Non mi mancava che questa!

Vado a fare la spesa.
Sto entrando.
A lato dell’ingresso tre ragazzini.
Sui dieci anni.
Hanno la bici.
La ruota di uno incischia contro una vetrina.
E’ chiaro che vogliono fare qualcosa ma non sanno cosa.
Un gioco che non abbia le solite emozioni, molto probabilmente.
Non ci bado più di tanto.
Entro.
Prendo quello che devo prendere.
Esco.
Vedo che mi guardano ma senza manifestare una particolare curiosità.
Vado a prendere la bici.
Sto aprendo il lucchetto.
Sono a pochi metri da me.
Li sento avviarsi.
Non faccio in tempo a pensare
– si saranno stancati di stare lì –
che, allontanandosi di corsa,
li sento schiamazzare:
aiuto, aiuto c’è il finocchio!
Pericolo, pericolo c’è il finocchio!
In primo mi è venuto da ridere!
Subito dopo però,
ho subito un rigurgito di domande.
Le ho allontanate.
A vedere e provvedere ci penserà la vita.
Ha raddrizzato tronchi.
Vuoi che non sappia e non possa raddrizzare arbusti?
Tuttavia, dispiace.
So che lo fa,
anche percuotendo.

rosaquattro

Quanta acqua non è passata sotto il Piave

da quando sono uscito, vestito da chierichetto da questa chiesa!

vellai

Mi chiamavano sempre quando c’erano le messe in terza o in più come allora si diceva delle solenni. Non che convincessi tanto come chierichetto, però, vestito così gli facevo fare una bella figura quando veniva il Vescovo! Deve essere così perché nelle messe ordinarie non mi hanno mai chiamato!
Il collegio – orfanotrofio era dell’opera Don Guanella che ora è scuola di agricoltura. Molto probabilmente, l’hanno convertito a nuova funzione perché hanno cominciato a scarseggiare le braccia per messali, ma non diminuire quelle per i campi!

rosaquattro

Ah, è lei il perdamasco, il mitomane!

……………….

Sogno la spedizione di uno scritto, ma come si diceva per gli inglesi in guerra, è centrato solo al terzo colpo. A molto ho creduto. In una sola realtà credo. Nei mezzi postali, mai. Telefono, allora, per sapere se hanno ricevuto il testo ultimo. Mi risponde una voce di donna. Ilare. Argentina. M’ha fatto venire in mente il suono del campanellino che alla messa annuncia l’elevazione. In tono più profano, ovviamente; e questa voce, fra il ridere ed il sorridere, mi dice: ah, è lei il perdamasco, il mitomane. Mi sveglio.
Secondo i miei più seri spiriti guida, (il Devoto e Oli), mitomania è tendenza, non necessariamente patologica, ad accettare come realtà, in modo più o meno volontario e cosciente, i prodotti della propria fantasia e a raccontarli come veri allo scopo di attirare su di sé l’attenzione altrui e soddisfare così la sua vanità. E’ vero? Non è vero? Vorrei poter dire che non è vero, ma dovrei sapere cosa lo è. Nel dubbio, mi assolvo. Il sospetto di dirmela e di farmela m’ha sempre accompagnato, a dire il vero, ma non sapendo e non potendo accertare se vero sospetto da vera realtà, ho sempre agito come se fosse vera realtà, quella che sostengo non appartenente alle conoscenze che ho avuto prima di cominciare la mia strada. Se mai sono mitomane, certamente lo sono come chi indossa una divisa. Il mito, però, sta nella divisa non in chi l’indossa. E’ certamente vero che se l’opera di chi indossa un mito, è degno del mito, la mitomania dell’indossante viene meritata per osmosi. Osmosi, chiedo ai due saggi. Mi dicono: “L’influenza reciproca che individui o elementi contigui esercitano uno sull’altro; anche, spec. in campo culturale, compenetrazione scambievole di idee, atteggiamenti, ecc. Dal gr. ósmós ‘spinta’, mi dicono i miei due consiglieri. Di essere un influito da l’Oltre l’ho sempre creduto e l’ho detto anche più volte. Naturalmente, quello che io credo, mica necessariamente è. Se non dall’Oltre su cui dubitare, da chi, allora? Potrebbe essere da un’altra parte della mente? Certo. Lo potrebbe, ed essendo altra da quanto conosciuta, anche questa ipotesi convaliderebbe la presenza di un Oltre, con la differenza però, di essere un oltre interno, non oltre la tangibile realtà. Ci sono risposte certe a questi certi dubbi? Temo di no. Vuoi perché proprio non ci sono, vuoi perché ci si rifiuta di prendere atto della non esistenza di risposte certe ogni qual volta vi è in ballo una vivificante credenza. “La vita si serve degli strumenti che trova” mi disse una voce nella mente. Ero in macchina con l’Amato, e due amanti (un ballerino sieropositivo e un tantinello fuori, e il compagno, all’epoca, al di la di ogni regola ma da gioviale pirata, però, più che da delinquere. Allegrotti e su di giri stavamo andando a ballare. Anche in quel caso, da quale oltre è pervenuta quell’affermazione? Anche in questo caso, non c’è definitiva risposta, al più un rilievo: in fatto d’orari, ambedue gli Oltre non sanno proprio cosa siano! Si, mi sa che la vita non porta l’orologio.

rosaquattro

Tutti miserelle le mie festività: una a parte.

Dicono che i vecchi non hanno che ricordi, e quelli mi sono venuti alla mente, oggi, tornando dalla spesa al LDl , dove ho visto un neo burino arrivare con una vecchia Ferrari. Dovrà andarci per risparmiare sul metano, suppongo!

Non ricordo l’anno. C’era l’Amato, allora. Siamo stati ospiti di un amico di ricca borghesia meranese (poi morto per ove) e assieme ad una banda di altri sciagurati per un verso e per un altro, dopo esser saliti per non si sa quanta strada al buio, dopo aver constatato che non si ricordavano più dove stava il ristorante dove avevano prenotato, ci siamo fermati proprio sul dosso di un’alta collina o di un piccolo monte che sia stato.

Vetro ghiacciato, l’aria. Per decine di kilomentri di fronte a noi e per i 360 gradi, una platea di montagna, con luci, si, sui declivi ma, sfilata collana di diamanti, cadute qua e la come in terra così in cielo.

Basso il cielo. Di un indaco così intenso da parer soffitto, basso pareva, quasi da far paura, quasi da piegare il collo per non batterci la testa. Incantati, saremmo rimasti lì non si sa per quanto, ma il cenare chiamava ed eravamo già in forte ritardo. Come serata volle arrivammo al ristorante! Clientela numerosa e con brindisi già fatti, nella sala. Noi, però, siamo stati dirottati a parte. Non credo per malizia. Nessuna di noi era scandalosa, né in qualsiasi maniera fatta di qualsiasi cosa. Non sino all’aperitivo, perlomeno.

Del mangiare non ricordo nulla. Probabilmente, perché molto mediocre, probabilmente, perché moto birrato, e dopo, anche molto canato!

Festa scontata, si sa! Bisogna divertirsi se no che festa è! Solo il Signore sa se non le odio, non tanto le feste, quanto il doversi divertire perché si fa vedere che ci si diverte. A me, che già allora cominciavo ad amare il silenzio, interrotto da preludi, si, però, attenuate per favore: attenuate!

Fatto sta che ho lasciato andare il comune che non sono, ed ho recitato la mia parte. Per gli stessi motivi della cena, non ricordo come se non a rari sprazzi. Bene, ricordo solo il viso dell’Amato. Aveva (e avevamo) ben pochi motivi per ridere eppure ci ero riuscito, e con lui, anch’io e gli amici.

Non ricordo com’è finita la serata. Ci avranno buttati fuori ad orario, suppongo. Nel Sud Tirolo mica si scherza con gli orari! Ricordo solo che ad un certo punto i nostri fuochi artificiali si sono spenti:, anche se un po’ alla volta.

Siamo tornati a terra, così, venati di malinconia.

La stessa che colpisce angeli quando cadono.

nord

Con la reimpaginazione del mio sito perdamasco.it

una domanda: è più faticoso vivere o descrivere il vissuto?

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Immaginate di esservi avvicinati ad un albero: simbolicamente parlando, quello della vita. Immaginate di vederlo forte di tronco e di rami, ma, con quasi tutte le foglie a terra. Pur macchiate da parassiti, le foglie sono ancora verdi. Ora, immaginate di essere come il bambino che riattaccò le foglie all’albero perché gli era stato detto che la mamma sarebbe morta alla loro caduta. Sono orfano da mo’, per cui, non più coinvolto, tuttavia, siccome ancora coinvolto con la vita, anche a me è stato detto (ma ancora di più sentito) che l’albero sarebbe morto a foglie cadute.
C’è n’erano di accatastate al tronco, sotto i rami, e portate dal vento, sparse per il campo. Come non bastasse, confuse con quelle dell’albero del campo e di quella proprietà, c’è n’erano anche di altri campi e di altre proprietà! C’è n’erano anche di altri alberi.
Bene, ora raccogliete tutte le foglie, portate all’albero anche quelle più sparse e di altre proprietà, dividete quelle dell’albero da quelle di altri alberi, e attaccate quelle di appartenenza, badando di metterle secondo l’ordine di crescita, cioè, più vicine al tronco quelle mature, e via via più alla luce quelle di vita appena crescente. Le foglie sono migliaia.
Riprendo la domanda: è più difficile vivere, o scrivere il vissuto? Non so. A pena di vivere e di scrivere pressoché finita, nulla, è più difficile.

rosaquattro

La vita garantisce la minima a me, ma non di meno a Eros.

Passavo dalla Bra.
Tornavo dal negozio della Tim, dove, il responsabile si è ritenuto esente dal compito di dirmi tutte le informazioni su un cellulare.
Al che, ne ho comprato uno molto bello (cinese) ma che non riceve la posta di Libero se non pagando un contratto annuale di più di una ventina di euro.
Accettando il fatto, mi ritroverei, non solo a perdere l’opzione mail che ricevo gratis, ma anche con un cellulare che invecchia in modo indirettamente proporzionale al costo di mantenimento.
I numerosi tentativi fatti dal gerente per farmi ricevere la mail di Libero sul nuovo acquisto, al momento hanno ottenuto il solo scopo di non farmi più ricevere le mail anche sul telefono superato (superato sì, ma ancora buono) che ho usato sinora.
Sono quattro giorni che torno dal venditore. Sto diventando il loro incubo, suppongo; è certo che a fronte di un servizio sufficientemente lucido non lo sarei mai diventato!
Davanti alla bicicletta mi passa un giovane arabesco.
I pantaloni che indossa mi presentano il sedere.
Porta solamente l’indaco delle mutande.
Lo guardo.
Lo sento ridere.

rosaquattro

"Cani sperduti senza collare"

Al Mercato dello Stadio, al banco del pesce, un cucciolo sui venticinque che lo stava friggendo si gira e mi vede.
Sorride un Ciao.
Sembri un marinaio, mi dice.
Si, di acqua dolce, gli rispondo, a mia volta sorridendo ma con strascico di passo in avvio veloce.
Ma dove cazzo devo andare di corsa?!
E perché cazzo devo sempre sminuire le dimostrazioni di stima: amicale, affettiva, o comunque amorosa che poi contiene sia l’amicale che l’affettiva!
Avete presente i cani battuti che alla sola vista di una mano in avvicinamento si ritraggono?
Ad alcuni di quelli capita anche di ringhiare.
Ad alcuni di quelli, capita anche di mostrare i denti!
Non tutti mordono.
A me non capita.
Strano.

rosaquattro

E’ di piombo il cielo di Verona, oggi…

… ma nonostante ciò, non pesante: è solo una schermata che ha scambiato sfondo!
Ho appena sbranato il quarto panino con mortadella. Non male il cabernet che si è fatto sangue.  Passa poco sotto la finestra di casa, ma il presepe che vedo agire non lo sento isolato da un tutto che mi sussurra: è cosa buona e giusta.
Sono appena rientrato da una passeggiata che ho fatto con un  amico per le vie della città vecchia. Cosa non perdono i turisti, ergastolati alla sola visione dell’Arena e poco più. Quanta più vita si denuncia, invece, nelle strade fuori dei percorsi della Storia, in quella cioè, che non è mai dopo Cristo perché l’uomo è un cristo mai superato da sé stesso, come non può esserlo, in eterno un costruttore: falegname o no che sia.
Pedalando arrivo a s. Zeno dove fra non pochi pro e contro si sta costruendo un parcheggio dove prima c’era un giardino, alberato da decennali crescite. Vero è che i colombi sugli alberi, mica si scusavano se defecavano anche su i pensionati in cerca di verde. Vero è, che nessun pensionato si era mai lamentato più di tanto. Il fatto valeva pur sempre la candela.
Obbligato dai lavori, percorro uno stretto passaggio. Delle voci di ragazzo davanti a me. Africano uno, nostrano l’altro. Sono in boresso. Boresso, è una voglia di ridere che per giungere alla mente parte dallo stomaco. Saranno sui dieci/ dodici anni.
Di forte vitalità il ragazzo africano. Di complice ma di suddita vitalità quella del ragazzo nostrano. L’africano mi guarda. Capisco al volo che non sa in quale cassetto ha posto le informazioni che mi somigliano, così, mi dice: buongiorno!!!!
Al volo capisco che quel buongiorno è l’unica chiave che ha trovato per vedere se nei miei cassetti c’è un qualcosa da far suo, o quanto meno, da riconoscere, anche come suo.
Buongiorno signori, rispondo. Pesantuccio saluto mi direte. E’ fatto ad arte! Con quella forma di saluto, infatti, obbligo una curiosità personale, dentro ciò che può esser lecito esplorare solamente alla curiosità dell’educazione che si deve  fra età diverse.
Sempre pedalando li supero. Non faccio in tempo a farlo che il morettino dice al bianchino: hai visto? Ha l’orecchino!
Anno domini 2011.

rosaquattro

Ecco perché ho aperto un gruppo "per Damasco" su Face Book.

Non ho mangiato nulla di particolare, ieri sera, (un kebab e due rossi) ma stanotte ho sognato un’allucinante sovrapposizione di storie e di emozioni.
L’ultima storia, e ultima emozione prima di un risveglio che mi è parso uno spintone fuori dal letto più che un fine del cinema, è stata una voce quasi gridata, quasi strozzata; come se un qualcuno ho un qualcosa volesse farla zittire. Si è ripetura tre volte: pubblica anche per gli altri!!!
Per le mie conoscenze, tre volte significa: una per la Natura, una per la Cultura, una per lo Spirito. Ma, che significa, pubblica anche per gli altri?
In altri tempi si diceva che i sogni sono vie di collegamento fra gli abitanti di questo mondo è l’ulteriore. Non in tutti i casi ma molto me lo fa pensare.
L’opinione, però, non esclude che i sogni siano vie di illuminante collegamento della parte chiara sulla parte scura della mente.
L’impossibilità di capire l’effettivo senso della frase, mi fa pensare che sia stata parola (la parola è l’emozione della vita che dice sé stessa) proveniente dalla parte scura della mia mente, oppure, per il precedente senso che hanno dato hai sogni, proveniente dalla vita ulteriore che si dice spiritualmente bassa.
Spiritualmente bassa, non necessariamente significa diabolica. Può significare, anche spiritualmente non cosciente.
Comunque siano i fatti e/o le ipotesi, pubblica anche per gli altri, per implicito significa che sinora ho pubblicato per me stesso? C’è del vero in questa ipotesi. La stesura del sito e del blog, infatti, mi ha curato da un lutto, pesantissimo da superare.
Vero anche che quel lutto l’ho superato. Può essere vero, allora, che devo pubblicare per altri, avendo finito di dover pubblicare per me?
Si, la cosa potrebbe avere un suo senso, ma, perché devo pubblicare per altri, su invito di una voce che chiaramente (almeno per me) ha fatto non poca fatica per farsi sentire da quanto era frenata nel farlo?
Chi o cosa la frenava? Un’emozione di bene che voleva frenare una di male?
Un’emozione di giusto che voleva frenare una di ingiusto?
E, di quale piano dell’esistenza? Del piano ulteriore della vita, o del piano che non conosciamo della mente? Morale della favola: ho sempre fatto quello che mi è piaciuto fare.
ps. Ho chiuso il Gruppo dopo poco tempo. Per svilupparlo dovevo creare dipendenze; neanche per idea!

rosaquattro

La pedagogia dello spirito gregario

è fonte di settaria con_fusione.
Non fa per me. Io seguo lo spirito sovrano, non, quello servo. Sostengo da tempo che il luogo della Verità è nel luogo della pace. Tachicardia, mal di testa, dissidi, mi colpivano nel gregario luogo vincenziano, così, ho chiuso quell’esperienza. Ho motivato la chiusura per motivi di salute. Non è il caso di tirar fuori altro. Gli abbarbicati agli spiriti gregari non sanno sentir ragioni, o meglio, le sanno solamente udire. Qualcosa d’altro troverò! O se non troverò, vorrà dire che la mia strada non può percorrere che sé stessa; e buona notte al secchio! Mica l’ho bucato io!

rosaquattro

Ci sono poveri

 che non sanno come tirare il cammino,
e poveri che è necessario fermare perché sanno camminare anche troppo.
grafa
Questa mattina sono andato al gruppo vincenziano. Ho coadiuvato il volontario addetto alla distribuzione dei pacchi di alimentari. I pacchi alimentari si danno a chi ha famiglia. A chi non ha famiglia, invece, il pacco almentare viene sostituito dal pasto alla mensa. Capita che vi siano singoli che si presentano anche alla distribuzione dei pacchi. Come fermare i furbi? Cercando di conoscerli.Allo scopo, sono andato ad assistere al servizio di mensa. Il vincenziano non può aiutare più di settanta persone.
Entrano. Uomini e donne. Cittadini dell’Est. Srylanka. Nordafricani. Si siedono ai tavoli. Aspettano la distribuzione del cibo. Se il senso dell’umiliazione che li accompagna avesse anche una pur minima valutazione bancaria, potrebbero vivere di rendita. Arriva un sacerdote. Sulla mia età. Giovialone. Sereno, direi, o forse, attore.
Li invita a pregare. Mi sono allontanato. Mi si era stretto il cuore. Mi sono rivisto nel mio collegio di orfano. Stessa l’umiliazione. Stessa la fame. Stesse preghiere che non finivano mai.
Non me ne voglia il Cielo, ma io avevo fame di carne, non, fame di Dio. Avevo una fame della madonna. Penso così, caro il mio Renato, di aver cominciato a farmi conoscere anche lì. Naturalmente (e te pareva!) non ho potuto non dire quello che penso. Il sacerdote me ne ha dato l’occasione.
Li ho fatti pregare, mi dice, ma senti cosa m è capitato. Un mussulmano (assieme ai suoi compagni) m’ha chiesto se poteva pregare secondo il suo credo. Certo, gli dico: e si sono messi ad urlare un qualcosa. Tempo dopo, continua il sacerdote,quel mussulmano ha chiesto conferma a suo padre: iman nel paese di provenienza del mussulmano in questione. Il padre gli dice che non può continuare così, perché i mussulmani non possono pregare con i cristiani! E si fa una sommessa risatina, intendendo, con quella, sottolineare un assurdo.
Caro padre, gli dico, io credo solamente nella preghiera viva: azione di bene verso la vita: persona o il Tutto che sia. Far pregare nelle condizioni di dipendenza, invece, può diventare solamente il prezzo che devono pagare per poter mangiare.

rosaquattro

Associazioni di Volontariato et similia: onori e timori.

Non è certo il tempo che mi manca. Come occuparlo? Cercando sesso? Che palle! Giocando a carte? Troppo stress. A bocce? Ho già i piedi rovinati di mio. Ginnastica? Preferisco mangiare di meno piuttosto che faticare per smaltire il di più. Gare di ballo? Con le Cenerentole in pensione? Non mi ci vedo proprio. :>> Andando a messa? Non frequento. Volontariato? Proviamo.
………………..
Cortese associazione: scartabellando in Rete sono giunto al vostro sito. Come vedono dall’età, sono pensionato. Due, le necessità in questo mio momento: precedere nell’essere attraverso il fare; ricavarne una sussistenza che compensi la minima di ora. Il non ottenimento della seconda sussistenza, non necessariamente cassa la prima. Sono stato cameriere, operaio generico e aiuto cuoco. Non ho diplomi di alcun genere. Sentendomi discorrere, più di un interlocutore/interlocutrice m’ha chiesto che studi ho fatto. Un corso serale, rispondevo. Quale? Corso Porta Nuova: nota strada per la stazione dei viaggiatori; per la stazione del vizio per i-nasi-in alto; per una delle tante strade dell’errore, del dolore, e anche dell’amare, per me.
Mi sono occupato di tossicodipendenze per più di un decennio. Sono stato una sorta di un non ufficializzato operatore di strada, quando ancora non esisteva nulla del genere, ammesso e non so quanto concesso che esista ancora. Avevo un’associazione, all’epoca: letteralmente, quattro gatti, ma siccome non c’era nulla di meglio per i “tossici” in strada, sono stato utile se non altro come etichetta. Non è durata, vuoi perché perseguivo un’assistenza senza baratti, vuoi perché tutto sono fuorché normale, e/o normalizzabile. Ho il difetto di essere e restare esattamente come sono: non omologabile, anche se di sociale identità. Cordialità, Vitaliano

………………..
Come in tutte le realtà della vita, anche l’ideale associativo deve tener conto delle regole che mandano avanti il reale; e tenerne conto significa mediare dove è possibile fra paritari valori e/o paritari interessi, o ricorrere a compromessi dove i valori e gli interessi non sono paritari. Chi non accetta il compromesso, è tanto un bravo ragazzo, peccato… Di ampia gradazione di grigio, la zona del compromesso. Chi è prevalentemente spinto da interessi non se ne cura più di tanto. Chi è prevalentemente mosso dall’ideale, invece, lo patisce come sporco. A nessuno piace far veder sporcato un ideale. C’è chi lo dice. C’è chi lo nasconde. Chi lo nasconde, teme. Non esiste cieco che non sappia vedere dello sporco. Che fare, allora, per non farlo vedere? Tre, le prevalenti soluzioni: nasconderlo; coinvolgere nello sporco tutti quelli che sanno vedere; non associare, e/o tenere molto a margine, tutti quelli che non si sa se sanno tacere.
Mi sa che sono stato troppo diretto nella mia lettera.
Mi sa che dovrò andare a farfalle.

Piegati canna che passa la piena.

Ve lo giuro: riempite la casa ogni volta apro il Pc. Vuoi perché non ho scritto nulla, vuoi perché non ho ancora risposto alle vostre lettere, o ai vostri commenti, anche mi par di sentire la vostra delusione mentre ne uscite quando lo chiudo. Dell’impedimento mi è chiara una sola motivazione: non ho molto da dire di nuovo, perché, almeno alla presente data, credo di aver detto quello che dovevo. E’ certamente vero che il vivere offre non pochi motivi per continuare. Non li colgo, vuoi perché non pochi sanno dire meglio di me, vuoi perché mi pare un cinema già visto non si sa quante volte. L’unico cinema che non ho ancora visto, è quello che sto montando adesso. Si intitola: come campare con la minima, senza per questo rendermi minima la vita? 🙄 Non è l’aspetto economico la parte più significativa della trama: la più significativa, tratta del generale ribilanciamento fra quello che per molti sensi potevo, e quello che ora posso. La questione non è semplice, ed il mio carattere, (che nella complessità trova ampi motivi per farsi venir le palle), sarebbe portato a rifare di nuovo, più che a ristrutturare a nuovo. Al momento, però, non ho agganci né per una soluzione, né per l’altra, così, sto in una sorta di neonatale stasi, alimentata, più che altro, solamente da elementari necessità.

E’ tempo di reset.

Odio condizionare il pensiero altrui, caro signor G.

… e per questo bel proposito (permettere ad ognuno di trovare le sue risposte) ho riempito l’Index del sito che mi ha messo in Rete, quasi solamente con un bel mucchio di punti di domanda. Proposito riuscito, mi si dirà. Manco per idea! Più di qualcuno, infatti, m’ha detto che non ci si capisce niente. Rassegnato, ho dovuto subire l’idea di dover condurre per mano, e solo dopo, al limite, togliere la mia mano da quella altrui. Ho dovuto, quindi, ristrutturare tutto il sito. 

http://www.perdamasco.it

n.d.a. Mi riferisco all’edizione 2009

"Cari amici vicini e lontani": basterà anche la salute ma sto passando un periodo indecente, e tutto da ristrutturare. Vi allego un esempio.

Per conoscenza: Direzione “Coges”. – In oggetto: situazione sul lavoro che sfugge alle possibilità operative del vostro Ispettore e richiesta d’intervento della Direzione. Verona, Domenica 23 agosto 2009
………………..
Caro Briano 🙂 non volermene se mando questo scritto, indirizzato a te, anche alla Direzione Coges ma, visto che non hai tempo per leggere quanto ti dico sul lavoro, e visto che il Cordioli ci si “pulisce il culo”, altra scelta non mi resta se non il silenzio. Non è da me. Oggi (ovverossia, sabato) non stavo in piedi ma sono andato a lavorare lo stesso. A situazione non migliorata, mando un messaggio al Cordioli dicendogli che avrei mandato avanti il servizio lo stesso, ma gli consigliavo, per il giorno dopo, di far venire prima una persona. Mi risponde: “Capisco, c’è troppo lavoro per fare 25 pasti. Ti aiuteremo.”
Come si permette questo imbecille (nel senso bortocaliano del termine) di lordare la mia sincerità con i suoi sospetti di mendacio? Verso le sette mi manca il fiato, avviso i responsabili mensa, mi scuso, e vado alla farmacia S. Luca a fare un controllo della pressione. C’è l’ho bassa: 105/78. Conservo il biglietto.
Al commento del Cordioli, avevo risposto dicendogli che ai malati mentali non do retta. Capiamoci:in ambito lavorativo, matto, per me, sei tu che con tutto lo stress che ti ritroverai ad affrontare con l’anno a venire, hai fatto “ben sei giorni di ferie”;
matto sono io che vengo a lavorare non meno di una ventina di minuti prima dell’orario pur di presentare una mensa che non abbia di che farmi vergognare;
matto è un aiutante di cucina che sta a casa una settimana per un mal di denti; che dopo aver fatto un sabato ed una domenica di riposo chiede pure il lunedi, e che a rifiutata concessione si rimette in malattia;
matto sono sempre io che per mesi sono venuto a lavorare (sedato da antidolorifici) nonostante non riuscissi a dormire per i dolori alla spalla sinistra: dolori provocati dall’opera al secchiaio;
matto sono sempre io che sono riuscito a far dire ad un utente che “erano cinque anni che non si mangiava così bene”. Preso atto che il cucinante è sempre quello, porta pasienza se me ne prendo tutto il merito.
Matto, ancora, è quell’utente di atteggiamento da vescovo in visita pastorale, che ai tempi del rinnovo del contratto (c’era parecchia maretta in mensa) è venuto a dirmi, al mio rifiuto di permettergli di portar fuori il cibo avanzato, “che sapeva benissimo che noi portavamo via di tutto”, e che “una mano lava l’altra”. Prego?
Sino a poco tempo fa, in casa avevo tre Pc ma non ho il frigo, quindi, che me ne avrei fatto del tutto che per mia parte avrei portato via? Non vedo, quindi, quale sarebbe la mano che la mia avrebbe dovuto lavare! Fatto sta, che da allora ha rarefatto la presenza, e quando viene non sorride più come prima. Non sarò mica l’incauto scornacchiato che disturba delle intese e/o delle amicizie, spero?!
Sarà anche una coincidenza, ma da allora con il Cordioli è andata cessando la mia. Apparentemente non c’è motivo, anche perché riesco a fare quello che per indicazioni non adatte a me non riuscivo; anche perché il mio modo di rapportarmi con gli utenti, ha finito col migliorare anche il loro: dalla palpabile antipatia di molti, infatti, si è mutato nella generale considerazione. Tanto è vero che mi salutano anche fuori dal lavoro, e mi ringraziano tutte le volte che li servo: cosa che facevano solo alcuni, prima.
Al mio messaggio, il Cordioli mi manda questi: Non sei niente. Non sei nessuno. Frocio di merda. Muovi il culo pensatore stanco?” Che mai avrò fatto al Cordioli oltre il non essere il suo tipo?
Durante la tua assenza, mi ritrovo ad aver a che fare con delle braciole che da calde puzzavano. Colpo di caldo, probabilmente. Lo penso perché le ho trovate sul banco in cucina. Tampono la faccenda dicendo che è il caratteristico odore del carré di maiale affumicato (Il che, è anche passabilmente vero) ma puzzavano troppo, così le butto e servo della caprese in più. Non dimentico di lasciare un biglietto al Cordioli dicendogli l’accaduto.
Molto giustamente ed urbanamente, tu hai reclamato di non essere disturbato durante i fine settimana. L’ha fatto anche il Cordioli ma, gridandomi “come mi permettevo di farlo!?” Neanche avessi disturbato chissà quale contessa solo per chiedergli dove era finito il rimmel.
Il fatto delle braciole è successo una Domenica. Il lunedì sono di riposo. Quello che vale per il Cordioli e per te, vale anche per me, suppongo, così, non rispondo alle sue chiamate. Tuttavia, gli mando un messaggino dicendogli che avrei letto i suoi solo il martedì pomeriggio. Anche perché non avrei saputo dire nulla di diverso da quanto detto nel biglietto che gli avevo lasciato. Il Cordioli mi risponde dicendomi che “sono un maleducato di merda”. Prego?
Quando, senza citare chi l’aveva fatto, ho avuto modo di dire al Cordioli che sono “considerato anche a Padova che pure non mi conoscono per niente”, il Cordioli ha sospettato che avessi parlato di lavoro, (code di paglia?) mentre il soggetto della considerazione derivava solamente da una lettera in cui parlavo dei miei concetti sul lavoro. In quell’occasione ho avuto modo di dirti che, al caso, avrei fatto una cosa del genere solo dopo essermi licenziato. Se proprio decido di spututare su di un piatto dove ho mangiato, è mia cura il farlo solo quando non ci mangio più: tutto sono, fuorché scemo.
Sempre in quell’occasione, (alterato dall’influsso del Cordioli molto probabilmente) mi hai gridato che il mio responsabile è quello e che solo con lui, al caso, avrei dovuto parlare. Giusto, ma, per quanto detto sopra, il Cordioli ha dimostrato, almeno a me, di non essere responsabile della sua testa, quindi, in quanto responsabile della Ditta, carente gestore delle risorse umane, a mio vedere e sapere. Te lo provo con un altro sintomatico fatterello.
Come sai, padello tutti i primi. Ho avuto la malagurata idea di farlo anche con i ravioli burro e salvia. Sui fornelli ne è venuto fuori uno spruzzamento che non ti dico. Non è vero che non li ho puliti. Può esser vero, invece, che l’ho fatto con un detergente debole. Guaio è, che da bagnati i fornelli appaiono quasi nuovi, ed io non è che ho il tempo di aspettare che si asciughino per vedere il risultato della pulizia.
Visto la presunta mancanza, un responsabile intelligente, capace, ed equilibrato, in primo mi avrebbe chiesto se ho pulito i fornelli, poi, come, e poi consigliato il modo migliore. Perdurando l’insufficenza, mi avrebbe avvisato. Dal Cordioli invece, ricevo: “Se mi ungi ancora i fornelli ti sistemo una volta per tutte. Stai attento!”
In tanti anni di lavoro mi è capitato di farlo anche con disonesti; erano intelligenti, però.
Non avendo trovato alcun genere di contestuale intelligenza in quanto ti riporto del Cordioli, e trovando spiritualmente infettivo il lavorare con mancanti di quella capacità, non restano che due possibilità d’intervento, a mio vedere: o la Ditta interviene a difesa del suo capitale (se capitale mi trova) o mi licenzia come non adatto a subire gli squilibri umani del locale responsabile di cucina.
Certamente potrei facilitare le cose sia a te che alla Ditta se a licenziarmi fossi io. Tutto considerato, non vedo i perché. Non sono io il mancante. Ciao, Vitaliano.

p.s. Non darò copia di questa lettera al Cordioli. Non vorrei obbligarlo ad eccessive cagate. Passami la finezza. Non ne abuserò.

Un amore a gonfie mele.

A Montorio, prima di arrivare al Carcere dove lavoro, confinante con la strada c’è una sorta di villa di con campi. Dietro la villa ma sempre lungo la strada, c’è uno spiazzo dove hanno collocato un riparo per attrezzi ed uno per un cavallo: nero, possente, virile. Sento di poterlo dire per quel cavallo anche perché lo diciamo di non pochi asini. Come compagnia ha due capre e due galline. Le ignora.
Si muove con passo lento è pesante. Per quello che ne so, tipico di quelli da traino, ma a me mette non poca tristezza quel suo andar confinato in quel centinaio di metri, rasi di ogni erba dalle capre. Non che io abbia mai brucato in quelle condizioni o identità, ma lo stesso m’ha ricordato i miei collegiali confinamenti; le mie tristezze di orfano.
Ho sempre avuto paura dei cavalli.
E’ iniziata da bambino: quando andavo ad Asiago con le Colonie della Croce Rossa. Colonia Rondinella, ricordo. Come ricordo quella brodaglia di riso al latte che ci davano il giorno d’arrivo. Passegiavamo sino al Ponte di Canove. Tranquilli e ciarlieri nell’andata, ma terrorizzati (ed anche affacinati, devo dire) da un mulo che aveva l’insana passione di correre dietro a quanti passavano. Non l’ho mai visto quel folle ma questo è quanto dicevano le suore e le inservienti che ci accompagnavano. Certamente un mulo non è mica un cavallo, ma la paura mica si nutre di dettagli! Così, assieme all’astio per la Colonia (sempre la stessa) e per il riso al latte (sempre lo stesso) mi è rimasta anche la paura per i cavalli.
Non per questo cavallo.
Passo due volte al giorno e ormai da diversi mesi davanti a quel campo, e da diversi mesi mi domando: che faccio per quell’orfano? Ho iniziato facendogli psszz, psszz!
Come ignorava capre e galline, così, ignorava anche me, ma se lui è un cavallo, io sono un ariete, così, psszz, psszz! Raramente mi sono sentito così cretino, ma chi l’ha dura la vince! Ha finito col guardarmi, qualche volta. Giusto come ci si domanda: e chi è quello lì!
Giorni fa, mi salta in testa l’idea di portargli due mele. Fatalità, il cavallo è vicino al recinto: sembrava mi aspettasse. Il recinto è alla sua altezza, ma io sono pur sempre un metro è ottantasette più un metro di braccio, così, glele passo pur facendoglie cadere accanto. Gradisce ma non si sbilancia coi ringrazziamenti: vedo che è diffidente. Mi mancano pur sempre due gambe!
Il giorno dopo, è già vicino al recinto. Pare aspettarmi. Cacchio non ho le mele, ed in più, sono in ritardo! A dopo, a dopo, gli dico, sentendomi sempre più cretino! Come cacchio si fa a dire, a dopo, ad un cavallo, con la speranza che ti capisca, ma, verso le 20 e trenta, finito il lavoro, sono davanti al recinto con le mele. Psszz, psszz! Non esce dal capanno. Insisto: psszz, psszz! Niente. Insisto. Drin, drin, col campanello della bicicletta. Si fa vedere appena ma non esce. Vuoi vedere che si è incazzato! Prendo le due mele, gliele lancio nel campo e vado verso casa. Il giorno dopo sono ancora lì. S’è proprio incazzato, penso, ma poi mi accorgo che per non farlo avvicinare alla rete hanno messo dei fili di plastica; ecco perché le ha lasciate lì! Mi domando come superare l’inghippo ma al momento non posso alcun tentativo: mi aspetta la mensa. Faccio quello che devo fare, finisco, e mi fermo al recinto: psszz, psszz, drin, drin!
Ullalà: esce subito!
Mi guarda. Direttamente. A testa alta. Gli faccio vedere la mela. Va verso destra ma poi ritorna al capanno. Lo fa, come per farmi vedere che non può avvicinarsi. Ci sono quegli accidenti di fili! Non mi resta che una soluzione: lanciare la mela verso il capanno. Lo faccio mentre è distante dal ricovero. Mica sa che è una mela, infatti. Potrebbe spaventarsi. Cerca vicino a sé, ma, ovviamente non la trova. Come far a dire ad un cavallo che gli ho lanciato la mela alla sua destra?! Di là, di là, gli dico! Si va là, di là, di là!
Mi guarda con aria perplessa. Non capisce, ovviamente, ed io mi sento disperato come un tarzan che deve far capire a Cita dove cavolo è finita la banana! Un momento! Dove non ci son parole, ci sono pur sempre i gesti! Così, a braccio semi teso, sposto verso destra la mano. Mi capisce! Torna verso il capanno e trova la mela! So che ha gradito il pensiero perché muove la lunga coda con tranquilla eleganza. Domani, mi sa che dovrò portarmi una mela anche all’andata!
Un po’ per lui. Un po’ per me.

Stavo scrivendo il post sul Bomba, ieri sera, ma il campanello ha suonato, così, l’ho ripreso dopo una felice interruzione; è di A.

Giovane srilanchese, fisicamente ancora efebico. Lavora come cuoco, dice. Parla perfettamente l’italiano. Mi dice: caro.
Caro! Quando mi si dice caro (come quando mi si dice altro di affermativo) mi capita di sentire tutta la mia incredulità: vuoi perché ho dovuto quasi sempre pagare quel caro (anche se non sempre caro) vuoi perché, sulle mie sufficienze, stazionano nubifragi di insufficienze. Tant’è! Certamente ho desiderato A. ieri sera, ma A. mi ha fatto sentire che il suo desiderio di me era maggiore del mio verso di lui. Mi sono sentito Legno, ieri sera, mentre era Fiamma lui. M’ha scaldato ma non ho preso fuoco. Forse perché c’è ancora umidità nel mio Legno? Forse perché è un fuoco fatuo lui? Staremo a vedere. Ha detto che ritornerà. Giusto per verificare le cose non gli ho dato una lira. Neanche la prima volta a dirla tutta, ed è ritornato la seconda. Staremo a vedere.

Questa sera sono andato a prendere le sigarette al Bomba.

Bar, trattoria, tabaccheria, collocato nei pressi della Caserma Duca di Montorio. E’ stato uno dei Gironi della mia Commedia, più o meno negli anni dal 71 all’Ottanta. C’era un via vai di militari, che le zie rimaste a sospirar :>> quei tempi se lo sognano ancora. Scafate le zie, ma non di meno i nipotini, in verità; e se corruzione di maggiorenni c’era, quasi mai era chiaro chi l’aveva cominciata. I militari non potevano uscire in borghese, allora. La divisa era l’abito che vestiva il potenziale migrante, più che l’abito del soldato.
Non è mica nata adesso la Padania.

Che centrano le pulizie della casa negli stati d’abbandono che si soffrono in un lutto? Centrano, centrano.

Mi è mancato l’Amato nel Febbraio del 91. Da allora, non sono più riuscito a pulir la casa. Non per questo non ho trovato chi la puliva per me, ovviamente, però, le recenti economie da pensionato precario perché non mi è ancora arrivata m’hanno riposto la questione: te la devi pulire; e non c’è scampo. Avete presente l’angoscia da rifiuto da olio di ricino di quello di una volta mica di quello di adesso che pare un cafone rifatto? Stavo così!
Perché stavo e non sto? Perché sto pulendo a fondo la cucina. Miracolo? No. Nacessità di capire! Capire cosa? Capire che anche la casa è vita della tua vita, e che gli stati d’abbandono nella tua vita possono far abbandonare la casa. Che cos’è un abbandono da lutto? E’, ovviamente, una separazione. Che cos’è una separazione? E’ la cessazione di una comunicazione. Cosa struttura una comunicazione? Direi che struttura una comunione. Cos’è una comunione? Una comunione è ciò che permette la strutturazione di un amare che diventa amore tanto quanto vi è comunione fra i contraenti di una unitaria intesa. Vi è comunione e quindi amore da raggiunta intesa con altro da sé, e vi è comunione, e quindi amore da raggiunta intesa con il proprio sé. Per via di abbandono potrei farne una laurea dal momento che ho cominciato a sentirmi tale verso i sei mesi, :>> ma non vorrei farvela così lunga.
Giusto per farla breve, allora, direi che nei miei stati d’abbandono mi sono bercamenato fra perdite e guadagni un po’ come fanno tanti se non tutti, direi. Ed infatti, in tutte le case che ho abitato mica ero giunto al livello di adesso, anche se, tendenzialmente così. La chiamavo pigrizia, però. Mi dicevo che non avevo tempo. Mi dicevo lo farò domani. Subdolo, il lutto da abbandono. Uno guarda la facciata della sua vita – casa, e si dice l’ho superato, ma se non pulisce la sua casa – vita, vuol dire che dentro c’è ancora una crepa!
Dicevo, che abbandono, è mancata comunione. Può essere con il proprio mondo ma anche con il mondo.
Rifiutarsi di pulire la casa, allora, è rifiuto di rientrare in sé stessi, come rifiuto di rientrare nel mondo. Giunti al punto, vado a finire il lavoro! 🙂

Aveva ragione Silvia Koscina: gli uomini si prendono per la gola.

Venerdì 5 cessa il mio lavoro al Carecere. Sostituivo un’ammalata che rientra. Mi sa che dovrete riadattarvi al servizio di prima, dico ad uno dei secondini. Peccato, commenta, ci eravamo abituati. E te credo! Il servizio di mensa serale, da piatto che era, l’avevo trasformato in ristorante. Ne ho la capacità. Non che potessi più di tanto, ma c’è modo e modo di fare anche le stesse cose, ed io trovo sempre il migliore. Certamente mi è costato più fatica e più corse, ma, sapevo dove volevo arrivare. Non vi dico le perplessità dei fruitori della mensa, quando, da Figa servizievole, si sono ritrovati ad aver a che fare con un vecchio Finocchio: a servizio si, ma non qualunque e non comunque. Avreste dovuto vederli! :DD
Ah, è così, mi sono detto! Bene! E adesso vi faccio capire se a fronte di miglioria nel cibo e nel servizio vi importa qualcosa se a farlo è figa o culaton! E non gli è più importato. L’ho sempre detto: la giustizia si gusta quando non scotta la lingua. Ed io ho avuto giustizia.

"Così, tra questa infinità s’annega il pensier mio."

Sto lavorando nella cucina di un un ristorante di una certa importanza. Sono stanco. Non ne posso più. Mi cade l’occhio su di una nota. Penso sia indirizzata a me. Non ci capisco niente. E’ firmata da un certo Tosi. Chiedo chi è ad alcuni del personale ma non sanno dirmelo. Indicato da un ragazzo di cucina, dopo tanto vagar, infine lo trovo. Dopo averla letta si limita a chiedermi se sono disponibile a qualsiasi orario. D’impulso dico si, ma poi, alla sera gli dico che non c’è la farei.
Non ho ancora mangiato nulla. Apro un frigo per prendere un qualcosa. E’ stracolmo. Sono tutti avanzi. Prendo del formaggio da un involto pieno di pezzi. Taleggio vecchio, sembrava. Con quello, un paio di grumi intinti in una salsa verde. Esco con quel po po’ di menu, e mi siedo ad un tavolo messo sotto un albero senza foglie, ma, era bella la luce e fresca l’aria.
Tra il rom ed il nordafricano, al tavolo di fronte sono seduti quattro giovani. Do un’occhiata. Non più di tanto. Ciarlano per i fatti loro. Non mi notano. Chino il capo su quel merdaio di cibo e comincio a mangiare. Dal parlato, sento che i ragazzi passano al canto. Non so di cosa. Non so di che. Bello si, ma non mi prende, così, rimane nello sfondo, ma, dallo sfondo ne emerge uno. Mi blocco. Lo cerco. E’ di un morettino che avevo appena notato. Arabo. Sui vent’anni. Capelli neri ma lisci. Bellissimo il taglio che gli risalta un viso, marcato. Non sta guardando gli amici mentre canta tenendosi con la sedia in bilico. Non guarda neanche me. Come tutti quelli che avrei potuto amare, d’altra parte. Cosa dirvi di quella voce se non che era angelica, ma non bianca. Sento che è una romanza. Non per donna. Non per me. Mi sarei tagliato un braccio perché lo fosse. Par che canti sulla sua vita. Par che canti la vita. Non vedevo l’ora che terminasse per applaudirlo. Forse anche, per fargli vedere che c’ero.

Mi sono svegliato prima.

Bella visione, questa notte. Sentita. Vissuta.

Ho sognato di aver comperato un Rolex d’oro: rosa con un quadrante XXL. Era senza datario. Nella parte superiore del quadrante vi era dipinto un cielo. L’ho pagato 1200 euro che pensavo di non avere. Del 12, si dice:
SIMBOLISMO e SIGNIFICATO: “Il bene sopra tutto. La virtù non è solo pensiero ma anche azione. L’agire senza lucro e senza calcolo.”
ABBINAMENTI: becchino, casa, lente, pioggia, busta, cubo, onda, rivoluzione, carnevale, internet, orecchie, zodiaco.
E’ il numero biblico, dell’alta elevazione spirituale. Si ricollega alle Sacre Scritture, al numero delle cerimonie religiose, al Vangelo, agli Apostoli. Anche le arti ed i mestieri assumono l’aspetto del rituale quando sono collegate a questo numero. E’ anche il numero dei conforti e delle comodità familiari, delle persone che operano per il bene fisico, ma anche il numero delle droghe intese sia come spezie ed aromi, sia come allucinogeni, tranquillanti e sonniferi. E’ il numero che rappresenta le feste allegoriche, le ricorrenze tradizionali, gli amuleti, le immagini sacre, le statue dei santi, gli animali mansueti, la natura pura, la pioggia purificatrice, i cibi sacri. Mi sa che non ci saranno solo trailer nella mia vita futura. 🙂

Essere, in quale essere? Questo è il problema!

Lungi da me l’idea di considerarmi particolarmente disgraziato perché Finocchio. Non è detta miglior fortuna, infatti, se fossi stato etero. :>> Lungi da me l’idea di considerarmi particolarmente disgraziato perché vecchio Finocchio. Non è detta miglior fortuna, infatti, se ancora giovane. Anche se non è detta miglior fortuna in un maggior potere e/o potenza (vuoi come vitalità, vuoi come economie) certamente vicino mi è l’idea di essere un Finocchio povero.
In questo pezzo della mia strada e delle mie economie, dunque, so bene che mi posso permettere solamente il gratuito, ma nel gratuito che troverò in successive vicende, la vita mi sta mostrando che dovrò imparare ad accettarmi come co-attore di soli trailer. E’ certamente vero che, dato il pieno vissuto, già da quei trailer potrei ricavarne degli altri tutto. E’ anche vero, però, che nessun ricordo d’aver mangiato, accontenta una fame.

Curriculum vitae. E’ verissimo e serissimo. Non capisco perche’ mi vien da ridere.

In Verona, 20/02/2009

Alla cortese attenzione del Signor B. – Responsabile Mensa dell’Istituto di Detenzione in…
da: Vitaliano, Celibe.
Con la domanda di assunzione presso il suo Ente, allego curriculum lavorativo.
………………..
Avendo anni di pratica sia come cameriere (anche privato) aiutante di cucina, e addetto alla distribuzione nelle tavole calde, posso affermare di essere in grado di svolgere l’incarico da Lei proposto. Odiernamente, gestisco l’appalto delle pulizie in un grosso ambito condominiale sito in Verona: 330 unità immobiliari. Nessuna lamentela. Per una quindicina d’anni, ho retto la cucina di una trattoria in Verona (la Vaca de to Sia, ora chiusa) e sono stato tuttofare in una tavola calda in Zai: chiusa anche quella; chiusi, i due ambienti, perché le uscite ufficiose attuate dai soci erano maggiori delle entrate ufficiali. Non posso documentarne la presenza perché vi ho lavorato in nero.
Come cameriere privato, in gioventù ho lavorato a Padova presso la Baronessa Guerra, anni dopo presso i conti Bergolo, imparentati con Casa Savoia, e successivamente, presso i Conti del Giardino in Verona: qui, solo nei festivi. Assicurato nei primi due casi. Non posso documentarne la presenza perché risalerebbe a non meno di 45 anni fa.
Come cameriere in pubblico, sono stato ai Torcolotti, al Grand Hotel di Verona, e al Ristorante Pedavena prima che la trasformassero nella tavola calda che odiernamente è. Fra l’una e l’altra mansione, come operaio nelle pulizie, e/o in fabbrica. Sono prossimo alla pensione; due le strade. Nell’immediato, la domanda di assegno sociale. Con quell’assegnazione, posso lavorare purché il mio dovuto non superi i 5000 euro anno. Non ricordo se netti o lordi. Per la pensione, posso presentare domanda solo per il prossimo Ottobre. Ai conteggi attuali, non so neanche se mi verrà assegnata la minima. In ipotesi di concessione e continuando a lavorare (non avrei scelta) non posso superare gli 11 e 500 euri lordi. Ritrovandomi a non capire proprio nulla di queste faccende, sarà opportuno accertarle. Con i miei più cordiali saluti.

Luca era gay e adesso sta con lei Luca parla con il cuore in mano Luca dice sono un altro uomo.

Che palle sta mania del voler ciscoscrivere la vita con delle fisse definizioni!
Un celebre giornalista degli anni 70 (chirurgicamnete diventato donna) alla domanda cosa bisognafa fare per essere gay ha risposto: bisogna farsi un culo così! Credo valga la stessa cosa anche per la restante umanità; solo i coglioni crescono comunque. Per far crescere la mente, invece, bisogna sudare, bisogna faticare, o con altre parole, bisogna farsi un culo così! Racconta, il Luca: “prima di raccontare il mio cambiamento sessuale volevo chiarire che se credo in Dio non mi riconosco nel pensiero dell’uomo che su questo argomento è diviso, non sono andato da psicologi psichiatri preti o scienziati sono andato nel mio passato ho scavato e ho capito tante cose di me.”
Sino a qui non vedrei scandalo. Ha cercato in sé stesso, e a suo dire, si è ritrovato. Va beh!
“mia madre mi ha voluto troppo bene un bene diventato ossessione piena delle sue convinzioni ed io non respiravo per le sue attenzioni. Mio padre non prendeva decisioni ed io non ci riuscivo mai a parlare. Stava fuori tutto il giorno per lavoro io avevo l’impressione che non fosse troppo vero. Mamma infatti chiese la separazione avevo 12 anni non capivo bene mio padre. Disse è la giusta soluzione e dopo poco tempo cominciò a bere.
Mica tanto convinta, allora! Va beh!
“Mamma mi parlava sempre male di papà mi diceva non sposarti mai per carità. Delle mie amiche era gelosa morbosa e la mia identità era sempre più confusa.”
Tragedia più comune di quello che si crede.
“Sono un altro uomo ma in quel momento cercavo risposte mi vergognavo e le cercavo di nascosto c’era chi mi diceva “è naturale”, io studiavo, Freud non la pensava uguale.
Va bèh!
“poi arrivò la maturità ma non sapevo che cos’era la felicità, un uomo grande mi fece tremare il cuore, ed è lì che ho scoperto di essere omosessuale.”
Ma va là?! 🙄
“con lui nessuna inibizione il corteggiamento c’era e io credevo fosse amore si con lui riuscivo ad essere me stesso poi sembrava una gara a chi faceva meglio il sesso.”
Non capisco il senso dell’amarezza che il Luca ha trovato nell’amare l’altro con migliorata tecnica. Se era sé stesso (o l’altro lo faceva sentire tale) vuol dire che in quel dato momento, fra i due amanti vi era della verità. E, allora? C’è da pensare, invece, che il Luca si stava stufando di far l’amore con quell’altro. Va beh! Capita a tutti di desiderare nuovi amanti, ma mica per questo si cambia identità sessuale. Ammesso che ci sia conformata identità sessuale, ovviamente. In Luca, c’era? A mio avviso, no. A mio avviso, stava fra… Sono secoli che amo e/o godo di quelli che stanno… fra. Nessuno di quelli che ho conosciuto ne hanno mai fatto un problema, e quelli che se lo fanno, hanno problemi, ovunque decidano di mettere il culo. Punto! Comunque sia, sino a qui, il Luca non è gay: è solo virilmente insufficiente.
“e mi sentivo un colpevole prima o poi lo prendono ma se spariscono le prove poi lo assolvono”.
Questa non l’ho mica capita. Oppure, la capisco solo come relazione fra un immaturo con sensi di colpa ed un colpevole pedofilo. Se vera l’ipotesi, vedo un caso di pedofilia, non, di omosessualità.
“cercavo negli uomini chi era mio padre”
Oddio, se fossero Finocchi tutti quelli che cercano il padre nella figura virile, non avrei neanche il tempo per andare al cesso!
“andavo con gli uomini per non tradire mia madre”
Interessante! A questo punto, però, mi domando se il Luca non sia più gay, o se sia un gay che ha trovato una donna che, con modi da madre, gli ha permesso di tradire la madre! Sarebbe questa la resurrezione sessuale del Luca? Mi si faccia il piacere! Il mondo è pieno di questi Lazzaro risorgi! E mica sono gay! Ed io che sto qui a pensare a ste’ robe!
Ma, vaffanculo!
p.s. Agosto 2013 – Ho riletto la lettera. Se è vero che vi è genesi di possibile omosessualità nel caso descritto dal Luca, è anche vero che vi è genesi di possibile pederastia. Il pederasta non si riconosce come omosessuale, così come l’omosessuale non si riconosce come pederasta. Di cosa è guarito, allora il Luca? Da confessabili pulsioni omosessuali o da inconfessabili pulsioni pederastiche? Allora, chi è, (se non “guarito”) o è stato (se guarito) il Luca? Un omosessuale, o un pederasta? Non è mica la stessa canzonetta!

La titolare della ditta che mi ha assunto suppone di avere le palle! Illusa.

Quando F. si è resa conto della situazione dei pavimenti dove erano passati i manutentori erano già stati ordinariamente puliti. Figuriamoci, quindi, com’erano prima. So bene come vanno ripristinati, e non ho bisogno di lezioni da nessuno, però, onde rimanere nell’odierno orario, ho tentato dei modi alternativi: scarsamente riusciti, devo ammettere. Lavarli a fondo, quindi, significava tornare alla presenza oraria che ho trovato quando sono giunto al Palladio, cioè, dalle 16 e mezzo di adesso, alle 23 ore giornaliere. Se per fare tre piccoli piani dei corpi ci sono volute quattro ore per operaio (escludendo quelle di F.) si converrà che non ho sbagliato previsioni. Sapete bene che i lavori straordinari vengono considerati ordinari con la scusa che gli operai sono comunque presenti. Il che, in situazioni di sporco occasionale può anche starci, ma non certo a quei livelli; oppure, possono anche starci a quei livelli, ma, quanto tempo in più è necessario per ripristinare quel lordume? E se pure nessuno mi conta il tempo, quanto tempo devono stare i condomini in quella situazione prima di perdere la pasienza e di lamentarsi delle pulizie per situazioni non dipendenti dal nostro interessamento sul lavoro? Questo punto è da chiarire con l’Amministrazione, a mio avviso, diversamente, prevedo rogne. Comunque sia, poiché i lavori già iniziati, non si sa mai quando finiscono, e se si sa quando finiscono, non si sa mai se li riprendono, o se prima fanno una cosa e poi non si sa se la completano e/o se la modificano, non reputo opportuno il proseguire il lavoro a fondo dei Corpi perché si rischia di doverlo ripetere. Proseguirò pertanto con della ceratura tampone. Il risultato non sarà ottimale, ma se non altro, meglio di adesso. Quando mi diranno che il dato civico è completamente finito, allora, si provvederà una volta per tutte. Ho lavorato per niente più di una volta, e non mi pare il caso di continuare così.
Scelta dei prodotti, e conseguenze sui pavimenti.
Sempre per il fine di farvi risparmiare soldi, ho avuto la disgraziata idea di farvi comperare del prodotto in taniche anziché quello usuale. Ho raccomandato a F. che sia assolutamente lo stesso. F. ha detto di sì perché la Ditta gli ha detto di sì. Di fatto, si è rivelata la stessa per nome, ma non per risultati sui pavimenti. Avvisata, F. ha insistito portando le ragioni del rappresentante (il che è come chiedere ad una puttana se è ancora vergine, a mio avviso) ed ha contrastato le mie. Prima del prodotto in taniche siamo andati avanti per anni con l’usuale. Come mai non me ne sono mai lamentato? Evidentemente, perché funzionava! E come mai mi sono lamentato nel giro di breve di quella in taniche? Perché funzionava come quell’altra? Ma, F. dopo che per anni gli ho parato il culo, e per anni salvato l’appalto, si è fidata delle parole del rappresentante, e senza dirmi niente, con il rappresentante è andata a vedere i pavimenti, pensando, evidentemente, ad un mio errore nel trattarli. Al Palladio, la F. non mi ha mai insegnato niente, e se nessuno reclama adesso mentre prima reclamavano sino al punto da pensar di cambiare la Ditta, un qualcosa vorrà pur dire!
Questione lavoro di S.
S. è senz’altro il meglio di quello che sinora abbiamo trovato, ma presume di poter essere un cavallo, mentre io, vuoi per voi, vuoi per il condominio, ho bisogno che continui ad essere asino. Cavallo lo diventerà dopo di me o senza di me, se mai deciderà di rimanere. Al momento, qualche volta scalpita. Non glielo permetterò più di tanto. Da parecchio tempo sostengo che i pavimenti non sono più come prima. Per non parlare di quelli degli ascensori: tutti rovinati. Cosa cazzo è successo che almeno in apparenza, S. fa quello che gli dico? Il guaio è, che non ha fatto quello che gli ho detto; e qui le storie sono molto miste. Con l’intenzione di ottenere migliori risultati, S. ha esagerato con il quantitativo di olio sulla radazza. Me ne sono accorto per caso, purtroppo: mica posso seguirlo sempre! La F. ricorderà le scale fatte dall’A.: tutte, fortemente grigie e fortemente striate. Anche A. aveva esagerato con l’olio. Perché esagerato? Perché nell’immediato il risultato è splendido e si ottiene con poca fatica. Succede, però, che non appena l’olio si asciuga sparisce la lucidatura; non solo, l’olio in eccesso corrode la cera: ed è per questo che ora ho i pavimenti degli interni che fanno schifo. Il fatto che i condomini non si lamentino, non significa che non possano farlo; e questo non mi piace. Due, i modi per provvedere: trattamento a fondo con il decerante, o continuar la ceratura con la speranza di seppellire il morto. Se provvediamo con il trattamento a fondo, non so quando ne verremo a capo; vedrò con la ceratura, usando la migliore. A questo punto, però, mi domando se la cera più economica sia inefficace di per sè, o se sia stata resa insufficiente per l’eccesso d’olio. Non solo, mi domando se l’olio in tanica non sia effettivamente come l’altro, o se a renderlo diverso nel risultato, sia stato il maggior quantitativo usato. Guaio è, purtroppo, che non c’è modo di accorgersene subito. Sopratutto, per il fatto che in questa stagione, il pavimento si asciuga solo dopo qualche ora. La F. ebbe a dirmi che se “il condominio rompeva i coglioni avrebbe lasciato l’appalto”. F. può fare quello che vuole che non è certo con il condominio che campa. Non gli operai, però. Più che il futuro di F., quindi, da oggi vedrò di operare per gli interessi degli operai, e non per ultimo per quelli del condominio, visto che c’è la mia faccia e non quella di F, che non appena ci veniva, già non vedeva l’ora di andarsene. Il carico d’olio che Francesca ha fatto mettere sul pavimento che ha trattato, l’ha reso come quello di un’officina meccanica. Bisognerà ritoglierlo, cerare il pavimento (cosa che non è stata fatta) e usare l’olio per il solo mantenimento della lucidatura: l’olio non serve ad altro.
Qualsiasi comunicazione che mi riguarda passatela a S.

La titolare della ditta che mi ha assunto suppone di avere le palle! Illusa.2

Da quella, ricevo: “Curi così bene il tuo lavoro che stamattina alle 9,40 eri a s. Zeno e adesso sei in piazza Cittadella! Complimenti!” E dove sarebbe il problema?!
Per contratto verbale fra me e te non ho mai avuto un orario fisso, perché la libertà in orario è stata da subito la mia prima condizione: senza di quella, non sarei tornato a lavorare al Palladio. Nonostante questo, alle otto ero in magazzino. Se non ci fossi stato, infatti, chi avrebbe diretto i lavori dei suoi operai? Tu che non c’eri?! Non solo! Sono andato a lavorare anche di notte!
Non solo! Sono stato sveglio anche di notte per pensare all’appalto, e alle conseguenze delle tue scelte sugli gli operai che avevi messo dentro prima che arrivassi io: tutti “tossici”, e tutti appartenenti al cosidetto “zoccolo duro”, quindi, attivi consumatori, ed attivi spacciatori! Ci vedi problema, o non lo vedi più perché l’ho risolto anche se a suo tempo sono stato minacciato?!
Alle nove e quaranta ero a s.Zeno per il semplice motivo che in mattinata ho scritto la lettera che poi t’ho mandato. Vi stavo lavorando già dalle sei! Ci vedi problema?! Dopo essere andato al Palladio, verso le 12 ero in piazza Cittadella, è vero. Ero in piazza Cittadella perché allo Stadio non c’è un negozio dove stampano gli scritti che colloco nell’UBS, e dove c’è il fax con il quale ho spedito lo scritto. Dopo di che, sono tornato al Palladio, e senza mangiare, a parte un paio di cioccolate alle macchinette, ho pulito garages sino alle 15. Ci vedi problema?! Oltre che a non aver mai avuto orario fisso, per recenti accordi avrei anche un tre giorni al mese da stare a casa. Giusto per non far mancare la mia presenza sul lavoro, li ho ratealizzati in ore. In effetti non ricordo se tre o due. Il che prova quanto ne approfittassi. Ci vedi problema?! Adesso sono a casa che ti sto scrivendo; e siccome sto parlando di lavoro, sto ancora lavorando per te: gratis! Cosa, fra l’altro, che ho fatto in decine di occasioni. Ci vedi problema?!
Sempre perché secondo il tuo rilievo sarei in giro anziché al lavoro da curare, per anni sono andato alle assemblee del Condominio: in genere, dalle 9 all’una e passa. Che forse ci sono andato per i miei interessi?! Non mi risulta! Io avrei conservato il lavoro al Palladio anche se tu l’avesse perso. Ci vedi problema?! Già da subito mi è stato offerto l’appalto ma ho sempre rifiutato perché, io, ho una faccia sola! Ci vedi problema?! Ho ricevuto 10 euro di ricarica telefonica. Se sono in grado di regalarti i soldi di un paio di fax, sono anche in grado di fare a meno delle tue miserie, quindi, te li restituirò quanto prima. Naturalmente, non so sino a quando. Ci vedi problema?! Per tutto questo e per altro su cui sorvolo, ti ho risposto di riservare i complimenti al tuo parlar per niente. Secondo me l’ho fatto a ragion veduta! Del precedente scritto, di questo, e di altri che in ipotesi dovessero rivelarsi necessari, mi riservo l’uso che credo. Ci vedi problema?!
Io, no.

Correva l’anno del chissadoveroconlatesta quando scrivevo di queste cose: Alla ricerca del padre perduto fra tante parole.

Religioni naturali a parte, per immaginare Dio, ogni conoscenza è partita dall’Io, quindi, “ogni teologia è una psicologia”. O meglio, è la sublimazione, di una psicologia. Si può giungere alla conoscenza della vita umana e divina con altri mezzi dai propri? Tutto è via delle verità della vita. La risposta, quindi, è affermativa. I mezzi ed i passi non propri, però, possono far fare degli inutili giri, o mal che ci vada, condurre a dolorosi gironi.
Pesto nei dolorosi gironi, stufo di inutili giri, e, ad innumerevoli parole, straniero, ho buttato via tutto ed ho ricominciato daccapo. A dirla tutta, non è stata la ragione che mi ha fatto buttare via tutto: ha svuotarmi di tutto è stato un dolore. Le vie della vita saranno anche infinite, ma chissà perché, a me non capitano mai le più semplici. 🙂 Comunque sia, ho iniziato il viaggio di verifica del capo che avevo perso, dal capo che l’ha cominciato: sulla strada per Damasco. Molto di quello che culturalmente, moralmente e spiritualmente sono, infatti, è cominciato su quella via.
Memore di ciò che era accaduto sulla stessa strada, ad un altro viaggiatore alla ricerca di sé e dei sé della vita, (a Saulo di Tarso), l’ho percorsa badando a quello che poteva accecarmi per troppa luce, (gli eccessi di verità), a quello che poteva farmi cadere da cavallo, (nel senso di farmi sbalzare dal mezzo che conduce la mia realtà), a quello che poteva rendermi privo della capacità di parola per ingorgo di emozioni. Ho badato, cioè, a non andar fuori di testa, a non andar fuori dalla mia vita. Ci sono riuscito, come riesce a mantenersi asciutto chi è sorpreso in strada da un temporale: più che altro difendendomi. E’ vero: nel difendersi dai temporali si impara a riuscirci. Nonostante gli anni trascorsi e l’esperienza accumulata, però, per quanto mi riguarda mi pare sempre da ieri, mi pare sempre poco.

Fra qualche mese potrò dire di conoscermi da 65 anni.

Per tale conoscenza (impasto di bene e di male, di giusto e di sbagliato che sia) sono ciò che sono, ed amo quello che sono riuscito ad essere. Non è un amore assoluto. Tanto meno, costituito in pianta stabile; è soggetto, infatti, a costante bisogno di accertamento su quanto amo: la mia identità in sé, in quella altrui, in quella del mondo.
Amo me stesso, più dell’identità altrui, e/o più di quella del mondo? Dove fra la mia identità e quella altrui non vi è corrispondenza di vita e/o di pensiero, comunque l’amo, per quanto so e posso, e/o per quanto la vita altrui mi permette di poterlo. E’ un amore che non grida, il mio; è un amore che tace, ma, è un amore che lo stesso è.
E’ un amore verso la vita, quanto non può esserlo verso una vita; ed è un amore che sa, che amando sé stessa, la vita, sa difendere i suoi interessi molto meglio di quello che potrei fare io anche salendo sulle più grandi barricate, o anche salendo su le più grandi, e molto meno pericolose scrivanie.
Ci salgano quelli che non la pensano come me, perché ad ognuno la sua via, la sua verità, e la sua vita. Certamente si può dire quello che si pensa. E ci mancherebbe! Fa parte dell’amor proprio, quando non è vanesio. L’amor proprio non è vanesio quando opina; vanesio lo diventa, invece, quando sentenzia. Visceralmente parlando, colloco chi sentenzia sulla vita altrui, fra gli imbecilli di bortocaliana memoria.
Per quanto so e posso, non per questo mi rifiuto di stare anche presso di quelli, ma ci sto, sino a che me lo rendono possibile. Dopo di che, ad ognuno la sua via, la sua verità, la sua vita.

Qabala – Che dire ad un amico sposato con figli (faccenda di parecchi anni fa) e con su di me, una presa erotica finita nel momento stesso che è nata? Ben poco, temo.

Così, non sapendo più che dire di nuovo, gli lessi la Bibbia. Gliela declamai, a dire il vero, perché mi prese quell’idea! L’amico, per quanto interessato (non chiedetemi a che e/o a cosa che non l’ho mai capito, e neanche ho mai avuto il coraggio di chiederglielo) mi guardava con un che di sornione.
Colsi lo sguardo della moglie, ad un dato momento, ma poi non lo feci più. Se uno sguardi vi facesse capire, molto semplicemente, molto serenamente, che sei pazzo, continuereste a guardarlo? Penso proprio di no. Tanto più, se anche a voi, sotto sotto risulta che non tutto quadra! 🙂 Fatto sta, che la Bibbia ed io riempimmo quella casa di suoni, se proprio non di altro.
Comunque sia andata, il mio intento non era religioso. Mi perdoni chi mi deve perdonare, ma fu teatrale, più che altro. D’altra parte, se Pirandello li avesse interessati di più, me l’avrebbero detto, penso. L’avevo letto nella classica età in cui si sa leggere ma non capire, ed ora, ritrovato in un mercatino dell’usato, lo sto rileggendo: L’Ultimo dei Giusti. E’ di Schwarz Bart, edizioni “I Garzanti”.
Mai che a me capiti la cosa giusta al momento giusto: mai! Se mi fosse capitato, ai miei amici (e sembrando loro, certamente non pazzo) avrei letto questo:
………………..
“…ma, i Giusti, insistè Erni. Quell’insistenza commosse il vecchio, che sospirò: e lo stesso, disse alla fine.
[Si riferisce al sole che sorge, tramonta, e che non gli si chiede quello che fa]
I Giusti sorgono, i Giusti tramontano, ed è bene. Ma s’accorse che le pupille del ragazzino rimanevano fisse sulle sue, e allora, non senza inquietudine, andò avanti: Erni, piccolo rabbino mio, che mi stai chiedendo? Io non so molto, e quello che so è nulla perché la saggezza è restata lontana da me. Ascolta, se tu sei un Giusto, verrà il giorno in cui da solo ti metterai a ” far luce “: capisci? Il bimbo stupì: e fino a quel momento? Mardocheo frenò un sorriso. Fino a quel momento, disse, fa il bravo.”

………………..
A me pare chiaro. A te no, Israele?

Si veda

Fine come una provinciale che si è pisciata addosso, la discoteca in quel di Brescia, stasera.

matita Non avevo libro migliore, e mica si può leggere sempre, così, con amici sono andato a ballare. Poca gente. Serata di nebbia. Età? Dalla giovinezza ai geronti. Musica orrenda. Velocissima. Da diarrea con la paura di trovare tutti i cessi occupati. O forse, dati i convulsi in pista, non adatta a me. La giovinezza scarica i surplus, mentre io, mi ricarico di ciò che raramente trovo: emozioni, a dirla col Battisti. Al piano superiore, gabbie per ornitologi ridotti al lanternino, da quanto sono ripetenti in… materia. Visto che la musica non mi prendeva, dopo un qualche stentato e velleitario introibo mi sono seduto vicino alla pista. Sotto il sedere, un altoparlante gridava la merce. Chi grida, lo sappiamo, dubita delle sue ragioni. Con ragione. Mi guardo attorno. Nessun seduttore di marca, e marchette in vigilia perché non ne vedo. Evidentemente, non sempre è caviale. Considero e mi considero. A parte il vedere gli interessati alla simila, non c’è niente che mi interessi, e neanche degli interessati a me. Nulla disturba la mia tranquillità, quindi. A parte il piacere di ballare, vado in discoteca per vedere della vita. In mancanza, per godere dell’altrui vitalità. Non si vive con la compagnia di soli ricordi, vorrei dire, ma, non è così. Si vive in compagnia anche con i soli ricordi. Purché, non troppo vicini.

Cara Sun: sono un diverso, non tanto perche’ omosessuale, ma perché non facilmente catalogabile…

matita e questo, certamente aiuta a mimetizzare la mia realtà, e quindi, ad evitare gli eccessi nei giudizi. Nonostante la tranquillità (?) che mi veniva dalla mimesi, comunque, ho passeggiato in piazza Bra con omosessuali, anche di un genere estremamente evidente; comunque ho passeggiato con tossici, anche quando erano estremamente evidenti; comunque ho passeggiato con cretini, anche quando erano estremamente evidenti. Perché questo? Perché nella vita si fanno delle scelte, e la dove non è possibile la mediazione se non risultando falsi a se stessi quando non disonesti, non si può non scegliere: nettamente! Se la vita mi avesse messo posto accanto a Saviano, passeggerei con Saviano. Certamente con paura, ma, mai senza palle!

Memorie di un tardo adolescente, e memorie di un tardo bambino.

Girando i mobili ho collocato questo pensiero: paranoia, è malattia della mente rapinata della fiducia. Con la condanna alla macina al collo abbiamo sempre pensato (o ci hanno sempre fatto pensare) che il Cristo si riferisse a chi osa intaccare la purezza sessuale dei bambini; ed è certamente anche così. Altrettanto indubbiamente, però, dovrebbe meritarla chi osa intaccare la purezza della mente di un bambino, e/o quando è ancora bambina; con ciò intendendo, pulita. Il guaio è, che siamo stati, tutti, mentalmente violentati, e che per la nota legge del contrappasso, da vittime che eravamo, siamo diventati, direi tutti, dei violenti. Pare che sia, a causa della legge della sopravvivenza. Il Cristo che conosciamo, pare non l’abbia conosciuta.

afinedue

Aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaahhhh!

Esco dal supermercato. Nessun casinista nel giardino. La panchina è libera. Mi siedo. Mi descamiso. Tolgo le calze. Muovo le dita nelle ciabatte. Ho i pantaloni, completamente punteggiati di cera nera. Sembro, na’ mitragliata del 43. Rovisto nel sacchetto. Tramezzini al salmone come antipasto. Tramezzini al tonno e insalata russa come piatto. Ananas a pezzetti poi, e per finire, un cestino di fragole, rigorosamente non lavate! Leggero ruttino. Sigaretta. Leggo il giornale a grandi falcate. Non ho voglia di rumori. Lo chiudo. Altra sigaretta. Mi guardo attorno. Il mondo gira. Oltre me.

afinedue

Giardini e galere

Un amico che non mi vedeva da tempo nel giardino, m’ha chiesto se non ci ero più venuto a causa di una banda di moldavi che picchiava e derubava i Finocchi. Da un paio di questi, mentre era in compagnia di un suo amico arabo (amico, non amante) ha sentito dei passi di corsa dietro di lui. Si gira. Vede chi correva. Con lo stesso velocistico impegno di quei parassiti, taglia la corda. La sera dopo, rivede l’arabo e lo rimprovera per non averlo difeso. L’arabo gli risponde: che vuoi che faccia! Io ci vivo, qui! Già!

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Sono sul lavoro. Decido che ne ho abbastanza. Vado a prendere un caffè.

Percorro il porticato. Mi cade l’occhio su una forma stesa sul pavimento. E’ girata di fianco. In posizione da sonno. Piove della madonna, anzi, grandina. Mi avvicino. Lo scuoto. Non reagisce. Lo rovescio di schiena. E’ straniero. Indiano. Respira. E’ già qualcosa. Pur sentendomi pienamente cretino, gli dico che non può stare qui. Borbotta. Mi fissa. Non mi vede. Chiamo il 118. Il 118 chiama la Polizia. Arriva la Polizia. Arriva il 118. Lo rimettono in piedi. Non ci sta. Lo reggono. E’ completamente ubriaco. Quasi perso. E’ chiaro che non capisce quello che gli chiedono. E’ chiaro che non capiamo neanche noi. Nessuno sa cosa fare. Uno dei due poliziotti lancia una proposta: se lo mettiamo sotto l’acqua, vedrai che gli passa tutto. Vero. Anche annegandolo, probabilmente. Alle domande dei soccorritori, l’indiano continua a dire no – no! Fa giunto le mani all’altezza del volto. Ogni tanto si abbassa per toccare le ginocchia di uno dei poliziotti. Uno dell’autoambulanza dice che non può portarlo via perché l’indiano dice sempre no, no. Io, che non sto mai zitto, gli obbietto che se una persona non è in grado di connettere per il si, che cavolo di valore può avere il suo no! Quello mi guarda. Tace. Non sa cosa rispondermi, evidentemente. O forse, ha realizzato, che a differenza dell’Indiano che se le mette sul volto, io le mani le metto sulle palle! Giusto per vedere se ci sono. Giusto per sentire se hanno peso. Giusto per capire cosa valgono. Ma tutto è bene quello che non finisce peggio. L’indiano pare riprendersi. Lo caricano sull’autoambulanza. Lo siedono. Vedo che guarda il posto dov’era steso in due dita d’acqua fredda sino a qualche momento prima. Chissà a cosa passa per la testa, a chi, anche in un gesto di immediato passato, vede, forse, il suo futuro.

Non l’India, direi.

afinedue

 

Lo vedo sul davanzale di una casa costruita in economia.

L’avevo conosciuto qualche tempo prima. Ci aveva uniti una reciproca malìa. Ogni tanto ci si vedeva. Ci si salutava. Sta parlando al cell. E’ in calzoncini. Aderenti. Tanto aderenti. Quasi superflui. E’ questione di un attimo. Di un giro di pedali. Non lo vedo più. Non con gli occhi. Potrei dirvene ogni linea. Se potessi farvele scorrere con le dita, vi commuovereste. Anche la bellezza può essere un pianto. Non da tutti. Non per tutti.

Prassitele, forse.

afinedue

Il sesso e la lampadina.

Giusto per togliermi qualche ragnatela all’apparato, ieri sera stavo uscendo. Prima, però, decido di rispondere ad un commento. Destino o fatalità, questo ritardo sulla decisione permette l’arrivo di un mio amante. Sui 40. Piccoletto e torsolotto. Tunisino. Possibile spaccia. Senza cielo, né terra. Elementare. Spontaneo. Strumento che ottimizza la strumentazione. Sale. Sale, mi abbraccia, e via facendo. Terminato, il faccendo con reciproco piacere, diventiamo due estranei che solo la reciproca confidenza e cortesia, tiene ancora uniti per quel tanto che basta per il bacino finale, tuttavia, se dovessi seguire quello che sento lo manderei a rivestirsi in cortile. Soddisfatto il piacere, infatti, mi sento come una centrale che ha prodotto luce solo per una lampadina. Il che può andar bene per case che non hanno più di una stanza. 

afinedue

Ore otto e qualche minuto! Nulla va bene signora Marchesa.

La srjlankiana collega mi dice che l’operaio se n’è già andato perché aveva mal di pancia. Morale della favola: quasi tutto da fare. Panico! Trovo altri due operai, ma, da lunedì, perché prima vengono gli amici! Etica invidiabile, ma intanto che faccio? Glielo racconto alla polvere?! In qualche modo tampono. Finisco nel tardo pomeriggio. Avete presente le acciughe? Sono così! Vado a prendere sigarette e giornale. Voglia di andare subito a casa? Zero! Voglia di farmi da mangiare? Zero! Vado dal mio Kebaccaro. Gli ordino una porzione grande di patate fritte. C’è un caldo boia, all’interno del 2 x 2 che osa chiamare negozio. Prendo una sedia e mi siedo sul marciapiede. Apro la prima birra. Pardon, la seconda! Non potrei stare sul marciapiede, ma per fortuna, il vigile che può confermarlo non passa, o deve ancora nascere.

Passa una vecchia culandra. E’ la versione maschile della vecchietta con i due cagnetti che avrete visto in Un pesce chiamato Wanda. Mi cade l’occhio sui suoi pantaloni: la riga è perfetta. Rifletto sull’età, e sul rifiuto di arrendersi. Passa un’anziana accompagnata dalla figlia. Non l’ombra di un grasso nell’anziana in emiparesi facciale, non l’ombra della figa che deve pur esser stata la figlia: ora, madre compita, ma, sepolcreto della passera. Mi capita di vedere ogni tanto delle donnone africane o latine, più larghe che alte, eppure, ancora così femmine! Cos’è, che abbiamo sbagliato?!

Ordino la terza birra e una porzione piccola di patate. Dico all’amica commessa, e filarino dello spacciatore di farinacei, non sposarlo! E’ un bandito! Ride. Deve già saperlo. La capisco. E pakistano, lo sciagurato! Ti sorride come fossi l’amante della sua vita mentre ti pugnala il fegato con un olio che te lo raccomando, e che tu sai mentre fai finta di non sentire i rigurgiti dei suoi delitti! Dio, se almeno lo facesse alla Bin Laden, in qualche modo potrei anche difendermi, ma chi mai si è difeso quanto basta, dagli Arsenio Lupin?!

E ordino la quarta birra.

Passa un ragazzo sui venti. Tutto a puntino. Ivi compreso la cinghia bianca dei regolamentari Gabbana: pantaloni che paiono cadere dalle anche ad ogni passo, ma che non è vero pericolo, sostengono le chiappe, smentite complici (d’induzione a reato) dal fatto che il ragazzo continua a tirarseli su. Lo stesso tic anche nelle ragazze che portano le mini. O meglio, delle giustificazioni che spacciano per sottane. E che cazzo, ragazzi! Abbiate il coraggio delle vostre opinioni! O su, o giù! Che in mezzo, oltre che alla virtù, c’è anche l’ipocrisia! Così ragionando, dico di no alla quinta birra e me ne torno a casa. Giusto per recuperare il fiato andrò a dormire un po’. Al risveglio, vedrò di fare in modo di alimentare le illusioni di qualcuno, e poi, andrò a sperimentare la riuscita dei miei trucchi.

afinedue

Terminato di leggere la zeffirellata su Cristo, che dico in un post seguente…

… mi sono fatto degli spaghetti olio aglio peperoncino, e mi sono aperto un Camilleri d’annata: Pensione Eva. (6euro spesi benissimo!)

Sentite… “Fu canticchia prima dei suoi dodici anni che Nenè finalmente capì quello che capitava dintra alla pensione Eva fra i mascoli grandi che la frequentavano e le fimmine che ci abitavano.”

asterisco

Tardo anche allora, io lo capii verso i sedici. Lavoravo al bar Aurora di Este. Di fronte al bar, una pensione: Il Cavallino. Adesso è una Concessionaria d’auto. Nessun cavallo o stalla, al piano terra. C’era un’autorimessa, e alla sinistra di quella, il ristorante della pensione. Citando il Camilleri, Il cavallino, “era qualichi cosa di meglio di una locanda, e qualichi cosa di peggio di un albergo.”

Ricordo serate d’inverno. Ogni tanto, dalla pensione giungeva qualche richiesta: ricordo poche cioccolate calde. Il più delle volte, brulè che dovevano arrivare ancora bollenti. Ricordo strane atmosfere al bar, dopo quelle ordinazioni. Erano fatte di cotone. Di quello a fiocchi. Di quelli, che per quanto li tiri, non si strappano mai. Mandavano me. Pesante, il vassoio che dovevo portare, tra bicchieri e piattini per non far raffreddare il brulè. Drammatico il passo, fra il dover andar velocemente, e il non far cadere tutto. Salivo, per una di quelle scale che adesso non ci sono più: larghe, con scalini di pietra da lavare a varechina. Entravo nel salone. Aria di chiuso, un tavolo da una parte, e mi pare, un paio di poltrone. Dava l’idea di non esser mai stato usato: era lì.

Alla sinistra, la porta della cucina/sala da pranzo che non ho visto preparata una volta. Attorno al tavolo, masculi grandi, fimmine, e disagi. Se c’erano risate, forse scoppiavano dopo che me n’ero andato. Non tanto perché riguardavano me, (almeno penso) ma, forse perché c’erano due occhi di meno. Niente delle donne diceva il mestiere. Famigliare l’abbigliamento, e le personalità. Nulla degli uomini diceva il desiderio. Dei padri fuori casa. Se ci fosse capitata la Merlin, avrebbe detto: scusate, ho sbagliato porta! Scendevo dalle scale con un senso di liberazione. Vuoi, perché fuori non c’era più l’odore di quella cucina, vuoi perché non dovevo più darmi risposte. Vuoi perché avevo paura di possibili domande.

afinedue