Non mi mancava che questa!

Vado a fare la spesa.
Sto entrando.
A lato dell’ingresso tre ragazzini.
Sui dieci anni.
Hanno la bici.
La ruota di uno incischia contro una vetrina.
E’ chiaro che vogliono fare qualcosa ma non sanno cosa.
Un gioco che non abbia le solite emozioni, molto probabilmente.
Non ci bado più di tanto.
Entro.
Prendo quello che devo prendere.
Esco.
Vedo che mi guardano ma senza manifestare una particolare curiosità.
Vado a prendere la bici.
Sto aprendo il lucchetto.
Sono a pochi metri da me.
Li sento avviarsi.
Non faccio in tempo a pensare
– si saranno stancati di stare lì –
che, allontanandosi di corsa,
li sento schiamazzare:
aiuto, aiuto c’è il finocchio!
Pericolo, pericolo c’è il finocchio!
In primo mi è venuto da ridere!
Subito dopo però,
ho subito un rigurgito di domande.
Le ho allontanate.
A vedere e provvedere ci penserà la vita.
Ha raddrizzato tronchi.
Vuoi che non sappia e non possa raddrizzare arbusti?
Tuttavia, dispiace.
So che lo fa,
anche percuotendo.

rosaquattro

Quanta acqua non è passata sotto il Piave

da quando sono uscito, vestito da chierichetto da questa chiesa!

vellai

Mi chiamavano sempre quando c’erano le messe in terza o in più come allora si diceva delle solenni. Non che convincessi tanto come chierichetto, però, vestito così gli facevo fare una bella figura quando veniva il Vescovo! Deve essere così perché nelle messe ordinarie non mi hanno mai chiamato!
Il collegio – orfanotrofio era dell’opera Don Guanella che ora è scuola di agricoltura. Molto probabilmente, l’hanno convertito a nuova funzione perché hanno cominciato a scarseggiare le braccia per messali, ma non diminuire quelle per i campi!

rosaquattro

Ah, è lei il perdamasco, il mitomane!

……………….

Sogno la spedizione di uno scritto, ma come si diceva per gli inglesi in guerra, è centrato solo al terzo colpo. A molto ho creduto. In una sola realtà credo. Nei mezzi postali, mai. Telefono, allora, per sapere se hanno ricevuto il testo ultimo. Mi risponde una voce di donna. Ilare. Argentina. M’ha fatto venire in mente il suono del campanellino che alla messa annuncia l’elevazione. In tono più profano, ovviamente; e questa voce, fra il ridere ed il sorridere, mi dice: ah, è lei il perdamasco, il mitomane. Mi sveglio.
Secondo i miei più seri spiriti guida, (il Devoto e Oli), mitomania è tendenza, non necessariamente patologica, ad accettare come realtà, in modo più o meno volontario e cosciente, i prodotti della propria fantasia e a raccontarli come veri allo scopo di attirare su di sé l’attenzione altrui e soddisfare così la sua vanità. E’ vero? Non è vero? Vorrei poter dire che non è vero, ma dovrei sapere cosa lo è. Nel dubbio, mi assolvo. Il sospetto di dirmela e di farmela m’ha sempre accompagnato, a dire il vero, ma non sapendo e non potendo accertare se vero sospetto da vera realtà, ho sempre agito come se fosse vera realtà, quella che sostengo non appartenente alle conoscenze che ho avuto prima di cominciare la mia strada. Se mai sono mitomane, certamente lo sono come chi indossa una divisa. Il mito, però, sta nella divisa non in chi l’indossa. E’ certamente vero che se l’opera di chi indossa un mito, è degno del mito, la mitomania dell’indossante viene meritata per osmosi. Osmosi, chiedo ai due saggi. Mi dicono: “L’influenza reciproca che individui o elementi contigui esercitano uno sull’altro; anche, spec. in campo culturale, compenetrazione scambievole di idee, atteggiamenti, ecc. Dal gr. ósmós ‘spinta’, mi dicono i miei due consiglieri. Di essere un influito da l’Oltre l’ho sempre creduto e l’ho detto anche più volte. Naturalmente, quello che io credo, mica necessariamente è. Se non dall’Oltre su cui dubitare, da chi, allora? Potrebbe essere da un’altra parte della mente? Certo. Lo potrebbe, ed essendo altra da quanto conosciuta, anche questa ipotesi convaliderebbe la presenza di un Oltre, con la differenza però, di essere un oltre interno, non oltre la tangibile realtà. Ci sono risposte certe a questi certi dubbi? Temo di no. Vuoi perché proprio non ci sono, vuoi perché ci si rifiuta di prendere atto della non esistenza di risposte certe ogni qual volta vi è in ballo una vivificante credenza. “La vita si serve degli strumenti che trova” mi disse una voce nella mente. Ero in macchina con l’Amato, e due amanti (un ballerino sieropositivo e un tantinello fuori, e il compagno, all’epoca, al di la di ogni regola ma da gioviale pirata, però, più che da delinquere. Allegrotti e su di giri stavamo andando a ballare. Anche in quel caso, da quale oltre è pervenuta quell’affermazione? Anche in questo caso, non c’è definitiva risposta, al più un rilievo: in fatto d’orari, ambedue gli Oltre non sanno proprio cosa siano! Si, mi sa che la vita non porta l’orologio.

rosaquattro

Tutti miserelle le mie festività: una a parte.

Dicono che i vecchi non hanno che ricordi, e quelli mi sono venuti alla mente, oggi, tornando dalla spesa al LDl , dove ho visto un neo burino arrivare con una vecchia Ferrari. Dovrà andarci per risparmiare sul metano, suppongo!

Non ricordo l’anno. C’era l’Amato, allora. Siamo stati ospiti di un amico di ricca borghesia meranese (poi morto per ove) e assieme ad una banda di altri sciagurati per un verso e per un altro, dopo esser saliti per non si sa quanta strada al buio, dopo aver constatato che non si ricordavano più dove stava il ristorante dove avevano prenotato, ci siamo fermati proprio sul dosso di un’alta collina o di un piccolo monte che sia stato.

Vetro ghiacciato, l’aria. Per decine di kilomentri di fronte a noi e per i 360 gradi, una platea di montagna, con luci, si, sui declivi ma, sfilata collana di diamanti, cadute qua e la come in terra così in cielo.

Basso il cielo. Di un indaco così intenso da parer soffitto, basso pareva, quasi da far paura, quasi da piegare il collo per non batterci la testa. Incantati, saremmo rimasti lì non si sa per quanto, ma il cenare chiamava ed eravamo già in forte ritardo. Come serata volle arrivammo al ristorante! Clientela numerosa e con brindisi già fatti, nella sala. Noi, però, siamo stati dirottati a parte. Non credo per malizia. Nessuna di noi era scandalosa, né in qualsiasi maniera fatta di qualsiasi cosa. Non sino all’aperitivo, perlomeno.

Del mangiare non ricordo nulla. Probabilmente, perché molto mediocre, probabilmente, perché moto birrato, e dopo, anche molto canato!

Festa scontata, si sa! Bisogna divertirsi se no che festa è! Solo il Signore sa se non le odio, non tanto le feste, quanto il doversi divertire perché si fa vedere che ci si diverte. A me, che già allora cominciavo ad amare il silenzio, interrotto da preludi, si, però, attenuate per favore: attenuate!

Fatto sta che ho lasciato andare il comune che non sono, ed ho recitato la mia parte. Per gli stessi motivi della cena, non ricordo come se non a rari sprazzi. Bene, ricordo solo il viso dell’Amato. Aveva (e avevamo) ben pochi motivi per ridere eppure ci ero riuscito, e con lui, anch’io e gli amici.

Non ricordo com’è finita la serata. Ci avranno buttati fuori ad orario, suppongo. Nel Sud Tirolo mica si scherza con gli orari! Ricordo solo che ad un certo punto i nostri fuochi artificiali si sono spenti:, anche se un po’ alla volta.

Siamo tornati a terra, così, venati di malinconia.

La stessa che colpisce angeli quando cadono.

nord

Con la reimpaginazione del mio sito perdamasco.it

una domanda: è più faticoso vivere o descrivere il vissuto?

.

Immaginate di esservi avvicinati ad un albero: simbolicamente parlando, quello della vita. Immaginate di vederlo forte di tronco e di rami, ma, con quasi tutte le foglie a terra. Pur macchiate da parassiti, le foglie sono ancora verdi. Ora, immaginate di essere come il bambino che riattaccò le foglie all’albero perché gli era stato detto che la mamma sarebbe morta alla loro caduta. Sono orfano da mo’, per cui, non più coinvolto, tuttavia, siccome ancora coinvolto con la vita, anche a me è stato detto (ma ancora di più sentito) che l’albero sarebbe morto a foglie cadute.
C’è n’erano di accatastate al tronco, sotto i rami, e portate dal vento, sparse per il campo. Come non bastasse, confuse con quelle dell’albero del campo e di quella proprietà, c’è n’erano anche di altri campi e di altre proprietà! C’è n’erano anche di altri alberi.
Bene, ora raccogliete tutte le foglie, portate all’albero anche quelle più sparse e di altre proprietà, dividete quelle dell’albero da quelle di altri alberi, e attaccate quelle di appartenenza, badando di metterle secondo l’ordine di crescita, cioè, più vicine al tronco quelle mature, e via via più alla luce quelle di vita appena crescente. Le foglie sono migliaia.
Riprendo la domanda: è più difficile vivere, o scrivere il vissuto? Non so. A pena di vivere e di scrivere pressoché finita, nulla, è più difficile.

rosaquattro

La vita garantisce la minima a me, ma non di meno a Eros.

Passavo dalla Bra.
Tornavo dal negozio della Tim, dove, il responsabile si è ritenuto esente dal compito di dirmi tutte le informazioni su un cellulare.
Al che, ne ho comprato uno molto bello (cinese) ma che non riceve la posta di Libero se non pagando un contratto annuale di più di una ventina di euro.
Accettando il fatto, mi ritroverei, non solo a perdere l’opzione mail che ricevo gratis, ma anche con un cellulare che invecchia in modo indirettamente proporzionale al costo di mantenimento.
I numerosi tentativi fatti dal gerente per farmi ricevere la mail di Libero sul nuovo acquisto, al momento hanno ottenuto il solo scopo di non farmi più ricevere le mail anche sul telefono superato (superato sì, ma ancora buono) che ho usato sinora.
Sono quattro giorni che torno dal venditore. Sto diventando il loro incubo, suppongo; è certo che a fronte di un servizio sufficientemente lucido non lo sarei mai diventato!
Davanti alla bicicletta mi passa un giovane arabesco.
I pantaloni che indossa mi presentano il sedere.
Porta solamente l’indaco delle mutande.
Lo guardo.
Lo sento ridere.

rosaquattro

"Cani sperduti senza collare"

Al Mercato dello Stadio, al banco del pesce, un cucciolo sui venticinque che lo stava friggendo si gira e mi vede.
Sorride un Ciao.
Sembri un marinaio, mi dice.
Si, di acqua dolce, gli rispondo, a mia volta sorridendo ma con strascico di passo in avvio veloce.
Ma dove cazzo devo andare di corsa?!
E perché cazzo devo sempre sminuire le dimostrazioni di stima: amicale, affettiva, o comunque amorosa che poi contiene sia l’amicale che l’affettiva!
Avete presente i cani battuti che alla sola vista di una mano in avvicinamento si ritraggono?
Ad alcuni di quelli capita anche di ringhiare.
Ad alcuni di quelli, capita anche di mostrare i denti!
Non tutti mordono.
A me non capita.
Strano.

rosaquattro

E’ di piombo il cielo di Verona, oggi…

… ma nonostante ciò, non pesante: è solo una schermata che ha scambiato sfondo!
Ho appena sbranato il quarto panino con mortadella. Non male il cabernet che si è fatto sangue.  Passa poco sotto la finestra di casa, ma il presepe che vedo agire non lo sento isolato da un tutto che mi sussurra: è cosa buona e giusta.
Sono appena rientrato da una passeggiata che ho fatto con un  amico per le vie della città vecchia. Cosa non perdono i turisti, ergastolati alla sola visione dell’Arena e poco più. Quanta più vita si denuncia, invece, nelle strade fuori dei percorsi della Storia, in quella cioè, che non è mai dopo Cristo perché l’uomo è un cristo mai superato da sé stesso, come non può esserlo, in eterno un costruttore: falegname o no che sia.
Pedalando arrivo a s. Zeno dove fra non pochi pro e contro si sta costruendo un parcheggio dove prima c’era un giardino, alberato da decennali crescite. Vero è che i colombi sugli alberi, mica si scusavano se defecavano anche su i pensionati in cerca di verde. Vero è, che nessun pensionato si era mai lamentato più di tanto. Il fatto valeva pur sempre la candela.
Obbligato dai lavori, percorro uno stretto passaggio. Delle voci di ragazzo davanti a me. Africano uno, nostrano l’altro. Sono in boresso. Boresso, è una voglia di ridere che per giungere alla mente parte dallo stomaco. Saranno sui dieci/ dodici anni.
Di forte vitalità il ragazzo africano. Di complice ma di suddita vitalità quella del ragazzo nostrano. L’africano mi guarda. Capisco al volo che non sa in quale cassetto ha posto le informazioni che mi somigliano, così, mi dice: buongiorno!!!!
Al volo capisco che quel buongiorno è l’unica chiave che ha trovato per vedere se nei miei cassetti c’è un qualcosa da far suo, o quanto meno, da riconoscere, anche come suo.
Buongiorno signori, rispondo. Pesantuccio saluto mi direte. E’ fatto ad arte! Con quella forma di saluto, infatti, obbligo una curiosità personale, dentro ciò che può esser lecito esplorare solamente alla curiosità dell’educazione che si deve  fra età diverse.
Sempre pedalando li supero. Non faccio in tempo a farlo che il morettino dice al bianchino: hai visto? Ha l’orecchino!
Anno domini 2011.

rosaquattro

Ecco perché ho aperto un gruppo "per Damasco" su Face Book.

Non ho mangiato nulla di particolare, ieri sera, (un kebab e due rossi) ma stanotte ho sognato un’allucinante sovrapposizione di storie e di emozioni.
L’ultima storia, e ultima emozione prima di un risveglio che mi è parso uno spintone fuori dal letto più che un fine del cinema, è stata una voce quasi gridata, quasi strozzata; come se un qualcuno ho un qualcosa volesse farla zittire. Si è ripetura tre volte: pubblica anche per gli altri!!!
Per le mie conoscenze, tre volte significa: una per la Natura, una per la Cultura, una per lo Spirito. Ma, che significa, pubblica anche per gli altri?
In altri tempi si diceva che i sogni sono vie di collegamento fra gli abitanti di questo mondo è l’ulteriore. Non in tutti i casi ma molto me lo fa pensare.
L’opinione, però, non esclude che i sogni siano vie di illuminante collegamento della parte chiara sulla parte scura della mente.
L’impossibilità di capire l’effettivo senso della frase, mi fa pensare che sia stata parola (la parola è l’emozione della vita che dice sé stessa) proveniente dalla parte scura della mia mente, oppure, per il precedente senso che hanno dato hai sogni, proveniente dalla vita ulteriore che si dice spiritualmente bassa.
Spiritualmente bassa, non necessariamente significa diabolica. Può significare, anche spiritualmente non cosciente.
Comunque siano i fatti e/o le ipotesi, pubblica anche per gli altri, per implicito significa che sinora ho pubblicato per me stesso? C’è del vero in questa ipotesi. La stesura del sito e del blog, infatti, mi ha curato da un lutto, pesantissimo da superare.
Vero anche che quel lutto l’ho superato. Può essere vero, allora, che devo pubblicare per altri, avendo finito di dover pubblicare per me?
Si, la cosa potrebbe avere un suo senso, ma, perché devo pubblicare per altri, su invito di una voce che chiaramente (almeno per me) ha fatto non poca fatica per farsi sentire da quanto era frenata nel farlo?
Chi o cosa la frenava? Un’emozione di bene che voleva frenare una di male?
Un’emozione di giusto che voleva frenare una di ingiusto?
E, di quale piano dell’esistenza? Del piano ulteriore della vita, o del piano che non conosciamo della mente? Morale della favola: ho sempre fatto quello che mi è piaciuto fare.
ps. Ho chiuso il Gruppo dopo poco tempo. Per svilupparlo dovevo creare dipendenze; neanche per idea!

rosaquattro

La pedagogia dello spirito gregario

è fonte di settaria con_fusione.
Non fa per me. Io seguo lo spirito sovrano, non, quello servo. Sostengo da tempo che il luogo della Verità è nel luogo della pace. Tachicardia, mal di testa, dissidi, mi colpivano nel gregario luogo vincenziano, così, ho chiuso quell’esperienza. Ho motivato la chiusura per motivi di salute. Non è il caso di tirar fuori altro. Gli abbarbicati agli spiriti gregari non sanno sentir ragioni, o meglio, le sanno solamente udire. Qualcosa d’altro troverò! O se non troverò, vorrà dire che la mia strada non può percorrere che sé stessa; e buona notte al secchio! Mica l’ho bucato io!

rosaquattro

Ci sono poveri

 che non sanno come tirare il cammino,
e poveri che è necessario fermare perché sanno camminare anche troppo.
grafa
Questa mattina sono andato al gruppo vincenziano. Ho coadiuvato il volontario addetto alla distribuzione dei pacchi di alimentari. I pacchi alimentari si danno a chi ha famiglia. A chi non ha famiglia, invece, il pacco almentare viene sostituito dal pasto alla mensa. Capita che vi siano singoli che si presentano anche alla distribuzione dei pacchi. Come fermare i furbi? Cercando di conoscerli.Allo scopo, sono andato ad assistere al servizio di mensa. Il vincenziano non può aiutare più di settanta persone.
Entrano. Uomini e donne. Cittadini dell’Est. Srylanka. Nordafricani. Si siedono ai tavoli. Aspettano la distribuzione del cibo. Se il senso dell’umiliazione che li accompagna avesse anche una pur minima valutazione bancaria, potrebbero vivere di rendita. Arriva un sacerdote. Sulla mia età. Giovialone. Sereno, direi, o forse, attore.
Li invita a pregare. Mi sono allontanato. Mi si era stretto il cuore. Mi sono rivisto nel mio collegio di orfano. Stessa l’umiliazione. Stessa la fame. Stesse preghiere che non finivano mai.
Non me ne voglia il Cielo, ma io avevo fame di carne, non, fame di Dio. Avevo una fame della madonna. Penso così, caro il mio Renato, di aver cominciato a farmi conoscere anche lì. Naturalmente (e te pareva!) non ho potuto non dire quello che penso. Il sacerdote me ne ha dato l’occasione.
Li ho fatti pregare, mi dice, ma senti cosa m è capitato. Un mussulmano (assieme ai suoi compagni) m’ha chiesto se poteva pregare secondo il suo credo. Certo, gli dico: e si sono messi ad urlare un qualcosa. Tempo dopo, continua il sacerdote,quel mussulmano ha chiesto conferma a suo padre: iman nel paese di provenienza del mussulmano in questione. Il padre gli dice che non può continuare così, perché i mussulmani non possono pregare con i cristiani! E si fa una sommessa risatina, intendendo, con quella, sottolineare un assurdo.
Caro padre, gli dico, io credo solamente nella preghiera viva: azione di bene verso la vita: persona o il Tutto che sia. Far pregare nelle condizioni di dipendenza, invece, può diventare solamente il prezzo che devono pagare per poter mangiare.

rosaquattro

Associazioni di Volontariato et similia: onori e timori.

Non è certo il tempo che mi manca. Come occuparlo? Cercando sesso? Che palle! Giocando a carte? Troppo stress. A bocce? Ho già i piedi rovinati di mio. Ginnastica? Preferisco mangiare di meno piuttosto che faticare per smaltire il di più. Gare di ballo? Con le Cenerentole in pensione? Non mi ci vedo proprio. :>> Andando a messa? Non frequento. Volontariato? Proviamo.
………………..
Cortese associazione: scartabellando in Rete sono giunto al vostro sito. Come vedono dall’età, sono pensionato. Due, le necessità in questo mio momento: precedere nell’essere attraverso il fare; ricavarne una sussistenza che compensi la minima di ora. Il non ottenimento della seconda sussistenza, non necessariamente cassa la prima. Sono stato cameriere, operaio generico e aiuto cuoco. Non ho diplomi di alcun genere. Sentendomi discorrere, più di un interlocutore/interlocutrice m’ha chiesto che studi ho fatto. Un corso serale, rispondevo. Quale? Corso Porta Nuova: nota strada per la stazione dei viaggiatori; per la stazione del vizio per i-nasi-in alto; per una delle tante strade dell’errore, del dolore, e anche dell’amare, per me.
Mi sono occupato di tossicodipendenze per più di un decennio. Sono stato una sorta di un non ufficializzato operatore di strada, quando ancora non esisteva nulla del genere, ammesso e non so quanto concesso che esista ancora. Avevo un’associazione, all’epoca: letteralmente, quattro gatti, ma siccome non c’era nulla di meglio per i “tossici” in strada, sono stato utile se non altro come etichetta. Non è durata, vuoi perché perseguivo un’assistenza senza baratti, vuoi perché tutto sono fuorché normale, e/o normalizzabile. Ho il difetto di essere e restare esattamente come sono: non omologabile, anche se di sociale identità. Cordialità, Vitaliano

………………..
Come in tutte le realtà della vita, anche l’ideale associativo deve tener conto delle regole che mandano avanti il reale; e tenerne conto significa mediare dove è possibile fra paritari valori e/o paritari interessi, o ricorrere a compromessi dove i valori e gli interessi non sono paritari. Chi non accetta il compromesso, è tanto un bravo ragazzo, peccato… Di ampia gradazione di grigio, la zona del compromesso. Chi è prevalentemente spinto da interessi non se ne cura più di tanto. Chi è prevalentemente mosso dall’ideale, invece, lo patisce come sporco. A nessuno piace far veder sporcato un ideale. C’è chi lo dice. C’è chi lo nasconde. Chi lo nasconde, teme. Non esiste cieco che non sappia vedere dello sporco. Che fare, allora, per non farlo vedere? Tre, le prevalenti soluzioni: nasconderlo; coinvolgere nello sporco tutti quelli che sanno vedere; non associare, e/o tenere molto a margine, tutti quelli che non si sa se sanno tacere.
Mi sa che sono stato troppo diretto nella mia lettera.
Mi sa che dovrò andare a farfalle.

Piegati canna che passa la piena.

Ve lo giuro: riempite la casa ogni volta apro il Pc. Vuoi perché non ho scritto nulla, vuoi perché non ho ancora risposto alle vostre lettere, o ai vostri commenti, anche mi par di sentire la vostra delusione mentre ne uscite quando lo chiudo. Dell’impedimento mi è chiara una sola motivazione: non ho molto da dire di nuovo, perché, almeno alla presente data, credo di aver detto quello che dovevo. E’ certamente vero che il vivere offre non pochi motivi per continuare. Non li colgo, vuoi perché non pochi sanno dire meglio di me, vuoi perché mi pare un cinema già visto non si sa quante volte. L’unico cinema che non ho ancora visto, è quello che sto montando adesso. Si intitola: come campare con la minima, senza per questo rendermi minima la vita? 🙄 Non è l’aspetto economico la parte più significativa della trama: la più significativa, tratta del generale ribilanciamento fra quello che per molti sensi potevo, e quello che ora posso. La questione non è semplice, ed il mio carattere, (che nella complessità trova ampi motivi per farsi venir le palle), sarebbe portato a rifare di nuovo, più che a ristrutturare a nuovo. Al momento, però, non ho agganci né per una soluzione, né per l’altra, così, sto in una sorta di neonatale stasi, alimentata, più che altro, solamente da elementari necessità.

E’ tempo di reset.

Odio condizionare il pensiero altrui, caro signor G.

… e per questo bel proposito (permettere ad ognuno di trovare le sue risposte) ho riempito l’Index del sito che mi ha messo in Rete, quasi solamente con un bel mucchio di punti di domanda. Proposito riuscito, mi si dirà. Manco per idea! Più di qualcuno, infatti, m’ha detto che non ci si capisce niente. Rassegnato, ho dovuto subire l’idea di dover condurre per mano, e solo dopo, al limite, togliere la mia mano da quella altrui. Ho dovuto, quindi, ristrutturare tutto il sito. 

http://www.perdamasco.it

n.d.a. Mi riferisco all’edizione 2009

"Cari amici vicini e lontani": basterà anche la salute ma sto passando un periodo indecente, e tutto da ristrutturare. Vi allego un esempio.

Per conoscenza: Direzione “Coges”. – In oggetto: situazione sul lavoro che sfugge alle possibilità operative del vostro Ispettore e richiesta d’intervento della Direzione. Verona, Domenica 23 agosto 2009
………………..
Caro Briano 🙂 non volermene se mando questo scritto, indirizzato a te, anche alla Direzione Coges ma, visto che non hai tempo per leggere quanto ti dico sul lavoro, e visto che il Cordioli ci si “pulisce il culo”, altra scelta non mi resta se non il silenzio. Non è da me. Oggi (ovverossia, sabato) non stavo in piedi ma sono andato a lavorare lo stesso. A situazione non migliorata, mando un messaggio al Cordioli dicendogli che avrei mandato avanti il servizio lo stesso, ma gli consigliavo, per il giorno dopo, di far venire prima una persona. Mi risponde: “Capisco, c’è troppo lavoro per fare 25 pasti. Ti aiuteremo.”
Come si permette questo imbecille (nel senso bortocaliano del termine) di lordare la mia sincerità con i suoi sospetti di mendacio? Verso le sette mi manca il fiato, avviso i responsabili mensa, mi scuso, e vado alla farmacia S. Luca a fare un controllo della pressione. C’è l’ho bassa: 105/78. Conservo il biglietto.
Al commento del Cordioli, avevo risposto dicendogli che ai malati mentali non do retta. Capiamoci:in ambito lavorativo, matto, per me, sei tu che con tutto lo stress che ti ritroverai ad affrontare con l’anno a venire, hai fatto “ben sei giorni di ferie”;
matto sono io che vengo a lavorare non meno di una ventina di minuti prima dell’orario pur di presentare una mensa che non abbia di che farmi vergognare;
matto è un aiutante di cucina che sta a casa una settimana per un mal di denti; che dopo aver fatto un sabato ed una domenica di riposo chiede pure il lunedi, e che a rifiutata concessione si rimette in malattia;
matto sono sempre io che per mesi sono venuto a lavorare (sedato da antidolorifici) nonostante non riuscissi a dormire per i dolori alla spalla sinistra: dolori provocati dall’opera al secchiaio;
matto sono sempre io che sono riuscito a far dire ad un utente che “erano cinque anni che non si mangiava così bene”. Preso atto che il cucinante è sempre quello, porta pasienza se me ne prendo tutto il merito.
Matto, ancora, è quell’utente di atteggiamento da vescovo in visita pastorale, che ai tempi del rinnovo del contratto (c’era parecchia maretta in mensa) è venuto a dirmi, al mio rifiuto di permettergli di portar fuori il cibo avanzato, “che sapeva benissimo che noi portavamo via di tutto”, e che “una mano lava l’altra”. Prego?
Sino a poco tempo fa, in casa avevo tre Pc ma non ho il frigo, quindi, che me ne avrei fatto del tutto che per mia parte avrei portato via? Non vedo, quindi, quale sarebbe la mano che la mia avrebbe dovuto lavare! Fatto sta, che da allora ha rarefatto la presenza, e quando viene non sorride più come prima. Non sarò mica l’incauto scornacchiato che disturba delle intese e/o delle amicizie, spero?!
Sarà anche una coincidenza, ma da allora con il Cordioli è andata cessando la mia. Apparentemente non c’è motivo, anche perché riesco a fare quello che per indicazioni non adatte a me non riuscivo; anche perché il mio modo di rapportarmi con gli utenti, ha finito col migliorare anche il loro: dalla palpabile antipatia di molti, infatti, si è mutato nella generale considerazione. Tanto è vero che mi salutano anche fuori dal lavoro, e mi ringraziano tutte le volte che li servo: cosa che facevano solo alcuni, prima.
Al mio messaggio, il Cordioli mi manda questi: Non sei niente. Non sei nessuno. Frocio di merda. Muovi il culo pensatore stanco?” Che mai avrò fatto al Cordioli oltre il non essere il suo tipo?
Durante la tua assenza, mi ritrovo ad aver a che fare con delle braciole che da calde puzzavano. Colpo di caldo, probabilmente. Lo penso perché le ho trovate sul banco in cucina. Tampono la faccenda dicendo che è il caratteristico odore del carré di maiale affumicato (Il che, è anche passabilmente vero) ma puzzavano troppo, così le butto e servo della caprese in più. Non dimentico di lasciare un biglietto al Cordioli dicendogli l’accaduto.
Molto giustamente ed urbanamente, tu hai reclamato di non essere disturbato durante i fine settimana. L’ha fatto anche il Cordioli ma, gridandomi “come mi permettevo di farlo!?” Neanche avessi disturbato chissà quale contessa solo per chiedergli dove era finito il rimmel.
Il fatto delle braciole è successo una Domenica. Il lunedì sono di riposo. Quello che vale per il Cordioli e per te, vale anche per me, suppongo, così, non rispondo alle sue chiamate. Tuttavia, gli mando un messaggino dicendogli che avrei letto i suoi solo il martedì pomeriggio. Anche perché non avrei saputo dire nulla di diverso da quanto detto nel biglietto che gli avevo lasciato. Il Cordioli mi risponde dicendomi che “sono un maleducato di merda”. Prego?
Quando, senza citare chi l’aveva fatto, ho avuto modo di dire al Cordioli che sono “considerato anche a Padova che pure non mi conoscono per niente”, il Cordioli ha sospettato che avessi parlato di lavoro, (code di paglia?) mentre il soggetto della considerazione derivava solamente da una lettera in cui parlavo dei miei concetti sul lavoro. In quell’occasione ho avuto modo di dirti che, al caso, avrei fatto una cosa del genere solo dopo essermi licenziato. Se proprio decido di spututare su di un piatto dove ho mangiato, è mia cura il farlo solo quando non ci mangio più: tutto sono, fuorché scemo.
Sempre in quell’occasione, (alterato dall’influsso del Cordioli molto probabilmente) mi hai gridato che il mio responsabile è quello e che solo con lui, al caso, avrei dovuto parlare. Giusto, ma, per quanto detto sopra, il Cordioli ha dimostrato, almeno a me, di non essere responsabile della sua testa, quindi, in quanto responsabile della Ditta, carente gestore delle risorse umane, a mio vedere e sapere. Te lo provo con un altro sintomatico fatterello.
Come sai, padello tutti i primi. Ho avuto la malagurata idea di farlo anche con i ravioli burro e salvia. Sui fornelli ne è venuto fuori uno spruzzamento che non ti dico. Non è vero che non li ho puliti. Può esser vero, invece, che l’ho fatto con un detergente debole. Guaio è, che da bagnati i fornelli appaiono quasi nuovi, ed io non è che ho il tempo di aspettare che si asciughino per vedere il risultato della pulizia.
Visto la presunta mancanza, un responsabile intelligente, capace, ed equilibrato, in primo mi avrebbe chiesto se ho pulito i fornelli, poi, come, e poi consigliato il modo migliore. Perdurando l’insufficenza, mi avrebbe avvisato. Dal Cordioli invece, ricevo: “Se mi ungi ancora i fornelli ti sistemo una volta per tutte. Stai attento!”
In tanti anni di lavoro mi è capitato di farlo anche con disonesti; erano intelligenti, però.
Non avendo trovato alcun genere di contestuale intelligenza in quanto ti riporto del Cordioli, e trovando spiritualmente infettivo il lavorare con mancanti di quella capacità, non restano che due possibilità d’intervento, a mio vedere: o la Ditta interviene a difesa del suo capitale (se capitale mi trova) o mi licenzia come non adatto a subire gli squilibri umani del locale responsabile di cucina.
Certamente potrei facilitare le cose sia a te che alla Ditta se a licenziarmi fossi io. Tutto considerato, non vedo i perché. Non sono io il mancante. Ciao, Vitaliano.

p.s. Non darò copia di questa lettera al Cordioli. Non vorrei obbligarlo ad eccessive cagate. Passami la finezza. Non ne abuserò.

Un amore a gonfie mele.

A Montorio, prima di arrivare al Carcere dove lavoro, confinante con la strada c’è una sorta di villa di con campi. Dietro la villa ma sempre lungo la strada, c’è uno spiazzo dove hanno collocato un riparo per attrezzi ed uno per un cavallo: nero, possente, virile. Sento di poterlo dire per quel cavallo anche perché lo diciamo di non pochi asini. Come compagnia ha due capre e due galline. Le ignora.
Si muove con passo lento è pesante. Per quello che ne so, tipico di quelli da traino, ma a me mette non poca tristezza quel suo andar confinato in quel centinaio di metri, rasi di ogni erba dalle capre. Non che io abbia mai brucato in quelle condizioni o identità, ma lo stesso m’ha ricordato i miei collegiali confinamenti; le mie tristezze di orfano.
Ho sempre avuto paura dei cavalli.
E’ iniziata da bambino: quando andavo ad Asiago con le Colonie della Croce Rossa. Colonia Rondinella, ricordo. Come ricordo quella brodaglia di riso al latte che ci davano il giorno d’arrivo. Passegiavamo sino al Ponte di Canove. Tranquilli e ciarlieri nell’andata, ma terrorizzati (ed anche affacinati, devo dire) da un mulo che aveva l’insana passione di correre dietro a quanti passavano. Non l’ho mai visto quel folle ma questo è quanto dicevano le suore e le inservienti che ci accompagnavano. Certamente un mulo non è mica un cavallo, ma la paura mica si nutre di dettagli! Così, assieme all’astio per la Colonia (sempre la stessa) e per il riso al latte (sempre lo stesso) mi è rimasta anche la paura per i cavalli.
Non per questo cavallo.
Passo due volte al giorno e ormai da diversi mesi davanti a quel campo, e da diversi mesi mi domando: che faccio per quell’orfano? Ho iniziato facendogli psszz, psszz!
Come ignorava capre e galline, così, ignorava anche me, ma se lui è un cavallo, io sono un ariete, così, psszz, psszz! Raramente mi sono sentito così cretino, ma chi l’ha dura la vince! Ha finito col guardarmi, qualche volta. Giusto come ci si domanda: e chi è quello lì!
Giorni fa, mi salta in testa l’idea di portargli due mele. Fatalità, il cavallo è vicino al recinto: sembrava mi aspettasse. Il recinto è alla sua altezza, ma io sono pur sempre un metro è ottantasette più un metro di braccio, così, glele passo pur facendoglie cadere accanto. Gradisce ma non si sbilancia coi ringrazziamenti: vedo che è diffidente. Mi mancano pur sempre due gambe!
Il giorno dopo, è già vicino al recinto. Pare aspettarmi. Cacchio non ho le mele, ed in più, sono in ritardo! A dopo, a dopo, gli dico, sentendomi sempre più cretino! Come cacchio si fa a dire, a dopo, ad un cavallo, con la speranza che ti capisca, ma, verso le 20 e trenta, finito il lavoro, sono davanti al recinto con le mele. Psszz, psszz! Non esce dal capanno. Insisto: psszz, psszz! Niente. Insisto. Drin, drin, col campanello della bicicletta. Si fa vedere appena ma non esce. Vuoi vedere che si è incazzato! Prendo le due mele, gliele lancio nel campo e vado verso casa. Il giorno dopo sono ancora lì. S’è proprio incazzato, penso, ma poi mi accorgo che per non farlo avvicinare alla rete hanno messo dei fili di plastica; ecco perché le ha lasciate lì! Mi domando come superare l’inghippo ma al momento non posso alcun tentativo: mi aspetta la mensa. Faccio quello che devo fare, finisco, e mi fermo al recinto: psszz, psszz, drin, drin!
Ullalà: esce subito!
Mi guarda. Direttamente. A testa alta. Gli faccio vedere la mela. Va verso destra ma poi ritorna al capanno. Lo fa, come per farmi vedere che non può avvicinarsi. Ci sono quegli accidenti di fili! Non mi resta che una soluzione: lanciare la mela verso il capanno. Lo faccio mentre è distante dal ricovero. Mica sa che è una mela, infatti. Potrebbe spaventarsi. Cerca vicino a sé, ma, ovviamente non la trova. Come far a dire ad un cavallo che gli ho lanciato la mela alla sua destra?! Di là, di là, gli dico! Si va là, di là, di là!
Mi guarda con aria perplessa. Non capisce, ovviamente, ed io mi sento disperato come un tarzan che deve far capire a Cita dove cavolo è finita la banana! Un momento! Dove non ci son parole, ci sono pur sempre i gesti! Così, a braccio semi teso, sposto verso destra la mano. Mi capisce! Torna verso il capanno e trova la mela! So che ha gradito il pensiero perché muove la lunga coda con tranquilla eleganza. Domani, mi sa che dovrò portarmi una mela anche all’andata!
Un po’ per lui. Un po’ per me.

Stavo scrivendo il post sul Bomba, ieri sera, ma il campanello ha suonato, così, l’ho ripreso dopo una felice interruzione; è di A.

Giovane srilanchese, fisicamente ancora efebico. Lavora come cuoco, dice. Parla perfettamente l’italiano. Mi dice: caro.
Caro! Quando mi si dice caro (come quando mi si dice altro di affermativo) mi capita di sentire tutta la mia incredulità: vuoi perché ho dovuto quasi sempre pagare quel caro (anche se non sempre caro) vuoi perché, sulle mie sufficienze, stazionano nubifragi di insufficienze. Tant’è! Certamente ho desiderato A. ieri sera, ma A. mi ha fatto sentire che il suo desiderio di me era maggiore del mio verso di lui. Mi sono sentito Legno, ieri sera, mentre era Fiamma lui. M’ha scaldato ma non ho preso fuoco. Forse perché c’è ancora umidità nel mio Legno? Forse perché è un fuoco fatuo lui? Staremo a vedere. Ha detto che ritornerà. Giusto per verificare le cose non gli ho dato una lira. Neanche la prima volta a dirla tutta, ed è ritornato la seconda. Staremo a vedere.

Questa sera sono andato a prendere le sigarette al Bomba.

Bar, trattoria, tabaccheria, collocato nei pressi della Caserma Duca di Montorio. E’ stato uno dei Gironi della mia Commedia, più o meno negli anni dal 71 all’Ottanta. C’era un via vai di militari, che le zie rimaste a sospirar :>> quei tempi se lo sognano ancora. Scafate le zie, ma non di meno i nipotini, in verità; e se corruzione di maggiorenni c’era, quasi mai era chiaro chi l’aveva cominciata. I militari non potevano uscire in borghese, allora. La divisa era l’abito che vestiva il potenziale migrante, più che l’abito del soldato.
Non è mica nata adesso la Padania.

Che centrano le pulizie della casa negli stati d’abbandono che si soffrono in un lutto? Centrano, centrano.

Mi è mancato l’Amato nel Febbraio del 91. Da allora, non sono più riuscito a pulir la casa. Non per questo non ho trovato chi la puliva per me, ovviamente, però, le recenti economie da pensionato precario perché non mi è ancora arrivata m’hanno riposto la questione: te la devi pulire; e non c’è scampo. Avete presente l’angoscia da rifiuto da olio di ricino di quello di una volta mica di quello di adesso che pare un cafone rifatto? Stavo così!
Perché stavo e non sto? Perché sto pulendo a fondo la cucina. Miracolo? No. Nacessità di capire! Capire cosa? Capire che anche la casa è vita della tua vita, e che gli stati d’abbandono nella tua vita possono far abbandonare la casa. Che cos’è un abbandono da lutto? E’, ovviamente, una separazione. Che cos’è una separazione? E’ la cessazione di una comunicazione. Cosa struttura una comunicazione? Direi che struttura una comunione. Cos’è una comunione? Una comunione è ciò che permette la strutturazione di un amare che diventa amore tanto quanto vi è comunione fra i contraenti di una unitaria intesa. Vi è comunione e quindi amore da raggiunta intesa con altro da sé, e vi è comunione, e quindi amore da raggiunta intesa con il proprio sé. Per via di abbandono potrei farne una laurea dal momento che ho cominciato a sentirmi tale verso i sei mesi, :>> ma non vorrei farvela così lunga.
Giusto per farla breve, allora, direi che nei miei stati d’abbandono mi sono bercamenato fra perdite e guadagni un po’ come fanno tanti se non tutti, direi. Ed infatti, in tutte le case che ho abitato mica ero giunto al livello di adesso, anche se, tendenzialmente così. La chiamavo pigrizia, però. Mi dicevo che non avevo tempo. Mi dicevo lo farò domani. Subdolo, il lutto da abbandono. Uno guarda la facciata della sua vita – casa, e si dice l’ho superato, ma se non pulisce la sua casa – vita, vuol dire che dentro c’è ancora una crepa!
Dicevo, che abbandono, è mancata comunione. Può essere con il proprio mondo ma anche con il mondo.
Rifiutarsi di pulire la casa, allora, è rifiuto di rientrare in sé stessi, come rifiuto di rientrare nel mondo. Giunti al punto, vado a finire il lavoro! 🙂

Aveva ragione Silvia Koscina: gli uomini si prendono per la gola.

Venerdì 5 cessa il mio lavoro al Carecere. Sostituivo un’ammalata che rientra. Mi sa che dovrete riadattarvi al servizio di prima, dico ad uno dei secondini. Peccato, commenta, ci eravamo abituati. E te credo! Il servizio di mensa serale, da piatto che era, l’avevo trasformato in ristorante. Ne ho la capacità. Non che potessi più di tanto, ma c’è modo e modo di fare anche le stesse cose, ed io trovo sempre il migliore. Certamente mi è costato più fatica e più corse, ma, sapevo dove volevo arrivare. Non vi dico le perplessità dei fruitori della mensa, quando, da Figa servizievole, si sono ritrovati ad aver a che fare con un vecchio Finocchio: a servizio si, ma non qualunque e non comunque. Avreste dovuto vederli! :DD
Ah, è così, mi sono detto! Bene! E adesso vi faccio capire se a fronte di miglioria nel cibo e nel servizio vi importa qualcosa se a farlo è figa o culaton! E non gli è più importato. L’ho sempre detto: la giustizia si gusta quando non scotta la lingua. Ed io ho avuto giustizia.

"Così, tra questa infinità s’annega il pensier mio."

Sto lavorando nella cucina di un un ristorante di una certa importanza. Sono stanco. Non ne posso più. Mi cade l’occhio su di una nota. Penso sia indirizzata a me. Non ci capisco niente. E’ firmata da un certo Tosi. Chiedo chi è ad alcuni del personale ma non sanno dirmelo. Indicato da un ragazzo di cucina, dopo tanto vagar, infine lo trovo. Dopo averla letta si limita a chiedermi se sono disponibile a qualsiasi orario. D’impulso dico si, ma poi, alla sera gli dico che non c’è la farei.
Non ho ancora mangiato nulla. Apro un frigo per prendere un qualcosa. E’ stracolmo. Sono tutti avanzi. Prendo del formaggio da un involto pieno di pezzi. Taleggio vecchio, sembrava. Con quello, un paio di grumi intinti in una salsa verde. Esco con quel po po’ di menu, e mi siedo ad un tavolo messo sotto un albero senza foglie, ma, era bella la luce e fresca l’aria.
Tra il rom ed il nordafricano, al tavolo di fronte sono seduti quattro giovani. Do un’occhiata. Non più di tanto. Ciarlano per i fatti loro. Non mi notano. Chino il capo su quel merdaio di cibo e comincio a mangiare. Dal parlato, sento che i ragazzi passano al canto. Non so di cosa. Non so di che. Bello si, ma non mi prende, così, rimane nello sfondo, ma, dallo sfondo ne emerge uno. Mi blocco. Lo cerco. E’ di un morettino che avevo appena notato. Arabo. Sui vent’anni. Capelli neri ma lisci. Bellissimo il taglio che gli risalta un viso, marcato. Non sta guardando gli amici mentre canta tenendosi con la sedia in bilico. Non guarda neanche me. Come tutti quelli che avrei potuto amare, d’altra parte. Cosa dirvi di quella voce se non che era angelica, ma non bianca. Sento che è una romanza. Non per donna. Non per me. Mi sarei tagliato un braccio perché lo fosse. Par che canti sulla sua vita. Par che canti la vita. Non vedevo l’ora che terminasse per applaudirlo. Forse anche, per fargli vedere che c’ero.

Mi sono svegliato prima.

Bella visione, questa notte. Sentita. Vissuta.

Ho sognato di aver comperato un Rolex d’oro: rosa con un quadrante XXL. Era senza datario. Nella parte superiore del quadrante vi era dipinto un cielo. L’ho pagato 1200 euro che pensavo di non avere. Del 12, si dice:
SIMBOLISMO e SIGNIFICATO: “Il bene sopra tutto. La virtù non è solo pensiero ma anche azione. L’agire senza lucro e senza calcolo.”
ABBINAMENTI: becchino, casa, lente, pioggia, busta, cubo, onda, rivoluzione, carnevale, internet, orecchie, zodiaco.
E’ il numero biblico, dell’alta elevazione spirituale. Si ricollega alle Sacre Scritture, al numero delle cerimonie religiose, al Vangelo, agli Apostoli. Anche le arti ed i mestieri assumono l’aspetto del rituale quando sono collegate a questo numero. E’ anche il numero dei conforti e delle comodità familiari, delle persone che operano per il bene fisico, ma anche il numero delle droghe intese sia come spezie ed aromi, sia come allucinogeni, tranquillanti e sonniferi. E’ il numero che rappresenta le feste allegoriche, le ricorrenze tradizionali, gli amuleti, le immagini sacre, le statue dei santi, gli animali mansueti, la natura pura, la pioggia purificatrice, i cibi sacri. Mi sa che non ci saranno solo trailer nella mia vita futura. 🙂

Essere, in quale essere? Questo è il problema!

Lungi da me l’idea di considerarmi particolarmente disgraziato perché Finocchio. Non è detta miglior fortuna, infatti, se fossi stato etero. :>> Lungi da me l’idea di considerarmi particolarmente disgraziato perché vecchio Finocchio. Non è detta miglior fortuna, infatti, se ancora giovane. Anche se non è detta miglior fortuna in un maggior potere e/o potenza (vuoi come vitalità, vuoi come economie) certamente vicino mi è l’idea di essere un Finocchio povero.
In questo pezzo della mia strada e delle mie economie, dunque, so bene che mi posso permettere solamente il gratuito, ma nel gratuito che troverò in successive vicende, la vita mi sta mostrando che dovrò imparare ad accettarmi come co-attore di soli trailer. E’ certamente vero che, dato il pieno vissuto, già da quei trailer potrei ricavarne degli altri tutto. E’ anche vero, però, che nessun ricordo d’aver mangiato, accontenta una fame.

Curriculum vitae. E’ verissimo e serissimo. Non capisco perche’ mi vien da ridere.

In Verona, 20/02/2009

Alla cortese attenzione del Signor B. – Responsabile Mensa dell’Istituto di Detenzione in…
da: Vitaliano, Celibe.
Con la domanda di assunzione presso il suo Ente, allego curriculum lavorativo.
………………..
Avendo anni di pratica sia come cameriere (anche privato) aiutante di cucina, e addetto alla distribuzione nelle tavole calde, posso affermare di essere in grado di svolgere l’incarico da Lei proposto. Odiernamente, gestisco l’appalto delle pulizie in un grosso ambito condominiale sito in Verona: 330 unità immobiliari. Nessuna lamentela. Per una quindicina d’anni, ho retto la cucina di una trattoria in Verona (la Vaca de to Sia, ora chiusa) e sono stato tuttofare in una tavola calda in Zai: chiusa anche quella; chiusi, i due ambienti, perché le uscite ufficiose attuate dai soci erano maggiori delle entrate ufficiali. Non posso documentarne la presenza perché vi ho lavorato in nero.
Come cameriere privato, in gioventù ho lavorato a Padova presso la Baronessa Guerra, anni dopo presso i conti Bergolo, imparentati con Casa Savoia, e successivamente, presso i Conti del Giardino in Verona: qui, solo nei festivi. Assicurato nei primi due casi. Non posso documentarne la presenza perché risalerebbe a non meno di 45 anni fa.
Come cameriere in pubblico, sono stato ai Torcolotti, al Grand Hotel di Verona, e al Ristorante Pedavena prima che la trasformassero nella tavola calda che odiernamente è. Fra l’una e l’altra mansione, come operaio nelle pulizie, e/o in fabbrica. Sono prossimo alla pensione; due le strade. Nell’immediato, la domanda di assegno sociale. Con quell’assegnazione, posso lavorare purché il mio dovuto non superi i 5000 euro anno. Non ricordo se netti o lordi. Per la pensione, posso presentare domanda solo per il prossimo Ottobre. Ai conteggi attuali, non so neanche se mi verrà assegnata la minima. In ipotesi di concessione e continuando a lavorare (non avrei scelta) non posso superare gli 11 e 500 euri lordi. Ritrovandomi a non capire proprio nulla di queste faccende, sarà opportuno accertarle. Con i miei più cordiali saluti.

Luca era gay e adesso sta con lei Luca parla con il cuore in mano Luca dice sono un altro uomo.

Che palle sta mania del voler ciscoscrivere la vita con delle fisse definizioni!
Un celebre giornalista degli anni 70 (chirurgicamnete diventato donna) alla domanda cosa bisognafa fare per essere gay ha risposto: bisogna farsi un culo così! Credo valga la stessa cosa anche per la restante umanità; solo i coglioni crescono comunque. Per far crescere la mente, invece, bisogna sudare, bisogna faticare, o con altre parole, bisogna farsi un culo così! Racconta, il Luca: “prima di raccontare il mio cambiamento sessuale volevo chiarire che se credo in Dio non mi riconosco nel pensiero dell’uomo che su questo argomento è diviso, non sono andato da psicologi psichiatri preti o scienziati sono andato nel mio passato ho scavato e ho capito tante cose di me.”
Sino a qui non vedrei scandalo. Ha cercato in sé stesso, e a suo dire, si è ritrovato. Va beh!
“mia madre mi ha voluto troppo bene un bene diventato ossessione piena delle sue convinzioni ed io non respiravo per le sue attenzioni. Mio padre non prendeva decisioni ed io non ci riuscivo mai a parlare. Stava fuori tutto il giorno per lavoro io avevo l’impressione che non fosse troppo vero. Mamma infatti chiese la separazione avevo 12 anni non capivo bene mio padre. Disse è la giusta soluzione e dopo poco tempo cominciò a bere.
Mica tanto convinta, allora! Va beh!
“Mamma mi parlava sempre male di papà mi diceva non sposarti mai per carità. Delle mie amiche era gelosa morbosa e la mia identità era sempre più confusa.”
Tragedia più comune di quello che si crede.
“Sono un altro uomo ma in quel momento cercavo risposte mi vergognavo e le cercavo di nascosto c’era chi mi diceva “è naturale”, io studiavo, Freud non la pensava uguale.
Va bèh!
“poi arrivò la maturità ma non sapevo che cos’era la felicità, un uomo grande mi fece tremare il cuore, ed è lì che ho scoperto di essere omosessuale.”
Ma va là?! 🙄
“con lui nessuna inibizione il corteggiamento c’era e io credevo fosse amore si con lui riuscivo ad essere me stesso poi sembrava una gara a chi faceva meglio il sesso.”
Non capisco il senso dell’amarezza che il Luca ha trovato nell’amare l’altro con migliorata tecnica. Se era sé stesso (o l’altro lo faceva sentire tale) vuol dire che in quel dato momento, fra i due amanti vi era della verità. E, allora? C’è da pensare, invece, che il Luca si stava stufando di far l’amore con quell’altro. Va beh! Capita a tutti di desiderare nuovi amanti, ma mica per questo si cambia identità sessuale. Ammesso che ci sia conformata identità sessuale, ovviamente. In Luca, c’era? A mio avviso, no. A mio avviso, stava fra… Sono secoli che amo e/o godo di quelli che stanno… fra. Nessuno di quelli che ho conosciuto ne hanno mai fatto un problema, e quelli che se lo fanno, hanno problemi, ovunque decidano di mettere il culo. Punto! Comunque sia, sino a qui, il Luca non è gay: è solo virilmente insufficiente.
“e mi sentivo un colpevole prima o poi lo prendono ma se spariscono le prove poi lo assolvono”.
Questa non l’ho mica capita. Oppure, la capisco solo come relazione fra un immaturo con sensi di colpa ed un colpevole pedofilo. Se vera l’ipotesi, vedo un caso di pedofilia, non, di omosessualità.
“cercavo negli uomini chi era mio padre”
Oddio, se fossero Finocchi tutti quelli che cercano il padre nella figura virile, non avrei neanche il tempo per andare al cesso!
“andavo con gli uomini per non tradire mia madre”
Interessante! A questo punto, però, mi domando se il Luca non sia più gay, o se sia un gay che ha trovato una donna che, con modi da madre, gli ha permesso di tradire la madre! Sarebbe questa la resurrezione sessuale del Luca? Mi si faccia il piacere! Il mondo è pieno di questi Lazzaro risorgi! E mica sono gay! Ed io che sto qui a pensare a ste’ robe!
Ma, vaffanculo!
p.s. Agosto 2013 – Ho riletto la lettera. Se è vero che vi è genesi di possibile omosessualità nel caso descritto dal Luca, è anche vero che vi è genesi di possibile pederastia. Il pederasta non si riconosce come omosessuale, così come l’omosessuale non si riconosce come pederasta. Di cosa è guarito, allora il Luca? Da confessabili pulsioni omosessuali o da inconfessabili pulsioni pederastiche? Allora, chi è, (se non “guarito”) o è stato (se guarito) il Luca? Un omosessuale, o un pederasta? Non è mica la stessa canzonetta!

La titolare della ditta che mi ha assunto suppone di avere le palle! Illusa.

Quando F. si è resa conto della situazione dei pavimenti dove erano passati i manutentori erano già stati ordinariamente puliti. Figuriamoci, quindi, com’erano prima. So bene come vanno ripristinati, e non ho bisogno di lezioni da nessuno, però, onde rimanere nell’odierno orario, ho tentato dei modi alternativi: scarsamente riusciti, devo ammettere. Lavarli a fondo, quindi, significava tornare alla presenza oraria che ho trovato quando sono giunto al Palladio, cioè, dalle 16 e mezzo di adesso, alle 23 ore giornaliere. Se per fare tre piccoli piani dei corpi ci sono volute quattro ore per operaio (escludendo quelle di F.) si converrà che non ho sbagliato previsioni. Sapete bene che i lavori straordinari vengono considerati ordinari con la scusa che gli operai sono comunque presenti. Il che, in situazioni di sporco occasionale può anche starci, ma non certo a quei livelli; oppure, possono anche starci a quei livelli, ma, quanto tempo in più è necessario per ripristinare quel lordume? E se pure nessuno mi conta il tempo, quanto tempo devono stare i condomini in quella situazione prima di perdere la pasienza e di lamentarsi delle pulizie per situazioni non dipendenti dal nostro interessamento sul lavoro? Questo punto è da chiarire con l’Amministrazione, a mio avviso, diversamente, prevedo rogne. Comunque sia, poiché i lavori già iniziati, non si sa mai quando finiscono, e se si sa quando finiscono, non si sa mai se li riprendono, o se prima fanno una cosa e poi non si sa se la completano e/o se la modificano, non reputo opportuno il proseguire il lavoro a fondo dei Corpi perché si rischia di doverlo ripetere. Proseguirò pertanto con della ceratura tampone. Il risultato non sarà ottimale, ma se non altro, meglio di adesso. Quando mi diranno che il dato civico è completamente finito, allora, si provvederà una volta per tutte. Ho lavorato per niente più di una volta, e non mi pare il caso di continuare così.
Scelta dei prodotti, e conseguenze sui pavimenti.
Sempre per il fine di farvi risparmiare soldi, ho avuto la disgraziata idea di farvi comperare del prodotto in taniche anziché quello usuale. Ho raccomandato a F. che sia assolutamente lo stesso. F. ha detto di sì perché la Ditta gli ha detto di sì. Di fatto, si è rivelata la stessa per nome, ma non per risultati sui pavimenti. Avvisata, F. ha insistito portando le ragioni del rappresentante (il che è come chiedere ad una puttana se è ancora vergine, a mio avviso) ed ha contrastato le mie. Prima del prodotto in taniche siamo andati avanti per anni con l’usuale. Come mai non me ne sono mai lamentato? Evidentemente, perché funzionava! E come mai mi sono lamentato nel giro di breve di quella in taniche? Perché funzionava come quell’altra? Ma, F. dopo che per anni gli ho parato il culo, e per anni salvato l’appalto, si è fidata delle parole del rappresentante, e senza dirmi niente, con il rappresentante è andata a vedere i pavimenti, pensando, evidentemente, ad un mio errore nel trattarli. Al Palladio, la F. non mi ha mai insegnato niente, e se nessuno reclama adesso mentre prima reclamavano sino al punto da pensar di cambiare la Ditta, un qualcosa vorrà pur dire!
Questione lavoro di S.
S. è senz’altro il meglio di quello che sinora abbiamo trovato, ma presume di poter essere un cavallo, mentre io, vuoi per voi, vuoi per il condominio, ho bisogno che continui ad essere asino. Cavallo lo diventerà dopo di me o senza di me, se mai deciderà di rimanere. Al momento, qualche volta scalpita. Non glielo permetterò più di tanto. Da parecchio tempo sostengo che i pavimenti non sono più come prima. Per non parlare di quelli degli ascensori: tutti rovinati. Cosa cazzo è successo che almeno in apparenza, S. fa quello che gli dico? Il guaio è, che non ha fatto quello che gli ho detto; e qui le storie sono molto miste. Con l’intenzione di ottenere migliori risultati, S. ha esagerato con il quantitativo di olio sulla radazza. Me ne sono accorto per caso, purtroppo: mica posso seguirlo sempre! La F. ricorderà le scale fatte dall’A.: tutte, fortemente grigie e fortemente striate. Anche A. aveva esagerato con l’olio. Perché esagerato? Perché nell’immediato il risultato è splendido e si ottiene con poca fatica. Succede, però, che non appena l’olio si asciuga sparisce la lucidatura; non solo, l’olio in eccesso corrode la cera: ed è per questo che ora ho i pavimenti degli interni che fanno schifo. Il fatto che i condomini non si lamentino, non significa che non possano farlo; e questo non mi piace. Due, i modi per provvedere: trattamento a fondo con il decerante, o continuar la ceratura con la speranza di seppellire il morto. Se provvediamo con il trattamento a fondo, non so quando ne verremo a capo; vedrò con la ceratura, usando la migliore. A questo punto, però, mi domando se la cera più economica sia inefficace di per sè, o se sia stata resa insufficiente per l’eccesso d’olio. Non solo, mi domando se l’olio in tanica non sia effettivamente come l’altro, o se a renderlo diverso nel risultato, sia stato il maggior quantitativo usato. Guaio è, purtroppo, che non c’è modo di accorgersene subito. Sopratutto, per il fatto che in questa stagione, il pavimento si asciuga solo dopo qualche ora. La F. ebbe a dirmi che se “il condominio rompeva i coglioni avrebbe lasciato l’appalto”. F. può fare quello che vuole che non è certo con il condominio che campa. Non gli operai, però. Più che il futuro di F., quindi, da oggi vedrò di operare per gli interessi degli operai, e non per ultimo per quelli del condominio, visto che c’è la mia faccia e non quella di F, che non appena ci veniva, già non vedeva l’ora di andarsene. Il carico d’olio che Francesca ha fatto mettere sul pavimento che ha trattato, l’ha reso come quello di un’officina meccanica. Bisognerà ritoglierlo, cerare il pavimento (cosa che non è stata fatta) e usare l’olio per il solo mantenimento della lucidatura: l’olio non serve ad altro.
Qualsiasi comunicazione che mi riguarda passatela a S.

La titolare della ditta che mi ha assunto suppone di avere le palle! Illusa.2

Da quella, ricevo: “Curi così bene il tuo lavoro che stamattina alle 9,40 eri a s. Zeno e adesso sei in piazza Cittadella! Complimenti!” E dove sarebbe il problema?!
Per contratto verbale fra me e te non ho mai avuto un orario fisso, perché la libertà in orario è stata da subito la mia prima condizione: senza di quella, non sarei tornato a lavorare al Palladio. Nonostante questo, alle otto ero in magazzino. Se non ci fossi stato, infatti, chi avrebbe diretto i lavori dei suoi operai? Tu che non c’eri?! Non solo! Sono andato a lavorare anche di notte!
Non solo! Sono stato sveglio anche di notte per pensare all’appalto, e alle conseguenze delle tue scelte sugli gli operai che avevi messo dentro prima che arrivassi io: tutti “tossici”, e tutti appartenenti al cosidetto “zoccolo duro”, quindi, attivi consumatori, ed attivi spacciatori! Ci vedi problema, o non lo vedi più perché l’ho risolto anche se a suo tempo sono stato minacciato?!
Alle nove e quaranta ero a s.Zeno per il semplice motivo che in mattinata ho scritto la lettera che poi t’ho mandato. Vi stavo lavorando già dalle sei! Ci vedi problema?! Dopo essere andato al Palladio, verso le 12 ero in piazza Cittadella, è vero. Ero in piazza Cittadella perché allo Stadio non c’è un negozio dove stampano gli scritti che colloco nell’UBS, e dove c’è il fax con il quale ho spedito lo scritto. Dopo di che, sono tornato al Palladio, e senza mangiare, a parte un paio di cioccolate alle macchinette, ho pulito garages sino alle 15. Ci vedi problema?! Oltre che a non aver mai avuto orario fisso, per recenti accordi avrei anche un tre giorni al mese da stare a casa. Giusto per non far mancare la mia presenza sul lavoro, li ho ratealizzati in ore. In effetti non ricordo se tre o due. Il che prova quanto ne approfittassi. Ci vedi problema?! Adesso sono a casa che ti sto scrivendo; e siccome sto parlando di lavoro, sto ancora lavorando per te: gratis! Cosa, fra l’altro, che ho fatto in decine di occasioni. Ci vedi problema?!
Sempre perché secondo il tuo rilievo sarei in giro anziché al lavoro da curare, per anni sono andato alle assemblee del Condominio: in genere, dalle 9 all’una e passa. Che forse ci sono andato per i miei interessi?! Non mi risulta! Io avrei conservato il lavoro al Palladio anche se tu l’avesse perso. Ci vedi problema?! Già da subito mi è stato offerto l’appalto ma ho sempre rifiutato perché, io, ho una faccia sola! Ci vedi problema?! Ho ricevuto 10 euro di ricarica telefonica. Se sono in grado di regalarti i soldi di un paio di fax, sono anche in grado di fare a meno delle tue miserie, quindi, te li restituirò quanto prima. Naturalmente, non so sino a quando. Ci vedi problema?! Per tutto questo e per altro su cui sorvolo, ti ho risposto di riservare i complimenti al tuo parlar per niente. Secondo me l’ho fatto a ragion veduta! Del precedente scritto, di questo, e di altri che in ipotesi dovessero rivelarsi necessari, mi riservo l’uso che credo. Ci vedi problema?!
Io, no.

Correva l’anno del chissadoveroconlatesta quando scrivevo di queste cose: Alla ricerca del padre perduto fra tante parole.

Religioni naturali a parte, per immaginare Dio, ogni conoscenza è partita dall’Io, quindi, “ogni teologia è una psicologia”. O meglio, è la sublimazione, di una psicologia. Si può giungere alla conoscenza della vita umana e divina con altri mezzi dai propri? Tutto è via delle verità della vita. La risposta, quindi, è affermativa. I mezzi ed i passi non propri, però, possono far fare degli inutili giri, o mal che ci vada, condurre a dolorosi gironi.
Pesto nei dolorosi gironi, stufo di inutili giri, e, ad innumerevoli parole, straniero, ho buttato via tutto ed ho ricominciato daccapo. A dirla tutta, non è stata la ragione che mi ha fatto buttare via tutto: ha svuotarmi di tutto è stato un dolore. Le vie della vita saranno anche infinite, ma chissà perché, a me non capitano mai le più semplici. 🙂 Comunque sia, ho iniziato il viaggio di verifica del capo che avevo perso, dal capo che l’ha cominciato: sulla strada per Damasco. Molto di quello che culturalmente, moralmente e spiritualmente sono, infatti, è cominciato su quella via.
Memore di ciò che era accaduto sulla stessa strada, ad un altro viaggiatore alla ricerca di sé e dei sé della vita, (a Saulo di Tarso), l’ho percorsa badando a quello che poteva accecarmi per troppa luce, (gli eccessi di verità), a quello che poteva farmi cadere da cavallo, (nel senso di farmi sbalzare dal mezzo che conduce la mia realtà), a quello che poteva rendermi privo della capacità di parola per ingorgo di emozioni. Ho badato, cioè, a non andar fuori di testa, a non andar fuori dalla mia vita. Ci sono riuscito, come riesce a mantenersi asciutto chi è sorpreso in strada da un temporale: più che altro difendendomi. E’ vero: nel difendersi dai temporali si impara a riuscirci. Nonostante gli anni trascorsi e l’esperienza accumulata, però, per quanto mi riguarda mi pare sempre da ieri, mi pare sempre poco.

Fra qualche mese potrò dire di conoscermi da 65 anni.

Per tale conoscenza (impasto di bene e di male, di giusto e di sbagliato che sia) sono ciò che sono, ed amo quello che sono riuscito ad essere. Non è un amore assoluto. Tanto meno, costituito in pianta stabile; è soggetto, infatti, a costante bisogno di accertamento su quanto amo: la mia identità in sé, in quella altrui, in quella del mondo.
Amo me stesso, più dell’identità altrui, e/o più di quella del mondo? Dove fra la mia identità e quella altrui non vi è corrispondenza di vita e/o di pensiero, comunque l’amo, per quanto so e posso, e/o per quanto la vita altrui mi permette di poterlo. E’ un amore che non grida, il mio; è un amore che tace, ma, è un amore che lo stesso è.
E’ un amore verso la vita, quanto non può esserlo verso una vita; ed è un amore che sa, che amando sé stessa, la vita, sa difendere i suoi interessi molto meglio di quello che potrei fare io anche salendo sulle più grandi barricate, o anche salendo su le più grandi, e molto meno pericolose scrivanie.
Ci salgano quelli che non la pensano come me, perché ad ognuno la sua via, la sua verità, e la sua vita. Certamente si può dire quello che si pensa. E ci mancherebbe! Fa parte dell’amor proprio, quando non è vanesio. L’amor proprio non è vanesio quando opina; vanesio lo diventa, invece, quando sentenzia. Visceralmente parlando, colloco chi sentenzia sulla vita altrui, fra gli imbecilli di bortocaliana memoria.
Per quanto so e posso, non per questo mi rifiuto di stare anche presso di quelli, ma ci sto, sino a che me lo rendono possibile. Dopo di che, ad ognuno la sua via, la sua verità, la sua vita.

Qabala – Che dire ad un amico sposato con figli (faccenda di parecchi anni fa) e con su di me, una presa erotica finita nel momento stesso che è nata? Ben poco, temo.

Così, non sapendo più che dire di nuovo, gli lessi la Bibbia. Gliela declamai, a dire il vero, perché mi prese quell’idea! L’amico, per quanto interessato (non chiedetemi a che e/o a cosa che non l’ho mai capito, e neanche ho mai avuto il coraggio di chiederglielo) mi guardava con un che di sornione.
Colsi lo sguardo della moglie, ad un dato momento, ma poi non lo feci più. Se uno sguardi vi facesse capire, molto semplicemente, molto serenamente, che sei pazzo, continuereste a guardarlo? Penso proprio di no. Tanto più, se anche a voi, sotto sotto risulta che non tutto quadra! 🙂 Fatto sta, che la Bibbia ed io riempimmo quella casa di suoni, se proprio non di altro.
Comunque sia andata, il mio intento non era religioso. Mi perdoni chi mi deve perdonare, ma fu teatrale, più che altro. D’altra parte, se Pirandello li avesse interessati di più, me l’avrebbero detto, penso. L’avevo letto nella classica età in cui si sa leggere ma non capire, ed ora, ritrovato in un mercatino dell’usato, lo sto rileggendo: L’Ultimo dei Giusti. E’ di Schwarz Bart, edizioni “I Garzanti”.
Mai che a me capiti la cosa giusta al momento giusto: mai! Se mi fosse capitato, ai miei amici (e sembrando loro, certamente non pazzo) avrei letto questo:
………………..
“…ma, i Giusti, insistè Erni. Quell’insistenza commosse il vecchio, che sospirò: e lo stesso, disse alla fine.
[Si riferisce al sole che sorge, tramonta, e che non gli si chiede quello che fa]
I Giusti sorgono, i Giusti tramontano, ed è bene. Ma s’accorse che le pupille del ragazzino rimanevano fisse sulle sue, e allora, non senza inquietudine, andò avanti: Erni, piccolo rabbino mio, che mi stai chiedendo? Io non so molto, e quello che so è nulla perché la saggezza è restata lontana da me. Ascolta, se tu sei un Giusto, verrà il giorno in cui da solo ti metterai a ” far luce “: capisci? Il bimbo stupì: e fino a quel momento? Mardocheo frenò un sorriso. Fino a quel momento, disse, fa il bravo.”

………………..
A me pare chiaro. A te no, Israele?

Si veda

Fine come una provinciale che si è pisciata addosso, la discoteca in quel di Brescia, stasera.

matita Non avevo libro migliore, e mica si può leggere sempre, così, con amici sono andato a ballare. Poca gente. Serata di nebbia. Età? Dalla giovinezza ai geronti. Musica orrenda. Velocissima. Da diarrea con la paura di trovare tutti i cessi occupati. O forse, dati i convulsi in pista, non adatta a me. La giovinezza scarica i surplus, mentre io, mi ricarico di ciò che raramente trovo: emozioni, a dirla col Battisti. Al piano superiore, gabbie per ornitologi ridotti al lanternino, da quanto sono ripetenti in… materia. Visto che la musica non mi prendeva, dopo un qualche stentato e velleitario introibo mi sono seduto vicino alla pista. Sotto il sedere, un altoparlante gridava la merce. Chi grida, lo sappiamo, dubita delle sue ragioni. Con ragione. Mi guardo attorno. Nessun seduttore di marca, e marchette in vigilia perché non ne vedo. Evidentemente, non sempre è caviale. Considero e mi considero. A parte il vedere gli interessati alla simila, non c’è niente che mi interessi, e neanche degli interessati a me. Nulla disturba la mia tranquillità, quindi. A parte il piacere di ballare, vado in discoteca per vedere della vita. In mancanza, per godere dell’altrui vitalità. Non si vive con la compagnia di soli ricordi, vorrei dire, ma, non è così. Si vive in compagnia anche con i soli ricordi. Purché, non troppo vicini.

Cara Sun: sono un diverso, non tanto perche’ omosessuale, ma perché non facilmente catalogabile…

matita e questo, certamente aiuta a mimetizzare la mia realtà, e quindi, ad evitare gli eccessi nei giudizi. Nonostante la tranquillità (?) che mi veniva dalla mimesi, comunque, ho passeggiato in piazza Bra con omosessuali, anche di un genere estremamente evidente; comunque ho passeggiato con tossici, anche quando erano estremamente evidenti; comunque ho passeggiato con cretini, anche quando erano estremamente evidenti. Perché questo? Perché nella vita si fanno delle scelte, e la dove non è possibile la mediazione se non risultando falsi a se stessi quando non disonesti, non si può non scegliere: nettamente! Se la vita mi avesse messo posto accanto a Saviano, passeggerei con Saviano. Certamente con paura, ma, mai senza palle!

Qualcosa non quadra nella mente delle medicina.

matita Dopo mangiato, da qualche tempo mi capitava di sentire una sorta di cintura di contenimento sulla pancia e attorno ai fianchi. Pareva di ferro. Gliene parlo al medico di base. Il medico mi manda dallo specialista. Lo specialista dice che è meteorismo, e lo riscontra severo. Torno dal mio medico. Mi dice, Vitaliano, devi prendere del carbone: non c’è altro; e vado a prendere sto’ carbone in una erboristeria! Scopro, che per essere efficace, deve costare più o meno come il caviale! Alternative? Zero. Quindi, lo compero. La faccenda, però, mica mi va giù! La settimana scorsa vado in uno di quei magazzini, che, a sentir loro, ti tirano tutto sulla testa. Sulla scansia del pane, vedo una confezione di quello che conosciamo come arabo. Diversamente da quello che spacciano i fornai (che pare una torta margherita) era sottile. Al tatto, però, lo si sentiva ancora pieno d’acqua; ed è la rilevante percentuale d’acqua che lasciano nel pane, che continua a farlo lievitare, col risultato che ti si fa un macigno nello stomaco. Naturalmente, succede perchè lo cuociono solo in superficie. E’ vero che così facendo ha un bel colore, ma è anche vero che dentro è una fregatura. Non occorre aggiungere, ovviamente, che un pane poco cotto pesa di più! Non occorre aggiungere, ovviamente, che un pane poco cotto lo possono riscaldare, e venderlo il giorno dopo, come croccante di giornata. Si sa bene che non è vero, ma, tanto, se vai da un’altra parte è la stessa zuppa! Cosa faccio, mi dico, per togliere quell’accidenti di acqua? Pensa e che ti ripensa, prendo una padella di quelle antiaderenti, la scaldo molto bene, e ci metto dentro l’arabo: il pane, non l’amico! :>> Dopo qualche minuto lo tiro su. Mi è diventato una croccantissima sfoglia. Buonissima. Pare cotta col forno a legna. Morale della favola, fine del meteorismo e fine della cintura che vi dicevo! Ora, una considerazioni: i medici sono di base, nel senso di primi scalini verso la guarigione, o sono di base perché possiedono una conoscenza di base? La mia età, mi consente la memoria dello ieri, e questo mi consente una maggior possibilità di paragone. Un medico dello ieri, mi avrebbe detto: cazzo, mangia di tutto ma molto meno, Vitaliano. Sei ingolfato! Costi del consiglio? Zero per me, e zero per il Ministero della Salute. Un medico di oggi, invece, se gli dici che ti fanno male i piedi, mica perde tempo a chiederti se hai calli! No! Ti manda dallo specialista di chirurgia plastica! I medici potrebbero obiettarmi: caro Vitaliano, non possiamo più seguire i pazienti come una volta perchè ne abbiamo troppi! Vero, ma, cosa impedisce di averne meno? Un minor stipendio?

Le Grandi Soppresse mi perdonino.

matita Ho aperto questo blog.it nel lontano Maggio del 2006. Retifico: non un blog.it, un Firmamento.it. Ed era bello, passare di stella in stella. Fra raggio e raggio. Fra luce e luce. Allora, non scrivevo che per me. Non si sa quanto l’ho fatto. Se ci penso, prendo paura, pensando ai tanti che ho martirizzato con i miei testi, con le mie… scoperte. Ora, fine Agosto 2008, scrivo ancora e, spero, martirizzo meno. Tutto bene, dunque? No. Ora, mi ritrovo come l’operaio che a pausa pranzo si appresta a mangiare il suo panino.La soppressa è sempre stupenda, però, non la gusta più perché ha la testa sul lavoro che l’aspetta subito dopo un caffe’ che non sentirebbe piu’, neanche quello, se non per il fatto che forse e’ caldo, forse e’ tiepido, forse fa schifo. Pare sia, una delle conseguenze del crescere, dell’impegnarsi, dell’eternarsi si potrebbe anche dire, se l’età rimane quella di chi ha l’animo ancora tutto da scrivere, e la vita, ancora tutta da capire. Mi perdonino le Grandi Soppresse se ho solamente il tempo di cincischiare il loro cibo: devo andar a lavorare.

Terminato lo stramaledetto acquisto della quarta cam…

matita (con un programma di una ditta e la camera di un altra giusto per restar in tema di diversità ) passavo davanti a s. Zeno. Sui gradini della chiesa adiacente (s. Rocco, mi pare) un ragazzo ed una ragazza, fumavano un cannone che non finiva più! Eravamo verso le 18. Il ragazzo dice qualcosa alla ragazza tirando un po’ la bocca. La ragazza risponde tirando un po’ l’orecchio, perché il ragazzo non voleva farsi sentire. 

Da anni sono perseguitato dai messaggi trasversali di chi incuriosisco, non necessariamente per disprezzare e/o denigrare, devo dire. Fatto sta, che la ragazza mi grida dietro: fiiigo!! Il proverbio insegna che dove c’è fumo c’è anche dell”arrosto. Con questo voglio dire, che forse non sarà  stata tutta d’oro quell’affermazione, tuttavia, direi che un forse di giallo luccichio ci può essere stato, quindi, sorrido, accenno con la mano un che di noncurante, e forse, da stronzo, alla ragazza replico: occhio al fumo, invece!

Perché mi capita sempre di allontanare le affermazioni a mio riguardo? Una pessimistica valutazione di me stesso? Può essere, ma può anche essere, che le rifiuto per una chiara visione di me stesso. Non da oggi sostengo che se mi danno dell’imbecille ci trovo più ragioni di quando mi dicono intelligente. E questo, è certamente vero per quanto riguarda la verità  che conosco di me, tuttavia, potrebbe essere certamente falso per quanto conosco della verità . Non di certo di quella divina che non è in oggetto, ma della complessiva di me.

Se consideriamo infatti, che per la gran parte della nostra vita siamo formati dal mondo più che dal nostro, è chiaro che la conoscenza della nostra verità, è ben poca parte, rispetto alla verità  del mondo che ci è stato culla, casa, viaggio, ecc, ecc. Si può dire, quindi, che i parametri di giudizio, vuoi pro, vuoi contro, tutto sono fuorchè attendibili! Per tale pensiero, ogni giudizio di verità  (vuoi negativo e/o positivo, vuoi nei nostri riguardi, vuoi verso altra vita) dovrebbe essere espresso, (da noi espresso) nel solo momento in cui chiuderemo il Capitolo che abbiamo scritto. Il farlo prima, è indubbio bisogno di dare nomi alle cose. Si narra che anche Dio abbia sentito quel bisogno. Si dice anche, però, che sbagliasse di meno.

E’ sucesso nel pomeriggio di ieri. Mi ero dimenticato di raccontarvela.

matita Vado a fare la solita biscottatura nel solito centro Sole Sicuro. Si fa per dire. Faccio, esco dalla cabina, vado alla cassa.
Mentre pago, la ragazza mi chiede: ma, lei, va in barca?
Gesù! Con mal contenuto terrore (non so nuotare) ho messo piede in una barca (un 30×30 centimetri) sul lago di Garda, a Bardolino. Girava il 1972/73.
Ve la raccomando, l’uscita da un porto mentre vedete venirvi incontro un gigantesco aliscafo che deve entrarvi, e voi non sapete assolutamente da che parte gira quello, e da che parte dovete girare voi per non finirci sotto!
No, gli rispondo!
Strano, mi dice, lei è da barca!
Ora, da cosa abbia ricavato quell’impressione, non ve lo saprei proprio dire.
Dall’affermazione della ragazza, però, io ne ho ricavato che non vediamo con i nostri occhi.
Ora, vediamo con quelli della pubblicità.

La rivoluzione culturale, personale e sociale, nello spirito del mio 68, che poi venne nel mio 65/66 se ricordo bene ma non ci giuro.

matita Non avevo casa e neanche cani, nel mio 68. Trascorrevo l’inverno a Merano (a Maia Alta) in casa del rappresentante italiano della NSU. Macchina che ora non c’è più! Ospite gradito e necessario, devo dire. Ero lì come cameriere. Scusate le rime. Ogni tanto mi prendono la mano! :>> Mirka, era la cagna del proprietario. Del genere, lupo felix. :crazy: Più che una casa, era un castellotto d’epoca. Ex proprietaria, (o una ex proprietaria) fu la sorella della Petacci, se ricordo bene.
Ero già a letto verso le 11 ma non riuscivo a dormire. Avevo caldo. Mi giravo e rigiravo. Ad un certo punto fui preso da una forte ansia. Dovetti alzarmi. Dove andare oltre quel trextre che era la camera?! Chi chiamare che non c’era nessuno? La famiglia del guardiano che abitava sotto? E cosa dirgli, che già c’era ripulsa di me, non tanto come persona ma come italiano? Erano tempi da salto di tralicci, quelli! Che faccio e che non faccio? Non so che fare, e l’ansia non cessa. Da dove mi salta fuori non so, ma sento che devo scrivere! E ti scrivo su la Mirka, la prima delle mie poesie. Sempre ammesso, e non necessariamente concesso, che lo siano. 🙂

Mirka, la xè la cagna de casa mia.
Ghe voio ben,
ma la xè imbambìa.

L’altro giorno,
sul far del mexogiorno
ghe portavo da magnare.
La me xe vegnù incontro
Co’ la so’ voia de sogare
ma a furia de girarme in torno
la mà fato andar par tera
mi, el magnare, el bevare
e anche el contorno.

Me so’ alsà!
Ghe volevo dare
ma cossa vòto
la jer lì che gnanca la se moveva!

Go’ da na gratada fra le rece.
Un legero scapelòto!

Postata l’ultima scrittura, me la vedo apparire in Italiani all’estero.

matita Cazzo, mi dico! Cosa cavolo ho combinato?! Già con il Michele mi era successo più di una volta la stessa cosa! No, nulla ho combinato di diverso dai miei soliti scombinamenti. Il fatto è, che se non si sa di essere invitati, il post che si mette sul blog personale, automaticamente va a finire su quello d’invito. La mia strada “per Damasco”, mi consente tutti gli sviluppi che credo e/o gli errori che compio, ma, solo sulla mia strada. Quindi, proprio non posso essere il coautore di nessun altro blog. Certamente, posso essere un commentatore di altri blog. Anzi, guai se non lo faccio! 🙂

E’ di questo che il Gigio dovrebbe occuparsi, non dei grandi sistemi politici, dei quali sappiamo esattamente quello che vogliono farci sapere, cioè, un cazzo!

matita Sono + o – le 11. Mi siedo in una panchina antistante la chiesa. A lato della stessa, un prato, dal quale si alza un grosso vociare nordafricano. Vedo il gruppo. Uno di loro si stacca dalla compagnia e tarlocca con una donna. Quella risponde per le rime. L’insieme della figura di quella donna, la voce sgraziata, e chi frequenta, mi fa pensare che sia una tossica. Raramente sbaglio. Quando una tossica ha a che fare con dei nordafricani, quelli, tutto sono fuorché volontari della Caritas! Arriva una pattuglia della polizia. Si dirige verso i vocianti. Pensate che siano scesi dalla macchina per accertare identità e situazioni? Sbagliato! Alzano i fari. Fanno retromarcia. Se ne vanno. Il vociare li segue. Per quello che conosco della piazza e dei nordafricani, è un vociare derisorio. Non vi è dubbio, che un sessantaquattrenne in bicicletta, con la camicia tutta aperta, ed in ciabatte, alla stessa pattuglia, una decina di minuti prima, deve esser sembrato mooooolto più pericoloso! Tanto è vero, che sono scesi dalla macchina. Tutti e due. Già mi è andata bene che non hanno tirato fuori la pistola. Mi è successo anche quello. Ero in un parcheggio, dove, come disperati, girano di quelli che “grazie a Dio è sabato si mette a bagno il biscotto!!! Ci vado perché mi capita di spigolare. Il capo pattuglia mi domanda cosa ci faccio lì. A prendere il fresco, aggiunge. Non mi guarda in viso. Nessuna ironia nella voce. Gli dico quello che a questo punto è giusto dirgli: un niente! Trovo legittimo la richiesta dei documenti, e mio dovere darglieli. Legittima anche la sgradita ironia? O la devo digerire perché il signore porta la divisa! Mi dicono che posso andare e me ne vado. Fa niente. Ci tornerò. Ora, io cittadino, dovrei stimare gente del genere e collaborare?! Ma neanche per idea! Considerino già molto, e gratuito, che celi il mio disprezzo! Cosa che in genere non fanno gli stranieri quando vedono che le pattuglie se ne vanno in patetiche ritirate che non poco mi è capitato di vedere! Si, raramente la divisa tira fuori l’uomo, e quando lo tira fuori, vuol dire che c’era già prima d’indossarla!

Che orrore!

matita Prima di questo, micro casi bolzanetoria li ha vissuti anche la mia vita. Devo amaramente confessarti, allora, che non ho trovato il caso macro per niente sorprendente. Per niente sorprendente, neanche una sentenza del genere. Limiti dei giudici? Limiti delle leggi? Non so. Vorrei solo vomitarci su. Sono arrivato al punto da pensare che chi conosce il poliziotto non può aver fiducia nella Polizia. Non tutti sono così, è chiaro, ma, a mio vedere, la Polizia non fa quanto basta per farcelo capire! Al che, se trancio totalizzanti giudizi, non mio l’errore!

Sogno o son desto? Il sindaco di Verona, Tosi, voleva portarmi a letto.

matita E’ notte. Cammino per il piazzale della stazione. Passo davanti ad grosso e grande arbusto di forma tondeggiante. E’ aperto da un passaggio. C’è dell’immondizia in mezzo a quel tracciato. Ci viene odor di orina. Esce una coppia. Guardo. Considero. Prostituzione. Proseguo. Più avanti del cespuglio, un gruppo di persone. Uomini. Guardo. Considero. Sono maschi. Sono babe. Proseguo. In mezzo a loro avevo visto il sindaco Tosi. Non dicono niente ma sento che parlano di quello che vedono. Mentre passavo, il Tosi mi aveva guardato. C’era giovanile curiosità. Attrazione da simpatia. Mi raggiunge. Mi prende sottobraccio. Mi parla. Mi fermo. Mi pongo di fronte. Lo vedo come donna. Pesantemente truccata. Inutilmente truccata. Si vede che è maschio. Non mi chiedo quanto. Non m’interessa. Ci dirigiamo verso il piazzale Città di Nimes. Con un mezzo sorriso, borbotta il suo invito. Del genere, ora che ci siamo possiamo anche andare a letto! Gli dico che è impossibile perché porto una croce pesante: questa sera in modo particolare. Sono un omosessuale, gli dico. Da sotto una parrucca biondo stoppa da vecchia puttana che tenta d’imbellirsi, mi fissa. Lo sguardo gli si è incattivito. E’ perplesso. Non può tornare indietro. Non può proseguire. Non sa cosa fare della sua proposta. Non sa cosa fare di me. Ancora presente, ma distante da me, entriamo in un giardino. Nessun fiore. Qualche aiuola di un verde impolverato. Una vetrata da sul giardino. Di la, un atrio molto illuminato. Ci sono delle persone in quell’atrio. Una donna e tre uomini. La donna tenta la porta. Non riesce ad aprirla. Mi chiede di farlo. Lo faccio. Entrano nel giardino.
Imperiosa, sicura di sé, sovrasta gli uomini. Sono ombre, al cospetto della sua forte risata. Rivolta al suo gruppo dice di essere una scrittrice, “e se non scrivo, cosa faccio?”
Mi sveglio.
Avevo mangiato un po’ di uvetta passa dopo mangiato e prima di andare a dormire. Veniva dalla Turchia. Mi sa che c’era dentro qualcosa di psicotropo! :>>
Bèh! Che dire di questo guazzabuglio di emozioni?
In sintesi, direi che il sogno mi rivela (o che io mi rivelo attraverso il sogno) che sono stato tentato da emozioni di un potere, localistico e localizzante, di spirito leghista, e che ho rifiutato perché amo il simile, non, il potere. Simile detto dal fatto che io non tendo verso alcun potere, e potere detto dal fatto che lo vedo come una puttana.
“Ci dirigiamo verso il piazzale Città di Nimes.”
Potrebbe voler dire che ci dirigiamo (ambedue presenti ma distanti) verso un idea di Europa: ora, giardino trascurato e pieno di polvere del tempo che cade sulle speranze, si potrebbe dire, ma da un atrio illuminato c’è lo stesso chi vuole entrare. Quella donna, in particolare modo.
Chi è e cosa rappresenta, quella Donna, dalla così forte vitalità?
Il sogno non me lo fa capire. E come se mi dicesse: arrangiati! Ed io mi arrangio. Se è vero che tutto è scritto, e che quella donna è scrittice che non può fare altro, allora, quella giovane e vitale Donna è giovane e vitale vita che vuol entrare in Europa, perché, se non fa, cosa fa? E con questo ho anche spiegato perché non scrivo di politica. Lo fanno i sogni, come io non sarei mai capace di fare.

p.s. Nel linguaggio gayo, la Baba, è il 50enne donmone dal carattere floreal – budinesco nonostante il fatto che appaia forte perché grande e grosso.

Monotonia allontanati da me!

matita Un tempo lo dicevo anch’io, :>> ma anche adesso, qualche volta. In effetti, la differenza fra allora e adesso è solo in questi termini: una volta avevo bisogno di milioni [di emozioni] per sentirmi vivo, mentre adesso, non me la sento più di dover guadagnare quei milioni per sentirmi vivo. Per sentirmi vivo, ora, mi basta… la pensione, :DD perché ho eliminato le spese effimere. Ciao.

Mi sono ritrovato coautore di NoiWeb. D’ufficio. Ancora una volta. E’ una mania?

Mi è capitato di dover rinunciare ad essere coautore di altri Blog, per lo stesso motivo per cui non richiedo e non accetto Amici: non amo far dipendere dalle mie emozioni, e non amo dipendere da quelle altrui. O meglio, amo che si dipenda dalle mie emozioni, ma non amo che si dipenda dalla mia persona. Non in modo stabilmente costituito, almeno. Non vedo quali tematiche trattare sul quel Blog, che già non tratto sul mio! Bontà sua, il Bortocal ogni tanto pubblica qualche mio post nella sua Bortologia. Lo può fare quando vuole e se lo vuole. Nulla vieta alla titolarità di NoiWeb di agire allo stesso modo, ma per questo, non ha mica bisogno di invitarmi come coautore. Basta che lo faccia quando vuole, e se lo vuole.

La domenica vado a messa in pasticceria. Faccio la comunione con cappuccino e brioche, e per finire un caffe’.

matita Un acuta curiosità m’ha interrotto la lettura del messale. Pardon, del giornale. Mi guarda un vecchio ragazzo. Dice di avermi conosciuto e quando. Ai tempi di Berta filava, secondo me. Parla, infatti, degli anni 80. Sardo, vengo a sapere poi. Di notevole forza, a giudicar dalla stretta di mano. Dice di aver lavorato come pizzaiolo in vari posti di Verona. E’ adrenalinico, il soggetto. Nonché narciso. Veste di nero. Molto aderente. Troppo, data la parentesi convessa che si ritrova sul ventre. Non che disturbi l’insieme più di tanto, pure, c’è. Dice che sta andando dal titolare di una pizzeria in Bra. Dice di aver lavorato lì per quattro ore: come extra. Mi dice di non aver ricevuto quanto basta (20 euro) e che stava andando a farsi dare il resto. Anche perché vuol sapere come mai il titolare non gli ha confermato la promessa assunzione. Gli domando: i soldi dell’extra te li ha dati il titolare sua sponte, o gli hai chiesto il dovuto non appena finito l’extra? Mi dice che glieli ha chiesti lui. Gli dico di lasciar perdere. Perché mai, Vitaliano? Perché gli hai dimostrato di essere, psicologicamente indipendente dal datore di lavoro, gli dico, e i datori di lavoro, amano i cavalli, purché da soma come muli con le orecchie sempre basse. Ci pensa su. Non l’aveva vista così. Non è male, il soggetto. Anche se c’è più di qualcosa che mi nasconde sotto una giovialità ed un bisogno di cameratismo che sento tanto da recita. Lo credo anche un buon professionista. Il guaio è, che lo sento parte della categoria di persone che si servono del lavoro per esaltare il proprio sé. Solo i titolari possono fare quel gioco! I dipendenti con quell’animo, o trovano di che manifestarsi in proprio, o non durano da nessuna parte. Ne so qualcosa. Possiedo lo stesso animo, anche se non lo stesso bisogno di emergere, da altri e/o da altro, attraverso il fare. Se mai lo reincontrerò, dovrò fargli capire l’importanza dell’essere: stato della vita che è, indipendentemente da. Che io sappia, è l’unico processo che permette ad un ex ragazzo, di non restare un ex uomo.

Haita, haita, sono stata rapinata dal Legione!

matita Sono quasi le due e mezza sul piazzale della stazione. Non c’è nessuno. Come sempre, in periodo di Arena fanno dei bei ripulisti. Un momento. C’è qualcuno. L’andatura è caracollante. Tipica dell’arabo. Di quelli che mi incuriosiscono, almeno. Già da distante lo vedo di sana e robusta costituzione. 🙂 Mi avvicino. Felpato. Ammesso che lo si possa con i pedali.
E’ sui trenta. Niente male. Strafatto. Mi vede. Mi guarda. Mi chiede: tutto a posto? Interesse per i miei bagoli sentimental esistenziali? Neanche per idea! Intende solo chiedermi se ho qualche desiderio da soddisfare. Fumo e/o coca per età più giovani. Sesso per la mia. Si, gli dico, rallentando la bici. Si avvicina. Odio piantarli lì. Un po’ per delicatezza (anche se, molto probabilmente, non gliene frega più di tanto) e un po’ perché non si sa mai.
Sono più che leggermente descamisado. Mi accarezza il petto. Che belle tette, mi dice. Sa bene che gli uomini hanno il petto e non le tette. E’ che mi vede come uomo ma non come maschio, quindi, donna. Non pochi si sono accorti di aver visto male, ma lo lascio credere a tutti quanti. Un po’ perché non me ne frega niente, un po’ perché il farlo è buona tattica. Si spogliano prima e senza problemi. La cosa non mi dispiace, ovviamente, ma da cosa, non sempre si sa cosa nasce, così, accenno un allontanamento. Ciao bello, mi saluta. Gli rispondo e vado. Giro di qua, giro di la, e ritorno in stazione. La foresta richiama. Lo rivedo, appoggiato ad un tavolino del chiosco che è lungo il Camuzzoni. Arrestato da un misto fra interesse sessuale e personale, gli chiedo se sta bene. Mi dice di si. Si avvicina. Mi dice che poco prima era stato avvicinato da un altro uomo, e che voleva fargli questo e quello, ma che lui l’ha allontanato perché non è piaciuto il comportamento di quella persona. Vero? Ma neanche per idea. Mi racconta il fatto per farmi capire che non ignora certe cose, e che se incontra chi gli piace, le vive anche.
Andiamo sotto, il ponte mi dice, ci facciamo un giro di coca e poi voglio provarti il culetto! Capirai che culetto! Ad un passo dalla pensione! Nicchio. Con leggerezza. La sua recita è buona ma per me è scontata. Gli sorrido lo stesso. Lo merita. Magari, i diavoli fossero brutti! Difendersi, sarebbe anche troppo facile. Non è facile, invece, con i brutti diavoli. Non è facile con i poveri diavoli. Lui era un misto. Lo chiamerò Legione. Era alla mia destra. Mi si mette più vicino. L’ho sentito aderente all’albero del bene e del male. Come quel serpente. Non mi ritraggo. Non devo fargli vedere che temo. Non si deve aggiungere benzina ai fuochi. Mi accarezza le cosce. Non si avvicina all’inguine. In genere, lo fanno quando si sentono sicuri di non essere giudicati, di non essere ridotti, di non essere sessualmente parificati.
Mi accarezza ruvidamente. Pesantemente. Neanche fossero la spalliera del ponte lì vicino. Incapacità di carezza? Ma neanche per idea. Lo fa, perché il passaggio pesante delle mani, non fa rilevare il passaggio leggero. Tanto più, quando si avvicina alle tasche. Nella tasca destra ho il telefonino. Ci siamo, mi dico, però il tipaccio ferma l’esplorazione, passa alla mia sinistra, e la riprende da quella parte. Naturalmente, ci risiamo. Da quella parte ho un portamonete e le sigarette, e da quella parte, il Legione continua a considerare le possibilità.
So già tutto. So già come andrà a finire.
Mi invita sotto il ponte ancora una volta. Ancora una volta nicchio. Un tantinello più fermamente. Gli dico che sono vecchio, che sono stanco, e che proprio devo andare a casa. Vero, solo il primo caso. Ci salutiamo e ci lasciamo. Metto le mani nella tasca sinistra. Come volevasi dimostrare, c’è solo la tasca. Nel porta monete c’era poco niente. M’ha rotto di più le palle, il furto delle sigarette. Il telefonino non ha fatto la fine del resto. Strano. In casi del genere, non è che stanno lì a far distingui. Al caso, lo fanno, quando l’incontro diventa più personale. Vorrei poter dire, allora, che sono stato risparmiato del furto del cell, grazie alla mia affascinante personalità.
Temo, invece, che il quanto sia dovuto, solo al fatto che il Legione ha trovato bello il mio petto. :>>
Evidentemente, anche i :> ne hanno bisogno. 😀

Notti ed amori: storiella, solo un po’ ridicola.

matita Dove lavoro, ci sono dei condomini senegalesi. Per quel poco che sono giunto a capire di quelli che conosco, fra gli africani, sono i più leggeri. Leggeri, nel senso che tendono a cogliere di più quello che è nella superficie delle cose. Questo, naturalmente, non vuol dire che, al caso, non sappiano cogliere anche il profondo. Giravo di notte, ieri, quando qualcuno mi chiama: è uno di loro. Sono le tre. Ci salutiamo. Parla molto bene l’italiano. Mi dice che gli sta andando buca con una puttana. Perché, gli chiedo? Non vuol venire con me per dieci euro, mi risponde. Per dieci euro, gli obietto, dove cavolo la trovi una donna per la pecorina dei tuoi sogni! Ma, ho solo quelli, e a quest’ora, abbassano i prezzi! Si va beh, ma dieci euro, è più o meno quello che prende una donna a servizio di ben altre rogne! Lo sa. Ride. Facciamo così, gli dico. Me ne dai cinque, e ti servo io. Ma, tu non hai mica la figa, mi dice! E che cavolo, gli rispondo, per cinque euro, non vorrai mica trovare anche la figa, vero?! Come sanno ridere bene, i senegalesi. E’ proprio, come non sapessero che cos’è “scandalo”.

Ogni tanto un pensiero mi gira per la testa: come un volo dentro una gabbia.

matita E mi girava questo: devo occuparmi delle cose del Padre mio. Non sussultare, 😀 che adesso mi spiego. Il possesso di una fondamentale cultura, non necessariamente significa il possesso dell’identità che l’ha originata; ed è per questo, che posso possedere la cultura di tutti ma non per questo essere Tutti. Cosa significa, occuparsi delle “cose” del Padre? Il Padre ha (ed è) una sola cosa: vita. Occuparsi delle cose del Padre, allora, è occuparsi della vita che ha originato. Vi è vita del Padre, vi è la nostra. Per quanto riguarda la vita del Padre, chi più eletto di Lui ad occuparsene? Quindi, non mi rimane che occuparmi della sua opera. Per quanto so e posso, ovviamente. Vi è l’opera che è diventata Vitaliano. Vi è l’opera che è diventata i nomi che sappiamo darci e/o dare. Un tantinello impegnativo, per non dire megalomane, un mio occuparmi della seconda possibilità, quindi, non mi resta che l’occuparmi della mia. E’ ben vero che “nessuno è un’isola”. Occuparmi della mia, quindi, direi implicitamente, è anche occuparmi della seconda ipotesi. Contraddittorio con la precedente affermazione? No, direi, se, occupandomi di altro da me, rimango all’interno delle mie acque territoriali; e di questo e di queste mi sono ultimamente occupato. Quali, i risultati? Non lo so, per i fatti adiacenti alla scia della mia barca. Per quelli all’interno della mia scia e della mia barca, stantii come scorze di limone, spremute e rispremute e da troppo nella spazzatura; così il percorso della mia sessualità e della corrispondenti emozioni. Negare quella rotta alla mia barca? Chiaramente no. Quale alternativa mi resta, allora? Direi, ritrovare la rotta che avevo lasciato.

Bellissimo, il gattino che ho trovato stasera.

matita Ci eravamo incontrati una prima volta in Corso Porta Nuova. Io con la bici. Lui a piedi. Ci era bastato un reciproco sguardo, per capire, ambedue, che tre più tre fa sei, ma non mi sono fermato. Di Capodimonte ne è pieno il mondo.
E’ ben vero che ho occhi per tutti, e forse anche la mente, ma non per tutti la vita. L’ho lasciato proseguire con un po’ di rimpianto, però. Sapere cosa si guadagna, (in sicurezza e/o tranquillità) non sempre consola il sapere sul piacere che, al caso, si perde. E, lì, c’era di che perdersi, anche se, tutto considerato, c’è non c’è più nulla di nuovo nella recita amorosa: a parte un orgasmo 😦 che si sa quello che dura.
Proseguo col mio giro: via XX Settembre, piazza S. Toscana e ritorno in Bra. Vado verso la Stazione. Giracchio. Decido di tornare a casa. In un incrocio nei pressi, ci rivediamo. Questa volta lo saluto. Risponde. Pensava che mi fermassi subito, invece, proseguo di una cinquantina di metri e lo aspetto. Si ferma. E, mo? E mo tiro fuori le sigarette. Fumiamo. Di dove sei? Indiano. Dice di essere a posto con i documenti, ma non ha lavoro, non ha casa, non ha mangiato. Mah! Mi chiede un favore. Ci risiamo. La solita questua. Sempre di più pellagrosa. Faccio la faccia di chi ne ha piene le palle. Non voglio soldi, mi dice, solo una coperta per la notte. Ossignur! Questa è una novità. Non mi sarebbe costato nulla, il fargli una pastasciutta, e neanche il farlo dormire da me, come neanche dargli soldi che mi hanno più o meno estorto più di una volta mi lamento. Mi lamento delle rapine che ha subito la mia fiducia; e così patiamo in due: lui perché perde quello che ancora potrei, ed io perché non perdo quello che non ho più. I casi sono due, gli dico. O mi aspetti qui, o vieni sino a casa mia. Decide di farsi la scarpinata. Andiamo. Arriviamo. Lo faccio aspettare in cortile. Poco dopo scendo con una coperta ed un impermeabile: c’è tempo da acqua. L’impermeabile è un Levis. Indossato molto poco. Non ci sto più dentro. La coperta è etnica. L’avevo comperata da Frette. Costata una follia, date le mie tasche. E’ stata follia anche il metterla in lavatrice. Ne era uscita stinta, e una volta asciutta, come pressata da uno schiaccia sassi. Liberarmene per giusta causa, è stato un piacere. Meglio a quel ragazzo che ad un cassonetto. Gli faccio vedere un giardino illuminato. Per dormire, più sicuro di altri. Gli faccio vedere anche dove prendere un qualcosa da mangiare. Diceva di avere mal di testa. Prima di lasciarlo, lo faccio sedere su una panchina e gli faccio un po’ di abbracadabbra. Lo vedo sorpreso. Non capisce come gli sia passato, ma lo accetta. Si alza, prende la borsa, mi ringrazia con un gran sorriso, (non di certo per il deca che gli ho allungato che è somma da non smuovere proprio nulla) e mi dice: prega per me. Ossignuuuur!!! Non mi mancava che questo nella vita: esser preso per un fachiro.

La protesi masticava una briosc, mentre con il pensiero andavo a poco prima.

separaPer andare al lavoro passo davanti la chiesa di s. Zeno. Specialmente nei festivi, sul marciapiede della strada che porta alla piazza della chiesa si siede una zingara. Saluta. Non chiede. Davanti alle ginocchia ha un bicchiere di plastica; e quello chiede. Ricambio il saluto. Non do mai nulla. Se mi dicesse: portami una spesa lo farei. Mi costerebbe, certamente molto di più di un 50 cent di superiorità, ma, molto di più il piacere. Molto di più, il senso dell’uguaglianza fra poveri, al di là del fatto che in quel dato momento uno dei due possa maggiormente.

Odio far la carità! Mi umilia. Davanti l’ingresso laterale della chiesa, staziona un altro povero. Sui quaranta. Solido, di struttura. Prima di quello c’era la donna che si è trasferita nella strada dove passo. Ancora prima di quello, c’era un giovane mutilato: romeno, mi è parso. Per qualche giorno c’è stata anche un’altra donna: sparita. Strano. Non che si trovino in tutti i cantoni, i posti in cui la mercificazione della povertà può rendere non poco. Comunque sia, quello c’è e ci rimane.

Non mi piace quella figura. E’ una forza che sento non provata da fatica da lavoro, o da disgrazia. Mettendomi al posto delle anziane e degli anziani che vanno a messa, la sento intimidente. Non che faccia qualcosa per spaventare, ma, sappiamo che può far spaventare anche un semplice modo di posizionarsi sia con il corpo che nel dato luogo. Ho il terrore dei cavalli. Lo domino, ma è più forte di me. Sulla sponda dell’Adige, nella zona che chiamano il Lazzaretto, ogni tanto passa qualche cavaliere. Un pomeriggio, ne viene uno verso di me. Cacchio! L’argine che in quel posto permetteva il passaggio non era largo più di un tre metri. Da una parte e dall’altra le rive erano era ripide. Troppo per una ritirata strategica, così, a piede più o meno fermo, aspetto l’inevitabile sorpasso del cavallo. Il cavaliere non era un problema. Neanche il piacere di una tentazione, devo ammettere.

Mano a mano che il cavallo s’avvicina, mi irrigidisco. Non posso farne a meno. Mica posso fare una crisi isterica! Ad un due passi da me, il cavallo rallenta, tituba. Quasi si ferma. Dal centro del passaggio si scosta sino alla ripida alla sua destra. Mi guarda, rovescia quasi l’occhio, (come a dire, se ti muovi ti fulmino, ma lungi da me l’idea di provarci ) nitrisce, si scrolla. Ripreso dalle redini del cavaliere, passa: mi sa che abbiamo sospirato tutti e due! Non saprei dirvi se quel cavallo ha sentito la mia paura o come, tuttavia, penso che l’abbia sentito ( il mio irrigidimento ) come una possibile forma d’aggressione. Me lo fa pensare, il suo momentaneo fermarsi, il suo scostarsi da me per passare, lo scrollo ed il nitrito. Allora, se un cavallo è in grado di sentire lo stato d’animo di una forza non espressa, a maggior motivo, direi, lo può una persona.

Tornando a quel povero, se fossi il parroco gli avrei chiesto di non mettersi proprio su quello stretto passaggio. Il fatto che sia quasi a ridosso di chi passa, in qualche modo è costrittivo perché riduce gli spazi del libero movimento del passo. Quella riduzione dello spazio e del movimento del passante, a mio sentire, diventa anche una riduzione dello spazio del movimento della volontà di quel dato passante, cioè, da caritatevole per libera volontà, può diventare condizionante sino ad una mentale costrizione. Fisime? Può darsi. Un paio di giorni fa, seduti al tavolino della birreria all’angolo della piazza dove usualmente passo, c’erano tre giovani. Due ragazze ed un ragazzo. Tutti sui venti, direi. Ci guardiamo. Il ragazzo ed io. Mi guardano, le ragazze. Sono Scinti. Nei tempi del c’era una volta, non esisteva la prostituzione (maschile e/o femminile che sia) presso gli Scinti. O se esisteva, non con estranei a quel gruppo, o se con estranei a quel gruppo, non come mestiere.

A suo tempo ho avuto non pochi amanti, ed il soldo, era ultima e non necessaria cosa. Più dal soldo, erano sedotti dalla personalità del seduttore: volente o nolente che sia. Cercavano un’ospitalità, più del cuore che della casa. Cercavano forme d’affetto, amorevolezza. Non sono una figura così smaccata di Finocchio, ma certamente sono smaccatamente diverso dagli anziani standard. Però, per quel gruppo tribale (ma anche per il nostro, devo dire!) ogni diverso da usuali schemi è necessariamente un Finocchio. Per quei tre ragazzi, allora, altro non è passato che un diverso Finocchio. Tanto più, perché hanno notato che ho guardato il ragazzo più che le ragazze! E’ il nostro difetto e’ fabbrica, ebbe a dirmi una mia… amica.

Comunque sia, vaglielo a dire che stavo pensando al lavoro e non al sesso! Comunque sia, un giovane uomo sinto, che si sente non colto da un altro uomo ne trae la conclusione che non è piaciuto. Il che non sarà importante, tuttavia, li scoccia un po’. Conclusioni, certamente non scientifiche, le mie, pure, proprio stamattina (guarda caso) c’è stata una riprova, Lungo il mio percorso c’era un ragazzo più giovane. Mi saluta. Lo saluto. Proseguo. Lo avrei detto dai 16 ai 18 anni, ma, avrebbe potuto averne anche 14. E’ fortissimo, in loro, il divario fra età  somatica ed età anagrafica. Il fatto che debbano affrontare la vita (la loro e la nostra) ancora in età infantile (ammesso, e ne dubito, che abbiano avuto il possesso di quell’età) li rende, anche fisicamente precoci, oltre che esperenzialmente. Non per tale fatto sono uomini, ma per tale fatto li dico miraggi uomo. Sbagliano, gli assetati di sesso e/o d’affetto, e/o d’amore (?)  che non sanno ( e/o rimuovono ) che i miraggi d’uomo, ( o di donna ) appaiono come veri dove il percorso sessuale di un’età maggiore è deserto.

Ritorno alla pagina precedente

infine

Cari amici vicini e lontani, diceva il Nunzio Filogamo.

matita Sono le 22: poco più. Ho appena finito di cerare dei pavimenti. Breve, ho fatto un giro nella notte: da cerare anche quella. Ora, a casa, un piccolo mangiar di qualcosa, ed eccomi da voi: come trota finita non si sa come in un suo mar dei Sargassi! E che cazzo! Qualcosa di più mi par di sapervi dire, se mi immaginate degli sparsi pezzi d’orologio sotto gli occhi di chi ha perso ogni idea sul come ricomporre quell’idea sul banco. Sul banco di quello ci sono delle rondelle ma non vedo i dadi. Ci sono due o tre corone: sdentate. C’è una molla: senza ciò che la contiene, senza ciò che deve spingere. Insomma, se almeno puzzasse, direi che è un periodo di merda! Neanche quello! Con altra immagine, mi direi come giunto ad una stazione, in attesa di una coincidenza. Non so quando arrivi il treno. Da dove arrivi. Dove vada. Dove mi porti. Un blogger mi dice: ben tornato! Chiara la simpatia dell’abbraccio, ma come faccio a rispondergli, grazie, se mica sono tanto sicuro di sentirmi effettivamente tornato? Insomma, sto, come quelli che in sospeso stanno! Dantesca immagine mi par di ricordare, e sarebbe bella cosa, se non rivedessi anche, che in sospeso ci stanno pure i salami. Mah!

ps. So bene che nel Mar dei Sargassi ci finiscono le anguille e non le trote, ma vi pare che a me possano capitare delle faccende logiche? 🙂

A quanti si stanno chiedendo dov’è finito Vitaliano.

matita Dicevo ad un blogger proprio un attimo fa, che non sono andato da nessuna parte. Mi sono solamente ritirato da questa. Le cause? Di prevalenza, il silenzio dell’emozione; e se quella tace, parla solo una capacità di scrivere, ed io, mica sono uno scrittore! Tacerà a lungo o per sempre, la mia emozione? Oltre la ragione, anche l’emozione è carsica, quindi, non saprei proprio il rispondere ad altri, come non saprei il rispondere a me. Già altre volte ed in altri casi è successo che il silenzio dell’emozione mi abbia ricollocato nel mio qualunque.

Mi sono alzato bene, stamattina.

matita Caffè a casa e poi al bar. Rientrato, ho messo un po’ di ordine sulla scrivania. Quella che appare sulla parte iniziale della pagine del blog, e che non è il coperchio della mia cassa, come pensava un amico intristito all’idea. A pranzo, un toast. Non ho voglia di alzar coperchi. Nel pomeriggio, ho regalato una caramella all’amante. Dovrò proprio dirgli che i dolci che chiede fanno male a me, se non proprio a lui. Poi sono uscito. Ho girovagato fra necessarie commissioni e sono andato a far la spesa per la cena. Baccalà. Non male. Una bottiglia di brut. Ottima. Dei dolci. Orrendi. Rientro. Mangio. Leggo – Lavoro di notte – di Irwin Shaw. Cinematografico. Bevo un bicchiere. Due bicchieri. Tre bicchieri.

Il mondo gira.

Sotto.

Capisco di risultare fuori dagli schemi, quando vado a ballare.

matita E capisco che ciò può suscitare curiosità, ed anche ironie, ma a tutto c’è un limite, e se un qualcosa e/o qualcuno/a lo supera, alto là, altrimenti mi girano le palle, e lo faccio capire più che chiaramente. Capisco anche di non abitare città cosmopolite, ma solo un provinciale serraglio, quindi, tollero anche le culandre, che non sapendo che dirsi o di che vivificare una nulla serata, si aggrappano alla mia immagine e alle emozioni che suscito.

Tollero le mosche, tollero le zanzare, e tollero anche quel genere di parassitismo. Cresceranno, mi dico! Speranza di crescita, però, proporzionale alla mia pazienza: ora poca, devo ammettere! L’ambiente è gay. Vuoi perché la gestione non sa dire di no, vuoi perché fa cassa, vuoi perché spera di ampliare il tipo di clientela, ma, il gestore, assieme ai Finocchi, fa entrare anche le donne che li accompagnano. E qui cominciano i casini! Sia ben chiaro, non ho nulla contro la Donna, purché, vada a uomini! Ho rara stima, invece, (o se c’è,solo a ragion veduta) verso le donne che si accompagnano ai Finocchi!

A mio avviso, la Donna che si accompagna ai Finocchi, ha più di un problema a livello identitario o sessuale: un’ipotesi non esclude l’altra. E’ chiaro che non faccio di ogni erba un fascio, ma sono donne, queste che stigmatizzo, generalmente frustrate. Sono donne, (ma succede anche con un equivalente genere di uomo) che nel Finocchio trovano dell’affettività femminina, ma, ovviamente, non trovano affettività sessuale.

Il che comporta, da un lato un loro appagamento sentimentale, ma dall’altro, un ovvia esclusione. Al che, lacerate fra quelle due tensioni, finiscono poi con l’assumere disprezzo con quelli che, ovviamente, ignorano, sia loro che le loro necessità di taciuta affermazione.

Se hanno problemi, quelle donne, che si curino o che s’inculino, ma che non rompano i coglioni! Disprezzo i Finocchi che usano quelle donne come schermo che nasconde la loro vera natura, e la viltà verso sé stessi! Non ho il diritto di disprezzarli? Vero! Ma stasera non me ne può fregar di meno dell’equità nel giudizio!

Stasera, sberle!

A quell’ora della notte, ero fra le braccia dell’unico amante che non ho mai pagato, il Morfeo, così, ti rispondo adesso.

matita Non è che non mi va di parlare del mutismo letterario che sto attraversando; letterario si fa per dire. E’ che è un intortamento di motivazioni. Di queste, nessuna emerge in modo particolare e/o significativo, tuttavia, nell’insieme mi hanno pressoché zittito. Quanto al momento, non ti saprei dire. Come hai constatato, non taccio, però, nei commenti che lascio in giro, ma, direi che è solo là, che trovo un qualcosa di nuovo da dire, se qualcosa di nuovo mi dicono gli autori di quei post,ovviamente.

Ho letto da qualche parte, che s’invecchia mano a mano il pensiero si fa memoria, ed in quella memoria, l’inevitabile ripetizione. Anche l’accorgermi di star ripetendomi ha contribuito all’arresto della mia penna. Ulteriormente, ha contribuito un mio lento ma costante distacco dal sovraccarico emozionale che inevitabilmente succede quando si entra in altri, ed in altri fatti. Ulteriormente ha contribuito una certa spiritualità buddista. Non prevalente, ma presente.

Se ricerca del Nirvana è necessario allontanamento da ogni dissidio, (così come lo è la ricerca della pace spirituale, che ti ho già accennato in un mio commento) ne deriva anche allontanamento da quanti, scrivono del proprio sè in dissidio, e/o raccontano dissidianti fatti: d’arte o reali che siano. Recedo da quell’allontanamento, solo a fronte di due necessità: una, è la necessità  di capire; ed è per questo essenziale motivo che non recedo da te. L’altra, se vedo possibilità  d’aiuto in casi di sofferenza.

In questi due casi, la mia vena non soffre d’aridità. Neanche negli altri casi, tutto considerato, ma è in una vena normale e/o concordata che mi ritrovo ad intingere la penna. Il che, mi riporta a certi dialoghi con i parenti che ha lasciato per la loro strada: ciao, come stai, che bella giornata, dicono che verrà brutto, i soldi non bastano mai, ecc, ecc.

Morale della favola: la dove non sono un dato, preferisco essere ricordato, e la dove non trovo dati, preferisco mettermi in attesa di trovarli. Tacendo, se occorre. Ciao.

Cara Luisa: cosa non mi fai ricordare.

matita Verso i venti, ho lavorato come cameriere al Gabinetto di Lettura di Este (Padova)

Ore assolutamente vuote, nel pomeriggio. E dalle sale grandi, inquietanti silenzi mi venivano incontro. In genere domande. A lato del bar, il salone da ballo. Lungo. Alto. In 800, penso. Sul palco, un piano. Risposta senza domande anche quello. Per lunghi pomeriggi. Scocciato dal silenzio, un qualcosa che voleva una risposta, m’ha preso. Mi sono seduto sullo sgabello, ed ho esplorato la tastiera. Arriva un socio. Giovane. Ora avvocato. Non sapevo che sapessi suonare, mi dice. Non ricordo cosa gli ho risposto. Ricordo solamente, che m’ha riportato alla macchina del caffè.

Andando a spasso vedo tragedie, commedie, novelle, romanzi, ed intere pinacoteche.

matita Qualche volta il mio sguardo ha irritato. Penso che sia, perché, me nolente, ho comunicato emozioni di giudizio. Lontana da me l’idea, ma evidentemente, presente timore in chi mi capita di guardare. Certamente può essere dal mio modo di vedere, ma può anche essere dal modo di vivere di chi guardo. Siamo tutti, immagine + testo. Se un testo è chiara immagine, perchè dovrebbe irritarsi se qualcuno lo legge e lo intepreta? L’irritazione, allora, mi fa dire che quel dato testo + immagine non è sicura di essere un’opera riuscita.

Nel condominio dove lavoro rifanno le facciate. Montano un’impalcatura che è una cattedrale di tubi.

matita Fra gli operai italiani, degli arabi: + o – sulla trentina. In linea di massima, sono spontanei gli arabi. Spontaneità che perdono, mano a mano si italianizzano. Che peccato! L’ho constatato anche oggi. Dall’impalcatura, uno di loro m’ha salutato accennando un movimento di braccio. Dico accennando perché stato fermato da un commento del collega. Analoga cosa è successa con un altro. Il giorno prima m’ha salutato guardandomi, mentre il giorno dopo, salutato non guardandomi. Di cos’hanno paura?! Sono i sorrisi che mancano ai Finocchi, non gli uomini!

L’amarezza di oggi non è niente rispetto ai disastri che mi combinava un tempo, perché, oggi, gli imbecilli restano fuori della mia vita. Tuttavia, non esiste apriorisistica difesa. Non si sa mai, a priori, chi è imbecille che potrebbe ucciderti, né, a priori, non si sa mai chi è l’uomo che potrebbe amarti! Quindi, siamo sempre indifesi, noi, Finocchi. Non è che mi costi più di tanto il capire l’omicida, devo ammettere! Anche perché non fa niente per impedirmelo, il Pirro!

Si dice che invecchiando si diventa bambini. I bambini, hanno bisogno di storie.

matita Il mio passato è come un osso spolpato. La carne prosegue. Gli ossi si scartano. Resta, però, il bisogno di storie. Di allora, ricordo librerie piene di storie. Cercavo la storia, allora. Chissà, in quale libro! Chissà  in quale libreria! Poi, ho trovato la libreria ed anche la storia. Ho usato una, e letto l’altra. Poi, è giunto il fine della libreria, ma non la fine della storia. Il tempo è un “taglio”! Quali pagine della mia storia ha allungato? Quali pagine, ha adulterato? I vecchi ricordano quelle che hanno avuto, ma, ho scartato l’osso! Non ho voglia di andarlo a cercare! Non ho voglia di doverlo rimpolpare! Con la mia carne di adesso? Figuriamoci! Rileggere, è come far l’amore. Non è mai come prima, la seconda volta. Così, anche il rivivere. Non è mai come prima, la seconda volta. Ci sono nuove storie, adesso. Nuove librerie. Non mi somigliano. Mi somigliano, le storie che ritrovo nei ricoveri per libri anziani. Là, ricordo la Berta. Quando filava. Che tempi!

Ho sentito anch’io la cosidetta chiamata, ma non ho risposto.

matita Collegio. In età da terza elementare. Sgranavamo una sera di rosario. Sono di fronte ad una specie di grotta. Non mi ricordo se simil Betlemme, o Lourdes. Naturalmente, sono in fondo alla fila. C’era l’immagine del volto di Cristo, in quella grotta. Era illuminata. Da lampadine. Quel volto non mi lasciava. Dove giravo il viso, pareva seguirmi. Avevo un bel nascondermi dietro la schiena di quelli davanti! Appena uscivo dal nascondiglio, l’immagine tornava a guardarmi. Il fatto m’aveva preso anche le budella, devo dire. Miracolo? Macché! Ci sono immagini così riuscite, infatti, che legano lo sguardo, ma, che ne sapevo d’arte, all’epoca! Comunque sia, a quell’immagine ricordo d’aver detto: Signore non son degno.

Che cavolo ne sapevo, rispetto a quello che poteva saperne Lui, se ne ero degno o meno! Non che adesso ne sappia di più, ovviamente! Mi sa, però, che anche all’epoca “sapevo” che i Finocchi non dovrebbero diventare preti. Ed io lo ero, Finocchio! Verso la fine della Quinta, i preti del collegio cercavano e sceglievano i pesciolini che pensavano adatti alla loro rete.”Fatevi pescatori d’uomini!” Già! Di uomini, non, di bambini!

Gli eletti venivano indirizzati verso le medie, prima, (queste, all’interno del collegio) e poi verso le superiori: esterne. Le altre in Seminario. In quelle incubatrici, (collegio prima e seminario poi) che ne sapevano, gli eletti, di sessualità, se non la forza che indubbiamente si faceva sentire, come, normalmente, si fa sentire con tutti.

Pare, però, che riuscissero a contenerla all’interno della Regola; non ancora voto. Perché ci riuscivano? Semplice! Perché erano fortemente motivati. I guai vengono dopo. Quando, (non per tutti, ovviamente) dal senso di una missione, si rischia di passare al senso di una professione. In questa fase, calano le motivazioni, e con quelle, le barriere di contenimento che sono tutti gli ideali che intediamo come superiori.

Cosa non nega il passaggio dalla missione alla professione? Direi, la discesa dal fico che è ogni passaggio dall’ideale al reale. Dall’ideale al reale, non solo per ciò che concerne la conoscenza della missione, ma anche per quanto concerne una più completa conoscenza di sé stessi e della vita. In genere, da una più completa conoscenza di sé stessi, ne consegue (almeno nei più equilibrati, direi) una più completa accettazione della propria umanità. Così, oltre che vivere il suo spirito sacerdotale, quel risvegliato, passa a vivere anche la sua carne. Qualche volta occasionalmente, qualche volta costantemente. Dipende dal genere di carne.

C’è carne forte. C’è carne tiepida. C’è debole. Il senso ed il peso della castrazione è un dolore è uguale sia per quelli sessualmente galli (gli integri e forti) sia per i capponi: i non integri e/o non forti. Nessuno può dire se la croce dei galli è più pesante di quella dei capponi perchè ognuno sente la sua. Non è questo il punto. Il punto è che i capponi spacciano per raggiunta virtù, quello che in effetti è dato dal fatto che prima di essere dei Castrati per il Regno dei Cieli, già lo sono per il regno dell’uomo.

Nessuno dovrebbe essere ordinato prete prima dei quaranta! In età non ancora sperimentata, il “chiamato” non può sapere se è effettivamente in grado di mantenere il suo voto! Farlo prima, è una sorta di sventato karachiri, quando non, una delle infinite scelte dettate da l’immaturità, che per giovinezza, nulla e nessuno risparmia.

Non c’è tonaca che difenda da scelte immature! Nella chiesa accanto alla Basilica di S. Zeno, anni fa officiava un giovane prete. Un armadio a due ante, con la faccia da bambino. Non c’era verso che durante la messa dicesse le giuste parole. Ancor prima di far sorridere, (in altro posto avrebbe fatto ridere) faceva tenerezza. Poveretto! Non l’hò più visto. Lo immagino trasferito sul cucuzzolo di qualche montagna. L’ho immaginato anche, sottoposto a qualche in terapia psichiatrica. Gesù! Quello che non riesco ad immaginare, e che sia ancora prete. Faccio fatica ad immaginare, anche, che gli abbiano lasciato la possibilità di risorgere come uomo. Ne so qualcosa di quegli impedimenti. Per poter rinascere a me stesso, infatti, ho dovuto uscire dalla tomba religiosa in cui mi ero trovato per sistema, più che per scelta personale.

I sensi della vita: conoscere e discernere.

matitaLo scopo dell’invito che ho messo all’inizio della paginata, non è certamente quello di riempire dei miei vuoti esistenziali: non mi mancano gli amici, e quando ho bisogno di amanti, so bene dove trovarli, anche se non sempre so, come si allontanano: vedi la mia ultima sorpresa mattutina.   Lo scopo, invece, è nel senso della vita, appunto, conoscere e discernere; lo scopo, invece, è nel mio senso della vita: ausiliare la conoscenza ed il discernimento. Naturalmente, per quanto so e posso, quindi, mai a sufficienza, purtroppo. Discernere per conoscere, non solo è il mezzo che gradualmente struttura la definitiva identità, ma è anche il mezzo che allontana il senso della solitudine: non senza compagnia, come generalmente si crede e/o si teme, ma senza attivata utilità, vuoi per il nostro mondo, vuoi per il circostante. Per quanto mi riguarda, una persona può essere qualsiasi pensiero, purché sappia, quanto effettivamente gli corrisponde quel pensiero. Il mio fine ultimo, allora, non è la Persona, è la vita, nella Persona.

A proposito di "due teste valgono più di una", da Xyz ricevo: si, ho notato. E’ un annuncio?

matitaMettiamola così. Non faccio tarocchi, e neanche la maga Magò: è solo una possibilità, diretta a chi sente il bisogno di avere un interlocutore. Non tanto perché possa risolvergli gli eventuali problemi, quanto perché il discuterli con un altra testa, può calibrare meglio, o un pensare, e/o un agire: tutto qui. Credimi, ho passato momenti, dove il bisogno di un interlocutore era di molto maggiore del bisogno di un amante! Il che, è tutto un bel dire!

Brigatisti e briganti: aprire, o chiudere le porte?

matita Conosco un Sri Lanka. Adulto. Libero. Vaccinato. Non di primo pelo. Cosciente. Non mercenario. Lo porto a casa. Mi dice se può dormire da me, perché, nonostante paghi, ad altri connazionali, 250 euro per il posto letto, nei fine settimana lo sbattono fuori. Perché? Semplice! Perché mentre lui vuole dormire, i suoi amici e coinquilini la pensano diversamente. Dico, va bèh! In sala c’è un letto. In casa non c’è problema! Tuttavia, sarà anche paranoia, non poche campane suonavano allarmi! Così, dopo il bacino della buona notte, dò alla porta una grossa girata di chiavi. Una sera, però, mi dico: cazzo, Vitaliano, non puoi mica essere sempre paranoico! Così, non ho dato la solita girata di chiavi.

Morale della favola, mi sono ritrovato senza ospite, senza portatile, e senza telefonino. Tutti ladri, i Sri Lanka? Indubbiamente no, dal momento che, con altri ospiti di quel paese non ho avuto quel genere di risveglio!  A priori, possiamo distinguere il mendace da chi non lo è E’ chiaro che no! Che fare? Due, le soluzioni nette: aprire le possibilità anche al mendacio, o chiudere ogni possibilità.

E’ indubbio, che la seconda soluzione non ci ritroverà come vittime, ma è anche vero, che la prima renderà vittime della nostra mancata fiducia, non solo i non mendaci, ma anche quelli che cercano di poter diventare veri. Che fare, che fare?! Chiudere le porte in ogni caso, è anche finir di sperare in ogni caso! Chiudere in ogni caso, è anche un morir, ad ogni caso! La sfiducia, infatti, se è vero che da un lato ci difende dai colpi della vita, è anche vero che da un lato ferma la vita, che non porta solamente colpi. Sperare, quindi, è un’investire! Come tale, soggetto a guadagni, o, a perdite. Allora, che facciamo? Chiudiamo bottega perché non possiamo aprioristicamente distinguere il mendace da chi non lo è?

Mi sa che non sto bene!

matita La settimana scorsa, mi pare, c’è stata la festa di Rifondazione Comunista, credo. Stand, libri che parevano usati, dischi che parevano suonati, abbigliamenti da oriente, birre, conferenze scarso seguite, vendita di torte e di robe strane, e giovinezza abbigliata secondo canone, e, cannoni.

Mi è sempre piaciuta, quella festa. Non quella sera. L’ho trovata, sfigata. Sto leggendo Ecstasy di Irvine Welsh. Non riesco ad immaginare vecchi i suoi ragazzi, se non come ruderi. Mi sa che non sto bene!

In quanto Finocchio, godo delle molte forme della paternità culturale che attuo, e di quella adottiva che vedo attuare e che mi corrisponde, ma non godo di quella naturale.

matita Figli sì o figli no, allora, non è domanda che coinvolge il mio presente; coinvolge, però, il senso che conosco della vita. Per quel senso, quindi, dico sì, nonostante un tutto che tutto par fare fuorché saperla colorar di rosa.   Contraddittoria incoscienza, mi si dirà. Vero, ma, solo se smetto di pensar sparito quel colore. E ciò che me lo fa pensar sparito, è, appunto, la fatica di vivere.Quanto, un esistenzialmente affaticato può essere di sereno giudizio verso il futuro? Per quanto mi riguarda, riconosco di poterlo con difficoltà. Rimuovere spazzatura per anni, non è che renda molto ottimisti! Pure, non tutto è spazzatura: è il mucchio più alto; è il puzzolente.  Fare figli, è volgere lo sguardo dal mucchio? E’ tapparsi il naso? No. A mio avviso, è fare, chi ne produrrà meno; è fare quello e/o quelli, che contribuiranno a far calare il mucchio, ad attenuarne la puzza. Altro senso non vedo, al nostro ed al futuro vivere. Altro fato, neanche. Fato e senso da ergastolati già dalla nascita, mi direte. Vero, se li pensiamo (senso e fato) come compito contingente il dato operatore. Non vero, se oltre al nostro orticello pensiamo a quello della vita. Altro senso non vedo, che sollevi la fatica di vivere. Altro fato, neanche.

Caro perdamasco, a me piacerebbe fare la pace con te prima di partire domani.

matita In privato, ho accettato persone, amate sino a che vuoi, ma che non valevano un tuo pelo. In pubblico, però, le bloccavo, immediatamente. Questo, perché, direi proprio per sua natura, il brutto carattere tende ad essere dominante. In privato, passi, ma, scusami la ripetizione, in pubblico no. A meno che, non accetti (o non si accetti) l’imperio dell’altro/a.

Ora, rientrando nel mio caso, ti pare che possa farlo? E, anche decidendo di volerlo fare, che cazzo di verità sentimentale può contenere un prono? Tu dici: non siamo obbligati a stare vicini a tutti, ma stare vicino a qualcuno – se si vuole farlo – significa accettare i suoi limiti – a partire dai propri.

Significa essere in grado di farlo, è vero, Mauro, ma quale parte di te sta parlando in questo momento? La parte Mauro equilibrata, o la parte non equilibrata che giustifica sé stessa? Ti avevo detto che finivo il mio rapporto con te, per perdita di stima, e sono stato sincero, appunto perchè odii gli ipocriti, ma se apprezzi la sincerità, dovevi accettarla, a mio avviso, invece ti sei incazzato.

Cosa dovevo fare per evitarlo? Dirti che mi dividevo da te, perché non mi piace più il tuo dopo barba? Non dubito assolutamente sulle tue generosità, Mauro, ma, il caso delle foto che mi hai tolto, prova che sono asservite ad un carattere che ha bisogno di manifestare il suo imperio, per poter giungere all’equilibrio; equilibrio di acqua con acqua, o di olio su acqua?

Non vi è dubbio, del fatto che sai che la parte negativa del tuo carattere è derivata da traumi, ma, se ancora non sei riuscito a calmierare la parte negativa del tuo carattere, direi che in te ci sono ancora delle ferite aperte. Allora, Mauro, ho accetti quelle ferite perché anche quel male ha contribuito a fare quello che sei diventato, oppure, sei destinato a non avere rapporti veramente paritari, dal momento, che non può certamente dirsi paritario, un rapporto, dove chi ti corrisponde, è destinato, oltre a far la volente parte di amoroso senso, anche quella di parafulmine.

Ma, è indubbio, che si può giungere a far la parte di parafulmini. I casi di assistenza a sofferenti di qualsiasi genere e/o condizione, però, insegnano, che per sopravvivere alle tempeste emozionali di chi si assiste, non si può non considerare, malato, chi si assiste. E, mica per cattiveria, sai, ma proprio per tutelare l’Io del operatore.

Avevo un amico culandra, anni fa. Dottore in Medicina del lavoro, e direttore della zona di competenza. Sui 6 milioni al mese di stipendio. Questi, a quasi quarantanni, ancora si lamentava dei traumi che a suo dire, l’avevano fatto Finocchio. Infine, mi sono scocciato. Ricordo di avergli detto: senza traumi saresti diventato, o un tranquillo Finocchio, o un tranquillo etero, ma, in ambo i casi, forse non di più di un generico operaio. Ti sarebbe andato bene lo stesso? Mi ha risposto che non aveva mai considerato le cose questo punto di vista. Da allora, però, non l’ho più sentito lamentarsi delle sue povere condizioni.

Allora, Mauro, senza quelle ferite, potresti essere, magari solamente un cameriere qualunque, o magari, un insegnante qualunque. Con quelle ferite, invece, sei quello che sei. Non ti basta? Non ti basti? Il brutto carattere, mi ricorda il grido del bambino rinchiuso in una stanza buia. Uomo, però, è saper aprire quelle porte, o, al caso buttarle giù, se proprio non trova le chiavi.

Accertandosi prima, però, che oltre la porta che butta giù, non ci sia nessuno. Neanche chi, da bambino, l’ha rinchiuso dentro. Me lo permetta, infine, il tuo bisogno di sincerità: far la pace, è anche un lasciarci in pace. In questo senso, hai la mia.

La parte politica e la digestione.

matita Sono seduto in terrazza. Indosso un pareo. Accanto, una birra. Fra le dita, la sigaretta. Nulla di tutto questo rimembra la questione politica, eppure mi gira per la testa, come ape, che non ritrova, l’ultimo fiore annusato. Sarà perché elementare, ma la mia visione di essere politico, è presto detta. Lo sono di Centro, se non altro perché gli attributi sono in quel luogo, se non altro perché, al centro delle spalle, ho la mente. Lo sono, di Centro sinistra, perché da quel lato della vita, ho iniziato la mia conoscenza, e dunque, il mio passo. Mi considero pieno Soggetto politico, al momento del voto. Non appena ho consegnato la matita copiativa allo Scrutatore, già comincio a sentirmi il signor Pinco Pallino. In quanto tale, vaso di coccio fra ideologiche ferraglie, mi verrebbe da dire in quanto Pinco, invece, mi dico: fra ideologici sistemi. Per l’insieme di questo, a Michele che mi chiedeva cosa ne pensavo del governo Prodi, ho risposto, che non me ne fregava niente, e che avevo altro per la testa. Risposta un po’ aridina, devo dire, ma era tardi, pressoché mattino. In effetti, non è non me ne frega niente! E’, che, dopo il voto, il tutto, è fuori della mia portata! Così come una partita, al fischio dell’arbitro, è fuori della portata del Calciatore! Perlomeno, sino alla prossima partita, (il Calciatore), e sino alle prossime votazioni, il sottoscritto.

Sarei quindi, un politico qualunquista? Può essere, ma, a mio avviso, sono un politico mentalista! Per ciò intendendo, un Soggetto, che è figura politica, in ragione dell’identità psicologica. Tutto il restante ambaradan ad uso politico, (o ad uso del Politico), a mio avviso, è, per quanto intelligente, solamente un gran bla blà! Essere di parte, per la parte che vive la nostra mente, è peggio, che essere di parte, per la parte che viviamo con la personale cultura politica? A mio avviso, no. Non solo, badando alla mente soggettiva, più che alle conoscenze politiche via via acquisite, potremmo andare addirittura meglio! Se non per altro, perché smetteremo il solito guerreggiar fra Guelfi e Ghibellini! Se non per altro, perché, almeno un po’ alla volta potremo mettere la ragione, prima della passione!

Memorie di un tardo adolescente, e memorie di un tardo bambino.

matita Girando i mobili ho collocato questo pensiero: paranoia, è malattia della mente rapinata della fiducia. Con la condanna alla macina al collo, abbiamo sempre pensato (o ci hanno sempre fatto pensare) che il Cristo si riferisse a chi osa intaccare la purezza sessuale dei bambini; ed è certamente anche così. Altrettanto indubbiamente, però, dovrebbe meritarla chi osa intaccare la purezza della mente di un bambino, e/o quando è ancora bambina; con ciò intendendo, pulita. Il guaio è, che siamo stati, tutti, mentalmente violentati, e che per la nota legge del contrappasso, da vittime che eravamo, siamo diventati, direi tutti, dei violenti. Pare che sia, a causa della legge della sopravvivenza. Il Cristo che conosciamo, pare non l’abbia conosciuta.

Vi sono personalità  e personalità .

matita Vi sono personalità, padrone dei propri concetti, e personalità non ancora padrone. Con le prime sono sintetico. Con le seconde, socratico. Giusto per dire, che so usare sia l’aspirapolvere che la lavatrice, e che non uso l’aspirapolvere per lavare i panni, e tanto meno la lavatrice per lavare la polvere. Certamente, su queste pagine si viene letti anche da personalità non ancora padrone nella gestione dei propri pensieri, e certamente, anche quelle hanno il diritto di capire. Verissimo, ma perché dovrei tenere delle lezioni che non mi hanno chiesto? Per farmi sentire più colto? Per farle sentire più ignoranti? Non, e – s – i – s – t – e!!!

Allora, se è vero che quelle personalità hanno il diritto di capire, è anche vero che hanno il dovere di chiedere di capire! Questo, libera me da ogni peccato d’orgoglio, e libera loro dalla paura di sé. Non mi pare poco!

Se vi spaccio delle consideroputtanate, date pure colpa al caldo.

matita Questa notte, l’ultimo Piccolino della serie ha rotto le palle, e questa mattina gli ho dato il… tfr. Le ha rotte, per l’impossibilità, (è talmente tipica da farmi pensare che sia culturalmente congenita) di calibrare ciò che sa con ciò che viene a sapere, a meno ché, ciò che viene a sapere non confermi delle sue precostituite informazioni. Ho rilevato la stessa situazione, in tutti gli arabi che ho conosciuto: vuoi biblicamente, vuoi coranicamente, vuoi per rapporti di lavoro. Generalizzare è sempre erroneo, dice giustamente il Pabloz, ma, cazzo, possibile che fra tante mosche nere, nessuna bianca?
Nel pomeriggio di sabato, avevo conosciuto un altro nordafricano: algerino. Parliamo. E’ fissato sulle Grandi Domande. Gli dico l’inutilità di farlo. Gli dico che se Islam è abbandono nella volontà del Padre, è il Padre che deve rispondere a quelle domande, e che tentar di rispondere in Sua vece, oltre che sterile, è antislamico. Mi da ragione, ma… Entriamo, poi, in dettagli personali. In virtù di discorso gli faccio riconoscere la necessità di dire almeno a sé stessi, ciò che muove la sua presenza in quel parcheggio: notorio luogo di spaccio di un certo… vizietto. Mi dice che ama la donna sino ad un certo punto, ma che è con l’uomo che si diverte. Giunge al punto da segnalarmi la sua eccitazione. Noto, non colgo, saluto, e mi avvio per lasciarlo. Non dico che s’incazza, ma quasi. A parole sei bravo a svegliare, mi dice, ma poi, lasci lì! Ed è a questo che intendevo arrivare. Noi li risvegliamo, ma poi li lasciamo lì! O, perlomeno, non li prendiamo in carico, quanto basta per collocarli in un nuovo, lì! Lasciati così, fra lì e lì, che altro possono fare se non tornar a rinserrarsi nelle loro fortezze?
avatarLuisaRuggio – Se togliessero il tetto alla tua cucina non potrei vedere meglio di così, ma questi arabi poi dove li incontri? Ieri ho mangiato un buonissimo Kebab, ogni tanto nella tua cucina viene preparatao il kebab? Comunque con quell’idioma dal suono meraviglioso possono chiedere qualsiasi cosa, gli arabi. Ma se lasciati lì per lì tornano dalle donne? Sono in vena di domande stupide. Sarà stato il viaggio. L.
fotina Carissima: i miei arabi li trovo in ambiti deserti. Non tanto perché senza case, quanto perché senza cose. E, non, sai, che loro siano incapaci di averne, di cose, ma perché incapaci di uscire dalle loro “case”. Così, ci vado io. Naturalmente, non ci resto. Loro invece ci restano. Non più come prima, però. No. Non preparo kebab nella mia cucina, anche se qualche volta mi è capitato che si spogliassero in cucina. Il kebab, è un po’ come loro: molta carne (vitalità) e molti sapori, (emozioni) ma pane molle e con poco lievito. Piatto, il loro pane, se ricordi. Un po’ come la terra prima di scoprire che è rotonda.
Come in tutte le culture pre moderne, (qualsiasi cosa voglia dire, pre moderno) lasciati lì per lì, i miei arabi tornano dalle donne quando devono compiere la funzione fisica, e/o la funzione sociale. Prima o dopo di quello, sono pastori in cerca di pastura. In questa ricerca non vanno tanto per il sottile, circa il… campo. L’importante, è che ingrossi e/o ingrassi la parte maggiore del “kebab”. Vuoi un esempio fresco di giornata? Viene a lavorare un marocchino sui trenta. Volenteroso. In italiano, elementare. Gli spiego la difficoltà di comunicare delle informazioni anche complesse, a chi non mi intende. Lo capisce. Mi guarda sorridendo. Appoggia una gamba sulla mia. Mi chiede: durerà per sempre il mio lavoro? Malignaccio, mi dirai, sarà stato un caso, quella gamba appoggiata alla tua! Sarà, ma, perché non ha ritirato il caso? Idioma dal suono meraviglioso, dici? A me non risulta. Mi ricorda, piuttosto, il grattare di un meccanismo non oliato. Mi risulta come dici, invece, quando ti parlano all’orecchio per arrivare al cuore; suono che ha delle meraviglie, se solo il cuore potesse crederci.

Più o meno, anno 60. Sono il più alto del gruppo, e logicamente, in fondo. Il chierico, è quello che diventato prete, pare sia stato mangiato da un leone. Povero leone!

matita
foto in collegio

Si chiamava Cantù: il prete, non, il leone. Era ancora diacono ma lo chiamavamo don. Individuo ipocrita e orrendo; sempre quel prete, non, il leone. Come lo so? Lo so perché l’aveva detto la mia pelle.

Il don Cantù (lo ricordo come oggi) era pappa e ciccia con l’effeminatissimo don Clelio poi segretario del vescovo di Belluno dell’epoca; non che ricevesse tanta corda dal don Clelio, però. Come lo so? Lo so perché il simile vede il simile; e diventa diverso Il simile che vede nel suo simile quello che non gli piace.

Non mi capitavano domande autunnali nei giorni da estate, una volta.

Da anni mi gira per la mente: perché solo gli esposti liberano i miei sentimenti e con quelli, la mia sessualità? Se amore è corrispondenza di stati, (naturali, culturali e spirituali) che cavolo di corrispondenza posso costruire con gli esposti, se non, ed al più, su base naturale? E, perché, su di una chiara passione naturale mi metto lì a costruire degli amorosi castelli?

L’amore è comunione, dicevo. Se culturale no, con la naturale, c’entra quella fra spirito e spirito? E di quale stato quella comunione, se negli esposti, non può non esservi sofferenza? C’entra una amore su basi di reciproca sofferenza nello spirito? E se c’entra, cosa amo, in quegli esposti: la gioia dell’amore, o una sofferenza in cui mettere la gioia dell’amore che, caso per caso, sono capace di vivere e di far vivere?

Non ho mai amato un’identità spiritualmente compiuta. Al più, desiderata, e poi, vista e dimenticata se rifiuta il mio desiderio. Ne ricavo, quindi, che amo (e/o cerco l’amore) solo in chi è spiritualmente sofferente.

Desiderio da superiorità? Non direi. In quel desiderio si cerca il possesso sulla persona, non, la persona. Un desiderio da superiorità, motiva la passione più che l’amore. Desiderio da inferiorità? Non direi. Al più, mi ci metto, in inferiorità, ma solo come tattica di battaglia non come desiderio di perdere la guerra che è dei soli sentimenti masochistici. E, masochista non sono: al più, molto tollerante. Almeno sino a che non mi girano le palle!

Per quale corrispondenza, allora, dal momento che corrispondenza è implicito desiderio di uguaglianza? Non mi rimane che una risposta: corrispondo con gli esposti perché sono un esposto. A che livello? A livello di relazione personale e sociale, col cavolo, che mi considero un esposto! Se ne sono ben accorti, quelli che lo credevano!

Certamente lo sono, però, perché infinite condizioni hanno disintegrato la mia totalità, ed amare, è pur sempre, un ricostruire l’amore abbattuto! Il nostro, quando non quello dell’altro, o dell’altra. Al punto, nell’esposto, amo lui, o amo me, in lui? E se amo me, in lui, e lui è solo strumento della mia ricostruzione, posso dire che amo o devo dire che uso?

E’ indubbio, che se si usa non si ama. Altresì è indubbio, però, che per giungere all’amore, è necessario un reciproco uso. Cosa legittima, allora, il reciproco uso? Direi, secondo il fine. Il mio fine, è far crescere chi si ama. E, dal momento che amo solo i bassi di statura, altresì ne ricavo, che amo complicarmi ulteriormente la vita! 

Perché, amo far crescere chi amo? Lapalissiano. Perché, facendo crescere l’altro, cresco io. Direi, allora, che l’amare diventa amore, tanto quanto siamo i ricambiati soggetti di quel crescente fine. Morale di questa favola: io amo, o io desidero, è risposta che possiamo conoscere veramente solo alla fine (contestuale o esistenziale che sia) ma, e intanto?

Intanto, amiamo!

nord

Fra uomini e donne perché m’impiccio?

matitaAd avere una visione distaccata del rapporto uomo_donna, forse, è l’Omosessualità, ma, non per questo, lo è quella di un Omosessuale. E non per questo c’è l’ho io, la distante visione che, in quanto sessualmente disinteressato, dovrei, “logicamente”, avere. Per ignoranza, o per non vicinanza, o per non corrispondenza, o per non esistenza a me prossima, può essermi distante una data cultura, persona, paese, ma, tutto mi è prossimo, per sensibilità, e/o sensibilizzazione, perché mi considero, vita della vita, o con le parole del Poeta: non un’Isola! Questa mia sensibilità, e/o sensibilizzazione, è, quello che sono: determinante in quanto atto della mia cultura maschile, ed accogliente in quanto atto della mia cultura femminile. Essendo il posseduto – possessore di due spiriti della vita, (di due forze), è chiaro che non posso essere distante dal rapporto uomo – donna, perché quel rapporto fra Uomo e Donna, è in me: sono io. Questo in primo. In secondo, vivo, guardo vivere, mi guardo vivere. E, naturalmente, mai che stia zitto una volta!

Cazzi acidi per tutti, se fossi in Palestina!

matitaNell’ultimo viaggio turistico che ho fatto (era anche il primo, e mi sa che sarà anche l’ultimo) sono capitato a Roma. Per un paio di notti ho alloggiato in una casa diroccata in cima al Monte dei Cocci, al Testaccio. Giusto per dirti che quando si tratta di classe non mi faccio mancare nulla!  Mi aveva alloggiato un piccolo (piccolo per i miei sentimenti materni, non piccolo per età) che avevo trovato al Colosseo fra un infinito odore di piscio di cavallo. Chiedo al piccolo di farmi fare un giro per Roma. Mi carica su di un paio di tram, è oplà, accontentato nel giro di manco due ore. Preferiva andare a Ostia, lui! Per fartela corta, su di uno dei tram, il guidatore mi dice: qui non si fuma! Giusto! Quello, però, aveva in bocca un sigaro acceso! Non saprei dirti da dove mi sia saltata fuori quell’arroganza da Romoletto a Castro Petrorio, fatto stà, che l’ho sfidato, (lui, un armadio a tre ante rispetto a me) accendendo immediatamente una sigaretta! Morale della favola: lui non ha buttato il sigaro ed io non ho buttato la sigaretta. Punto! Piccolezza, mi si dirà. Vero, ma, quell’atteggiamento mi è saltato fuori anche in altri più seriosi casi. Capitano, nei gironi della notte.

Non sono forte fisicamente. Cosciente di questo, rifuggo lo scontro fisico. Sono certo, però, che saprei trovare anche della forza per affrontarlo (mi è capitato) ma, generalmente, mi manca il detonatore principe: l’odio verso l’altro. In Palestina non è che manchi. E se fossi palestinese, anche mio malgrado mi ci troverei alimentato. Non avendo forza fisica ho dovuto supplire. Così, sono sempre uscito dai miei guai usando due armi che conosco bene: la parola, e la maniera di porla. Cazzi acidi per i miei avversari, se fossi in Palestina, armato di odio, di parola, e di maniera di porla.

Alla pizzeria Sajonara di Verona, notturna ragazzaglia condivideva stesse notti, stessi letti, stessi ricordi.

matita Autunno del 71. E’ sera. Entro nella pizzeria. Mi sento un po’ la burba in mezzo ai nonni. Pugnalate e coriandoli fra tavolo e tavolo. Mi dicono di non preoccuparmi: è la solita sfida di burletta! Un amico, la Simona, (odontotecnico con trapano a pedali) mi presenta alla corte dicendo: questo è Silvio Pellico e le sue prigioni. No, dice un tizio che non conoscevo (la Gabì) è la Gazzabinskcaja! Così battezzato, sono stato quell’avatar per tutta la primavera di giovane uomo, di giovane Finocchio, di giovane in tutto. Avevo 26 anni. Si chiamava Marco, il battezzante. Orefice. Rapinato da balordi, (un cesso di amante fra quelli) ha dimostrato di avere dei coglioni che molti etero si sognano. Ma non sono bastati. Pugnalato e legato ad un albero, era riuscito a liberarsi dalle corde, ma non dalle ferite. E’ morto poco dopo. Con fatica da lottatore, mi è stato detto.

In quella compagnia c’era un trentenne. Spaventato insegnante. Non tanto dalle materie spaventato, quanto dal materiale scolastico che trattava. Nessun minorenne, tuttavia giovani. A lui non piacevano i giovani, se non come bellezza in sé. Temeva il loro giudizio, però. Non tanto per sé stesso, quanto per le conseguenze sull’insegnamento e sulla professione. Si armava, così, di grandi occhiali scuri, e di arcigne commedie! Non ci credeva nessuno. Si chiamava Gigi: Gigeria per gli amici.

Non chiedetemi in quale Natale, ma quella sera, la Gigeria ed io siamo andati a vedere gli Aristogatti. Eldorado di risa la scena del notaio sulle scale; tre passi avanti e sette indietro, mentre, trepidante, e se ricordo bene, svanita ma di classe, la Signora l’aspettava sulla cima. Siamo in Piazza Bra. La Gigeria aveva una cinquecento gialla. Tenuta a puntino. Antistante la Gran Guardia, incauta, una macchina aveva parcheggiato un 50 centimetri dal marciapiede. Noi, arriviamo. La Gigeria vede la macchina parcheggiata. La strada non è larga meno di una trentina di metri. China sul volante, (neanche guidasse un chissà quale tir) comincia a dire: oddio, ghe vago dosso, oddio, ghe vago dosso, oddio, ghe vago dosso; e ci siamo andati, addosso!!!! A non più di 20 all’ora! Guidatrice da Singer, la Gigeria! Dopo anni, (ci eravamo persi di vista) la amiche mi dicono che è morta. Infarto. Passeggiando in riva al lago. In compagnia di un amante. Militare.

Ho avuto a che fare con le Forze dell’Ordine. Io ci metto le storielle. La morale, mettetecela voi.

matita Dragando lungo le rive dell’Adige, anni fa, ho trovato una borsa con dentro una patente. Ligio al dovere la porto in Questura. Non capisco perché mi fanno fermare più di un ora. Lo capisco quando giunge giunge la borseggiata. Capisco inoltre di essere soggetto ad un confronto all’italiana: di quelli, evidentemente ufficiosi. Per mia fortuna, capisco anche questo solo dopo, la borseggiata riconosce che non solo il borseggiatore. Mi domando, con terrore, e non scherzo, come me la sarei cavata se la borseggiata, sia pure in buonafede, avesse detto: è lui! Mi domando inoltre, come si può pensare che un borseggiatore sia così cretino da portare in Questura una parte del malloppo sia pure sotto forma di patente. Venerdì scorso, all’interno di un cartone messo sotto un’aiola dove lavoro trovo un portafoglio. Sempre ligio al dovere, ma memore della precedente esperienza, questa volta lo porto dai Carabinieri. Il portafoglio era di un extracomunitario. Conteneva la patente, la carta di identità, il codice fiscale ed un agendina telefonica. Dopo più di due ore, mi fanno fermare il verbale. Una quindicina di righe in tutto. Due ore! In quelle due ore, prima di me e a colloquio iniziato, una persona che denunciava un danno. Dopo di me, altre due persone, una delle quali, rapidamente mandata alla Polizia postale per un furto di scatti subito attraverso Internet. In quelle due ore, l’apertura e la chiusura di un cancello, è stato l’impegno maggiore che ho visto dei due appuntati nella guardiola all’ingresso. Mettiamo quindici minuti? E mettiamoceli! Nel resto del tempo, e a meno che non mi sia sfuggito qualcosa, puro cazzeggio.

Firmo il verbale leggendolo di corsa. Se non ci si fida nella Caserma dei Carabinieri dove altro dovrei fidarmi? Uscendo, lo rileggo. Nell’elencazione manca l’agendina. Che faccio? Glielo dico? No, mi dice una voce diavoletta. Non vorrai mica stare lì altre due ore, vero?! Vado verso casa. In una strada adiacente il muro dell’Abazia di s. Zeno, arriva verso di me una macchina della Polizia. La strada è stretta fra una fila di macchine sulla sinistra, ed uno scassato marciapiede sulla destra, così, mi fermo quasi appoggiato su una macchina, e li lascio passare. Credete che abbiano alzato almeno un ditino per dire grazie?! Ma neanche per idea: come dovuto. E’ vero! Non tutti sono così! Ma, perché, molti sono così?! Carenza professionale? La divisa come terapia delle carenze? Per uno strano capovolgimento di ruolo, cioè, da servizio al cittadino, a serviti dal cittadino? Per il bisogno di manifestare un machismo, che il più delle volte si fa fatica a distinguerlo dalla mera cafoneria? E non mi si venga a dire “che non si può morire per 1200 euro al mese?, (cito il titolo di un giornale) che non lo dovrebbero neanche quelli che prendono (se li prendono) 3 euro l’ora.

Aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaahhhh!

matita Esco dal supermercato. Nessun casinista nel giardino. La panchina è libera. Mi siedo. Mi descamiso. Tolgo le calze. Muovo le dita nelle ciabatte. Ho i pantaloni, completamente punteggiati di cera nera. Sembro, na’ mitragliata del 43. Rovisto nel sacchetto. Tramezzini al salmone come antipasto. Tramezzini al tonno e insalata russa come piatto. Ananas a pezzetti poi, e per finire, un cestino di fragole, rigorosamente non lavate! Leggero ruttino. Sigaretta. Leggo il giornale a grandi falcate. Non ho voglia di rumori. Lo chiudo. Altra sigaretta. Mi guardo attorno. Il mondo gira. Oltre l’aiola.

Già!

matita Un amico che non mi vedeva da tempo nel giardino, m’ha chiesto se non ci ero più venuto a causa di una banda di moldavi che picchiava e derubava i Finocchi. Da un paio di questi, mentre era in compagnia di un suo amico arabo (amico, non amante) ha sentito dei passi di corsa dietro di lui. Si gira. Vede chi correva. Con lo stesso velocistico impegno di quei parassiti, taglia la corda. La sera dopo, rivede l’arabo e lo rimprovera per non averlo difeso. L’arabo gli risponde: che vuoi che faccia! Io ci vivo, qui! Già!

Sono sul lavoro. Decido che ne ho abbastanza. Vado a prendere un caffè.

matita Percorro il porticato. Mi cade l’occhio su una forma stesa sul pavimento. E’ girata di fianco. In posizione da sonno. Piove della madonna, anzi, grandina. Mi avvicino. Lo scuoto. Non reagisce. Lo rovescio di schiena. E’ straniero. Indiano. Respira. E’ già qualcosa. Pur sentendomi pienamente cretino, gli dico che non può stare qui. Borbotta. Mi fissa. Non mi vede. Chiamo il 118. Il 118 chiama la Polizia. Arriva la Polizia. Arriva il 118. Lo rimettono in piedi. Non ci sta. Lo reggono. E’ completamente ubriaco. Quasi perso. E’ chiaro che non capisce quello che gli chiedono. E’ chiaro che non capiamo neanche noi. Nessuno sa cosa fare. Uno dei due poliziotti lancia una proposta: se lo mettiamo sotto l’acqua, vedrai che gli passa tutto. Vero. Anche annegandolo, probabilmente. Alle domande dei soccorritori, l’indiano continua a dire no – no! Fa giunto le mani all’altezza del volto. Ogni tanto si abbassa per toccare le ginocchia di uno dei poliziotti. Uno dell’autoambulanza dice che non può portarlo via perché l’indiano dice sempre no, no. Io, che non sto mai zitto, gli obbietto che se una persona non è in grado di connettere per il si, che cavolo di valore può avere il suo no! Quello mi guarda. Tace. Non sa cosa rispondermi, evidentemente. O forse, ha realizzato, che a differenza dell’Indiano che se le mette sul volto, io le mani le metto sulle palle! Giusto per vedere se ci sono. Giusto per sentire se hanno peso. Giusto per capire cosa valgono. Ma tutto è bene quello che non finisce peggio. L’indiano pare riprendersi. Lo caricano sull’autoambulanza. Lo siedono. Vedo che guarda il posto dov’era steso in due dita d’acqua fredda sino a qualche momento prima. Chissà a cosa passa per la testa, a chi, anche in un gesto di immediato passato, vede, forse, il suo futuro.

Non l’India, direi.

Lo vedo sul davanzale di una casa costruita in economia.

matita L’avevo conosciuto qualche tempo prima. Ci aveva uniti una reciproca malìa. Ogni tanto ci si vedeva. Ci si salutava. Sta parlando al cell. E’ in calzoncini. Aderenti. Tanto aderenti. Quasi superflui. E’ questione di un attimo. Di un giro di pedali. Non lo vedo più. Non con gli occhi. Potrei dirvene ogni linea. Se potessi farvele scorrere con le dita, vi commuovereste. Anche la bellezza può essere un pianto. Non da tutti. Non per tutti.

Prassitele, forse.

Il sesso e la lampadina.

matita Giusto per togliermi qualche ragnatela all’apparato, ieri sera stavo uscendo. Prima, però, decido di rispondere ad un commento. Destino o fatalità, questo ritardo sulla decisione permette l’arrivo di un mio amante. Sui 40. Piccoletto e torsolotto. Tunisino. Possibile spaccia. Senza cielo, né terra. Elementare. Spontaneo. Strumento che ottimizza la strumentazione. Sale. Sale, mi abbraccia, e via facendo. Terminato, il faccendo con reciproco piacere, diventiamo due estranei che solo la reciproca confidenza e cortesia, tiene ancora uniti per quel tanto che basta per il bacino finale, tuttavia, se dovessi seguire quello che sento lo manderei a rivestirsi in cortile. Soddisfatto il piacere, infatti, mi sento come una centrale che ha prodotto luce solo per una lampadina. Il che può andar bene per case che non hanno più di una stanza. 

Ore otto e qualche minuto!

matita La srjlankiana collega mi dice che l’operaio se n’è già andato perché aveva mal di pancia. Morale della favola: quasi tutto da fare. Panico! Trovo altri due operai, ma, da lunedì, perché prima vengono gli amici! Etica invidiabile, ma intanto che faccio? Glielo racconto alla polvere?! In qualche modo tampono. Finisco nel tardo pomeriggio. Avete presente le acciughe? Sono così! Vado a prendere sigarette e giornale. Voglia di andare subito a casa? Zero! Voglia di farmi da mangiare? Zero! Vado dal mio Kebaccaro. Gli ordino una porzione grande di patate fritte. C’è un caldo boia, all’interno del 2 x 2 che osa chiamare negozio. Prendo una sedia e mi siedo sul marciapiede. Apro la prima birra. Pardon, la seconda! Non potrei stare sul marciapiede, ma per fortuna, il vigile che può confermarlo non passa, o deve ancora nascere.

Passa una vecchia culandra. E’ la versione maschile della vecchietta con i due cagnetti che avrete visto in Un pesce chiamato Wanda. Mi cade l’occhio sui suoi pantaloni: la riga è perfetta. Rifletto sull’età, e sul rifiuto di arrendersi. Passa un’anziana accompagnata dalla figlia. Non l’ombra di un grasso nell’anziana in emiparesi facciale, non l’ombra della figa che deve pur esser stata la figlia: ora, madre compita, ma, sepolcreto della passera. Mi capita di vedere ogni tanto delle donnone africane o latine, più larghe che alte, eppure, ancora così femmine! Cos’è, che abbiamo sbagliato?!

Ordino la terza birra e una porzione piccola di patate. Dico all’amica commessa, e filarino dello spacciatore di farinacei, non sposarlo! E’ un bandito! Ride. Deve già saperlo. La capisco. E pakistano, lo sciagurato! Ti sorride come fossi l’amante della sua vita mentre ti pugnala il fegato con un olio che te lo raccomando, e che tu sai mentre fai finta di non sentire i rigurgiti dei suoi delitti! Dio, se almeno lo facesse alla Bin Laden, in qualche modo potrei anche difendermi, ma chi mai si è difeso quanto basta, dagli Arsenio Lupin?!

E ordino la quarta birra.

Passa un ragazzo sui venti. Tutto a puntino. Ivi compreso la cinghia bianca dei regolamentari Gabbana: pantaloni che paiono cadere dalle anche ad ogni passo, ma che non è vero pericolo, sostengono le chiappe, smentite complici (d’induzione a reato) dal fatto che il ragazzo continua a tirarseli su. Lo stesso tic anche nelle ragazze che portano le mini. O meglio, delle giustificazioni che spacciano per sottane. E che cazzo, ragazzi! Abbiate il coraggio delle vostre opinioni! O su, o giù! Che in mezzo, oltre che alla virtù, c’è anche l’ipocrisia! Così ragionando, dico di no alla quinta birra e me ne torno a casa. Giusto per recuperare il fiato andrò a dormire un po’. Al risveglio, vedrò di fare in modo di alimentare le illusioni di qualcuno, e poi, andrò a sperimentare la riuscita dei miei trucchi.