Non mi mancava che questa!

Vado a fare la spesa.
Sto entrando.
A lato dell’ingresso tre ragazzini.
Sui dieci anni.
Hanno la bici.
La ruota di uno incischia contro una vetrina.
E’ chiaro che vogliono fare qualcosa ma non sanno cosa.
Un gioco che non abbia le solite emozioni, molto probabilmente.
Non ci bado più di tanto.
Entro.
Prendo quello che devo prendere.
Esco.
Vedo che mi guardano ma senza manifestare una particolare curiosità.
Vado a prendere la bici.
Sto aprendo il lucchetto.
Sono a pochi metri da me.
Li sento avviarsi.
Non faccio in tempo a pensare
– si saranno stancati di stare lì –
che, allontanandosi di corsa,
li sento schiamazzare:
aiuto, aiuto c’è il finocchio!
Pericolo, pericolo c’è il finocchio!
In primo mi è venuto da ridere!
Subito dopo però,
ho subito un rigurgito di domande.
Le ho allontanate.
A vedere e provvedere ci penserà la vita.
Ha raddrizzato tronchi.
Vuoi che non sappia e non possa raddrizzare arbusti?
Tuttavia, dispiace.
So che lo fa,
anche percuotendo.

rosaquattro

Quanta acqua non è passata sotto il Piave

da quando sono uscito, vestito da chierichetto da questa chiesa!

vellai

Mi chiamavano sempre quando c’erano le messe in terza o in più come allora si diceva delle solenni. Non che convincessi tanto come chierichetto, però, vestito così gli facevo fare una bella figura quando veniva il Vescovo! Deve essere così perché nelle messe ordinarie non mi hanno mai chiamato!
Il collegio – orfanotrofio era dell’opera Don Guanella che ora è scuola di agricoltura. Molto probabilmente, l’hanno convertito a nuova funzione perché hanno cominciato a scarseggiare le braccia per messali, ma non diminuire quelle per i campi!

rosaquattro

Ah, è lei il perdamasco, il mitomane!

……………….

Sogno la spedizione di uno scritto, ma come si diceva per gli inglesi in guerra, è centrato solo al terzo colpo. A molto ho creduto. In una sola realtà credo. Nei mezzi postali, mai. Telefono, allora, per sapere se hanno ricevuto il testo ultimo. Mi risponde una voce di donna. Ilare. Argentina. M’ha fatto venire in mente il suono del campanellino che alla messa annuncia l’elevazione. In tono più profano, ovviamente; e questa voce, fra il ridere ed il sorridere, mi dice: ah, è lei il perdamasco, il mitomane. Mi sveglio.
Secondo i miei più seri spiriti guida, (il Devoto e Oli), mitomania è tendenza, non necessariamente patologica, ad accettare come realtà, in modo più o meno volontario e cosciente, i prodotti della propria fantasia e a raccontarli come veri allo scopo di attirare su di sé l’attenzione altrui e soddisfare così la sua vanità. E’ vero? Non è vero? Vorrei poter dire che non è vero, ma dovrei sapere cosa lo è. Nel dubbio, mi assolvo. Il sospetto di dirmela e di farmela m’ha sempre accompagnato, a dire il vero, ma non sapendo e non potendo accertare se vero sospetto da vera realtà, ho sempre agito come se fosse vera realtà, quella che sostengo non appartenente alle conoscenze che ho avuto prima di cominciare la mia strada. Se mai sono mitomane, certamente lo sono come chi indossa una divisa. Il mito, però, sta nella divisa non in chi l’indossa. E’ certamente vero che se l’opera di chi indossa un mito, è degno del mito, la mitomania dell’indossante viene meritata per osmosi. Osmosi, chiedo ai due saggi. Mi dicono: “L’influenza reciproca che individui o elementi contigui esercitano uno sull’altro; anche, spec. in campo culturale, compenetrazione scambievole di idee, atteggiamenti, ecc. Dal gr. ósmós ‘spinta’, mi dicono i miei due consiglieri. Di essere un influito da l’Oltre l’ho sempre creduto e l’ho detto anche più volte. Naturalmente, quello che io credo, mica necessariamente è. Se non dall’Oltre su cui dubitare, da chi, allora? Potrebbe essere da un’altra parte della mente? Certo. Lo potrebbe, ed essendo altra da quanto conosciuta, anche questa ipotesi convaliderebbe la presenza di un Oltre, con la differenza però, di essere un oltre interno, non oltre la tangibile realtà. Ci sono risposte certe a questi certi dubbi? Temo di no. Vuoi perché proprio non ci sono, vuoi perché ci si rifiuta di prendere atto della non esistenza di risposte certe ogni qual volta vi è in ballo una vivificante credenza. “La vita si serve degli strumenti che trova” mi disse una voce nella mente. Ero in macchina con l’Amato, e due amanti (un ballerino sieropositivo e un tantinello fuori, e il compagno, all’epoca, al di la di ogni regola ma da gioviale pirata, però, più che da delinquere. Allegrotti e su di giri stavamo andando a ballare. Anche in quel caso, da quale oltre è pervenuta quell’affermazione? Anche in questo caso, non c’è definitiva risposta, al più un rilievo: in fatto d’orari, ambedue gli Oltre non sanno proprio cosa siano! Si, mi sa che la vita non porta l’orologio.

rosaquattro

Tutti miserelle le mie festività: una a parte.

Dicono che i vecchi non hanno che ricordi, e quelli mi sono venuti alla mente, oggi, tornando dalla spesa al LDl , dove ho visto un neo burino arrivare con una vecchia Ferrari. Dovrà andarci per risparmiare sul metano, suppongo!

Non ricordo l’anno. C’era l’Amato, allora. Siamo stati ospiti di un amico di ricca borghesia meranese (poi morto per ove) e assieme ad una banda di altri sciagurati per un verso e per un altro, dopo esser saliti per non si sa quanta strada al buio, dopo aver constatato che non si ricordavano più dove stava il ristorante dove avevano prenotato, ci siamo fermati proprio sul dosso di un’alta collina o di un piccolo monte che sia stato.

Vetro ghiacciato, l’aria. Per decine di kilomentri di fronte a noi e per i 360 gradi, una platea di montagna, con luci, si, sui declivi ma, sfilata collana di diamanti, cadute qua e la come in terra così in cielo.

Basso il cielo. Di un indaco così intenso da parer soffitto, basso pareva, quasi da far paura, quasi da piegare il collo per non batterci la testa. Incantati, saremmo rimasti lì non si sa per quanto, ma il cenare chiamava ed eravamo già in forte ritardo. Come serata volle arrivammo al ristorante! Clientela numerosa e con brindisi già fatti, nella sala. Noi, però, siamo stati dirottati a parte. Non credo per malizia. Nessuna di noi era scandalosa, né in qualsiasi maniera fatta di qualsiasi cosa. Non sino all’aperitivo, perlomeno.

Del mangiare non ricordo nulla. Probabilmente, perché molto mediocre, probabilmente, perché moto birrato, e dopo, anche molto canato!

Festa scontata, si sa! Bisogna divertirsi se no che festa è! Solo il Signore sa se non le odio, non tanto le feste, quanto il doversi divertire perché si fa vedere che ci si diverte. A me, che già allora cominciavo ad amare il silenzio, interrotto da preludi, si, però, attenuate per favore: attenuate!

Fatto sta che ho lasciato andare il comune che non sono, ed ho recitato la mia parte. Per gli stessi motivi della cena, non ricordo come se non a rari sprazzi. Bene, ricordo solo il viso dell’Amato. Aveva (e avevamo) ben pochi motivi per ridere eppure ci ero riuscito, e con lui, anch’io e gli amici.

Non ricordo com’è finita la serata. Ci avranno buttati fuori ad orario, suppongo. Nel Sud Tirolo mica si scherza con gli orari! Ricordo solo che ad un certo punto i nostri fuochi artificiali si sono spenti:, anche se un po’ alla volta.

Siamo tornati a terra, così, venati di malinconia.

La stessa che colpisce angeli quando cadono.

nord

Con la reimpaginazione del mio sito perdamasco.it

una domanda: è più faticoso vivere o descrivere il vissuto?

.

Immaginate di esservi avvicinati ad un albero: simbolicamente parlando, quello della vita. Immaginate di vederlo forte di tronco e di rami, ma, con quasi tutte le foglie a terra. Pur macchiate da parassiti, le foglie sono ancora verdi. Ora, immaginate di essere come il bambino che riattaccò le foglie all’albero perché gli era stato detto che la mamma sarebbe morta alla loro caduta. Sono orfano da mo’, per cui, non più coinvolto, tuttavia, siccome ancora coinvolto con la vita, anche a me è stato detto (ma ancora di più sentito) che l’albero sarebbe morto a foglie cadute.
C’è n’erano di accatastate al tronco, sotto i rami, e portate dal vento, sparse per il campo. Come non bastasse, confuse con quelle dell’albero del campo e di quella proprietà, c’è n’erano anche di altri campi e di altre proprietà! C’è n’erano anche di altri alberi.
Bene, ora raccogliete tutte le foglie, portate all’albero anche quelle più sparse e di altre proprietà, dividete quelle dell’albero da quelle di altri alberi, e attaccate quelle di appartenenza, badando di metterle secondo l’ordine di crescita, cioè, più vicine al tronco quelle mature, e via via più alla luce quelle di vita appena crescente. Le foglie sono migliaia.
Riprendo la domanda: è più difficile vivere, o scrivere il vissuto? Non so. A pena di vivere e di scrivere pressoché finita, nulla, è più difficile.

rosaquattro

Memorie di un tardo adolescente, e memorie di un tardo bambino.

Girando i mobili ho collocato questo pensiero: paranoia, è malattia della mente rapinata della fiducia. Con la condanna alla macina al collo abbiamo sempre pensato (o ci hanno sempre fatto pensare) che il Cristo si riferisse a chi osa intaccare la purezza sessuale dei bambini; ed è certamente anche così. Altrettanto indubbiamente, però, dovrebbe meritarla chi osa intaccare la purezza della mente di un bambino, e/o quando è ancora bambina; con ciò intendendo, pulita. Il guaio è, che siamo stati, tutti, mentalmente violentati, e che per la nota legge del contrappasso, da vittime che eravamo, siamo diventati, direi tutti, dei violenti. Pare che sia, a causa della legge della sopravvivenza. Il Cristo che conosciamo, pare non l’abbia conosciuta.

afinedue

Aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaahhhh!

Esco dal supermercato. Nessun casinista nel giardino. La panchina è libera. Mi siedo. Mi descamiso. Tolgo le calze. Muovo le dita nelle ciabatte. Ho i pantaloni, completamente punteggiati di cera nera. Sembro, na’ mitragliata del 43. Rovisto nel sacchetto. Tramezzini al salmone come antipasto. Tramezzini al tonno e insalata russa come piatto. Ananas a pezzetti poi, e per finire, un cestino di fragole, rigorosamente non lavate! Leggero ruttino. Sigaretta. Leggo il giornale a grandi falcate. Non ho voglia di rumori. Lo chiudo. Altra sigaretta. Mi guardo attorno. Il mondo gira. Oltre me.

afinedue

Giardini e galere

Un amico che non mi vedeva da tempo nel giardino, m’ha chiesto se non ci ero più venuto a causa di una banda di moldavi che picchiava e derubava i Finocchi. Da un paio di questi, mentre era in compagnia di un suo amico arabo (amico, non amante) ha sentito dei passi di corsa dietro di lui. Si gira. Vede chi correva. Con lo stesso velocistico impegno di quei parassiti, taglia la corda. La sera dopo, rivede l’arabo e lo rimprovera per non averlo difeso. L’arabo gli risponde: che vuoi che faccia! Io ci vivo, qui! Già!

afinedue

Sono sul lavoro. Decido che ne ho abbastanza. Vado a prendere un caffè.

Percorro il porticato. Mi cade l’occhio su una forma stesa sul pavimento. E’ girata di fianco. In posizione da sonno. Piove della madonna, anzi, grandina. Mi avvicino. Lo scuoto. Non reagisce. Lo rovescio di schiena. E’ straniero. Indiano. Respira. E’ già qualcosa. Pur sentendomi pienamente cretino, gli dico che non può stare qui. Borbotta. Mi fissa. Non mi vede. Chiamo il 118. Il 118 chiama la Polizia. Arriva la Polizia. Arriva il 118. Lo rimettono in piedi. Non ci sta. Lo reggono. E’ completamente ubriaco. Quasi perso. E’ chiaro che non capisce quello che gli chiedono. E’ chiaro che non capiamo neanche noi. Nessuno sa cosa fare. Uno dei due poliziotti lancia una proposta: se lo mettiamo sotto l’acqua, vedrai che gli passa tutto. Vero. Anche annegandolo, probabilmente. Alle domande dei soccorritori, l’indiano continua a dire no – no! Fa giunto le mani all’altezza del volto. Ogni tanto si abbassa per toccare le ginocchia di uno dei poliziotti. Uno dell’autoambulanza dice che non può portarlo via perché l’indiano dice sempre no, no. Io, che non sto mai zitto, gli obbietto che se una persona non è in grado di connettere per il si, che cavolo di valore può avere il suo no! Quello mi guarda. Tace. Non sa cosa rispondermi, evidentemente. O forse, ha realizzato, che a differenza dell’Indiano che se le mette sul volto, io le mani le metto sulle palle! Giusto per vedere se ci sono. Giusto per sentire se hanno peso. Giusto per capire cosa valgono. Ma tutto è bene quello che non finisce peggio. L’indiano pare riprendersi. Lo caricano sull’autoambulanza. Lo siedono. Vedo che guarda il posto dov’era steso in due dita d’acqua fredda sino a qualche momento prima. Chissà a cosa passa per la testa, a chi, anche in un gesto di immediato passato, vede, forse, il suo futuro.

Non l’India, direi.

afinedue

 

Lo vedo sul davanzale di una casa costruita in economia.

L’avevo conosciuto qualche tempo prima. Ci aveva uniti una reciproca malìa. Ogni tanto ci si vedeva. Ci si salutava. Sta parlando al cell. E’ in calzoncini. Aderenti. Tanto aderenti. Quasi superflui. E’ questione di un attimo. Di un giro di pedali. Non lo vedo più. Non con gli occhi. Potrei dirvene ogni linea. Se potessi farvele scorrere con le dita, vi commuovereste. Anche la bellezza può essere un pianto. Non da tutti. Non per tutti.

Prassitele, forse.

afinedue

Il sesso e la lampadina.

Giusto per togliermi qualche ragnatela all’apparato, ieri sera stavo uscendo. Prima, però, decido di rispondere ad un commento. Destino o fatalità, questo ritardo sulla decisione permette l’arrivo di un mio amante. Sui 40. Piccoletto e torsolotto. Tunisino. Possibile spaccia. Senza cielo, né terra. Elementare. Spontaneo. Strumento che ottimizza la strumentazione. Sale. Sale, mi abbraccia, e via facendo. Terminato, il faccendo con reciproco piacere, diventiamo due estranei che solo la reciproca confidenza e cortesia, tiene ancora uniti per quel tanto che basta per il bacino finale, tuttavia, se dovessi seguire quello che sento lo manderei a rivestirsi in cortile. Soddisfatto il piacere, infatti, mi sento come una centrale che ha prodotto luce solo per una lampadina. Il che può andar bene per case che non hanno più di una stanza. 

afinedue

Ore otto e qualche minuto! Nulla va bene signora Marchesa.

La srjlankiana collega mi dice che l’operaio se n’è già andato perché aveva mal di pancia. Morale della favola: quasi tutto da fare. Panico! Trovo altri due operai, ma, da lunedì, perché prima vengono gli amici! Etica invidiabile, ma intanto che faccio? Glielo racconto alla polvere?! In qualche modo tampono. Finisco nel tardo pomeriggio. Avete presente le acciughe? Sono così! Vado a prendere sigarette e giornale. Voglia di andare subito a casa? Zero! Voglia di farmi da mangiare? Zero! Vado dal mio Kebaccaro. Gli ordino una porzione grande di patate fritte. C’è un caldo boia, all’interno del 2 x 2 che osa chiamare negozio. Prendo una sedia e mi siedo sul marciapiede. Apro la prima birra. Pardon, la seconda! Non potrei stare sul marciapiede, ma per fortuna, il vigile che può confermarlo non passa, o deve ancora nascere.

Passa una vecchia culandra. E’ la versione maschile della vecchietta con i due cagnetti che avrete visto in Un pesce chiamato Wanda. Mi cade l’occhio sui suoi pantaloni: la riga è perfetta. Rifletto sull’età, e sul rifiuto di arrendersi. Passa un’anziana accompagnata dalla figlia. Non l’ombra di un grasso nell’anziana in emiparesi facciale, non l’ombra della figa che deve pur esser stata la figlia: ora, madre compita, ma, sepolcreto della passera. Mi capita di vedere ogni tanto delle donnone africane o latine, più larghe che alte, eppure, ancora così femmine! Cos’è, che abbiamo sbagliato?!

Ordino la terza birra e una porzione piccola di patate. Dico all’amica commessa, e filarino dello spacciatore di farinacei, non sposarlo! E’ un bandito! Ride. Deve già saperlo. La capisco. E pakistano, lo sciagurato! Ti sorride come fossi l’amante della sua vita mentre ti pugnala il fegato con un olio che te lo raccomando, e che tu sai mentre fai finta di non sentire i rigurgiti dei suoi delitti! Dio, se almeno lo facesse alla Bin Laden, in qualche modo potrei anche difendermi, ma chi mai si è difeso quanto basta, dagli Arsenio Lupin?!

E ordino la quarta birra.

Passa un ragazzo sui venti. Tutto a puntino. Ivi compreso la cinghia bianca dei regolamentari Gabbana: pantaloni che paiono cadere dalle anche ad ogni passo, ma che non è vero pericolo, sostengono le chiappe, smentite complici (d’induzione a reato) dal fatto che il ragazzo continua a tirarseli su. Lo stesso tic anche nelle ragazze che portano le mini. O meglio, delle giustificazioni che spacciano per sottane. E che cazzo, ragazzi! Abbiate il coraggio delle vostre opinioni! O su, o giù! Che in mezzo, oltre che alla virtù, c’è anche l’ipocrisia! Così ragionando, dico di no alla quinta birra e me ne torno a casa. Giusto per recuperare il fiato andrò a dormire un po’. Al risveglio, vedrò di fare in modo di alimentare le illusioni di qualcuno, e poi, andrò a sperimentare la riuscita dei miei trucchi.

afinedue

Terminato di leggere la zeffirellata su Cristo, che dico in un post seguente…

… mi sono fatto degli spaghetti olio aglio peperoncino, e mi sono aperto un Camilleri d’annata: Pensione Eva. (6euro spesi benissimo!)

Sentite… “Fu canticchia prima dei suoi dodici anni che Nenè finalmente capì quello che capitava dintra alla pensione Eva fra i mascoli grandi che la frequentavano e le fimmine che ci abitavano.”

asterisco

Tardo anche allora, io lo capii verso i sedici. Lavoravo al bar Aurora di Este. Di fronte al bar, una pensione: Il Cavallino. Adesso è una Concessionaria d’auto. Nessun cavallo o stalla, al piano terra. C’era un’autorimessa, e alla sinistra di quella, il ristorante della pensione. Citando il Camilleri, Il cavallino, “era qualichi cosa di meglio di una locanda, e qualichi cosa di peggio di un albergo.”

Ricordo serate d’inverno. Ogni tanto, dalla pensione giungeva qualche richiesta: ricordo poche cioccolate calde. Il più delle volte, brulè che dovevano arrivare ancora bollenti. Ricordo strane atmosfere al bar, dopo quelle ordinazioni. Erano fatte di cotone. Di quello a fiocchi. Di quelli, che per quanto li tiri, non si strappano mai. Mandavano me. Pesante, il vassoio che dovevo portare, tra bicchieri e piattini per non far raffreddare il brulè. Drammatico il passo, fra il dover andar velocemente, e il non far cadere tutto. Salivo, per una di quelle scale che adesso non ci sono più: larghe, con scalini di pietra da lavare a varechina. Entravo nel salone. Aria di chiuso, un tavolo da una parte, e mi pare, un paio di poltrone. Dava l’idea di non esser mai stato usato: era lì.

Alla sinistra, la porta della cucina/sala da pranzo che non ho visto preparata una volta. Attorno al tavolo, masculi grandi, fimmine, e disagi. Se c’erano risate, forse scoppiavano dopo che me n’ero andato. Non tanto perché riguardavano me, (almeno penso) ma, forse perché c’erano due occhi di meno. Niente delle donne diceva il mestiere. Famigliare l’abbigliamento, e le personalità. Nulla degli uomini diceva il desiderio. Dei padri fuori casa. Se ci fosse capitata la Merlin, avrebbe detto: scusate, ho sbagliato porta! Scendevo dalle scale con un senso di liberazione. Vuoi, perché fuori non c’era più l’odore di quella cucina, vuoi perché non dovevo più darmi risposte. Vuoi perché avevo paura di possibili domande.

afinedue