ARGOMENTI

grurit

Se fossi in Palestina

Cazzi acidi per tutti!

 

 

 

 

 

manofronte

Nell’ultimo viaggio turistico che ho fatto (era anche il primo, e mi sa che sarà anche l’ultimo) sono capitato a Roma. Per un paio di notti ho alloggiato in una casa diroccata in cima al Monte dei Cocci, al Testaccio. Giusto per dirti che quando si tratta di classe non mi faccio mancare nulla! Mi aveva alloggiato un piccolo (piccolo per i miei sentimenti materni, non piccolo per età) che avevo trovato al Colosseo fra un infinito odore di piscio di cavallo. Chiedo al piccolo di farmi fare un giro per Roma. Mi carica su di un paio di tram, è oplà, accontentato nel giro di manco due ore. Preferiva andare a Ostia, lui! Per fartela corta, su di uno dei tram, il guidatore mi dice: qui non si fuma! Giusto! Quello, però, aveva in bocca un sigaro acceso! Non saprei dirti da dove mi sia saltata fuori quell’arroganza da Romoletto a Castro Petrorio, fatto stà, che l’ho sfidato, (lui, un armadio a tre ante rispetto a me) accendendo immediatamente una sigaretta! Morale della favola: lui non ha buttato il sigaro ed io non ho buttato la sigaretta. Punto! Piccolezza, mi si dirà. Vero, ma, quell’atteggiamento mi è saltato fuori anche in altri più seriosi casi. Capitano, nei gironi della notte.  Non sono forte fisicamente. Cosciente di questo rifuggo lo scontro fisico. Sono certo, però, che saprei trovare anche della forza per affrontarlo (mi è capitato) ma, generalmente, mi manca il detonatore principe: l’odio verso l’altro. In Palestina non è che manchi. E se fossi palestinese, anche mio malgrado mi ci troverei alimentato. Non avendo forza fisica (come dicevo) ho dovuto supplire. Così, sono sempre uscito dai miei guai usando due armi che conosco bene: la parola, e la maniera di porla. Cazzi acidi per i miei avversari, se fossi in Palestina, armato di odio, di parola, e di maniera di porla.

Datata Giugno 2007

grurit

“Non sento più la voce di Dio”

manofronteE’ capitato a Woitila, quindi, quello che si dice capitato anche a Cristo: sentirsi abbandonati dal Padre perché non ne sentivano più la voce. E’ padre chi procrea una vita. Elevando il pensiero, si può dire che è Padre anche chi ha originato la vita. Il chi, (se vi è un chi) il come e l’identità non sono in discorso. E’ voce, il suono dell’emozione. Si può dire, allora, che non sentivano più la voce perché non sentivano più l’emozione che li faceva sentire vita della e nella Vita, o con altro dire, figli del e nel Padre. A un credente può capitare di sentirsi in relazione con il Padre, tanto quanto, fra i principi che reputa di Dio e i suoi, vi è stato di eletta comunione. Dove (almeno secondo fede) la morte non scinde (culturalmente e spiritualmente parlando) una vita dalla Vita, lo può la Natura: contenitore comunque effigiato, di contenuti comunque raggiunti. La scissione del contenitore della vita (la Natura) dal suo pensiero (Cultura) e dalla sua vitalità (forza dello spirito dato lo Spirito) può capitare all’improvviso come per gradi. Nei soggetti in esempio è successo per gradi, e per gradi, hanno potuto rendersi conto dell’abbandono che emotivamente vivevano, ma, è stato vero abbandono, e chi ha abbandonato chi? L’idea della vita che diciamo Dio e/o Padre è prima. Come prima, è sovrana e assoluta. In quanto tale, dipendente solo da sé stessa. In questo e per questo, esente da qualsiasi altro stato emotivo. Se questa è l’immagine prima della vita, questa non è l’immagine di qualsiasi somiglianza da quella derivata. Nella somigliante, infatti, la sua vita vive infinite emozioni, e fra queste (voluto o subito) l’abbandono. Ciò che non può essere del Padre e nel Padre, quindi, lo è nella sua “figliolanza”. Ed è solo della e nella “figliolanza”, pertanto, la capacità di abbandonare come quella di abbandonarsi. Da ciò ne consegue, che l’abbandono vissuto era di loro da loro, e che del Padre, da loro non poteva assolutamente essere abbandonati, avendo il Principio della vita, un solo principio di vita: quello di dare vita. Figlio, Santi o Profeti che si possa dire, all’umanità non sfugge nessuno, ma il Principio della vita (la vita del Padre) è Clemente e Misericordioso.

grurit

A proposito di abbandoni

Perché, Vitaliano?

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manofronte

Ho finito di lavorare. Sono a casa. Mi lavo alla “michelinopaneevino”, e apro il Fettente! Si, proprio con due T. Raccolgo i pensieri. Mi guardo attorno. Se è vero che “polvere torneremo”, a casa mia si è depositato, un intero cimitero! Negli angoli, vedo esercitazioni di ragno. Perché, Vitaliano, non da oggi stai abbandonando la tua casa?! Quale abbandono rappresenta, l’abbandono della tua casa? Un abbandono di te? Un abbandono del tuo reale sociale? Forse perché ti hanno abbandonato? Abbandono della vita, no! Ho troppe certezze! Per quali “certezze” allora, si giunge ad abbandonare la riva reale per aggraparci a quella ideale? Perché il reale violenta, ma non l’ideale? Cosa mi dici, tu, polvere della mia scrivania?

“Abbandono significa anche rilassamento, cedimento, ritiro. Credo tu ti sia lasciata andare”, risponde la polvere che a casa mia é diventata decorativa 🙂 “Abbandono” é ciò di cui siamo fatti, ciò da cui siamo stati originati, ciò per cui siamo stati violati, non puoi liberartene, perciò lo espandi anche senza volere nella vita e nelle cose della vita. Siamo polvere, solitudine, fierezza… siamo anche debolezza, ma sopra ogni cosa siamo pura speranza, e lo si può constatare dalle tue parole e dai tuoi ideali. Forse pochi conoscono l’etimologia di questo termine (abbandonare) apparentemente infelice, ma che in realtà viene dal francese abandonner, che a sua volta deriva da “(être) à bandon” = “(essere) in potere di”. La chiave per indirizzare le nostre forze nel cammino più giusto ce l’abbiamo proprio grazie al destino che ci é toccato.”

“Tutti noi siamo abbandonati al nostro destino…”

Permettimi di escludermi da un “cosmico pessimismo”, che, mi pare, è stato anche la visione della vita del precedente papa. Il destino, è frutto degli atti che facciamo, con quelli che, purtroppo, subiamo. E’ frutto di scelte veritiere, e di scelte erronee. In definitiva, è il frutto di una vita, agente – agita, all’interno di un Tutto. In questo Tutto, quando una vita si sente abbandonata? Direi, quando non trova il Padre. In questo momento, non penso al Padre che è nei piani alti della spiritualità, ma solo, ad un ideale guida. Sino a che non lo si trova, certamente possiamo dirci “orfani”, e subire la solitudine che è nello sentirsi abbandonati. Tuttavia, se si abbandona la ricerca del filo guida, possiamo imputare colpa, al Padre? Direi, di no. Direi piuttosto, (se di “colpa” vogliamo parlare), che la colpa è del “figlio”, perché rinuncia, per abbandono, alla ricerca dei suoi principi di vita: ivi compreso, quelli dell’amore. Nel sentirsi abbandonati per rinuncia di ricerca del Padre, vedo un ulteriore errore. E’ quello che facciamo, quando mettiamo la parola fine, ad una vita, che non abbiamo ancora finito, di leggere e di scrivere. 

“Il filo guida non sempre si trova, a volte serve un ‘introspezione profonda perciò ci sentiamo abbandonati al destino: pensiamo di non farcela…”

Quando pensiamo di non farcela, perché, anziché sentirsi abbandonati al destino, non ci domandiamo, se non stiamo, appunto, “scavando” troppo, nella profondità di noi stessi? Un esempio per semplificare: se mi pianti un badile troppo profondamente nel terreno, rischi, non solo di non alzare quello che volevi alzare, ma anche di non saper più come togliere il badile piantato. Ecco! L’introspezione profonda” che dici necessaria per trovare il nostro Filo guida, Nadia, è come usare il badile, col modo in esempio! E’ chiaro che ti senti “abbandonata”, ma, dalla tua vita, o solamente dalla dimostrazione di una non idonea, e contestuale capacità di scavo? Mi ci sono voluti 62 anni di abbandono per capire che la vita è di una sconvolgente semplicità! A te ed a Nat84, auguro, ovviamente, di metterci molto meno tempo! Naturalmente, se non pianterete il badile troppo in profondità!

Giugno 2006

grurit

La pelle negra

del Finocchio bianco

“Ma proprio non vedo cosa c’entri l’omosessualità nella visionarietà di Pasolini è uno dei tanti fattori che l’hanno costruito… e basta.”

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manofronte

Basta, lo dici tu! Certamente non conosco l’animo omosessuale, personale, di Pasolini, tuttavia, se me lo permetti, conosco, sulla mia pelle l’animo dell’omossessualità rifiutata! Ti garantisco, che non è rifiutata e basta! Come non è accettata e basta! Hai ben visto come è stato accettato l’animo omosessuale di Pasolini! E, tu mi dici, e basta? Nell’animo dell’omosessualità rifiutata vi è un costante bisogno di “riento”. Non cessa mai! Forma, quel bisogno (o al caso deforma) l’identità omosessuale in tutti i suoi atti: vuoi comuni, vuoi visionari. L’animo omosessuale anela al rientro (intendi rientro nel senso più ampio dei significati) e lo compie, quanto non totalmente, infiltrandosi per infinite vie, modi, emozioni. E’ un animo “negro”, quello dell’omosessualità rifiutata! E la cosidetta gayezza, è il suo blues. Dove un animo omosessuale (ma, a questo punto, anche eterosessuale anche se meno pesantemente gravato dal suo segno) sente “stretto” al suo spirito l’alveo a cui tende “la pargoletta mano”, per quanto può lo cambia, dove non riesce a cambiarlo lo “sogna”. Maggiore il sogno, maggiore il Visionario. Lo “sogna” al punto, da diventargli, anche fissazione; da diventargli anche “malattia”! Sono stato chiaro quanto basta! Io non sono un tuo amico. Sono un tuo corrispondente: spero educato, spero civile, spero capace di esprimersi. Se non ci riesco come vorrei, me ne dolgo. In un prossimo futuro, spero di tornare anche più calmo. Non mi interessa chi sia il tuo ex amico, ne le ragioni della vostra separazione: punto! Non sono l’alter ego di nessuno: punto! Tanto meno di una persona che non apprezzi più: punto! Non vedo, pertanto, cosa tu debba sperare, “sopratutto per me”. Tanto meno vedo, perché decidi, tu, come e dove collocare la mia vita, cioè se presso i tuoi amici graditi, o se presso quelli sgraditi: punto! Nessuno ti ha chiesto niente, quindi, tu mi lasci dove sto: punto! Già che ci sono: dei tuoi giudizi e delle tue idee su di me non me ne frega niente: punto! Riserva a te, quindi, delle speranze che a mio indirizzo sento condizionanti e pertanto, a me improprie! Punto!

Del Giugno 2006

grurit

Amare non è incatenare

manofronteNessuno può invadere un’altra persona, a meno che non la voglia rendere suddita, usando il sentimento come ricatto. La strada dell’indipendenza è piena di questi ricatti. Dicono di essere amore, invece, sono catene! Separarsi da quelle catene, non solo è necessario ma doveroso! E’ ovvio che se i ricatti amorosi hanno la sudditanza come prezzo, altrettanto è ovvio che anche il riscatto da quei ricatti ha un costo: il dolore che è in ogni separazione. Separare come hai fatto, non significa rivoluzionare dei rapporti. Questo lo temono quelli che basano il proprio essere, detenendo la vita dell’altro. Da questi, ogni inversione di ruolo, viene vissuto come un attacco alla personalistica carica. Separarsi, invece, significa prendere atto che ogni persona è distinta da un’altra. Caso mai, dipendente, ma, non sino al punto da essere coartata, coperta, prevaricata. Nel crescere, queste separazioni sono all’ordine del giorno. Sono così comuni che (almeno nei fatti meno dolorosi) non ci facciamo più caso, pure, hanno tutte lo stesso significato: la distinzione fra sé e l’altro. Il dolore nella separazione (per la riappropriazione di sè) è importantissima componente della strutturazione del personale carattere. Il dolore, (come anche il piacere), sono due ordini pedagogici. Entro questi, il crescente si prova, si conosce, capisce quanto è in grado di sopportare (nel dolore) la mancanza del piacere.

Il piacere, (essendo vita), gli dice quanto è giusta la sua rivendicazione. Il dolore, invece, gli dice quanto è sbagliata. La verità è nel mezzo fra i due maestri. E’ nell’assenza del dolore, ma non per questo, assenza di piacere. Ad ognuno la propria ricetta. Non può che essere così, se, ognuno, vuol diventare sé stesso. Un’ultima cosa. Tu sei sempre disponibile verso gli altri. Le persone disponibili sono come delle case sempre aperte. Veglia sulla tua disponibilità se non vuoi ritrovarti come una casa svuotata dagli approfittatori. Questo non significa che ti devi chiudere. Gli estremi sono sempre erronei. Significa solo che alla porta della tua casa – disponibilità, deve far la guardia la tua capacità di scelta, il tuo discernimento. Bada anche ad un altro aspetto della disponibilità. Può apparire sempre disponibile, chi ha una tal fame di vita da non porre limiti alla fame altrui. Stai attenta! Vi sono fiori che aprono al mondo la propria bellezza, ma, quel che pare generosità, altro non è che una più generale esca per la fame del fiore, non per quella di chi si serve di un fiore per soddisfare la sua fame di vita. Quindi, distingui, se soffri perché ti manca dell’amore, o se soffri perché, il tuo essere, è un’esca insufficientemente appagata.

Datata Luglio 2006

grurit

L’amore

manofronteL’amore che ci fa piangere ci sta dicendo che non siamo adatti all’amante che desideriamo. Può anche essere che ci dica necessario superare quei pianti pur di giungere al reciproco adattamento. Pur avendo sempre vissuto la seconda ipotesi, sento più vera la prima.

Datata Novembre 2006

 

grurit

Adottivi e margherite

manofronteHo letto della questione “Fallimenti Adottivi” ancora tempo fa, ma tutt’ora mi gira per lo “stomaco” come alimento non digerito. Dettaglio a parte, mi reputo un buon ignorante perché non mi curo di quanto già detto in congressi e/o in varie tesi, e quando sono grovigli complessi quando non complicati, taglio! Ora, perché mai uno/a o ambedue genitore adottivi dovrebbero sentirsi falliti? Del fatto, poi, non mi risulta analogo senso di fallimento da parte di genitori socialmente omogenei, eppure, ne avrebbero ben donde! Perché mancanti come nutritori? Qualche psichiatrico caso a parte, non direi! Mancanti come delegati a porre educazioni e norme? Qualche psichiatrico caso a parte, non direi! Naturale o no che sia il figlio/a, tutti i genitori fanno del loro meglio per farlo crescere al meglio. Qualche psichiatrico caso a parte, non vedo proprio chi non lo fa! E, allora? Nel giardino della vita ci sono infiniti fiori, infiniti colori, e infiniti giardinieri. Ha motivo di dirsi fallito compito il giardiniere che pianta margherite e quelle ottiene? Direi proprio di no! Ammettiamo, ora, che il giardiniere che ha piantato le classiche margherite, se ne veda spuntare di non classiche. Di fallito “mestiere”? Non direi: é pur sempre nata una margherita! La voleva solo col gambo verde, i petali bianchi, e gialla dove non mi ricordo come si chiama? Si, un qualche senso di fallimento “professionale”, qui, comincia ad emergere, ma, se ha fatto del suo meglio, e quel senso persiste, perché? Certamente leciti i sensi di fallimento “professionale” di genitore (adottivo o no) ma se mi giungono a rifiutare quando cresciuto nella sua aiola, in ballo c’è la capacità di “mestiere”, e/o l’intima identità del giardiniere? Con altre parole: in ballo c’è la margherita, o quanto di sé il giardiniere ha proiettato e/o proietta sulla margherita? Ammessa l’ipotesi, si può escludere che il senso di un fallimento così basato non passi nell’identità dell’erede?

grurit

 

Volontariato e vanità

Corrispondenza di intenzioni fra quelle della vita (il tutto dal Principio) e quelle del Volontariato

L’ultima volta che ci siamo visti, D. ha ampiamente dimostrato di essere un notevole messaggero di idee. A proposito di messaggi e di idee, vi racconto un mio brevissimo sogno. Frastornato stavo guardando l’enorme quantitativo di lettere (sino al ginocchio) che, all’apertura dalla cassetta, mi era caduta sulle gambe. Le buste erano di vari colori e di molte dimensioni. Per quanto collocate nella mia cassetta (ma come avevano fatto a starci?!) solo alcune erano indirizzate a me. Mi stavo domandando il perché, cosa ne avrei fatto e come recapitarle ai legittimi destinatari quando mi sono svegliato. A mio avviso, la spiegazione del sogno è questa.

Una cassetta postale è come una mente. Come cassetta postale, la mente ha la possibilità; di contenere moltissima corrispondenza (pensieri, relazioni, fatti, storie ecc.) sia personale che di altra vita. Da parte del titolare della data mente, dunque, ne consegue la necessità di vagliare quella che effettivamente gli corrisponde. Come? Direi, in ragione del suo indirizzo reale ed ideale personale. Come non confondere la corrispondenza che appartiene al mondo soggettivo (personale realtà e personali ideali) da quello che vorremmo fosse (l’ideale in assoluto) perché seguendo quella del Principio ne riceviamo l’idea? Come evitare delle più che possibili sovrapposizioni fra ciò che è e ciò che aneliamo? Per il reale, direi che potremo ricevere la giusta posta (la giusta idea) tanto più ci manterremo all’interno delle guide date da tutto ciò che è attinente all’io che nel suo tempo si manifesta nel corrente modo ma, come per l’ideale?

Coniugare il reale con l’ideale senza andare fuori dei modi e dei tempi correnti a noi e al sociale (cioè senza andare fuori dal luogo della mente, o con altre parole, dalla testa) è tutt’altro che semplice: tanto più che restare dentro noi, i modi ed i tempi, non necessariamente vuol dire fermare la vita nostra e sociale. Vuol dire, però cercar di agire l’ideale secondo il reale. Collegare i due passi non può non implicare la necessità; (nonostante l’avversa tensione della nostra parte ideale) di rallentare il passo verso l’aspirazione che ci proponiamo. Lo dobbiamo rallentare dove si rischia (procedendo oltre noi, i modi e i correnti tempi) di separarci dalla vita che personalmente viviamo,  e/o da quella che nel reale ci accomuna ad altra, o da ambo i vissuti. In soldoni: l’idea deve suggerire il percorso ma la ragione personale deve suggerire l’ampiezza del passo.

Il male è dolore naturale e spirituale da errore culturale. Ogni volta mi succede di incontrare una realtà nel male (in genere nella tossicodipendenza) o di pensare ad una realtà di male mia od altra, poco prima sento una pressione sulla scapola destra.

Ogni volta mi capita di dover scrivere sento un interiore malessere: una sorta malinconia. Sentivo l’uno e l’altra, prima del vostro arrivo. Certamente non avevo motivo di collegare quel disagio con la vostra presenza, sennonché siete stati latori di non serene novità; al che, collegare il malessere con le novità mi è stato conseguente.

In effetti, nelle novità; che mi avete comunicato, più che errori vedo difficoltà di realizzazione, eppure, se malessere c’è stato, in quello che mi avete comunicato ci deve essere dell’errore. Lo sostengo con certezza perché anni di analoghi accadimenti, mi hanno confermato il collegamenti fra malessere interiore ed errore. Non è detto che l’errore stia nelle iniziative di bene che vi proponete di fare, ma, allora, dove? Pensa che ti ripensa sono giunto alla seguente conclusione. L’errore potrebbe consistere in un costo (umano? culturale? spirituale?) dell’ erroneo prezzo rivelato dalla difficoltà di realizzazione che ho ipotizzato.

Non è necessariamente detto che siate voi a dover pagare il prezzo dell’errore. A pagarlo potrebbero essere o i vostri assistiti, o, in parti o nell’insieme la vostra Associazione, o in parti o nell’insieme le vostre principianti finalità; culturali o spirituali, o in parti o nell’insieme i vostri collaboratori: i volontari.

Tutti noi, per qualche verso carismatici, aneliamo il Bene, non solo come principio della nostra vita umana ma anche della nostra vita spirituale. In genere, nei carismatici spirituali, l’anelito verso il bene non si principia dalla ragione bensì dal cuore: simbolizzato luogo dell’emozione (l’emozione è la parola dello Spirito) della Natura della vita: il bene. Nel vostro senso (ed io nel mio) ci stiamo occupando, non di quelli che si sono fatti ultimi ma, di quelli che sono ultimi appunto perché non sanno (e/o non fanno) più appropriata scelta.

Principalmente, fra quelli non portiamo la ragione (il bene della Cultura) ma sentimento di vita, cioè, il bene naturale che allevia la parte del bene che negli ultimi è provata dal male. Ebbene, pur non modificando il principio delle vostre scelte (ad ognuno il suo cuore)  adesso sentite il bisogno di elevarne la ragione, non tanto presso gli ultimi (che rimane) quanto presso il sociale. Quanto, con la stessa forza di spirito potrete nel contempo servire sia gli ultimi che il sociale, se, inoltrandovi in questo stato, potreste incorrere nell’errore di allontanarvi da quelli presso i quali la Vita vi ha collocato, e che voi volete collocarvi in altro modo?

Un cuore bilanciato quando non diviso fra due direzioni, riuscirà; a stare in ambo le mete, oppure, per questioni di forza (direi anche necessariamente) sarà costretto a dividersi per meglio fare fronte alle questioni che si è proposto? La divisione, potrebbe o no, indebolire la sua potenza e la corrispondente efficacia? Una forza divisa, quanto sarà integra motrice (integra perché unitaria) del principio della vostra vita (quello verso il Bene della Natura della Vita recando del bene alla Natura di questa) che vi ha sinora motivati?

Ambire, di per sé non è un male. male lo diventa, tanto quanto non tiene conto che di sé stessa. In qualsiasi azione, il desiderio di una meta che tiene conto solo di sè stessa porta in dote la vanità e quanto è necessario per dimostrarla: vuoi a sè vuoi ad altro da sè.

A questo punto, dirigersi verso la Cultura sociale (sia pure per servire meglio gli ultimi) è sempre ambire il Bene spirituale o può iniziare a diventare la vanitosa affermazione personale che ipotizzo? La vanità nell’opera può anche far giungere a violentare (sino allo squilibrio) gli originali intenti del vostro volontariato.

Nella contingenza in cui si ci trova ad operare, quanto è giusto modificare la nostra condizione? Modificandola (nel senso di ampliarla e/o diversificarla oltre le nostre effettive possibilità) siamo così sicuri che quelli ai quali daremo meno cuore perché occupati da altro “cuore”  si sentano sufficientemente compensati da più dotte e/o da più determinanti intenzioni?

Debi dice che intende, comunque, restare un povero. Al proposito non ho dubbi, però, suppongo che si riferisca ad una povertà economica. A fronte delle iniziative in atto (rendere il vostro Gruppo da “privato” a convenzionato) e di quelle arricchenti in cantiere, quanto Debi riuscirà a restare il povero di spirito che agisce con la sola forza della sua vita?

Miei cari, giunto al fin del letterone, comunque, non so dove sia l’errore che sospetto con sufficiente certezza, ma, sento che è nelle questioni che ho sollevato. E’ indubbio che non mi sarei sognato di farvi questo genere di discorsi se non sapessi che fra le vostre mete vi è la ricerca della spiritualità: rapporto di vita fra il nostro Spirito e quello della Vita: il Tutto dal Principio.

calamaio

Immigrazione, comunicazione, catene.

Alla cortese attenzione: Lettere al Direttore de l’Arena, sua sede in città.

Avevo bisogno di riparare un soprabito e sono andato in sartoria. Cinesi, i gestori. Giovani. Sorridenti. Cortesi. Premurosi. Italiano zero! Nell’internazionale linguaggio che va sotto il nome di Io Tarzan – Tu Jane riesco a farmi capire. Non per ultimo, ausiliato dal mai abbastanza benedetto (anche se limitato) traduttore di Google e da Internet. In Rete trovo una scuola serale gratuita per immigrati (non l’unica a dire il vero) al costo dei 15 euro che coprono una forma assicurativa se non ho capito male. Sempre con i mezzi sopra detti riesco a proporgliela. Sto dicendogli l’opzione quando nel negozio entra un loro connazionale. Anche questo cinese. Anche questo giovane, simpatico, e, parlandone con spontanea simpatia, alla Paul Belmondo per la somigliante faccia da schiaffi. Parla italiano. Mi chiede chi sono, cosa voglio, perché lo faccio. Gli dico che sono un cliente, che ho visto la difficile per non dire impossibile comunicazione dei due gestori, gli faccio notare che in Cina farei ben pochi affari se non sapessi un minimo di cinese, e che è cosa identica per i suoi due connazionali. Telefono ad un sindacato, al Cestim a due scuole. Mi faccio dare numeri telefonici, indirizzi, e dire condizioni; insomma, in giro di un quarto d’ora metto i due immigrati nella condizione di sapere cosa fare e dove andare per farlo ma, l’atmosfera non è più come prima! L’intervenuto, quello che conosce l’italiano, tende a sfottere. Si sente che non è interessato. Si sente che vuol sminuire l’interesse che ho suscitato nel due giovani del negozio. Preferisco non rilevare. Faccio per pagare ma ho dimenticato a casa il portafoglio. Lascio in negozio quanto dovevo ritirare, vado a casa, prendo i soldi, torno in negozio, pago, ritiro. Fra il prima ed il dopo non posso non notare che della cortesia è sparito l’anima: solo è rimasta la forma. Esco. Torno a casa. Verifico il lavoro. Ottima, la cucitura della tasca del soprabito. Dei due lavori, quello capito maggiormente perché facilmente intuibile sia per i Tarzan e i Jane che reciprocamente siamo stati. Non da oggi è noto che per qualsiasi forma di potere, il supino che non sa comunicare sé stesso ad altri e/o alla società è destinato a restare un servo (del potere in caso) quando non, dello stesso potere, o un utile idiota, o, a vari livelli, un complice. In toto quando non in parte, ciò che libera è il possesso della parola: nascita che avviene per contestuale natura, e/o per appresa cultura. Il mio disinteressato coinvolgimento con le difficoltà linguistiche dei due gestori ha mosso ciò che non doveva muoversi? Lo sospetto. Fortemente. Se fosse in mio potere, signor Direttore, vincolerei la permanenza sul territorio italiano (ed il conseguente lascito del permesso di soggiorno) ad una documentata e triennale frequenza scolastica del livello terza media. Renderei obbligatorie le materie umanistiche. Facoltative le altre. Vincolerei il proseguo del permesso al superamento di un esame di fine corso con, nelle umanistiche, almeno un sufficiente come voto; esame esterno alla scuola frequentata, (o con esaminatori esterni) onde evitare qualsiasi genere di pressioni agli insegnanti del corso annualmente frequentato dall’emigrante. Tre anni sono sufficienti, sia per dare all’emigrante una buona base linguistica che una variamente culturale. Sono altresì sufficienti, vuoi per aiutarlo a liberarsi dalle catene di taciuti vincoli, vuoi per poterle portare meglio, vuoi per decidere se la sudditanza in cui si trova è via per capire la vita: vuoi propria, vuoi sociale, vuoi per quello che crede più giusto capire. Il fine della proposta che le dico, Signor Direttore, non ha certo quello di rendere gli emigranti dei pressappoco cloni degli italiani, bensì, ha il fine di metterli nelle condizioni di vivere con una marcia in più: con la conoscenza d’origine, la nostra. Con i miei più cordiali saluti

Pubblicata su L’arena di Verona in data 10 Novembre c.a.

 

Edipo

a babbo appena ferito

In un post di sei anni fa che stavo rileggendo, avevo scritto, che funzione di nutritore a parte, il padre, in quanto maestro di cultura per il figlio, è morto. L’ha sostituito l’ambito di azione del figlio; ambito scolastico e/o di relazione. Per associazione di pensiero, da padre morto sono risalito a Laio e da Laio a Edipo

edipo

che uccide Laio perché supera la cultura del padre. Chi non supera il padre non giunge a sé stesso.  Si può anche dire, allora, che chi non giunge a sé stesso, uccide il padre che è in sé stesso. Per giungere a sé, può un odierno Edipo uccidere l’ambito che gli fa da padre? Per quante rivoluzioni faccia, direi proprio di no. Per trovare sé stesso allora, a Edipo non resta che il sottomettersi all’ambito, o uscire dall’ambito.

 inpoltrona

 

Può succedere anche così

Sulla mia strada

ritrovo un commento di Luisa Ruggio che chiamavo Lady Elle quando stavamo fra di noi in Blog.it  Non c’è l’ho lasciato.

“Uomini senza fede hanno avuto comunque bisogno di immensità al limite delle loro risorse, nell’azzardo provvisorio della natura umana che lascia qualcosa di inesaudito. Il salmo 78 racconta di Dio che conduce Israele nel deserto “e li portò al suo confine santo” (verso 54). Sottolineare con cura: l’incontro avviene all’estremità, al confine, non al centro. Lo scambio della legge ai margini della schiavitù d’Egitto avviene nel deserto profondo ma è un viaggio compiuto solo a metà, non seppero mai se quel confine era santo. Quando nell’Eneide Virgilio scrive “spes sibi quisque” (ognuno sia speranza a se stesso) esclude la parola ebraica “tikvà ” scritta da Zaccaria (9,12) per annuncio di salvezza “Tornate alla fortezza, prigionieri della speranza.” Ma quella parola, tikvà vuol dire anche “corda” e quindi: tornate alla fortezza prigionieri della corda. Una speranza che trascina e può spezzarsi. Quando Rachele piange a Ramà i suoi figli e rifiuta ogni consolazione (geremia 31,15) Dio interviene: “Distogli la tua voce dal pianto. Con una corda (speranza) torneranno figli al loro confine (l’incontro).”

Nota a margine. A piè di post. Al confine.

Donne

barradue

Perché gli uomini uccidono le donne?

La Donna è quel complemento che permette all’uomo di fondare sia la sua identità personale e di vita, che la fede nella potenza della sua virilita’. Se ne renda conto o meno, ma la donna che rifiuta di continuare un percorso iniziato, a dir dellUomo, lo tradisce. Cio’ vuol dire che la donna deve comunque sottostare al principio maschile della vita? No. La Donna (come d’altra parte l’Uomo) è esclusivamente sottoposta al principio della vita: vivere. Come? Secondo vita! E qui casca l’asino, purtroppo. Quanto è libera l’identità maschile e femminile di vivere e di unirsi ad altra vita secondo sé, o quanto e’ “educata” da norme per sociali e/o religiose convenzione? In questa dubbia situazione, la Donna (come l’Uomo) che si propone liberanti scelte attua un pericoloso tentativo, quello, cioe’, di uscire dalla cassa in cui l’ha rinchiusa una non adatta normalizzazione. Non poche volte quella “cassa” ha ucciso la vita, vuoi per mano maschile, vuoi per mano femminile.

Pedagogia dei gregari

barradue

Non fa per me. Io seguo lo spirito sovrano, non, quello servo. Sostengo da tempo che il luogo della Verità è nel luogo della pace. Tachicardia, mal di testa, dissidi, mi colpivano nel gregario luogo vincenziano, così, ho chiuso quell’esperienza. Gli abbarbicati al proprio fideistico spirito (tipico dei credenti decerebrati dalla fede)  non sanno sentir ragioni, o meglio, le sanno solamente udire, cosi’ ho motivato la chiusura solamente per motivi di salute. Fuori di li’, trovero’ qualcos’altro da fare! Se non lo troverò, vorrà dire che la mia strada non può percorrere che sé stessa: e buona notte al secchio! Mica l’ho bucato io!

Vegliate

barradue

“Vegliate, perché non sapete quando arriva”

Sotto un cielo mezzo così e mezzo cosà, posato il giornale che abitualmente vado a leggere sulle panchine davanti alla chiesa di s. Zeno, stavo dando del pane ai colombi. Nel silenzio mentale che riesco ad ottenere quando voglio allontanare i dissidi, improvviso, mi invade un pensiero: “vegliate, perché non sapete quando arriva”. L’affermazione fa parte della narrazione evangelica se non ricordo male. Sul giornale stavo leggendo le dispute che riguardano il Berlusconi, sia come premier che come imprenditore. Da quelle, un remember non completamente vissuto, deve averle collegate alle dispute politiche che leggo nel blog fra pensatori di Destra e pensatori di Sinistra. Su cosa, dovrebbero vegliare questi pensatori, perché non si sa quando arriva? Visto che non sono un prete, e visto che considero fatto privato il mio essere di fedele, ne traggo la conclusione che non è certo dell’arrivo del Giudice, che sento di doverli avvisare, e non di meno, avvisare me. Mi sono chiesto: se non è del Giudice, può essere del giudizio? Può essere mi sono risposto, ma, il giudizio di chi?

Dal momento che non pensavo a faccende spirituali, ne traggo la conclusione che l’avvertenza riguarda l’inaspettato arrivo del giudizio che concerne le nostre azioni. Le nostre azioni, sono principalmente motivate da ragioni che toccano la sfera personale. Nell’emanazione di ciò che proviene dalla sfera personale, non vi è dubbio che giungano (le azioni) ad influire sulla sfera collettiva, ed in questo, passare, dalla storia personale alla storia collettiva. In questo passaggio da sfera a sfera, anche il giudizio, passa (e verte) dalla storia personale alla storia collettiva. In ragione dei casi e degli argomenti, e dello stato di discernimento sulle azioni in giudizio, si passa dalla storia della vita di un dato memento, alla storia della vita di date epoche. Nel motivare il convenire e/o divergere, quindi, non possiamo non vegliare, perché le ragioni della Storia potrebbero smentire, anche pesantemente, le ragioni che abbiamo portato avanti; e se nelle ragioni che abbiamo portato avanti, la parola ultima che è della Storia (non quella reclamata dai vinti, e neanche quella reclamata dai vincitori, ma quella della vita) dovesse rivelare che abbiamo dormito (o con altro dire, che una ragione non ha vegliato sul suo giudizio) pesantemente, la pena potrebbe essere quella di vederci appesi alla forca dell’errore, alla croce del dolore. Vegliamo sulle nostre parole, quindi, perché non sappiamo quando arriva la Storia giudice, e né sappiamo su chi darà il giudizio ultimo.

Datata Novenbre 2009

Rarefatte visioni

barradue

Per la desolante dimostrazione di potere che tutte le religioni hanno dato in tutti i tempi, mi domando se non sia il caso di considerare, travolgente l’Io, lo sguardo che l’uomo ha elevato verso l’Alto. L’umanità che suppone di poter vedere oltre la sua realtà è indubbiamente soggetta al delirio. Lo dimostrano infiniti fatti, infinite conseguenze. Per quanto cerchi di trascendere sé stessa, la mente che suppone di “vedere” Dio, altro non fa che vedere un maggior Io. Contenere l’Infinito nel nostro senso di in – finito, quindi, è rientrare in quello che siamo. Quello che la nostra mente è, per quante parole usi, non potrà mai contenere l’Oceano: al più, una goccia. Non per questo non c’è Oceano in quella goccia. ma in quella, si può ciò che si può.

Dal Senegal

barra

All’ingresso del supermercato vengo accolto da un sorriso di vera marca Senegal. E’ di un bocconcino, niiiro, niiiro. Sara’ intorno ai 30. E’ sempre lì, con il suo “negozietto” delle cianfrusaglie che vendono tutti. Parla benissimo l’italiano. Gayosamente parlando, nudo devv’essere una statuina stupenda, ma di statuine stupende ne ho pieni gli occhi. Per non dire le palle! Questa qui, però, è speciale! Anche se lo meriterebbe in pieno, nulla che riguardi il sesso; è speciale perché è limpido! Ognuno intenda come vuole perché non saprei descrivere per tutti, la limpidezza di quello sguardo. Vi dico solo, che è dei bambini, prima che diventino grandi, o dei grandi, che, miracolo vuole, non hanno ancora decerebrato il bambino. Sta leggendo. Gli chiedo cosa. E’ un libro, mi dice. Avevo intuito che era il Corano. Vuoi dalla grafica (molto elaborata in oro su cartoncino rosso intenso) vuoi per la calligrafia araba: molto bella a mio vedere. Faccio come chi sta ancora sul figaro, e gli chiedo: è il Corano? Me lo conferma guardando per terra. Sono certo che ha distolto lo sguardo dal mio perché temeva di vedervi dell’irrisione: o verso di lui, o verso il Libro. Al che, avrebbe dovuto vergognarsi di conoscere me. L’importante, gli dico, mentre entro nel discount, è esser presi solamente dalla Prima idea! Non guardo se mi ha capito o no; entro. Non mi aveva capito, infatti; e non per limiti suoi. Quando sparo le mie convinzioni, anch’io, il più delle volte le capisco solo dopo. Non ha capito, però non ha taciuto. Cosa intendevi dire, mi chiede; e lo fa, puntando sui miei occhi la sua limpidezza. La punta, come il minore che si rivolge al maggiore ma mica mi illudo. Lo fa, perchè sara’ sul metro e 65 mentre io sono sull’1 e 90. Perché, gli dico, solo la Prima idea è divina! Divina in Cristo, proseguo, è l’idea di Padre; divina nel Profeta, è il concetto di Islam: abbandono nella volontà del Padre. Tutto il resto è umano, aggiungo, mentre gli offro un pezzo della confezione di cioccolata che avevo appena aperto. No, grazie, mi dice, è Ramadam. Gli batto sui fianchi: credi veramente che a Dio interessi qualcosa se tu mangi o non mangi ad orario? Sono regole, queste, che i Pastori hanno emesso per dare dei concreti obiettivi al bisogno di sudditanza delle pecore! La botta non lo scuote. Dal Senegal sino a qui, chissà quanti babbi natale ha visto morire.

Datata Settembre 2018

Non tutte le arance sono blu

Mauro – Sulla sessualità, premetto che la considero prevalentemente interpersonale, e quindi, fare sesso con un’altra persona significa sempre affidare a lei tutte le informazioni più intime sulla propria sessualità.

Vitaliano – Distinguerei, Mauro, tra fare sesso e fare l’amore. Nel fare sesso, è vero che si affida all’altra/o le informazioni più intime della personale sessualità, (tipo particolari gesti, posizioni, atti, ecc, ecc.) ma non gli si affida i propri sentimenti, come lo si fa con chi si ama. Semplificando: nel fare sesso ci mettiamo gli attributi e le informazioni sul come meglio usarsi, mentre nel far l’amore, ci mettiamo la vita.

Mauro – mi sembra che se il rapporto fra due persone è di solo sesso, più chiare emergano le preferenze e i gusti sessuali.

Vitaliano – Condivido!

Mauro – se c’è di mezzo l’amore, anzi, c’è come un fattore di disturbo che rende il passaggio della comunicazione sessuale più sfuocato.

Vitaliano – A mio sentire, il fattore di disturbo che citi, altro non è che inibizione, cioè, difficoltà a scoprire con l’amata o l’amante del cuore, gesti e/o piaceri, indubbiamente più facili da rivelare, con una, o un amante occasionale. Per questa visione, “la calzamaglia in amore”, funziona come il filtro che cela delle insicurezze, delle paure, delle insufficienze, quindi, è sempre falsante. Quando si ama, si amano anche le rughe.

Marzo 2007

manofronte

Terminato di leggere la zeffirellata su Cristo, che dico in un post seguente…

Terminato di leggere la zeffirellata su Cristo, che dico in un post seguente mi sono fatto degli spaghetti olio aglio peperoncino e mi sono aperto un Camilleri d’annata: Pensione Eva. (6euro spesi benissimo!)

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“Fu canticchia prima dei suoi dodici anni che Nenè finalmente capì quello che capitava dintra alla pensione Eva fra i mascoli grandi che la frequentavano e le fimmine che ci abitavano.”

Tardo anche allora, io lo capii verso i diciotto. Lavoravo al bar Aurora di Este. Di fronte al bar, una pensione: Il Cavallino. Adesso è una Concessionaria d’auto. Nessun cavallo o stalla al piano terra. C’era un’autorimessa, e alla sinistra di quella, il ristorante della pensione. Citando il Camilleri, Il cavallino, “era qualichi cosa di meglio di una locanda, e qualichi cosa di peggio di un albergo.”

Ricordo serate d’inverno. Ogni tanto, dalla pensione giungeva qualche richiesta: ricordo poche cioccolate calde. Il più delle volte, brulè che dovevano arrivare ancora bollenti. Ricordo strane atmosfere al bar, dopo quelle ordinazioni. Erano fatte di cotone. Di quello a fiocchi. Di quelli, che per quanto li tiri, non si strappano mai. Mandavano me. Pesante, il vassoio che dovevo portare, tra bicchieri e piattini per non far raffreddare il brulè. Drammatico il passo, fra il dover andar velocemente, e il non far cadere tutto. Salivo, per una di quelle scale che adesso non ci sono più: larghe, con scalini di pietra da lavare a varechina. Entravo nel salone. Aria di chiuso, un tavolo da una parte, e mi pare, un paio di poltrone. Dava l’idea di non esser mai stato usato: era lì. Alla sinistra, la porta della cucina/sala da pranzo che non ho visto preparata una volta. Attorno al tavolo, masculi grandi, fimmine, e disagi. Se c’erano risate, forse scoppiavano dopo che me n’ero andato. Non tanto perché riguardavano me, (almeno penso) ma, forse perché c’erano due occhi di meno. Niente delle donne diceva il mestiere. Famigliare l’abbigliamento, e le personalità. Nulla degli uomini diceva il desiderio. Dei padri fuori casa. Se ci fosse capitata la Merlin, avrebbe detto: scusate, ho sbagliato porta! Scendevo dalle scale con un senso di liberazione. Vuoi, perché fuori non c’era più l’odore di quella cucina, vuoi perché non dovevo più darmi risposte. Vuoi perché avevo paura di possibili domande.

Datata Marzo 2007

manofronte

L’Inferno non è un luogo: è uno stato dell’ignoranza.

L’Inferno non è un luogo: è uno stato dell’ignoranza. I non credenti mi seguano per amor di tesi. I credenti, per quello che reputano meglio.

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Più o meno, sappiamo tutti cos’è l’Inferno. Almeno secondo chiesa. Per quanto conosco, invece, non sono di quell’idea. Inferno, per me, non è un luogo: è uno stato della nostra conoscenza sulla vita, o meglio, della nostra ignoranza sulla vita. Vengo, e mi spiego. Abbiamo due principi di vita: il soprannaturale ed il naturale. Il primo è l’Immagine, mentre il secondo, ciò che è a Sua somiglianza.

Vita, è stato di infiniti stati della relazione di corrispondenza fra i suoi stati: Natura, Cultura, Spirito. Il Principio soprannaturale, è il massimo stato della trinitario_unitaria corrispondenza fra i suoi stati. Per questo, è l’Unico, e per questo, è anche detto l’Uno. In quanto a somiglianza dell’Immagine, anche noi siamo trinitario_unitari. Lo siamo, perchè il bene non può essere disgiunto dal vero, se non mettendo in sofferenza lo spirito: cioè, la forza della nostra vita. [Non era mia intenzione illustrarvi il cosiddetto mistero della Trinità , ma già  che ci sono! ]

Vivere, è capire la differenza fra i principi dell’Immagine e quelli della Somiglianza. Mettiamo che il Principio della vita, (l’Uno) sia un valore X, e mettiamo che la completa ignoranza di quel valore, (il cosiddetto Inferno) sia Zero. Ora, ammettiamo che di quel Principio, (quello della vita) io abbia capito un valore pari a sette. Si può dire, allora, che sono prossimo al Principio per un valore pari a sette, e distante dall’Inferno, (cioè, dalla totale ignoranza dell’Immagine della vita) per analogo valore. Vita, però. è stato di infiniti stati della relazione di conoscenza fra la vita del mio principio e quella del Principio. Il che vuol dire, che nella ricerca della mia verità, e della Verità, il mio sette, può diventare un nove, o un cinque, in ragione dell’aumento, o della diminuzione, del mio capire, e di conseguenza, del mio vivere il capito.

In ragione dell’aumento del capire l’Immagine della vita, ci collochiamo presso il Principio. In ragione della carenza di quel capire, ci collochiamo distanti dal Principio. Nessun stato di vita, però, può giungere allo Zero. Anche la massima ignoranza sul Principio, infatti, non ci esclude dalla vita del Principio. Tutti, infatti, possediamo il Suo stesso principio: la vita. Si può dire, allora, che neanche il Male, abita l’Inferno. Al più, in ragione della sua ignoranza sul Principio, si può dire che c’è l’ha nella mente. Ed è quello, che, su l’Inferno, possiamo dire anche di noi.

” Perché¨ poi gli umani tendano al paradiso ma sono attratti dall’inferno è altra questione da approfondire…”

C’è un centro di gravità  permanente”, nel nostro animo. E c’è chi lo identifica nelle infinite forme del male: per me, dolore naturale e spirituale da errore culturale. Con l’affermazione, mi riallaccio all’Inferno come zona di non conoscenza. Di per sè, la non conoscenza non è un male: male, è voler restare, non conoscenti. Si può, voler restare non conoscenti? Direi di sì. Basta escludere dall’io, tutto quello che lo porta a comprendere la ragione altrui. Basta eleggerlo, cioè, a primario principio, oltre che della vita propria, anche di quella altra; egocentrica elezione, questa, tipica dello stato infantile della vita. Attratti dall’inferno, quindi, perchè attratti da un “centro di gravità  permanente”, quale può essere l’egocentrismo? E, perché mai sarebbe infernale, l’egocentrismo? Lo è, a mio avviso, perché, l’egocentrico, riducendo tutto a proprio servizio, riduce la ragione della vita altrui, sottomettendone la volontà. Il che, oltre che dello stato infantile della vita, è anche tipico del potere, e della manifestazione dei potenti. Se il potere e la manifestazione dei potenti è tipica dell’egocentrismo, e se l’egocentrismo è tipico dello stato infantile della vita, allora, si può dire che ogni potere, e potente, è infantile. Al punto, gli umani sono attratti dall’inferno, o attratti da quel periodo della vita, nel quale, tutto gravita attorno a noi? Guarda un po’ a dove sono andato a finire. Egocentrismo e fame di potere, motivati da una nostalgia di culla. Infernale, questa nostalgia? Direi di s’. Egocentrismo e fame di potere, infatti, fissando l’identità  all’interno di quei principi, fissano anche ogni altro atto della conoscenza. Nella fissazione di ogni altro atto della conoscenza, si instaura quell’inferno che è la distanza dalla verità : propria, altra, e superiore.

p.s. E dopo sta pizza da voltar via con la testa ci vuole proprio un caffè! Quanto zucchero?

Datata Marzo 2007

manofronte

Non perché offeso dalle tue parole

Caro pabloz, non perché mi sono sentito offeso dalle tue parole non ho terminato di leggere il tuo provocatorio post, (come neanche quello dell’Intervenuta) ma perché, secondo me, tutti quelli che parlano di Dio, straparlano. L’unica vera opinione che i credenti dovrebbero avere di Dio, è, che è! Punto! Come ti dicevo nel commento che ti ho lasciato prima di pensare al Pesce, il problema è l’uomo, non, Dio. Completo il mio pensiero adesso, dicendoti che i laici, ed i credenti che sanno distinguere quello che è di Dio da quello che è di Cesare, dovrebbero opporsi, non al pensiero di Dio, ma al pensiero dell’uomo su Dio. E mica per anticlericalismo, sai, ma per disintossicare il clero dalle eccessive dosi di alcol, altro nome dello Spirito, che stanno assumendo sino a delirarne. Trovo più che giusta la Chiesa che non transige sui principi, ma trovo vaneggiante la chiesa, che non sa distinguere fra principi, e attuazione dei principi. La chiesa che non libera le coscienze, nega integrità, all’Uomo e ne fa, un capro da sottomettere. Opinione che non risulta alle povere pecorelle, ovviamente, ma, non si sa mai, perché confido in Dio: chiunque e qualunque sia! Non pongo la mia fede sui dettagli!

Datata Gennaio 2007

manofronte

Nuove culle per le menti a metà

In non pochi casi ci dimostriamo incapaci di collegare quello che sappiamo (circa il dolore) con quello che sentiamo circa il dolore. Senza quel collegamento, la conoscenza rimane teorica, o per quanto si sa, o per quanto si sente. Cosa può impossibilitare il collegamento fra il sapere ed il sentire, e quindi, invalidare lo sviluppo della piena conoscenza? Conscia o non conscia che sia la scelta, direi la volontà di restare preconcettuali. In questo, quando non culturalmente bambini, psicologicamente infantili. Il discernimento permette il processo cognitivo. Lo possiamo dire maturo, tanto quanto poniamo la parte teorica della conoscenza e quella esperenziale sono cognitivamente corrispondenti. Può dirsi sovrano nel suo regno, chi nell’abbraccio fra le due parti della mente, si totalizza.

Ho completamente rifatto il post in data 09/07/ 2018 Nel precedente sostenevo troppe cose e non tutte razionalmente supportate.

Datata Gennaio 2007

manofronte

“La stanza del Vescovo”

“Atmosfere rarefatte nelle stanze del vescovo di Bologna, dove a dirla col precedente papa, manca solo un Raffaello per essere in Vaticano. Solo qualche matita fuori uso nel cassetto della sua scrivania, e, fatalità delle fatalità, in tempi di Dico, la lettera di una donna abbandonata da un giorno all’altro dopo nove anni di convivenza. “

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Tribolato dalla pena per quella donna (immagino) il vescovo dice al Giornalista: eccole, le coppie di fatto! Secondo me, guarda la paglia per non vedere la trave statistica, secondo la quale i matrimoni regolarizzati dalla Chiesa durano meno delle cambiali firmate per pagare la camera da letto! Disgustato dal vescovo, interrompo la lettura dell’articolo. Prima di passare oltre, però, mi cade l’occhio su questa interessante affermazione: “del resto, la chiesa fa politica nella democrazia, ma non è una democrazia. Il tutto, “per mandato dell’Altissimo”. Ben strano mandatario un Altissimo che manda il Figlio a dorso di mulo e i vicari a dorso di potere! Fortunata la fede che sa ben distinguere la psichiatria dalla teologia.

Considerazioni su l’articolo di Michele Smargiassi ne la Repubblica 11/2/2007

manofronte

Immagine, Somiglianza, Origine.

Conoscere l’Immagine della vita è impossibile.

Conoscere la nostra, indispensabile.

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Allo scopo di collocare il nostro spirito nello stato della Vita (immagine della Natura della Cultura del Principio della forza dello Spirito sia nel Supremo che nell’ultimo) per essere a Somiglianza della vita originante, la vita originata non può non sapere la sua Immagine. Il trinitario cammino verso il Principio della vita (quello naturale o il soprannaturale) è avvio alla coscienza di ciò che è alla conoscenza del piano di vita nel quale si va (o si viene) alla luce. La conoscenza di ciò che è alla coscienza dice lo stato di somiglianza fra l’immagine umana e quella del Principio. Limitare e/o condizionare la conoscenza di ciò che è alla coscienza è, dunque, limitare e/o condizionare il rapporto di corrispondenza fra la vita del Principio e quella della Somiglianza. Nell’ostacolare il rapporto di corrispondenza fra l’Immagine del Principio (e dei suoi stati, i principi) e ciò che è a loro Somiglianza (la vita umana e i suoi principi) si limita alla nostra vita, la facoltà di porsi con giusto spirito presso l’Origine.

manofronte

Ai consolati dai carismi

Almeno i carismatici di fede cristiana dovrebbero ricordare che sono tenuti a credere in un solo Principio.

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manofronte

ilprincipio

Ammettendo che la vita sia una vigna, e il Principio il suo proprietario su chi basano la propria fede i carismatici? Sul Titolare mi diranno con unica voce. Come mai, allora, le conoscenze sulla vigna offerte dal Titolare, subiscono l’ascolto delle conoscenza di operai, non tutti nel suo libro paga? Perchè nella nostra gavetta, quegli operai mettono del cibo che fa parte della loro? Dove è scritto che quel cibo è naturale parte del nostro culturale e spirituale stomaco? Perché ci piace? Perché ogni tanto bisogna cambiare il casalingo Menu, se no, è una noia? Perché ogni tanto bisogna cambiare cucina alla fede, se no, i gusti si appiattiscono? Perché si ha l’inconfessato bisogno di sentirsi eletti e/o importanti per sé se non anche per altri? Non sono mai giunti, i carismatici, al punto da constatare che solo per “i poveri di spirito”, non tutto è vanità? Certamente non posso sapere cosa intendesse dire il Cristo con “beati i poveri di spirito”, tuttavia, date come vere le affermazioni evangeliche, si può ben pensare che sia stato un medium (lo è chi ha lo spirito fra uno stato della vita e l’altro) notevolmente carismatizzato dalla coscienza di ciò che aveva in conoscenza circa la vita del Padre e nel Padre. L’influito da quella conoscenza, è anche influito da quanto è in essere presso il Padre e/o da quanti gli sono prossimi: maggiore la conoscenza, maggiore la quantità. Sulla qualità di quella quantità nessuno può dire niente, e ciò che si pensa non è verità! Un animo influito dalla quantità e/o qualità dei prossimi al Padre, se da un lato è un arricchito in conoscenza, dall’altro è anche un appesantito da quella conoscenza. Per come la vedo, un appesantimento di tal fatta, può giungere a mettere in ginocchio la vitalità del Medium. In un Cristo che immagino provato dalla fatica di reggere la sua Medianità, allora, (la medianità è prova che prova) e nondimeno dalla ricerca dell’Identità da quel mezzo frastornata, trovo umano molto umano quel sospiro dal sen sfuggito: Beati i poveri di spirito! In quel senso, lo sono quelli che vivono solamente con il proprio e per il proprio spirito. Parafrasando il proverbio: carismatico informato, mezzo salvato.

grurit

Le vie del potere

A causa del lavoro mi ritrovo ad esercitare delle forme di potere. Non mi piace, mi umilia, è necessario. Necessario, però, non significa che debba essere coartante, anche se, necessariamente, paletto per limiti, ordine per disordini, pedagogia per crescenti, frustratore di avversità quando non di avversari, e/o di avversioni. Il potere di manifesta come “abito” o come costrizione. Lo giustifica, una ricerca di verità nel primo caso, o ricerca della potenza di sé nel secondo.

Datata Febbraio 2007

manofronte

Martini for president

Non amo i papati, come non amo le gerarchie di qualsiasi genere. Tuttavia, sarei disposto a subire un’eccezzione per il Cardinale Martini. Non trovo, ovviamente, nulla di nuovo in quel cardine, se non la disponibilità a cercare il nuovo. Nella Repubblica di oggi, dice: “Dialogo senza scontro, e basato sull’ascolto reciproco”. Ecco, dobbiamo ritrovare i significati di “ascolto”. Ovvi, quelli con le orecchie, ma, è solo con l’orecchio che possiamo ascoltare la vita altra? No, lo possiamo anche con l’ascolto della com – passione: condivisione della pena che è nella fatica di vivere. Il cardinale Martini, pare non aver dimenticato questa capacità. Come par non aver dimenticato la grande lezione di Cristo: ognuno da quello che può! Naturalmente, è una lezione che nessun potere può accogliere, se non diventando meno potere! L’odierna chiesa di Cristo, (tale ad opinione dei vicari ma non della mia) può permettersi di diventare meno potere? Il punto è questo. Il resto, è Dico: (D)ivinità (I)n (C)omune (O)stensione!

Datata Febbraio 2007

manofronte

Coccole, o bisogno di confronti?

Credo di aver ereditato dalla Cesira, una certa riservatezza, una quasi ritrosia nel manifestare i miei sentimenti: amorosi e/o affini. Dalla mia sessualità, invece, ho ereditato una sorta di preventiva censura. La manifestazione del sentimento, infatti, inevitabilmente rivelava l’anomalia. Così, pur essendo di temperamento caldo, mi ritrovo refrigerato: vuoi da eventi interni, vuoi da quelli esterni. Cosa, scioglie la mia brina? Per quanto riguarda il corpo, me lo scioglie una passione condivisa; condivisa, sia pure con un amore a ore. Per quanto riguarda la mente, il pensiero condiviso. Esiste coccola nel pensiero condiviso? Direi che un pensiero condiviso, (tanto quanto è condiviso), è già di per sé coccola perché è un moto di vita, (mentale ) che afferma reciprocamente, e direi, pressoché immediatamente, la parità di valore fra i due corrispondenti. Dove non afferma reciprocamente, vuol dire che è presente una multiforme specie di riserva, e che per tale presenza, anche la coccola si riserva di esprimersi in pieno. Della non affermazione per disparità di pensiero, e della conseguente non coccola, tutt’ora, sono vittima (quando non la ricevo) e carnefice quando non la concedo. E’ anche vero che per quanto sostengo lo siamo tutti vittime e carnefici; il più delle volte inconsapevoli, sia come feriti da mancata coccola per mancata comunione, sia come feritori per mancante coccola per mancante comunione.

Scrissi: che meraviglia, la mano, che passando dice t’amo anche se mente. E chiaro che se non mente, è ancora più meravigliosa, ma, temo di non essere mai stato preda di cotanta sincerità. Lagne a parte, come manifesto ed accetto la coccolazione fisica? Date le tre righe di sopra, direi che l’accetto come accetto qualsiasi discorso: anche i meno convincenti. Se sono falsi, la responsabilità morale è del coccolatore falso, mica mia! Come comunico la coccola fisica? In primo, senza alcuna parola d’accompagnamento. In secondo: coccolo il corpo dell’amato come fosse una carta geografica, e le mie dita, (o la mano) come chi cerca la strada per arrivare a… Capisco di essere arrivato a Coccola City, ogni volta sento che l’amato fa le fusa. Credetemi, riesco a far fare le fusa anche ai mestieranti. Come ricevo la coccola fisica? E’ presto detto: con il piacere di chi non crede hai suoi occhi! Si può comunicare e ricevere una coccola via web? Sì, per la comunione di pensiero. No, per una comunione fisica, evidentemente impossibile. Per tale impossibilità la coccola via web, è un amare a metà! E’ un amare a metà, perché la restante metà, è mano che resta prima del vetro.

Datata Febbraio 2007

manofronte

Capire secondo zappa

E’ necessario, non solo capire (ci mancherebbe!) ma qualche volta accettare anche quello che non si capisce. Non solo, perché accettazione della vita, (o della Vita secondo credenza) ma anche perché vi sono casi in cui non si capisce, perché troppo presto per capire. Mi è capitato di capire dei miei scritti molti anni dopo. Perché non subito? Direi, perché quelle intuizioni avevano bisogno di ulteriori accadimenti per diventare ragioni.  Per altra immagine, il capire è un piantare la zappa nell’orto. Se la pianti con misura sollevi il terreno. Se la pianti in eccesso blocchi la zappa! Cosa ti dice che hai piantato la zappa in eccesso? Te lo dice il continuo rovello sul caso zappato.

Datata Febbraio 2007

manofronte

Blog: visibilità e questioni.

Nel Blog posto tutti i giorni delle lettere che riprendo dal Carteggio. Nonostante la quotidiana novità, il numero dei visitatori è fortemente diminuito. Può essere perché wordpress mostra il mio sito alle stesse persone come usa fare FaceBook? Lo sto temendo. Come aggirare l’inghippo? E se anche aggirato dovesse succedere la stessa cosa, cioè, prima l’aumento dei visitatori e dopo l’appiatimento? Ipotesi fosse, o si ricorre a miglioramenti continui (in Rete sono proposti da un’infinità di consulenti acchiappa persi come me) oppure, il Blog è destinato a restare dove statisticamente cade. Ammesso il possibile sospetto, mi chiedo e chiedo: vale la pena di spendere soldi per le ditte che provvedono a non far sparire i Blog, oppure, è come mettere acqua in un cesto di paglia? Se così è, opporsi spendendo o, risparmiando, rassegnarsi?

manofronte

Dialogo sulla maternità

Quando è seno e quando è Medusa.

neosepara

Mauro – “non si può amare un bambino e volerlo, se non si ama anche l’uomo che con te lo ha generato; è una considerazione banale, ma la maternità passa attraverso l’amore.”

Vitaliano – Che la maternità passi attraverso l’amore non vi è dubbio alcuno. Considera però, che vi è anche la maternità adottiva. Quella, ama il bambino, pur non amando l’uomo che l’ha generato. Non è desiderio di puntualizzazione il mio. E’ solo, attestato di riconoscenza che sento di dovere alle tante Cesire.

Mauro – ma la maternità adottiva é una normale maternità…

Vitaliano – Normale, forse nel desiderio di figlio/a, e nelle manifestazioni affettive e di cura, ma, per i restanti versi, non la direi normale, oppure, mi sfugge il significato che gli dai.

Mauro – in cui comunque si ama ancora l’uomo con cui si vive anche se attraverso un bambino che non é il proprio?”

Vitaliano – Carissimo: rispondere a questa domanda è leggere il cuore della donna che addotta. Potrebbe essere vero, come non necessariamente vero.

Mauro – questo introdurrebbe il discorso molto più inquietante della maternità in cui é invece il bambino il centro esclusivo dell’amore e l’uomo è poco più che uno strumento o uno sfondo.

Vitaliano – Interessante il termine che hai usato: inquietante. Tanto più, perché usato per definire una realtà, che direi, normale, ma nel senso di comune accadimento. Naturalmente, esistono storie ben diverse, cioè, maternità e paternità accomunate da paritari sentimenti. All’interno del discorso, in te, cosa evoca “inquietante”?

Mauro – no, non considero affatto “normale” che una donna ami principalmente non l’uomo con cui genera il bambino (o con cui alleva, nel caso della madre adottiva – ma qui parlo senza cognizione di causa), ma il bambino stesso. Qui uso l’espressione “non normale” in modo molto improprio ed abbreviato. Non so bene che cosa sia normale in questo campo, nel senso di statisticamente più diffuso. So solo che se il centro affettivo dell’amore della donna é il bambino stesso, allora essa difficilmente accetta che il bambino diventi adulti e si stacchi da lei e abbia un’altra donna. La madre in questo caso diventa castrante. Il bambino a volte la accontenta diventando omosessuale. Il caso Pasolini è tipico. Una mamma pedofila (aaahhh, é il termine giusto, non ce ne è altro) è la peggiore forma di pedofilia ed esaspera il complesso di Edipo rendendolo insuperabile e determina blocchi sessuali che possono perfino essere invalidando nel bambino che lei “ama” e che difficilmente riesce ad amare altre donne, imprigionato dal suo amore. Ritengo questa esperienza inquietante perchè l’ho vissuta e so di che cosa parlo. La meno grave delle conseguenze possibili è che quel bambino dedichi tutta la sua vita alla ricerca di donne altrettanto castranti e alla fuga da loro dopo averle trovate. Naturalmente, al di là di queste considerazioni, la vita è sempre varia e sorprendente e tutto ciò si dice per descriverla e non per ansia di “normalizzarla”. A volte la normalità è la più inquietante delle deformazioni possibili, o delle conformazioni possibili, per dire meglio, dato che tutte sono forme e nessuna é norma.

Vitaliano – Scritto intenso, Mauro. Per commentarti sono costretto a riprenderlo punto per punto.

Mauro – no, non considero affatto “normale” che una donna ami principalmente, non l’uomo con cui genera il bambino (o con cui alleva, nel caso della madre adottiva – ma qui parlo senza cognizione di causa), ma il bambino stesso. Qui uso l’espressione “non normale” in modo molto improprio ed abbreviato. Non so bene che cosa sia normale in questo campo, nel senso di statisticamente più diffuso.”

Vitaliano – Mi pare ci sia una sovrapposizione di pensieri, per cui, ti chiedo: a quel campo ti riferisci? A quello della maternità naturale, o a quello della maternità adottiva? Nella maternità naturale, la donna dovrebbe saper distinguere ciò che compete all’uomo da ciò che compete al bambino, ed amando, dare ad ognuno quello che gli compete. Generalmente, è così anche nella maternità adottiva. Quando non lo è, è perché in quella famiglia, l’adozione è un elemento, per molti versi e forme, compensante: vuoi per la donna, vuoi per l’uomo, vuoi per entrambi. Per tale affermazione, si può dire che l’adozione è la cura che sana un deficit nei coniugi. I rapporti fra i tre, allora, sono molto più complessi, e, pertanto, di difficile catalogazione.

Mauro – so solo che se il centro affettivo dell’amore della donna é il bambino stesso, allora essa difficilmente accetta che il bambino diventi adulto e si stacchi da lei e abbia un’altra donna. La madre in questo caso diventa castrante, ed il bambino a volte la accontenta diventando omosessuale. Il caso Pasolini è tipico.

Vitaliano – Rilevo della mano libera in questo pensiero. Ho capito cosa intendi dire per i nostri precedenti discorsi. Chi ti legge a nuovo, però, temo proprio che non capisca, il senso del contentino omosessuale che un figlio concede alla madre castrante, pur essendoci al proposito, ampia casistica.

Mauro – una mamma pedofila (aaahhh, é il termine giusto, non ce ne è altro) è la peggiore forma di pedofilia ed esaspera il complesso di Edipo rendendolo insuperabile e determina blocchi sessuali che possono perfino essere invalidando nel bambino che lei “ama” e che difficilmente riesce ad amare altre donne, imprigionato dal suo amore. Ritengo questa esperienza inquietante perchè l’ho vissuta e so di che cosa parlo. La meno grave delle conseguenze possibili è che quel bambino dedichi tutta la sua vita alla ricerca di donne altrettanto castranti e alla fuga da loro dopo averle trovate.

Vitaliano – Concordo con la generalità di un pensiero che riporta anche mie conclusioni. Più che madre pedofila però, la direi madre Medusa. Medusa, nel senso di madre che pietrifica, attraverso arrestanti sentimenti, (arrestanti per ricatto) lo sviluppo della mascolinità del figlio, mantenendolo, per ciò, per sempre nel suo utero: culturale, ovviamente. A mio vedere, è di genere Medusa, (o diventa di genere Medusa) la femmina, che pur non avendo conflitti sessuali con l’identità maschile, li ha con la maschile genitalità. Per tale stato, (in genere da blocchi verso il sesso) travasano nel bambino, un amore filiale mescolato al sessuale. Poiché, tale travaso non può non generare dei sensi di colpa, pietrificano la colpa, pietrificano l’uomo che sarà, nel bambino che è. Nella pedofilia, non esiste la pietrificazione del soggetto desiderato. Direi quindi, che pur essendo una filia diretta verso un minore, il rapporto, anche emozionalmente sessuale, della madre – Medusa verso il figlio non è pedofilia.

Mauro – Naturalmente, comunque, al di là di queste considerazioni, la vita è sempre varia e sorprendente e tutto ciò si dice per descriverla e non per ansia di “normalizzarla”. A volte la normalità è la più inquietante delle deformazioni possibili, o delle conformazioni possibili, per dire meglio, dato che tutte sono forme e nessuna é norma.?

Vitaliano – Che tutte siano forme, concordo. Che nessuna sia norma, dipende. Ogni forma, direi, è norma a sé stessa, ma ogni norma a sé stessa, non necessariamente, è norma anche per il sociale, quindi, qualche forma, non è a norma.

Datata Febbraio 2007

manofronte

Chissà dov’è il cuore che cerco.

Avevo del fango da ossigenare così, sono andato al “Romeo”. Il parcheggio è quasi vuoto. Strano. Non è serata da nebbia! Entro. Vedo le solite trippe. Sarei tornato indietro. La musica è diastole e sistole, ma per chi viaggia in bicicletta non c’è molta scelta. La gente è poca. Un girapiatti riesce pure a svuotare la pista. Mi rassegno. Aspetto un’emozione non stantia. Sono in ciabatte. Vedo commenti di scandalizzate. Me ne sbatto. Chiudo gli occhi. Sono da altra parte. Un Sri lanka, in un angolo, vibra. Gli sorrido. Vorrei dirgli: che fai, lì! Buttati! Mi evita. Paura di vecchio Finocchio. Un altro rovinato. Bevo un 45. Sono ubriaco da non reggermi dritto! Per un solo 45?! Strano. Mi lascio prendere dal tam – tam. Ne ricavo di che dire. Attorno a me, solamente coretti. Sopra di me, raggi di luci ed occhiate. Non mi toccano. Grazie al cielo sono fuori mercato! Vedo conflitti fra manze. Ancora?! Mi rompo le palle! Esco. Salgo sulla carolina e vado a casa. Casa dolce casa non fu mai così vera. Mi sbafo del pane con del lardo aromatizzato: stupendo. Sulla finestra, il minestrone. Sbafo anche quello! “Domani, è un altro giorno!”

Datata Dicembre 2006

manofronte

Invecchiando si diventa saggi

Dicono

neosepara

Ero al bar con un amico. Finite le ciaccole ci siamo detti: che ci facciamo, qua?! E sono andato a ballare anche stasera. Fanculo i soldi! Siamo andati al Tramp: dalle parti di Brescia. Non ci andavo da qualche anno. Vedo gente naturale, e quindi, bella. La musica, così così! Forse perché bisogna accontentare anche l’acqua, non solo la classe! In sala, un fumo della malora! Scoperti, molti toraci. Non palestrati. Rari, quelli che segnavano la condizione omosessuale. Occhio, donne! La vita sta ampliando le figure sessuali. Potreste non essere più, le sole guardiane del focolare. Vicino agli alari, potrebbe starci anche un guardiano. Siamo arrivati verso l’una. Il tempo di bere una birra in compagnia, e poi, in pista! Sul cubo: due ragazzi mimano i gesti del sesso: penosi! Nessuno ci bada più di tanto. Neanch’io. Ci vuole fede anche per fare sesso. Ed io, credo di essere arrivato alla frutta. Così, certe immagini non prendono le mie fantasie come una volta. Godo della vitalità che mi comunicano, è vero, ma, non mi tocca più, la vita che sono. Potrebbero essere di plastica. Ho lasciato la pista solo per fumare tre mezze sigarette. Definitivamente, solo verso le quattro e mezza. In pista mi stringono la mano. Ballando, le avevo alzate. E’ stato un ragazzo. Sui venticinque anni. Grazioso. M’ha sorriso e se n’è andato. Era dai tempi del MazooM, che non mi succedeva analogo fatto! Non era una Checca, il ragazzo. Le Checche non hanno di queste naturalezze. Tanto più, se confermano un piacere ricevuto da un border line per età. Quando andavo al Carnaby, (anche lì, ballando sino a chiusura) non c’era volta che il girapiatti non dicesse a me e agli amici rimasti al ballo: eilà! Niente erotismo! Altri tempi. E’ vero. Ballo in modo che lo può suggerire, ma, non sono io l’erotico. La musica, lo è. Io, non faccio altro che seguirla. Non me ne rendo conto. Come non mi rendo conto di essere umoristico quando scrivo certe lettere. Sono quasi le sei. Ieri, quasi le sei e trenta, e stamattina alzata verso le nove, a causa di un cretino che cammina con le scarpe in casa! Ora, vado a letto. Sono da flebo. Un saluto a Luisa. Anche lei tiratardi.

Datata Dicembre 2006

manofronte

Quando è crollata la diga del Vaiont

Quando è crollata la diga del Vaiont (nel 68, se ricordo bene) ero a Padova. Fatti i conti, avevo 24 anni. Lavoravo come cameriere privato in casa di conti imparentati con Casa Savoia. Giusto per dirvi l’ambiente. Fra i miei compiti, quello di servire a tavola. Quando si serve a tavola, già saprete che si toglie da destra il piatto precedente e nel contempo si porge da sinistra quello che segue. Il tutto, come se i piatti scivolassero su cuscini d’aria! Il cambio doveva essere di movimento nobile, come, aristocratici, erano quelli che servivo. Dato il periodo festivo, un ricordo collegato. La sera di Natale, una cameriera ed io abbiamo servito una trentina di ospiti; senza un errore (ci confermò soddisfatta la Padrona di casa) nel porgere e togliere non mi ricordo più quanti piatti! Per essere dei buoni camerieri da tavola, quindi, oltre che capaci, occorreva essere di armonico movimento. La stessa armonia dovrebbe avere anche chi commenta i Post. Se un commentatore non c’è l’ha o non l’impara, non si meravigli se viene rifiutato.

Mauro – 
Guarda che la diga del Vajont è del 1963 – me lo ricordo perchè ci scrissi una “poesia” (orrenda) e avevo 15 anni. Di conseguenza facevi il cameriere in quella casa molto prima di quanto tu pensassi e molto più giovane. Peccato che non ti ricordi le reazioni alla notizia.

perdamasco
– Mi pareva di averti già detto che la mia memoria è come un groviera, e questo lo conferma. Quindi, avevo 19 anni! Sì, hai ragione. Non ero al massimo della vita culturale a 19 anni. Anzi, (ma non lo dire in giro!) molto più in basso. Due esempi per tutti: la Contessa mi dice di portare del riso in soffitta, però, non mi dice dove metterlo. Vado. Salgo. Un giro de bauli e de scatole che no te digo! Vicino a me, una. Ci metto dentro il sacchetto del riso! Tempo dopo la Contessa mi chiede cosa cavolo ho fatto! Donna dinamica, la contessa – figlia! Una di quelle “coi maroni” Mi porta in soffitta e mi fa vedere che l’avevo messo dove c’era della naftalina! Che cacchio ne sapevo di naftalina! A casa mia non c’erano tarme! Se non per altro perché c’era ben poco da mangiare! Fatto sta, che cotto il riso, manco l’ombra dell’odore di nafatalina! Grandi sorrisi della Figlia, sia a me che hai 20 chili di “figliol prodigo”.

Tempesta in casa, un giorno! A pezzi ed a sprazzi sento che è caduta una diga in un posto chiamato Vaiont. C’era tutto quel che occorreva per sapere in quella casa, ma, non nella cameretta nei pressi della soffitta! Partono per sto’ Vaiont. In casa cera anche una bambinaia. Giovane. Graziosissima. Austriaca. Bionda. Parlava benissimo l’italiano. Se ci penso la vedo ancora. Si chiamava Doroty. Casa libera, nessun controllo sul nostro stile. Allegria! Passiamo la serata nel salotto padronale davanti la Tv; ed è venuta fuori tutta la nostra giovinezza. La nostra voglia di ridere. Na’ serata de puro boresso! Non sapevo neanche cos’era, “altro”. Verso l’una, sentiamo passi di rientro. Dall’ingresso la contessa chiede: siete qui?! Sai cosa gli ho risposto? Cucu!!! Rientravano da dopo aver girato non si sa quanti cadaveri! Dio! Che ne sapevo di cadaveri! Di morte! Di disperazione! Non sapevo niente! Se mi volto indietro e guardo, mi vedo all’interno di una bolla, o forse meglio, all’interno di uno scafandro: acqua non mi toccava.

Datata Dicembre 2006

manofronte

Non sono mai stato orfano

Ero a militare, quando mi è mancata mia madre adottiva, ma, non solo una Madre, mi è mancata, in quel momento. Mi è mancato, un passato. Avevo mancante, il presente. Mi mancava del tutto, il futuro. Così, sono andato alla ricerca delle mie origini! Correva l’anno, 65/66, non ricordo. Gira che ti rigira, rompi che ti strarompi, sono riuscito a trovarle. Della madre naturale, in primo, il paese. Dalle parti di Portogruaro. Vado in Canonica, chiedo di… Il prete dice: famiglia numerosa. Grande povertà. Mi raccomanda cautela. Mi indica una strada verso i campi. Vado verso i campi. Chiedo ad una donna che trafficava nel suo orto, dove, la casa dei… Mi guarda, come se sapesse già tutto. Mi dice: è quella! Vedo, in distanza, fra maree di granoturco ancora verde, una casa, ancora senza malta, e senza colore. Puri mattoni. Mi manca il cuore. Torno indietro, ma, non mi bastava. Cerca e che ti ricerca, rompi e strarompi, non ti trovo l’ultimo indirizzo di quella donna! Scrivo. Mi scrive. Mi dice: ti raccomando, adesso sono sistemata. Se vieni qui, discrezione! (Non ricordo le parole precise, ma questo il senso!) Non gliene imputo colpa. Forse aveva letto su Novella2000 che “la voce del sangue” fa gridare – mamma!!! – in tutte le piazze! Almeno nel mio caso, sbagliato! Quando m’ha detto: adesso ti devi sistemare, (ecc, ecc.), ho fermato il rapporto. Anzi, l’ho chiuso! Solo da mia madre (la Cesira) avrei potuto accettare quel genere di intrusione nelle mie scelte, non, da un’altra madre. Giusto per dirne solamente una della Cesira, tornando dal giorno della mia prima comunione a Padova, si è fatta 30 km a piedi, per tornare al paese. Ha detto: ho perso il treno. Sospetto, invece, che avesse terminato i soldi, con le 6 paste (dico 6 paste) che aveva potuto portarmi. Ecco! Io non so cosa sia l’adozione: non sono mai stato orfano!

Datata Dicembre 2006

manofronte

Solo i coglioni crescono comunque

Complici un paio di 45°, ieri sera la Patty afferma: omosessuali si nasce. In seguito a non poche riflessioni, affermo, invece, che lo si diventa. Ulteriormente ti dico, che ogni sessualità lo diventa. Lo diventa in modo culturale, tanto quanto siamo coscienti di sapere circa il nostro piacere. Lo diventa in modo naturale, tanto quanto non siamo coscienti di sapere circa il nostro sentire.

neosepara

Seguimi sino al nostro primo momento di vita e di vitalità. Il quel momento, noi, espresse conseguenze di volontà genitoriali, siamo Natura che attua il perseguimento ed il mantenimento del proprio stato: punto! In quel dato momento di vita, quindi, non vi è nessuna predeterminazione culturale circa la sessualità dell’uomo o della donna che diventerà quell’iniziale Natura. A quel livello, pertanto, non si nasce già etero o omo, al più, inizia a nascere il piacere di un vivere che, nel proseguo delle infinite informazioni di bene, metabolizzate da quel corpo, gli farà prendere la strada sessuale che vivrà sano se volente o malato se nolente. Nel decidere di vivere le informazioni acquisite attraverso il piacere della genialità, mano a mano si vorrà anche attuarle. Attuare un bisogno, implica la culturizzazione di quel bisogno. Nella volontà di culturizzare quel bisogno, direi inevitabilmente, diventeremo ciò che abbiamo culturizzato. In ragione del raggiungimento di quel proposito, quindi, assumeremo l’identità sessuale che, di prevalenza, risulterà dalla somma dei bisogni sperimentati: solo i coglioni crescono comunque!

neosepara

Chi vuole il raggiungimento di sé stesso, invece, lo deve volere. Diversamente da ogni teoria medica sostengo che si nasce vita, e che la vita non è etero o quanto d’altro, ma solamente vita. Dopo di che, quella vita sviluppa sé stessa in ragione della relazione che ha con il suo mondo e con il mondo. Vita si nasce, quindi, e nel tutto si diventa, o non si diventa, ovviamente, in ragione di infinite impotenze, negazioni, e/o ignoranze di sé. Nel mio caso, ho avuto pulsioni sessuali verso il simile a precocissima età. Il che vuol dire che sono nato Finocchio? No, il che vuol solamente dire che la mia coscienza ha preso atto di quel sentire a età precoce. Non è scritto da nessuna parte, però, che quella precoce pulsione abbia contribuito alla definitiva formazione della mia sessualità, come di una sessualità comunque indirizzata. Sino a non avvenuta presa, della prevalenza di un dato istinto sessuale, si può affermare solamente che, sessualità, è transito fra pulsioni sessuali, e che l’identità sessuale che ne consegue si conferma solo per il perdurare del dato istinto sessuale. Prendiamo invece il caso di persone che si scoprono omosessuali solo in tarda età e dopo avere già avuto altre relazioni con eterosessuali… in questo caso lo si è diventati? No. Quelle persone hanno solamente preso atto di un sopito indirizzo sessuale che il dato caso ha fatto emergere. Nulla esclude, che delle ulteriori emozioni eterosessuali, “coprano” ancora una volta, quello che le omosessuali avevano portato in superficie. Al proposito, come esempio ti ricordo le manifestazioni sessuali che sorgono in dati momenti di costrizione da ambiente, (carceri, collegi, o similia) e che poi “spariscono”, una volta terminata la costrizione. Nelle costrizioni in esempio, succede anche che la “scoperta” così avvenuta, possa poi conformare definitivamente omosessuale, una personalità che prima era prevalentemente etero. Non è escluso il caso inverso, ma, a mio avviso, solo in personalità in “transito” sessuale, non in quelle giunte alla definitiva lucidità circa sé stessi. Detto questo, possiamo dire della vita quello che diciamo di certi antibiotici, cioè, è ad ampio spettro, e così può formare, anche della non recintata sessualità, quella cioè, che si usa dire non normale perché esclusa dalle regole con le quali la società, a spese dell’umanità personale, ha inteso formare il cittadino sociale. Naturalmente, all’umanità personale non tutto può essere lecito, ma l’illecito avrebbe dovuto riguardare il solo comportamento personale a posteriori un dato illecito, mentre, invece, è diventato identitario giudizio a priori.
Datata Dicembre 2006

manofronte

Poesia: parola e verbo.

Può il linguaggio della poesia essere portatore di una carica universale e non contestualizzata? Direi che lo è sempre stato. Avevo letto, da qualche parte (concordando), che poesia&profezia. Vuoi perché un poeta reca nuova parola, (nel senso di nuove emozioni) vuoi perché reca nuovo verbo: nel senso di ambasciare nuovi principi. Naturalmente, (almeno a mio avviso) Poesia è massima Dea: ma non sempre è massima “messa”, e messe, quella che un poeta eleva, (quando non trascina) lungo gli scalini dove, alla fine, siede la Musa. Ma, pare, che anche la Poesia si sia democratizzata, per non dire desacralizzata. Infatti, oggi ci accoglie, anche senza chiedere particolari studi, o titoli. Purché, gli si dimostri che il suo credente sa vedere più avanti, o sa vedere più dentro. Non per questo, non riserva il suo alloro, anche a quelli che dicono Parnaso, la punta del loro naso.
Datata Dicembre 2006

manofronte

Le storie restano

Quando ho iniziato a vivere la mia storia sessuale, non c’era piattola nel giro di chilometri che non prendessi. Succedeva anche con gli uomini_piattola. Destini. Rimorchio un soggetto. Amante di rara nullità, culturalmente insulso, scolasticamente infantile, balengo, ma, bellissimo. A me non piacciono i belli. Quello però, era di una bellezza che direi mobile, come mobile è la donna non precotta. Accudiva cavalli in un Circo arrivato a Verona. Dormiva, molto probabilmente, sulla stessa paglia. Non so come conosce una rossetta. Non bella ma graziosa, simpatica, determinante. La conosco anch’io. Viene a casa mia. Resto anche fuori di casa mia, per permettere a loro di stare assieme. Al ragazzo faccio tagliare i capelli in un modo che a me pareva più adatto al suo viso. La piccola ne è entusiasta. Per tutto il pomeriggio, la sento esclamare: Dio, che bel, dio che bel, dio che bel! Il padre si oppone violentemente. E’ di pelo rosso anche lui. Vado a casa di quell’uomo. Sostengo le ragioni dei due piccoli. Immaginatevi la scena! Il Finocchio che non si sa da che parte salti fuori, va a dire a quel padre, (caratteraccio!) che la sua unica figlia sta bene con un ragazzo che non si sa da che parte sia saltato fuori. Dove avevo la testa, lo sa solo el Signor! Il ragazzo prende la sua strada con la sua piccola. Si sono sposati. E’ rimasta incinta. L’ho rivista con una carrozzina. Non so più nulla. Anni dopo, mi arriva una cartolina del ragazzo. C’è scritto: nonostante tutto sei un mio amico. E’ vero che ho preso le piattole, e pure i pidocchi da quell’amante, ma le piattole e i pidocchi passano, le storie no.
Datata Dicembre 2006

manofronte

Passione e racconti brevi

Suonano. E’ quasi l’una. E’ l’Indianino. E’ la quinta volta che viene a reclamare il suo piacere. Nel reclamare il mio presso di lui, ho meno pretese. Non per questo non le desidererei. Capisco, però, le infinite differenze che ci sono in una differenza, quindi, accantono. Ciò che è quasi pacifico per la mia ragione, non lo è, però, per la mia emozione. Sicché, mi ritrovo a dirgli di non rompere le palle. Non per questo, riesco a zittirla completamente. Nel primo incontro, ho esclamato 13! Nel secondo, sia pure sorridendo, 11. Nel terzo, a sorriso quasi piatto, ha detto: 9. Nell’ultimo incontro è arrivata a contare non oltre il 6 +. Ricordo ben altre storie. Infrastrutturate, però, da ben altra storia. Dal che si può dire, che è la storia, che regge per sempre le storie che ci racconta la passione. Amiamo per sempre, allora, tanto quanto sappiamo costruirci una storia per sempre. In assenza di questa costruzione, però, non per questo dobbiamo disdegnare i racconti brevi. Li rintracceremo, nel romanzo che verrà.
Datata Dicembre 2006

manofronte

L’importante, è essere dotati.

Mi hanno chiesto quanto ne ho. Al curioso ho risposto:
se non mi ami, e non mi desideri, solo per urinare;
se mi ami e mi desideri, un metro e 87;
se ti desidero, è lungo tanto quanto lo è il mio desiderio;
se mi desideri, è potente tanto quanto lo è il tuo desiderio.
Convertita al senso della sessualità femminile,
la morale della favola, allora, è presto detta:
nessun maschio briga, se non è dotata anche la ….
Datata Dicembre 2006

manofronte

Amare è anche lasciar andare

C’è del vero in quello che dici, ma non sempre il nostro vero è aiuto sufficiente. Ci sono casi, (indubbiamente estremi) che sono oltre ogni possibilità di aiuto che non sia il mantenimento vegetativo. Aiutarli a vivere? Mi pare ovvio, ma, è altrettanto ovvio, quando un vivere avviene per mezzo di un corpo tranciato da ogni emozione, e quindi, ridotto ad un mero respirare, mangiare e defecare? Ecco! In quei casi, ad ogni “Welbi” il suo passo, perché, a mio avviso, amare, è anche lasciare, ad ognuno la sua via, la sua verità, la sua vita.
Datata Dicembre 2006

manofronte

Come la ragione non basta a fermare la fame dello stomaco

così la parola non basta a fermare la fame del cuore.

neosepara

Fra parola e ragione, non sempre, il verbo amare, è corrispondente. Così, può capitarmi che il cuore debba confortare la ragione, o che la ragione debba confortare il cuore. Per tali conforti, però, è come se vivessi in una costante fase di lutto. In genere, insufficientemente curata dalla mediazione, (nei casi riusciti) o dal compromesso, nel sofferente sino a termine. Mi si dirà: così va il mondo, cara Marchesa! So bene, come procede il mondo. Far adeguare gli amici al mio senso dell’amicizia, è pretesa; è condizionare oltre misura, (può succedere) il sentimento altrui! Tutto voglio, fuorchè questo! D’altra parte, anche il condizionare i miei sentimenti alle aspettative altrui, è erroneo adeguamento. Lo è, tanto quanto alimenta la fase del lutto che dicevo prima. Come venirne a capo?! Vedo un solo modo: amare la vita negli amici, non, la vita degli amici. Quest’amore non ha bisogno di liste. Al più, di Felicitas. E’ certamente difficile mantenere l’equilibrio sentimentale fra il nostro mondo ed il mondo. Il più delle volte, ciò che lo rovina, non è tanto l’amico/a, ma uno snaturante senso del “possesso – gelosia” dell’amico o dell’amica, quando non una pretesa posizione da primo banco, nella valutazione che l’amico, o l’amica, ha nell’elencazione dei suoi preferiti sentimenti. Non ti risulti un’accusa, e se mai lo è, in primo la faccio a me stesso.
L’aria di un’opera dice: “la Donna è mobile qual piuma al vento…”
Bèh! L’amicizia, come d’altra parte il fratello maggiore, che è l’amore, lo è molto di più. E, non per leggerezza, o noncuranza, o quanto d’altro in enza o in anza, ma proprio perché la vita, (e così le realazioni) non hanno, e ne possono avere un valore fisso, se non fissando la vita e le relazioni. Al che, non di amicizia o di amore si dovrebbe parlare ma di una loro patologia. I valori sentimentali, (così come chi li porta) sono sempre il frutto di una prevalenza di risultati. Se un’analisi di un rapporto ti da un prevalente risultato di sofferenza, allora, è chiaro, che pur essendoci “dell’amicizia”, non è sufficiente. Al che, due sono i casi, o si retrocede quell’amicizia a più basse priorità, o a si chiude per mancata corrispondenza. Trovare l’amicizia verso sé stessi è fondamentale. Tale ritrovamento, però, è preferibile non arroccarlo in cima alla vetta dell’Io. Non possiamo dipendere solo da noi stessi, ed i libri, (pur ottimi sostituti d’amicizia per la virtù di far pulsare il cuore) hanno il “difetto” di non far pulsare anche le vene.
Solo la felicitas, lo può.

manofronte

Occupandomi di tossicodipendenze

ho avuto a che fare con minorenni

neosepara

A proposito del mio post – “I pericoli del Blog” – Michele mi manda un commento. Data l’importanza del problema, ne faccio un post. Michele mi dice: “in effetti, ora che ci penso, in questa comunità’ di blogger ci sono numerosi e numerose minorenni, e spesso ci dimentichiamo che – pur in nostra buona fede, e con tutte le buone intenzioni di non nuocere a nessuno – il nostro dialogare con loro e’ fonte di legittima preoccupazione per i loro tutori. Non ci siamo mai dati un codice etico comportamentale fin’ora solo perché abbiamo la presunzione di apparire (oltre che essere) innocui ed inoffensivi. Una cosa tutt’altro che scontata, per chi non ci conosce di persona. Come ci dobbiamo comportare?

neosepara

Mentre mi occupavo direttamente di Tossicodipendenze ho avuto a che fare con minorenni, e già che c’ero, con maggiorenni minorenni. Indipendentemente dalla categoria in rapporto con me, sono sempre andato giù molto piatto! Non c’era aspetto della mia identità e della mia vita che quelle persone non conoscessero. Ulteriormente, badavo bene di non rapportarmi da solo con minorenni. Non che a loro gliene fregasse alcunché, (avevano ben altro per la testa che il sesso), ma, siccome potevo essere in più modi o valenze ricattato: la cautela era d’obbligo! Come hai letto, anche con quel ragazzo sono andato “so’ de brenton” come dicono qua a Verona, cioè, patti chiari e amicizia lunga! Hai letto anche che per il proseguimento del rapporto via Blog, la condizione era che avvisasse i famigliari! Ho agito così, anche perché, per quello che sono in grado di verificare) il ragazzo, poteva essere di tutto fuorché quello che diceva di essere. Poteva anche essere una vecchia carampana, come anche un civetta per pedofili! Sintetizzando: la luce allontana i lupi, e dai lupi, vuoi gli agnelli incauti, vuoi quelli con denti non per erbivori! Altri sistemi non vedo.
Datata Novembre 2006

manofronte

Mi ha scritto Valentina

(Nat84) La lettera è lunga. Anche la risposta. Anche la vita.

neosepara

CARO VITALIANO: Ricordi il messaggio che mi lasciasti sul blog del faro dell´adozione? Era la “lettera aperta” a cui non riuscii a risponderti avendo perso la connessione da casa. E´ passata molta acqua sotto i ponti da allora, molte cose mi sono capitate, ma alla tua lettera ci ho pensato spesso. Eccomi qua, a dedicare queste mie “riflessioni” al tuo cuore. Ricordo che mi hai scritto di aver cercato tua madre, che lei ti ha scritto di essere discreto, e poi ti ha detto di sistemarti… Cose assolutamente ingiuste dal mio punto di vista, in quanto non è stata decisa da te la tua nascita né l´evoluzione del vostro rapporto culminato nell´abbandono, per cui “sii discreto” sembra una presa in giro che non sta né in cielo né in terra; sono consapevole del fatto che una madre che lascia il suo bambino o la sua bambina, se giovane e in grado di proseguire autonomamente la sua vita, costruisca una nuova esistenza dopo l´abbandono, non lo trovo neanche sbagliato. Ciò che trovo inammissibile è nascondersi dietro la nuova immagine ripulita di sé e cancellare la vecchia anche nella mente degli altri, se non addirittura celarla per sempre, o almeno, finché non arriviamo noi (forse sarebbe meglio dire ritorniamo).

neosepara

Come può una madre naturale condividere il letto e la vita con un uomo (o una donna perché se c´è una madre c´è anche un padre naturale, anche se a volte non lo sanno nemmeno di aver messo incinte delle donne, ma questo è ancora un altro caso), sapendo che una creatura sangue del suo sangue si aggira per il mondo portandosi addosso ciò che lei stessa le ha dato? E soprattutto come può nasconderlo, se mette al mondo altri figli? Non le capiterà mai, crescendo questi ultimi da buona e brava genitrice, di pensare a quel figlio mai conosciuto? Posso capire che nell´incontro con i propri parenti biologici ci sia una sorta di imbarazzo, autodifesa, istinto di preservazione di ciò che si ha ecc, perché nonostante si abbia lo stesso gruppo sanguigno, alla fine si è estranei, e per questa ragione non condivido affatto ciò che tua madre biologica ti disse in un secondo momento, ovvero “devi sistemarti”. Non aveva “l´autorità”, in un certo senso, per fare una simile riflessione in quanto era appunto un´intrusione come hai scritto tu, ma ciò riconferma quello che ho scritto io sopra (intrusione = intrusa).

neosepara

La mamma è colei che si cura della tua crescita e tutela il tuo percorso nel mondo quando da solo non ce la puoi fare, perciò per te la mamma è stata la Cesira, come per me è l´Annamaria (la mia mamma adottiva). Trovo comunque giusto cercare la madre naturale perché è quel pezzo mancante al quale si rinuncia solo per paura. Perdona la mai durezza, onestamente riconosco di essere troppo giovane per trarre conclusioni definitive su questioni così delicate, dopotutto io non sono ancora riuscita a trovare la mia famiglia d´origine ma ci sto provando da molto tempo, per cui non so come mi comporterei una volta di fronte a chi mi ha dato la vita. Le cose le capisci davvero solo quando ti succedono, prima di allora puoi però tentare di entrare in empatia con l´altro e chiederti perché fino a trovare una risposta. Spero comunque di averti dato spunti utili per ulteriori riflessioni, mentre se ho peccato in qualche punto ti prego di farmelo notare e di dirmi ciò che ne pensi. Ti abbraccio e ti chiedo nuovamente scusa, mi è costato molto perdere il contatto giornaliero con te e gli altri amici del blog. Un saluto da Valentina (o Nat84, scegli tu)
neosepara
CARA VALENTINA: La tua lettera è sentita, ma, stranamente, non la sento. Non che non sento te, Valentina, ma le tematiche in oggetto. Mi sono distanti, 62 anni fa. Non sono neanche più un ricordo. Un certificato anagrafico, forse! Però, sono ancora vicine a te. Non ho cercato il passato per una qualche paura. Se ce l’avevo, era molto, ma molto recondita. Ho cercato il passato, perché il presente, (al momento della ricerca) mi era sparito con la morte della Cesira. E’ stata una ricerca di radici, più che ricerca di madre. Se paura avevo, era quella del futuro. Tutto da fare. Paura, non tanto del fuori. Paura di quello che avevo dentro: un marasma d’emozioni. Adesso risolte. Sia pure, non dette e pensate bene come te, ma anch’io, all’epoca, ho tratto le tue stesse conclusioni. Battevo miseria, a quell’epoca. Non di certo come quella di quella donna: all’epoca, non ancora mia prima culla. La sua, era ben peggiore. Erano tempi di guerra, vero, mica banane! Ebbene, è stato il pensare alla sua misera, che mi ha impedito il giudizio! Che altro poteva fare sta’ donna? Poteva fare anche di peggio, volendolo. Ad esempio: darmi ai maiali. O buttarmi su un campo! Allora, vittima più, o vittima meno, che importanza poteva avere! Invece, ha scelto l’Istituzione degli Esposti. Allora si chiamavano così, quegli orfanotrofi.
Non credo gli sia stato facile, a quei tempi, essere una donna non sposata, ma col grembo pieno! Poi, si è sistemata! Immagina, cosa non deve aver negato a sé stessa, per sistemarsi! Si può aggiungere condanna a condanna? L’ha già fatto Maramaldo: tanto mi basta per non seguirne l’esempio. Capisco anche la sua ritrosia nel ritrovarsi sto’ po po’ di figlio fra dimenticati piedi: non siamo tutti poeti, e neanche santi! All’epoca, non mi aveva offeso la sua cautela; e, neanche all’epoca ero fra gli errori che all’improvviso si mettono a gridare mamma ad una sconosciuta, conosciuta solo per via della “voce del sangue”?
Che sarà mai sta voce del sangue? Di tale voce ai miei anni di allora, ne parlavano i giornali di cronaca: tipo Novella 2000, o simili. Mi sa, che mi sono perso parecchie annate di quegli articoli! Leggo che stai cercando le tue origini. In qualche modo mi auguro che non lo sappia la tua AnnaMaria, ma, se lo sa, sono certo che ti capisce. Mi direi anche certo, che quel capire la ferisce! Stammi bene, Valentina. Guarda avanti! Ciao.
neosepara
CARO VITALIANO AnnaMaria lo sa, lo sa da sempre, lei stessa mi ha detto di farlo… suo padre, il mio “mentore”, era figlio di un “n.r.”, abbandonato in periodo di guerra e di fame. Questo mio bis-nonno ha sofferto tutta la vita la mancanza di radici, ha messo al mondo sette figli per poter dire di avere una famiglia; mio nonno e i suoi fratelli hanno vissuto da vicino questo dolore, mia madre anche avendolo conosciuto. La mia Annamaria mi dice sempre che non siamo così diverse, ma lo so che ne soffre, comunque é un dolore inevitabile da entrambe le parti; molti cercano di nascosto, altri cercano dopo la morte dei genitori adottivi, altri decidono di non cercare affatto. Io ho scelto la mia strada per motivi che non starò qui a spiegare, ma so di non essere l’unica. Ti dirò però che proprio per la sofferenza dei miei adottivi e in particolare della mia Annamaria avevo addirittura deciso di rinunciare. Ho aspettato 16 anni prima di dire “vado a cercare chi sono”, perché mia madre un bel giorno é venuta da me e mi ha detto “andiamo”.
Prima di quel suo “si”, ho elaborato nel silenzio i miei pensieri, le mie delusioni e sopra ogni cosa la violenza… quando é successo avevo dieci anni, e la convinzione che nonostante fossi stata adottata ero pur sempre una bambina. Pur sempre un essere umano. Purtroppo non é andata così. Devo sapere chi sono per sapere se c’era un’alternativa peggiore a questo, se c’é miseria voglio affondarci lo sguardo dentro finché posso, se c’è abbondanza e ipocrisia melensa invece vorrà dire che sono destinata a sopravvivere a qualsiasi cosa, anche a questo… e forse allora apprezzerò un po’ di più me stessa e le cose che ho fatto. Amare significa anche soffrire, sebbene a volte “la sofferenza” ti viene inflitta e in lei, ti assicuro, non c’é ombra d’amore.
So che alcuni non condividono ciò che faccio, ma non posso fermarmi perché rifiutata o contestata. Sono ciò che sono, e i “no” non mi hanno mai spaventata. Finché sarò in grado di battermi per ciò in cui credo, continuerò ad andare avanti; finché potrò aiutare chi amo e chi ne ha bisogno lo farò. Faccio il possibile per essere una persona “utile”, poiché sono viva, perciò responsabile di me stessa e di coloro che amo. E poiché amo, automaticamente sono responsabile di coloro che mi chiedono una mano o che decidono d’ intraprendere un tratto del cammino con me. Sarei un’ipocrita se vivessi indifferente la mia vita e curassi soltanto i miei propri interessi senza dare uno sguardo agli altri. Io vengo dal nulla, conosco l’angoscia che deriva dal non avere mezzi a sufficienza per realizzare desideri e aspirazioni, vivo in una realtà difficile, ho conosciuto un certo aspetto della vita quando non ero ancora pronta ad incontrarlo (questo se vuoi te lo chiarirò privatamente), perciò ho il dovere di rendermi disponibile a quanti hanno vissuto le stesse cose per fare qualcosa – qualsiasi cosa. Non sono nessuno, ma posso dare voce a chi non riesce a parlare, perché persone così ci sono purtroppo, lo sono stata io stessa per anni, ma é tempo di cambiare. Qualcuno deve pur iniziare. Che cambia se lo faccio io? Dopotutto non ho nulla da perdere. Grazie per avermi risposto, la tua opinione mi sta a cuore e spero questo mio commento non ti annoierà, mi sono un po’ dilungata. Saluti cari.
neosepara
CARA VALENTINA Dilungata?! Proprio per niente! Ti ho letto in un attimo, e sentito in ogni riga! La tua lettera ha solo bisogno di silenzio, non di commenti. Per cui, pesantissima faticaccia, tacerò! Ti chiedo solo la licenza per un unico rilievo. Dove dici: “Amare significa anche soffrire”. No, mia cara. Amare non significa soffrire. Al più, tollerare per amore! Ti stringo! Non aggiungo al cuore per non far la rima! Ciao!
ondaperfetta –  …”tollerare per amore”, è molto vero. Il tema adozione lo sento molto. Ho appreso tanto da questo scambio di lettere, e soprattutto di “sentimenti” in merito al vostro vissuto. Ho spesso pensato ai link che scattano in certe situazioni, la visione delle cose era solo in bozza, dopo aver letto qui, la bozza ha preso forma. Sei una bella persona. Ti ringrazio. Ciao, Onda
perdamasco – Felice di esserti stato da riva.
brujita – Salve, anche io sto cercando le mie origini biologiche e so cosa voglia dire. In Italia bisogna cambiare la legge che impedisce di accedere ai nostri dati se non siamo stati riconosciuti alla nascita. Per cui oltre la sofferenza inconscia che ci si porta dietro tutta la vita dentro al cuore per l’esperienza traumatica vissuta in tenera età (ricordiamocelo questo, dietro ogni adozione c’è prima un abbandono!) si aggiunge pure il senso di ingiustizia per l’ostracismo burocratico di uno stato che ci nega le risposte che fanno parte della nostra vita, della nostra persona. Ci impone un vuoto eterno ed è un grave affronto ai diritti umani e alla dignità dell’individuo.
Mi sono informata tanto sulla giurisprudenza, sulla psicologia, sulla storia sociale e ho capito molte cose. Se volete, venite a visitare il mio blog. E’ UN BLOG in cui tra il serio e il faceto, affronto questo tema ed è giusto parlarne, uscire dai nostri gusci, perché la società tutta deve sapere cosa provano gli adottati adulti e come sia naturale ricercare ad un certo punto della vita, la sua origine. Ciò non entra in conflitto con la famiglia (adottiva), non è un affronto, non è assolutamente un gesto di “irriconoscenza” come qualche ottuso si ostina a pensare, senza nemmeno immaginare di cosa si tratti. E’ un istinto disperato e primordiale che grida per mettere a posto quel tassello e ripartire più’ consapevoli dalla propria identità completa, meglio una brutta verità che una vita di mistero e domande irrisolte su qualcosa che intimamente ci appartiene e che nessun pezzo di carta può cambiare: il nostro dna. IO SONO NATA A ROMA IL 9 SETTEMBRE DEL 1974… Ciao
perdamasco – Carissima dall’impronunciabile nome: bello il tuo blog. Se è vero che la ricerca delle bellezza è ricerca della verità, direi che un genitore l’hai già trovato! Come sai, ho 62 anni, e molto sta restando indietro. Fra questi, la mia orfanità e relativi traumi, che ha dirla tutta, non ho mai sentito più di tanto, se non quando mi è mancata la madre adottiva. Ero a militare, all’epoca. Prima della sua mancanza non avevo mai sentito un grosso bisogno di cercare le mie origini, se non una volta, per mera curiosità. Andai al Comune di Padova, ricordo. Chiesi l’atto di nascita originale. In quello mi si diceva che era immigrato da Palermo: evidentemente, fatto accaduto in età da pre memoria, dal momento che non mi risultava nulla del genere. Lo dissi all’impiegato. Fortemente imbarazzato, a brani e pressoché bofonchiando, l’impiegato mi disse che era la formula usata dall’anagrafe di Padova per identificare gli N.N. senza far capire di esserlo all’eventuale N.N. Fatto sta che cancellò tutto quanto, ed io non ci pensai più. Risalii alle mie origini, perché, con la morte di mia madre, mi sentii orfano del passato: del mio passato. Fui motivato, dunque, non tanto da una ricerca di madre ma da una ricerca di storia. Conosciuta la quale, non mi interessò più, neanche chi, biologicamente, l’originò. Fine del problema. Capisco, che non sia finito per te. Essendo finito per me, però, non vedo dove potrei esserti ulteriormente utile, tuttavia, sai dove trovarmi. Ciao.
brujita09 – Ciao, grazie mille per la risposta che vedo solo ora, mannaggia. Per scrivere nel mio blog basta che crei un profilo su Libero, non necessariamente un blog pure là. Io ti aspetto e vorrei che commentassi. Sei molto più grande di me e hai passato questa esperienza, sai cosa voglia dire, ma a prescindere dalle storie personali, mia, tua e di altri, per me il punto è un altro, la ricerca interiore che sfocia nella necessità di conoscere le proprie radici si interseca inevitabilmente con i diritti umani e con la burocrazia italiana e si ferma davanti all’ostracismo di impiegati bofonchianti, balle, cancellature. E’ questo che bisogna combattere. Io non cerco l’affetto di una madre, io cerco risposte alla mia origine sul pianeta terra, nessuno deve essere figlio di nessuno, nessuno deve vivere con dei fantasmi e non conoscere i nomi e i volti dei fratelli, dei genitori, la sua origine geografica, i motivi per cui è stato adottato e prima lasciato. Non sei d’accordo? Ti aspetto e ti riscrivo meglio al più presto, ora è davvero tardissimo e devo andare a dormire, anche se per poco! CIAO! ps. BRUJITA vuol dire STREGHETTA in spagnolo, chiamami pure PAOLA
perdamasco – Cara Paola: per via del più alto, è possibile, ma per via del più grande di te, è tutto da vedesi. Ammesso che il problema, (o i problemi) inerenti la crescita dell’adottato sia un lutto, ( lo è anche la morte di un’idea ) l’ho superato da un bel pezzo. Tuttavia, capisco il senso della tua ricerca, ma per quanto detto prima, non le sento più. Non sentendole più, non mi sento neanche mosso dalle motivazioni (pur condividendole) che agiscono te. Mi trovi, pertanto, come un soldato, che pur capendo il senso della guerra, non sente il senso della tua battaglia. O, per altra immagine, come il soldato, che, avendo terminato la sua guerra, ora, vuole la sua pace. Il mio pensiero potrà anche sembrarti egoistico. Da qualche parte forse lo è, ma, direi, nel senso di ego confermato. E’ ben vero che altri non lo sono, ma per quelli, ci sei tu. La mia odierna strada, mi porta a provvedere (naturalmente, per quanto so e posso) per quelli che sono orfani di principi, se non di vita propria. Mi porta, quindi, a farli ritrovare un padre culturale e/ spirituale, vuoi interno, o vuoi esterno a loro. Sempre di orfani si tratta, è vero! Allora, io commenterò da te, e tu commenterai da me. Qualcosa ne verrà. Ciao, Vitaliano.
Datata Novembre 2006

manofronte

“per Damasco”

o i fanatici in religione, o contro la religione.

neosepara

Non so quanto in buonafede, o quanto per proprie storie, ma in alcuni casi sono stato collocato nei gironi dei fanatici in religione. Nulla è più distante da me! Ho patito troppi fanatismi sulla mia pelle di “diverso”, per stare in alcun modo o misura, vicino a quella gravissima infezione culturale e spirituale che è la fanatizzazione ideologica. Si potrà convenire o non convenire sui pensieri religiosi. Si potrà convenire, o non convenire, sull’esistenza di un Idea che chiamiamo “Dio”. Comunque si metta la questione è fra i bisogni del vivere! Di quei bisogni, condivido i soli principi universali della Vita, e accetto i particolari, perché locali vie di un sapere che nasce dalla necessità di un più elevato sentire sé stessi. A livello religione, o bisogni religiosi o quant’altro di ideologico o di contro ideologico, sia come Perdamasco che come Vitaliano, tutto mi sta bene, purché quel tutto non diventi potere di vita su vita. In quel caso, non ci sto, ma, senza fanatismo, neanche lì.
Datata Novembre 2006

manofronte

“Cosa darei per credere!”

Tua madre è davanti una soglia. Non è detto che la supererà. Dall’ultimo tuo post, capisco, però, che ad averla superata sono i tuoi sentimenti; per questo, ti scrivo questa lettera. Perché aperta? Perché tutti, abbiamo accompagnato davanti la Soglia chi abbiamo amato. E lì, il più delle volte ci siamo ritrovati senza parole. Il più delle volte, senza Parola. Non mi ricordo più per quale tua lettera o commento, ma qualche tempo fa ti ho fatto avere questo: Non chiedere alla foglia sull’acqua perché quella mattina è caduta. E’ parte del sistema che mi hanno detto vita. Il mio nome sulla via è una memoria, che si va’ sbiadendo. Qui si narra un’altra storia. La si narra sorridendo. Mi par di ricordare, che avevi parlato del dolore nella separazione. Ti dissi che il mio commento era un po’ sullo stile di Spoon River. Mi dicesti che ti sembrava un’addio. Lo era. Era l’addio di chi , dopo aver fatto tutto quello che gli avevano detto che doveva fare, ha lasciato questo piano di vita. Ora, però, soffermati su l’ultima parte di quello scritto: “Qui si narra un’altra storia. La si narra sorridendo.” Per quali fantasie o credo ho potuto concepire che oltre noi vi sia il sorriso, prima o poi andrò a verificarlo. Al momento, persevererò, nonostante sia diabolico ciò che immagino sui motivi per cui, di là, giungeremo a sorridere del di qua! Innanzi tutto, lo penso per fede. Fede in un Dio? Dio: enorme parola Pablito. Non dovremmo “nominarla invano”: è vano! Talmente enorme, quella Parola, che la mia mente ne sa un assoluto zero! Al più, ne sa di quello che sinora ci hanno detto, ma, non è su parole di vicari, che ho riposto la mia fede nella vita!

neosepara

Teresa d’Avila ebbe a dire: è maledetto chi crede nell’uomo! Non maledetto da Dio, sai! Per la sua capacità di errore, è, da sé stesso, il maledicente maledetto. Non per questo non và ascoltato, ma, per questo, non è nell’Uomo che dobbiamo porre la nostra fede. Credendo nelle infinite possibilità della vita, ovviamente, credo nel Suo autore. Può anche essere una formula chimica, per quello che ne so io, ma è il Principio delle cose sino dal principio, quindi, è il Padre! La fede, Pablito, non è conoscenza della ragione: è conoscenza della speranza! Ma, la conoscenza della speranza c’è l’hanno solo i bambini, quindi, è necessario tornare bambini, per credere nel Padre. Nel contesto del discorso, tornare bambini, certamente non significa tornare infanti. Per tornare Bambini, non c’è ricetta valida per tutti. Così come non c’è, per diventare Adulti. Ognuno di noi deve trovare la sua via. Questo scritto, pertanto, è come la tabella che ti dice che per andare dal Padre bisogna dirigersi di là, però, la tabella nulla sa, oltre questo, se non il fatto, che di là, narreremo la nostra storia sorridendo. Lo credo, vuoi perché ritroveremo il Padre, vuoi perché ritroveremo la verità della nostra vita, se è quella, che chiamiamo Padre: qualunque sia verità, sia ben chiaro! E, se oltrepassata la soglia ci fosse il Nulla? Indirettamente, a questa domanda mi aiuta a risponderti il Bortocal. Il Bortocal mi ha fatto scoprire, il Nulla, come senso della possibilità! Anche questa possibilità di vita è un senso oltre ragione! Quindi, anche di questo senso si può dire che sta in piedi, solo per fede in un Padre, che il Bortocal chiama Nulla, ma che, essendo possibilità, come possibilità, E’! Alla fine de sto po, po’ de discorso, caro Pablito, come rispondere alla tua domanda: cosa darei, per credere? Per come la vedo io, il problema non è, cosa dare per credere, ma, cosa cedere, per credere. Un abbraccio: fortissimo!
Datata Novembre 2006

manofronte

L’amore è un diritto naturale.

L’amare a ragion veduta!

neosepara

Il Mauro ed io parlavamo di meloni, cioè, delle possibilità dell’amore. Tu, sei intervenuta parlando di mele, cioè, della possibilità dell’amare. Il primo argomento riguarda la ragione. Non mi riferisco al mio pretendere di aver ragione. Il secondo tocca le viscere! Mi riferisco anche alle mie. Ti è chiaro adesso perché non hai capito? In quanto all’omosessualità, non si sceglie di esserlo. Si sceglie di viverla o di non viverla. Se non hai capito neanche questo, cosa hai capito dei tuoi amici gay?
Datata Novembre 2006

manofronte

Ci liberi la Vita

da chi ha la tendenza a strapparsi le vesti!
Se un giornalista pensasse che il suo racconto di una cronaca (un omicidio tanto per citare un caso) diventasse induzione a delinquere, quale Media potrebbe salvarsi da un’accusa di concorso di colpa, dal momento che tutte le notizie, di per sé, sono informative? Alla stregua, se parlo di pedofilia, dovrei subire un concorso di colpa solo perché attuo informazione? In ambo i casi, chi (in buona o mala fede che sia) distorce e/o malinterpreta le informazioni a suo uso e/o consumo fa veramente paura! Ci liberi la Vita da chi ha la tendenza a strapparsi le vesti!
Datata Novembre 2006

manofronte