compensativo bisogno.

grurit