L’Amore bada alla meta

barradue

La sessualità è sempre transculturale se per “transculturale” intendiamo l’identitario percorso fra una identità genitale di partenza (maschile o femminile che sia) e quella di un sessuale completamento, che, in non pochi casi, non necessariamente corrisponde a quella di origine. Vi è transessualità maschile, ad esempio, il cui connotato femminile è talmente prevalente da indurre il dato trans a viaggiare verso ciò che a livelllo psichico lo fa sentire sè stessa, anche raggiungendo il definitivo asporto dell’attributo genitale. Compiuto il quale, la legge gli concede il pieno uso dell’identità femminile. Il soggetto che non giunge a quella meta, pur rimandendo un transessuale a livello culturale e psichico, è, in effetti, solamente un travestito, e così, (se non vado errando) viene considerato dalla legge. Nel mondo della prostituzione, la conservazione dell’attributo genitale maschile è un valore aggiunto che, necessariamente, il transessuale completamente definito non ha più. Pur simile alla una donna, infatti, perde l’aurea della diversità; diventa, cioè, comune, per quanto più femminile di molte donne. Ora, visto che si continua a sindacare su quello che cerca un omosessuale in un maschio, e visto che se ne traggono dei giudizi, anche aprioristicamente negativi, possiamo o non possiamo sindacare quello che cerca un etero in una figura femminile nel caso di compiuta transessualità, o in una simil femmina (come simil maschio) nel caso di un viaggio sessuale che si è fermato appena prima di un tavolo operatorio? L’intento di questo post non è certo in quello di ricavare giudizi sulle scelte e/o sulla persona che sceglie border line. Consiste, piuttosto, nel poter sostenere, da un lato, che se e’ vero che l’amore è “la metà del cielo”, dall’altro e’ anche vero che la strada per giungervi non nega il passo a nessuno in amore. L’Amore non bada alla marca delle valige. L’Amore bada al viaggio.

Amori decennali

barradue

Fra qualche mese potrò dire di conoscermi da 65 anni. Per tale conoscenza (impasto di bene e di male, di giusto e di sbagliato che sia) sono ciò che sono, ed amo quello che sono riuscito ad essere. Non è un amore assoluto. Tanto meno, costituito in pianta stabile; è soggetto, infatti, a costante bisogno di accertamento su quanto amo: la mia identità in sé, in quella altrui, in quella del mondo. Amo me stesso, più dell’identità altrui, e/o più di quella del mondo? Dove fra la mia identità e quella altrui non vi è corrispondenza di vita e/o di pensiero, comunque l’amo, per quanto so e posso, e/o per quanto la vita altrui mi permette di poterlo. E’ un amore che non grida, il mio; è un amore che tace, ma, è un amore che lo stesso è. E’ un amore verso la vita, quanto non può esserlo verso una vita; ed è un amore che sa, che amando sé stessa, la vita, sa difendere i suoi interessi molto meglio di quello che potrei fare io anche salendo sulle più grandi barricate, o anche salendo su le più grandi, e molto meno pericolose scrivanie. Ci salgano quelli che non la pensano come me, perché ad ognuno la sua via, la sua verità, e la sua vita. Certamente si può dire quello che si pensa. E ci mancherebbe! Fa parte dell’amor proprio, quando non è vanesio. L’amor proprio non è vanesio quando opina; vanesio lo diventa, invece, quando sentenzia. Visceralmente parlando, colloco chi sentenzia sulla vita altrui, fra gli imbecilli di bortocaliana memoria. Per quanto so e posso, non per questo mi rifiuto di stare anche presso di quelli, ma ci sto, sino a che me lo rendono possibile. Dopo di che, ad ognuno la sua via, la sua verità, la sua vita.

Datata Gennaio 2009 ma la lettera è di una decina di anni fa.

Questo Cupido m’ha rotto le palle!

Ho filtrato liquami per anni, e l’ho chiamato amore, ma, l’amore, non è una fossa di decantazione, e l’amante infermiere non può non veder malato l’amore. L’ho sempre saputo, a dire il vero, ma, allora, da quale nuova filosofia spunta, sta novità! Da nessuna, in particolare. Mi sono solamente rotto le palle, di un’arte che mi fa recitare sempre la solita parte. Tutto considerato, invecchiare non è poi sta gran disgrazia, se una riacquistata ragione mi permette di dire basta alchimie, basta intrugli, basta inciucci! Cosa mi darà  la nuova maestra in cambio di quello che mi ha fatto buttare? Al momento, m’ha dato, una non minata capacità d’attesa: neanche fosse una fede.

Datata Ottobre 2007

faldone

Socrate e l’amore

L’amore nasce dalla Povertà, dice Socrate. Non sarei tanto d’accordo. In quanto carattere di vita, che amore è, infatti, quello che nasce fra due poveri amanti, se non un amore di povero carattere? Fra due poveri amanti, più che di amore, parlerei di un sentimentale mutuo soccorso. [Non fra amanti poveri, ovviamente, che può essere ricchissimo!] Amore, a mio avviso, non può essere una compensazione di carenze, se non diventando una “medicina”, dove non è escluso l’amaro. Ne so qualcosa! Più che dalla povertà, l’amore, a mio avviso, nasce di più dall’invidia. Mettici le virgolette, su, invidia. Nasce cioè, anche perché, “invidiando” l’altro/a, vogliamo, o essere come lui/lei: e da qui, nasce l’amore per noi stessi. Oppure, “vogliamo” lui o lei, per metterlo/a fra i nostri beni. Il dire ti voglio bene, è riconoscere una raggiunta conferma. Il ti voglio bene in quanto un acquisito bene, però, è soggetto a variabili. Per tali variabili, o si agisce per valorizzare il bene acquisito, o perde il suo valore, e per implicito, si perde il portatore di quel valore. Anche l’amore, è così. Non per niente è una proprietà della vita. Non per niente non è una proprietà della nostra.

paginemini

DIALOGO

Che si voglia bene a qualcuno perchè noi non ci bastiamo, è una delle poche idee di Platone che mi piacciono. Per questo sono portato a pensare che sia piuttosto di Socrate.

Questa riflessione mi riporta indietro di epoche: quando stavo con l’Amato. Mi diceva: non sempre mi basti, Ora sei al 50%, ora al 70, ora al 99, ora, per niente. Aveva ragione: non ci bastiamo. Per una infinita serie di cause, che stanno fra il personale e l’umano, direi.

Tu dici che questo rende l’amore interessato (anche se la povertà di cui parla Platone ha la P maiuscola. E se fosse? L’amore deve essere interessato all’altro da sè, se no che amore è?

Su l’interessato all’altro/a non posso che concordare, ma, nell’amore, (e non credo sia capitato solo a me) ho riscontrato interesse anche per l’appropriazione di cose dell’altro/a. Pur avendole vissute e pagate, è chiaro che non le considero parte dell’amore. Era a questo che mi riferivo in particolare modo con interessato.

Il bello, poi, che quando dici che l’amore nasce piuttosto dalla “invidia”, cioè dalla sensazione che ci manchi qualcosa che ha chi amiamo, dici esattamente la stessa cosa che diceva Socrate! Solo che non mi pare che l’obiettivo dell’amore sia di essere come la persona amata, ma piuttosto quello di avere la persona amata quasi come parte di noi stessi, in modo da sentirci migliori.

Infatti, distinguevo fra l’invidia che aiuta a formare l’Ego, da l’invidia che aiuta ad unire due Ego.

Rischio, quindi, di possessività? Non c’è dubbbio: è il principale rischio dell’amore questo.

Concordo sul principale rischio, ma, direi anche, che la possessività è un modo dell’amare che non dovrebbe appartenere all’amore.

Perché il definitivo possesso banalizza chi è oggetto d’amore, e in fondo distrugge l’amore.

Se il definitivo possesso porta ad una complementare unione, direi che esalta l’amore più che distruggerlo. Vero è, che a distruggere l’amore in quanto comunione di vita, è l’uso unilaterale (nel senso di chi ricava più di quello che concede) di un soggetto in amore.

Datata Luglio 2007

manofronte

Amore e amorevolezza

barradue

Capii dal dopo la differenza

Attraverso l’amico tramite, lo spirito dell’Amato mi ringraziò “per la mia amorevolezza “. A dirla tutta ci stetti anche male! Mi sarei aspettato un ringraziamento per il mio amore ma aveva ragione. D’altra parte, dicendo amorevolezza anziché amore come mi sarei aspettato, mi ha comunicato la vera essenza del reciproco trasporto e dunque una verità. Se quello spirito è effettivamente nel male, cosa gli costava dirmi una pietosa bugia, cioè, ringraziarmi per il mio amore? Allora, perché ha detto una verità? Perché, almeno in quel caso, non poté mentire o perché non volle mentire? Se precisando la realtà di quel sentimento sapeva di ferirmi, lo fece per amore della malizia o per amore di verità? Se non lo fece per malizia, allora quello spirito è anche capace di verità? Se lo è, allora ciò significa che se anche è stato nel male, tuttavia, almeno in quel caso seppe anche dissentire da quel volere e, dunque, seppe acconsentire a quello del bene? Ammesso e non concesso che lo possa sostenere, anche se lui è stato solamente il passivo strumento del mio discernimento sull’amore e sull’amare, pure, se lui non ci fosse stato, dell’amore e dell’amare io non ne sarei stato lo strumento attivo. Lo dico passivo, quello spirito, perché indurmi a capire non era certo sua intenzione. Se lo avesse fatto, avrebbe si, guadagnato una amicizia, ma avrebbe perso la possibilità di ottenere, amorosamente, ciò che al momento gli interessava di più: la sua ” roba “.

D’altro canto, pur guadagnando una amicizia, anch’io avrei perso la mia ” roba “: il desiderio per la sua Natura. Non sopportavo di vedere che il suo desiderio per il male che lo faceva stare bene pur facendogli male (la droga) lo divideva dal mio desiderio di lui: nel bene e nel male, una ”droga” con il quale tentavo non solo di ”farmi” facendomi amare ma anche di distoglierlo dal suo male. Ma se lui sapeva anche fare a meno del mio bene, tuttavia, non sapeva fare a meno del suo, che indubbiamente, trovava più facilmente presso il mio. Da buon scafato, lui sapeva navigare meglio di me nei marosi dati dalle false corrispondenze: invece, io affondavo, nel senso che quasi sempre cedevo al do ut des che mi imponevano lui e la sua amante: l’eroina. Non era certamente del bene la mia accondiscendenza ma, nei confronti di quella persona, “sapevo resistere a tutto fuorché a me stesso”. A dirla tutta, indipendentemente dal mio desiderio, non sempre la mascherina riusciva ad incantarmi, tuttavia, quasi sempre fui un giocatore incurante dei costi: non solo di quelli economici. Pur sapendo che il nostro capitale affettivo era sempre più povero e gli schemi del gioco sempre più scontati, andavo sempre a vedere le sue carte. Più volte gli manifestai l’esigenza di porre chiarezza. Sull’esigenza della chiarezza in genere glissava. Una volta che non gli riuscì di farlo mi confessò: “l’equivoco è sempre stata la mia difesa!” Sarà anche stato perché gli volevo bene ma in quell’affermazione non vidi solamente chi si serve dell’equivoco per proteggersi dal male a costo di farsi e fare del male, ma vidi anche un essere così indifeso, da non aver altro (o da non essere capace di altro) se non la sua “roba” per difendersi da ciò che non sapeva affrontare se non da “fatto”. Almeno sino a quando era in vita non ho mai preso in considerazione l’idea che se si faceva e faceva del male era perché avrebbe potuto esservi diretto sia da sè che dal male. Adesso ne ho più di qualche sospetto ma, nel dubbio… Se avesse messo chiarezza nel nostro rapporto, ammesso e concesso solo col senno del di poi che sarei stato pronto ad accettarla, (ciò avvenne, quando l’avanzare della sua malattia e la vicendevole amorosità che in qualche modo era spuntata dalla nostra storia insignificò la mutua “tossicodipendenza”) comunque la mia intenzione d’amore si sarebbe scontrata coll’impossibilità di raggiungerla. Al punto, comunque avrei capito l’amore e l’amare attraverso la fallacia dei miei intendimenti ma, avrei capito quanto ho capito giungendo con lui sino alla soglia fra uno stato della vita e inizio dell’altro? Comunque sia e, comunque possa essere interpretata questa storia, fra di noi c’è stata anche della verità.

Datata Marzo 2007

Dove l’amore per la vita

Dove l’amore per la vita mi diventa principio, penso secondo il Padre; dove mi diventa Maestro, penso secondo Cristo; dove mi diventa abbandono nel Padre, penso secondo Maometto; dove mi diventa percorso, penso secondo Budda; dove diventa vita, penso oltre me; dove mi diventa vita, penso secondo me, ma, vita, è lo stato di infiniti stati della corrispondenza fra i suoi stati, quindi, non posso non essere, anche stato degli stati, di tutti quelli, che dalla personale via, mi hanno indicato la loro verità.

Datata Novembre 2006