Droga: gatta da pelare.

manofronteDa sempre sostengo che la droga ha due fasi: quella di essere il balocco dei lucignoli, e antidoto, per quando si ritrovano alla stanga degli Sputafuoco. La droga è un tumore in metastasi. Così il tossicodipendente è diventato funzionale sia al sistema antisociale che a quello sociale. Al sistema antisociale lo è diventato tossicodelinquente per ovvie ragioni. Al sistema sociale, invece, perché si oppone a quelle ragioni. La Repubblica di oggi racconta che in casa di un ragazzo di 16 anni hanno trovato 600 pastiglie di estasy! Un ispettore di polizia mi diceva che l’unica cosa che può fare veramente, è tagliar le punte alle erbacce che spuntano oltre un convenuto limite. Per implicite cose, ciò significa che l’unica utopia praticabile rimane solamente quella che dicono “riduzione del danno”: riduzione, che, indubbiamente è riduzione del dolore, ma che non è risoluzione dell’errore. Risoluzione dell’errore lo diventa dando la droga come antidoto alla droga. Risoluzione al 50%, però, perché l’antidoto non cura la parte amorale e/o asociale, che nel frattempo ha costituito l’iderntità del preso da droga! E, allora? Allora dovremmo accettare l’idea che ognuno è via delle sue verità, e se malsane quelle verità, si facciano carico i referenti sociali e/o religiosi, del dovere di curare il possibile rendendolo meno impossibile.

Datata Marzo 2007 Corretta e meglio mirata nel Marzo 2020

grurit

 

Cara amica

L’alcol passa. La negazione resta

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manofronte

L’alcol è il “medico” che cura la depressione di chi non vede potente la propria identità: vuoi in sé stesso, vuoi nel sentimentale, vuoi nel Sociale, vuoi nell’insieme dei casi. La depressione può avere origine naturale, ad esempio, una deficienza fisica: vera o presunta che sia. Può avere origine culturale, ad esempio, l’impossibilità a vivere una propria idea: vera o presunta, presente o passata che sia. Il vario insieme delle impotenze può generare una più totalizzante depressione: quella dell’essere. Con questa analisi è come se ti avessi detto tutto e niente: me ne rendo conto.

Ti ho detto tutto perché ti ho mostrato com’è fatta una macchina, ma non ti ho detto niente perché non ti ho detto il nome, (la specifica causa della depressione), della macchina – depresso. Anche se potessi dirti qual’è lo specifico nome, comunque sarebbe sbagliato dirlo. Vuoi perché i modelli di personalità sono infiniti, vuoi perché ognuno deve essere il proprio modello. Per tale scopo, ognuno deve farsi secondo l’idea di sé, non, secondo l’idea di altri. Se ognuno deve farsi il proprio modello secondo l’idea di sé e non secondo l’idea di altri, a che servono queste righe? Secondo me, vorrebbero ricondurre la mente di chi ha perso di vista il proprio capo (l’originale sé) entro delle generali linee guida.

Poiché la parte inconscia di noi è largamente maggiore della conscia, non sempre sappiamo chi è il nostro sé originale, tanto più, quando non lo vogliamo sapere, o, sapendolo, non lo vogliamo accettare. La negazione di noi è una delle maggiori cause di depressione. Depressione che conduce alla mania di persecuzione, (paranoia), che conduce alla violenza come mezzo di evasione da una insufficienza vissuta come una gabbia. L’alcool sembra guarire la depressione perché sotto effetto tutto si semplifica, però, l’effetto semplificante dell’alcol passa, ma, la negazione resta. Il che significa che l’alcol è la medicina che prima illude e poi delude. Alla constatazione, si innesta il giro vizioso di chi, non volendo o non sapendo risorgere da sé stesso in altro modo, allontana la delusione ricorrendo costantemente all’illusione, ma a questo punto, l’alcol serve solo a sé stesso. Come per tutte le droghe, d’altra parte.

Una volta presa la ragione fisica e psichica dell’individualità per mezzo dell’alcol, la malattia che è stata la culturale negazione di noi, sarà costantemente “guarita” da un’alcolizzata negazione di noi. Tornare daccapo, è sperimentare daccapo la vita: è tornare come i bambini che assaggiano la vita, allo scopo di dargli il nome che distingue ciò che a loro è giusto e/o sbagliato. Per sperimentare sé stessi non occorrono dei grossi muscoli, tutt’al più, occorrono delle grosse palle. L’ideale sarebbe poter avere grandi muscoli e grosse palle, ma, non da oggi abbiamo capito, che nella vita non si può avere tutto! Se può consolare, di per sé, nessuno ha delle grosse palle. Le palle ci diventano grosse, solo se troviamo il coraggio di affrontare le bestie che ci dilaniano: i dolori e gli errori.

Giugno 2006

grurit

Porte e finestre

Possiamo far entrare dalla finestra, la droga che abbiamo fatto uscire dalla porta?

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manofronte

Solamente socializzando la droga si potrà più chiaramente separare la personalità tossicodipendente (l’assuntrice) da quella tossico – delinquente: assuntrice e spacciatrice. Socializzandola non è che avremo meno tossicodipendenti (come non è neanche detto che ne avremo di più) ma senza dubbio, o avremo meno tossico – delinquenti o sapremo chi lo è. La socializzazione della “roba”, inoltre, permetterebbe a chi ne fosse preso di poter meno drammaticamente rientrare sia in se stesso che nel contesto famigliare e sociale che ha lasciato. Lo potrebbe, sia perché l’avrebbe lasciato solamente in parte, sia perché è indubbiamente più facile recuperare un corpo che una mente, tanto più quando è tossicodipendente per contesto, ma non necessariamente tossico – delinquente per cultura o per animo.

Datata Luglio 2006

grurit

Sereno o sirena?

manofronteA mio conoscere, “droga”, è tutto quello che fissa un arbitrio, e “gabbia”, tutto quello che lo rinserra. Pertanto, lo può essere anche una qualsiasi ideologia. Riproponiamoci, allora, affermazioni e domande, e rispondiamoci secondo coscienza. Occhio, ai canti della coscienza! Non sempre siamo in grado di capire quando è giudice sereno, o quando è giudice sirena.

Datata Luglio 2006

grurit

Gli stati della droga

Leggera, pesante, pantano.

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manofronte

Dalla scelta proibizionista si è formata la figura Tossico_delinquente. Con la scelta antiproibizionista si protrarrebbe la sola figura Tossicodipendente. Quale delle due è più “facile” recuperare? Se la seconda, perchè lo Stato, si rende e rende la vita più difficile? In conseguenza di una scelta antiproibizionista è chiaro che al mondo asociale mancheranno clienti, ma questo, non farà altro che riciclare la sua attività. Per la stessa scelta, anche a quelli che si occupano di tossicodipendenza mancheranno clienti, ma, sapranno o potranno riciclarsi anche loro? Dove la politica sociale non indica ai suoi operatori, come di uscire dalla Droga senza per questo restar disoccupati del motivo che li fa vivere, gli stessi, cosa difendono? Un’idea proibizionista, o un posto nella vita non disgiunto da un lavoro? Come vede, oltre che leggera o pesante, la droga è anche pantano. Ci sono statistiche al proposito?

Datata Agosto 2006

grurit

Droga e vita

povere cose se la vita da droga e la droga non da vita.

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manofronte

La droga è morte ma il suo principio è vita: la sua in un’altra. Mercante di vita è colui che tratta ciò che vende: la vita. Qualsiasi personalità che cede i propri valori di vita, rende cosa la vita. Tra tutti i mercanti della vita ridotta a merce, la personalità t.d. e quella che più si rende merce per avere vita da trattare come cosa da ridurre a merce. La personalità t.d., dipende così tanto dalla cosa che è la sua vita da non permettere che esca dalle vene della sua vita: povera cosa se piena di ”roba“. Con la ”roba“, la Personalità t.d. è in assoluta simbiosi fra cosa e vita: essa ausilia la cosa che lo ausilia di vita: povera merce se fatta di cosa. Tacere fa male ma anche dirlo fa male. Nessuna esclusa, tutte le Personalità t.d. riducono se stessa a merce per poter avere della cosa e, tutte, sono mercanti della stessa merce: vita e cosa di vita, in una vita che hanno ridotto a cosa. Si grida: ” spacciatori pentitevi! Chi vende sè (cuore della vita) per avere della cosa a vita non se lo può permettere. La Tossicodipendenza può far giungere non solo sino a questo punto ma molto più a fondo. La dove la cosa che è stata vita incontra la Vita: ben altra cosa! Quelli che vendono la vita per possedere della vita, quelli si dovrebbero pentire. Forse allora non ci sarebbero più Persone intossicate da cose elevate a vita e non ci sarebbe chi spaccia merci chiamandole vita.

grurit

Delizia e nequizia

manofronteLa sua affermazione (la droga è un anestetizzante) non mi giunge nuova: sarà perché l’ho pensato anch’io. Ammesso che la droga anestetizzi anche il piacere, quali generi di dolore anestetizza? Quelli della “fatica del vivere” la Natura della propria Cultura in pace con il proprio Spirito? Se fosse, in una malata perché errata ricerca di se stessi, allora la droga è “medicina”. Se fosse, che senso ha rendere tossico – delinquenti quelli che pur dipendendone, lo sarebbero naturalmente ma non culturalmente se solo fosse socializzata? E’ se la droga anestetizzasse ogni dolore alla forza della vita: lo spirito? Se fosse, sarebbe la protezione massima, ma, sarebbe “mamma” o “mammana” ? Non so quanto sia vero che la droga sia mamma: certamente la droga procura un alveo psichico che alla mente dell’occupato da quella sostanza può ricordare lo stato placentare.  Se fosse, chi la usa lo fa per tornare indietro sino al dentro, cioè, sino al suo principio? Se fosse, allora la droga è la via che porta all’agognato bene di principio? Se fosse, quello della madre della sua vita o di quello della vita come madre? Se la droga fosse la via che lo porta alla ricerca del dentro (la placenta della madre come principio del suo bene o la placenta della vita come madre) allora, rivelandosi l’errore del mezzo, potrebbe o non potrebbe anche essere un ausilio alla conversione in fuori da ciò che lo prende della sua ricerca? Nei casi più provati e, dunque, di più indebolita volontà, perché no, se la droga è anche medicina? Se chi usa la droga lo fa per tornare indietro sino al dentro, allora, intossicante è la droga o un fuori che motiva la ricerca a ritroso? Se fosse, allora anche la droga potrebbe essere un veicolo medicante perlomeno quanto una vita personale e sociale non avvelenata dalle tossicità sociali che (in ipotesi ma mica tanto) controbatte. Il proibizionismo con il quale ci curiamo degli avvelenati dai tossici che produciamo, che senso ha se il proibire procura dei dolori che, nei casi che abbiamo fatto diventare più gravi, solo la droga può anestetizzare? Per liberare e liberarsi dalla droga perché non cominciamo col liberarci da precostituiti giudizi, dal momento che questi non fanno altro che inchiodare più pesantemente la condizione del drogato?

grurit

La droga

 

 eleva la vita alla cima dei costi.

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manofronte

Dire che, drogandosi, la personalità t.d. dipendente può elevarsi a cime culturalmente sublimi, e che quell’elevazione gli costerà la vita potrebbe essere un’idea ”o forse solo un’astrazione”. Per il preso, la droga è sempre un bene. Anche quando é male o fa male. Non c’è nulla che la droga non possa coprire. Per questo, è il massimo degli amori e massima amante. Per avere ciò che deve avere per essere preso da quell’amore e da quell’amante, la personalità t.d. non può che pagare (e/o far pagare alle realtà che si oppongono a quella scelta) i suoi proibitivi costi. Le realtà che si oppongono alla scelta ”droga“, salvo rare eccezioni, non fanno altro che fare quello che fa la droga: iniettano estranee cure nella vita che, per amore e/o per legge, si sono fissati di recuperare. Poiché, nel bene e nel male, la Persona è la ragione e i valori della somma delle proprie scelte, per non costringere quelli che voglio vivere la proprie a rubare la vita, più che liberare la droga si dovrebbe liberare la vita. Rendere delinquenti le scelte (proibendole) non significa migliorare la comprensione sui valori della vita ma per la gran parte delle volte, solamente renderne impossibile ogni tentativo di modifica. Ammesso che vi siano scelte per molti versi non drogate, liberiamo le scelte anche se drogate e, senza discuterle moralmente e/o penalizzarle affettivamente e legalmente, opponiamoci al dolore. Ecco, proviamo a ripartire anche da qua.

grurit

Droga: croce e illusorio cireneo.

 

Questa non è un lettera: è una conferenza spacciata per lettera! Peggio ancora, ma, purtroppo, è un soliloquio. Avete presente quando si pianta una sonda per cercare l’acqua? Magari venisse subito limpida! Invece, prima viene il fango. Da me, sonda, è venuto fuori del fango per anni. Solo adesso sta venendo fuori dell’acqua. Non sempre potabile, per carità, ma, almeno, chiara. Ora, però, mi manca la forza che avevo quando davo fango pensando fosse acqua. Ci sarà ben della giustizia in tutto questo, ma, mi venga un colpo se capisco dov’è!

manofronte

“Come Associazione e persona sono vicino a Dipendenti da tossico sostanze, in età variante dai 30 ai 40 anni. Sono età, nella quale il sapere e la vitalità si amalgamano con la riflessione. Tuttavia, su di loro imperano ancora le sostanze legale ed illegali. Sono imperi che mostrano la corda ai tossicodipendenti che le dico. Nel riconoscerne tutti i fili, (anche se nel non contrapporre azione di rigetto), sta, la loro maturità. Nella contrapposizione fra ciò e chi opera per il loro recupero, e ciò di chi opera per mantenere lo stato quo del tossicodipendere, la persona td. sta, come la corda del gioco. L’opera di trazione cui è sottoposta la personalità tossicodipendente, è sfibrante, logorante, angosciante. Se la “pera” ha tanta presa, è anche perché cura quegli stress. Non da meno stress, sono soggetti anche quelli che operano contro la Tossicodipendenza. Questi, si devono difendere da quello che il Tossicodipendente butta loro addosso sia volente che nolente. Vi sono di quelli che si difendono, essendoci solamente con la professione. Incauti quelli che credono di essere difesi perché ci hanno messo la vita. Comunque sia, vuoi prima o vuoi dopo, ambedue i generi di comportamento vengono lesi dalla costante frustrazione, che, per servitù alla droga, il Tossicodipendente non può non provocare. Così, fra “tossici” e antitossicità, la droga inietta un’altra faccia del suo veleno: l’inimicizia. Sarà anche una inimicizia educata, amorosa, ma sempre velenosa, ed avvelenante, è. Volentemente nolente, il Tossicodipendente in questa situazione sente che tutto gli è nemico. Sia l’antisociale, (per quanto sia passivo – attivo complice), sia un Sociale, che non riesce ad essere sufficiente amico perché non sufficiente “pera”.” Non c’è pippa di ragione, che sappia dire la solitudine che è in questi casi e su ambo i fronti. Solo il cuore lo potrebbe, ma, lo vendono a poco. Forse perché è considerato a livello frattaglia. Quindi, non rimane che la “roba”! Il senso placenta che da, rimane un amico anche se sanno che li isola da qualsiasi alternativa. Se ne rammaricano ma finiscono per coprirsi, perché fuori, fa freddo. In attesa di capire che non si può osteggiare una intossicazione di quel genere, o rimanendo da parte, o sostenendo una parte, o rinchiudendola in vari modi dentro una parte, il Tossicodipendente sta, senza arte e ne’ parte, o si fa per continuare la sua parte, se non proprio l’arte. E’ vero che il “farsi” è sod – disfarsi, ma è anche vero che è medicarsi, oltre che, identificarsi. I tempi e i respiri della vita non hanno nulla a che spartire con ideologie legali e/o terapeutiche. Ma le terapie sono costi e, i costi, rendono merce la vita. La vita trattata come merce, ci condanna a riprendere in carico, la vita che trattiamo come merce. L’unica virtù che non rende merce la vita, è la gratuità. Sarebbe una grandissima gratuità, già il capire, che se la droga è il piacere che fa male, in successione, è il male che solleva dal piacere che fa male.”

grurit

 

Droga e soliloqui

Avete presente quando si pianta una sonda per cercare l’acqua? Magari venisse subito limpida! Invece, prima viene il fango. Da me, sonda, è venuto fuori del fango per anni. Solo adesso sta venendo fuori dell’acqua. Non sempre potabile, per carità, ma, almeno, chiara. Ora, però, mi manca la forza che avevo quando davo fango pensando fosse acqua. Ci sarà ben della giustizia in tutto questo, ma, mi venga un accidenti, se capisco dov’è! Come Associazione e persona sono vicino a Dipendenti da tossico sostanze, in età variante dai 30 ai 40 anni. Sono età, nella quale il sapere e la vitalità si temperano nella riflessione personale. Tuttavia, su di loro imperano ancora le sostanze legale ed illegali. Sono imperi che mostrano la corda ai tossicodipendenti che le dico. Nel riconoscerne tutti i fili, (anche se nel non contrapporre azione di rigetto), sta, la loro maturità.

“Nella contrapposizione fra ciò e chi opera per il loro recupero, e ciò è chi opera per mantenere lo stato quo del tossico dipendere. la persona td. sta, come la corda del gioco. L’opera di trazione cui è sottoposta la personalità tossicodipendente, è sfibrante, logorante, angosciante. Se la “pera” ha tanta presa, è anche perché cura quegli stress.”

“Non da meno stress, sono soggetti anche quelli che operano contro la Tossicodipendenza. Questi, si devono difendere da quello che il Tossicodipendente butta loro addosso.”

” Vi sono di quelli che si difendono, essendoci solamente con la professione. Incauti quelli che credono di essere difesi perché ci hanno messo la vita. Comunque sia, vuoi prima o vuoi dopo, ambedue i generi di comportamento vengono lesi dalla costante frustrazione, che, per servitù alla droga, il Tossicodipendente non può non provocare. Così, fra “tossici” e anti tossicità, la droga inietta un’altra faccia del suo veleno: l’inimicizia. Sarà anche una inimicizia educata, amorosa, ma sempre velenosa, ed avvelenante, è.”

“Volentemente nolente, il Tossicodipendente in questa situazione sente che tutto gli è nemico. Sia l’antisociale, (per quanto sia passivo – attivo complice), sia un Sociale, che non riesce ad essere sufficiente amico perché non sufficiente “pera”.

“Non c’è pippa di ragione, che sappia dire la solitudine che è in questi casi. Solo il cuore lo potrebbe, ma, lo vendono a poco. Forse perché è considerato a livello frattaglia”.

“Quindi, non rimane che la “roba”. Il senso placenta che da, rimane un amico anche se sanno che li isola da qualsiasi alternativa. Se ne rammaricano ma finiscono per coprirsi, perché fuori, fa freddo.”

“In attesa di capire che non si può osteggiare una intossicazione di quel genere, , o rimanendo da parte, o sostenendo una parte, o rinchiudendola in vari modi dentro una parte, il Tossicodipendente sta, senza arte e ne’ parte, o si fa per continuare la sua parte, se non proprio l’arte.”

“E’ vero che il “farsi” è sod – disfarsi, ma è anche vero che è medicarsi, oltre che, identificarsi.”

“I tempi e i respiri della vita non hanno nulla a che spartire con ideologie legali e/o terapeutiche. Ma le terapie sono costi e, i costi, rendono merce la vita. La vita trattata come merce, ci condanna a riprendere in carico, la vita che trattiamo come merce.”

“L’unica virtù che non rende merce la vita, è la gratuità. Sarebbe una grandissima gratuità, già il capire, che se la droga è il piacere che fa male, in successione, è il male che solleva dal piacere che fa male.”

grurit

Le stanghe di Lucignolo

Le faccio pervenire una nuova stesura di questa lettera perché nella precedente non sono stato sufficientemente chiaro neanche a me stesso.

Vuoi per scienza vuoi per indiretta esperienza, ma il dottor S. sa bene cos’è “droga”. Il giovane invece, più che altro ne sa il piacere che da. Nel frattempo, è incompleta coscienza, come incompleta coscienza è quella di chi non conosce il senso della parola “dolore” perché non l’ha ancora sentito. In questa fase della sua esperienza, certamente è disponibile a riconoscersi come intossicato ma non certo come tossicodipendente, se, per tossicodipendente, intendiamo la figura che abbiamo sinora conosciuto: vuoi per strada, vuoi per cronaca. Vi è quindi scollamento di immagine e di significati fra ciò che il Medico ed il giovane intendono per drogato. Se non si tiene conto di questo diverso intendere, le campagne contro la Tossicodipendenza rischiano di diventare delle Campagne contro la giovinezza. Il giovane che sente le Campagne contro Tossicodipendenza come campagne contro una sua volontà di vita, (per quanto rischiosa, e lo sa), non farà altro che agire come a suo tempo agì Pinocchio contro il Grillo. Mi auguro che il Dottor S. trovi il modo di non tacere con Pinocchio ma di schivare il martello.

calamaio

Come imbambolati

(temo già prima del “fumo”)

Come imbambolati (temo già prima del “fumo”) gli estimatori delle droghe sono usi a rimuovere il fatto che anche l’acquisto della pur leggera “canna” è concorso di colpa nei vari generi di delitto contro al Persona. Le campagne contro la tossicodipendenza, quindi, dovrebbero fare in modo di arginare quella rimozione, richiamando il consumatore (ma non di meno l’affascinato), alla sua responsabilità di Uomo, se tale vuol diventare; se tale la droga gli permetterà di essere: cosa di cui dubito, più che fortemente dal momento, che dell’Uomo, la droga non lascia intatta neanche la scorza: a – sociale o antisociale che sia.

calamaio

Le fasi di Pinocchio

Devo ammetterlo: quando ho scritto questa lettera, sulla questione droga, tossicodipendenze e tossicodipendenti,  abitavo il mio mondo, non, il mondo. E’ vero: una maggiorata conoscenza della realtà m’ho buttato fuori da quella casa. E’ anche vero, però, che sto ancora vicino alla porta. Lascio lo scritto come sta.

Sostenere che l’hascisc è la via dell’overdose è come sostenere che un’autovettura è via di delitto. Con questo, non intendo dire che sono a favore delle droghe ma che sono contro le strumentalizzazioni. Per quanto sia indubbiamente vero che ambedue i mezzi, a loro modo ledono, credo comunque falso sostenere che la realtà conseguente sia sempre l’estrema. Non so se sia perché non fa comodo trarre le dovute conseguenze, ma sia nella tossicodipendenza che non, a fronte di un disagio leggero ci si compensa leggermente e a fronte di un disagio pesante ci si compensa pesantemente. Stante le cose, il vero soggetto che induce ad una eventuale overdose non è il dato compensatore (droga o altro che sia) ma (nello stato personale e/o sociale nel quale avviene) il genere e lo stato di disagio. Lungi da me l’idea di sostenere accuse contro la Società ma sino a che non si proverà che le Persone nascono sotto i cavoli, come è giusto che la personalità t.d. si assuma le sue responsabilità (anche le morali) così, lo faccia il Sociale. Senza per questo rinunciare ai principi proibizionisti, lo Stato dimostrerà di essersi assunto la sua parte di colpa quando, diversamente da ora, darà prova di saper accogliere (e provvedere) anche alle più gravi istanze. Se non fossero distratte da questione politiche, non io, ma ben altre autorità etiche dovrebbero ricordare allo Stato che una legge proibizionista che non tiene conto della compassione (la dove in altro modo non può provvedere) è umanamente anticostituzionale. Lo è, perché la legge che non calibra la proibizione con la compassione (nella tossicodipendenza più estrema non lo fa) taglia la dose della sua giustizia (anche i tagli nelle dosi sono vie di overdose) di ulteriore condanna. Le argomentazioni con le quali Don Pietro N. si oppone alla liberalizzazione dell’hascisc, rivelano la conoscenza di chi sulla droga sanno cosa dicono ma non sanno di cosa parlano. Nella tossicodipendenza, si può dire che la persona attraversa le tre fasi di Pinocchio. La prima è quella del piacere senza dovere. La seconda, quello del piacere per dovere. La terza, ultima a più livelli e sensi, è quella in cui, la medicina contro un piacere diventato “roba”, è la stessa “roba”. Introdurre il concetto di “omeopatia” nella cura delle tossicodipendenze farà certo inorridire i moralisti, ma chi ha vissuto gli orrori che procura e che nei tossicodelinquenti fa compiere, certamente ne considererà le possibilità. So bene, che aldilà del concetto che propongo, vi sono stati degli esperimenti che sono falliti. D’altra parte, cosa ci si aspettava? Che in un paio di anni si risolvesse ciò che ha impiegato la sua vita a distruggere? Tornando a Don Pietro, se avesse avuto una più intima conoscenza del dolore nella droga non si sarebbe permesso di strumentalizzare le testimonianza che cita a suo sostegno: i due ragazzi brasiliani che fumavano senza sentire il “bisognino” di nascondersi e il giovane tossicodipendente con il sangue che colava dal braccio. L’uso di un’idea che deve essere provata in quel modo é  sempre strumentalizzante. Ogni strumentalizzazione, pertano, rivela la sua bifaccialità. Le facce doppie sono sempre equivoche.

Questione droga

Urge un’altra voce. Lettere al Direttore

Cortese signore: della Droga si può dire che è tutto quello che fissa l’arbitrio ad una data sostanza: chimica, ma non di meno ideologica, quindi, politica, religiosa, e/o per pensieri e/o casi ora non citati. Può dirsi “tossico”, così, chi per i casi in esempio, non solo si “pera”, o “sniffa”, o “fuma” sino a perdita del giudizio, ma anche il fanatico che per ideologica presa (leggera o pesante che sia) può giungere a ferire anche la vita altra, oltre che la sua.

Né della droga come mercato, né del dipendente da tossico sostanze possiamo dire che si sono socializzati, tuttavia, si sono così socialmente mimetizzati da esserlo di fatto. L’avvenuta mimetizzazione rende scivolosa l’assistenza. Non aiuta il compito, l’attuale legislazione, generalmente basata sulla proibizione, ma la proibizione, attacca veramente, solo se il “tossico” è preso da misure restrittive, vuoi per comunità, vuoi per galera. Non attacca, però, (o se lo fa, offre punti di fuga) dove il “tossico” non si sente e/o non si vive come tale; ed è la gran parte degli odierni casi.

Non si sente e/o non si vive come tale, l’attuale dipendente da ciò che l’intossica, perché non si vede come l’imploso residuato bellico che abbiamo sempre visto nelle piazze degli ultimi esposti, ma come la giovinezza generalmente invidiabile che nei fine settimana riempie i locali con  la propria trasbordante vitalità, esagerata allegria, sicura eleganza.

Questi non sanno che la “roba” (qualsiasi “roba” nei termini sopradetti) è il tarlo che li svuoterà di vitalità e di vita sino a lasciarli nell’infelice apparenza dell’età. Prima che se ne accorgano possono passare anni, ma se ne accorgeranno.

Accorgersene è un dramma! Implica coscienza della revisione di sé. Implica, amarissimi sensi di fallimento. Implica il doversi riconoscere fuori, il temersi al di là di ogni possibile aiuto, il temersi incapaci di superare la vergogna di aver buttato gran parte dell’età. Oltre alla porta aperta dell’assistenza medica e/o psicologica (quando non psichiatrica) allora, occorre aprire un’altra porta: quella della vicinanza senza aprioristico giudizio.

La visione politica e legislativa odierna è detta dal senso paterno sulla vita. Come è noto, infatti, a proibire è il padre; ed è il padre che determina le regole. Almeno lo dovrebbe. La vita, però, è anche madre; ed è della madre, l’accoglienza della vita del figlio/a regolata dal padre; ed è questa che ora manca e/o è andato via via mancando. Non che alle regole del proibizionismo manchi l’accoglienza. L’ha delegata, però, ad una aprioristica condizione: ti accolgo se smetti e se me lo dimostri!

L’accoglienza come madre, dice: ti accolgo così come sei, e dammi quello che puoi. L’accoglienza come madre non pone aprioristiche barriere. Il proposito, certamente non vuol significare che deve essere a sua volta tossicodipendente dei tossicodipendenti! Deve solo significare che c’é, che è prossima ad ogni incauto/a che non si rende conto di star percorrendo dei binari morti, che è prossima per ogni possibile forma di aiuto per ogni genere di richiedente identità.

Nelle tossicodipendenze, è possibile madre la politica della Riduzione del Danno. Dove vi è legge_padre, allora, non può non riprendere voce legale e mediatica la legge_madre. Se così non fosse o non sarà, della vita individuale e sociale, il Regolatore avrà ordinato solo secondo forzatura: a fin di bene forse. A fin di vero, ne dubito parecchio.

La legge e la società possono permettersi di dire: chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori? Possono permettersi di dirsi: si sono tarlata, ma sino a che non emerge la tarlatura nella persona e nella mia persona, sono normale? Dipende! Dipende da che società può volere, e/o poter essere, ma, la vita è cura di sé stessa qui ed ora, non, quello che verrà, verrà, e pace e galera (bianca o no che sia) all’anima dei Lucignoli!

La società può dirsi: metto nel cesto i pesci utili, e butto a mare quelli non così? Si, dirà la società padre! No, dirà la società madre! L’esperienza insegna che un figlio cresce, anche indipendente da ogni intossicante sostanza, se fra la regola paterna della Determinazione, e la regola materna dell’Accoglienza vi è corrispondente incontro. Nella presente legislazione sulle Tossicodipendenze vi è corrispondente incontro fra i due principi della vita? A personale avviso, no. A personale avviso vedo dei somiglianti tentativi, provati da statistiche che di attendibile perché definitive hanno la carta, l’inchiostro, e delle interessate opinioni.

Incendi

barra

Doveva essere “la Festa dei fuochi”, la tragedia successa alla sedicenne di Rovigo morta al Lido di Venezia per ingerimento di ecstasy mista ad alcol (mortale beverone, consumato in un party dis – organizzato in modo da sfuggire un qualsiasi controllo e responsabilità) invece, una vita ha bruciato sé stessa. Cosa possiamo fare, ancora, per chi crede che i fuochi fatui sono per questo meno incendiari? Cosa possiamo fare, per chi ci vede una lesione alla libertà personale, nella nostra opera di tutela? Che forse possiamo giungere ad operare contro l’altrui volontà di farsi male, credendo di farsi bene? La Legge, lo può, non noi, variamente contro la tossicodipendenza, ma in alcun modo contro il tossicodipendente.Non esiste Legge, signor Direttore, che abbia le maglie così strette da impedire il passaggio degli affascinanti veleni che circolano fra i giovani ed i non più giovani. Se non c’è l’ha la Legge le sufficienti maglie per fermare tutti i veleni – sirena, tanto meno le abbiamo noi. Non per questo ci arrendiamo noi, e non per questo si arrenderà la Legge, ma ci auguriamo anche, che la giovinezza giunga autonomamente a capire (e a vivere!) la libertà che porta alla vita, non la libertà che porta a morire per vita.

Datata Luglio 2008

Droga

La droga scorre nelle vene del mondo, oltre che in quelle del singolo “tossico”.

Cortese signore: “sapevo” già chi era il medico veronese che è stato invitato dal governo a battere la droga, quando ho letto la notizia nella vostra locandina. Lo sapevo perché conosco il dottor Serpelloni. Avendone bisogno, mi affiderei al dottor Serpelloni senza alcuna ombra di dubbio. Sarebbe capace di rovesciare il mondo medico, pur di giungere al fine. Non le scrivo per questo, quindi. Le scrivo, perché il suscitare aspettative è fortemente erroneo. Battere la droga, infatti, (come annuncia il titolo della vostra locandina) suscita l’idea che si possa battere, e questo, purtroppo, può provocare un abbassamento della guardia come involontario effetto collaterale; abbassamento della guardia, o negli odierni tossici e nell’odierna tossicodipendenza (vissuta e sentita in modo sociale più che espressamente delinquenziale) o nelle famiglie, o in quanto correlato alla droga e/o alla tossicodipendenza. Nessun rilievo al titolista, ovviamente; è di cronaca che si occupa, mica di tossicodipendenze. A mio avviso, nessuno può battere la droga, signor Direttore. Al più, si può battere una tossicodipendenza. Molte volte, col rischio di battere anche il tossicodipendente. Nessuno può battere la droga, perché la droga scorre nelle vene del mondo, oltre che in quelle del singolo tossico. Per tale fatto, nel corpo sociale, il sangue venoso della droga, scorre presso quello arterioso. Così, come sanno bene i medici, ogni intervento sulla parte malata del corpo, (l’economico – delinquenziale) nolentemente, rischia di ledere la parte economico – sociale, sana. Esempio più vicino a noi, di quanto sostengo, lo direi il caso della Discoteca sulle Torricelle, che ha dovuto subire il pesante contraccolpo, anche economico, derivato da accertamenti, che se da un lato hanno tenuto conto della causa contro la droga, dall’altro, non hanno contemporaneamente tenuto conto dei doli che hanno fatto patire all’economia del titolare, e a quella dei suoi dipendenti. Va dato atto al suo giornale, di aver mirato meglio l’informazione un qualche giorno dopo, ma come lei sa bene, e molto meglio di me, ogni smentita, è, purtroppo, una notizia confermata. Rimango dell’idea (per averla pesantemente provata, anche se non su di me) che la droga si batte solamente con un? altra droga. Voglio dire, che solo una forte idea, (culturale, e/o chimica e/o l’insieme) può batterne una altrettanto forte. In attesa di quell’idea, non per questo dobbiamo convivere con la droga, così come dovremmo imparare a convivere con la mafia. In attesa di quell’idea, dobbiamo togliere vita alla presente idea. Togliere vita alla droga come sostanza e/o idea, ma non togliere vita alla giovinezza, però. Con i miei più cordiali saluti.

Pubblicata in data 25/06/2008 con la dicitura “Lettera firmata”. Non so perché hanno omesso il mio indicativo, ma per quanto mi riguarda fa lo stesso.

Datata Giugno 2008

Tutto e’ droga se fissa l’arbitrio

Il fine chimico di ogni droga è la fissazione dell’arbitrio. Si può dire, pertanto, che ogni genere di sostanza (non per ultimo, un dato pensiero) è droga tanto quanto fissa il giudizio di chi l’assume (se chimica) e/o di chi la vive se ideologica. Nella mia esperienza presso le tossicodipendenze ho conosciuto non poche personalità prese dalla roba, ma nessuna di veramente imbecille, perché di nessuna si poteva dire che non era in grado di intendere circa la pericolosità personale e sociale delle loro scelte, mentre si poteva dire che non erano in grado di volere l’uscita da quelle scelte; il piacere chimico dato dalle droghe, infatti, è talmente fondante da cassare ogni altra base culturale e/o morale. Per quanto premesso, quello che vale per la fissazione della ragione provocata da un piacere chimico, non di meno vale per la fissazione della ragione provocata da un piacere ideologico; e se manifestazione di quella fissazione è una forza irragionevolmente espressa, quella forza, allora, è una droga. I presi da irragionevole forza, quindi, andrebbero presi in carico dai Sert, così come lo sono i presi da altre droghe.

Datata Maggio 2008

Blitz contro droga e alcol

Nei guai, quattro su dieci.

Il che vuol dire, che su dieci eredi della nostra cultura, 6, sono figli che seguono la volontà  del padre – stato, (sia pur mugugnando, immagino) e 4, dei futuri figliol prodighi, ben che vada a noi, allo Stato, e a loro. Fra i fermati: una positività del 40,5 %, di cui: il 13,9 è risultato positivo all’alcol; il 16,5 alle droghe; il 10,1 ha associato alcol e droghe. Dei positivi alle droghe (21 persone) il 38,1 % aveva utilizzato cannabis; il 4,8 ha usato solo cocaina; il 19 % metanfetamine; il 14, 3% cannabis, più cocaina e pià metanfetamina; il 23,8 % cocaina più metanfetamina. Stante l’accertamento, prevenire, o reprimere? Prevenire, (nel senso di porre a coscienza) è chiaro che non è mai sbagliato, ma, reprimere, quando ormai una coscienza è presa, altro non farà che incentivare la voglia di deviazione (altre mete, altri modi, altri mezzi ) del preso. Se prevenire porta a poco, e reprimere porta a niente, cos’altro si può fare? Dal momento che nulla e nessuno eliminerà la droga dalle vene del mondo, non resta che procedere col sistema del colpo alla botte della prevenzione, ed uno al cerchio della repressione. Vie terze (nel senso di pienamente risolutive) non c’è ne sono, o quanto meno, non ne vedo.

ps. Ho tratto le statistiche fa un articolo di Alessandra Vaccari edito si l’Arena
Datata Gennaio 2008

 

Per trovare la vita prima della “roba”

Il tempo per leggere non ti manca, Filippo, pertanto, se vuoi proseguire nel capire e nel capirti ti fai questa po’ – pò di “pera”, diversamente, vedi un po’ tu.  Non preoccuparti se vi sono punti nei quali la tua Cultura non capisce. Dal momento che si capisce secondo Cultura ma si capisce anche secondo Natura, allora, cerca di farlo anche attraverso ciò che senti, cioè, attraverso le emozioni che ti suscitano gli argomenti che sottopongo alla tua riflessione.

spuntoLe emozioni

Le emozioni sono la voce del tuo Spirito: la forza della tua vita. Se la tua forza è esaltata da ciò che leggi, allora c’è qualcosa che manda in over la tua Cultura. Se la tua forza è depressa da ciò che leggi, allora c’è qualcosa che manda in sofferenza la tua Natura. Dove ciò che leggi lascia in pace il tuo spirito, allora significa che com_prendi anche se non sai quello che hai compreso.  Lo puoi perché la pace è cessazione di ogni dissidio. Dove vi è la pace perché sono cessati i dissidi non può non esservi coscienza di verità. Il fatto d’averti fatto notare che puoi essere “tossico” di uno spirito giano (bifronte perché una sua faccia è borghese e l’altra anarchico – panelliana ti ha irritato più di quanto volevi ammettere. D’altra parte, può far tacere il malessere che comunichi a chi ti vede rischiare il personale e sociale barbonaggio, perche’ non ti decidi a diventare chi mangia il fieno borghese, oppure chi mangia l’anarchico – panelliana paglia, oppure chi di volta in volta delibera equamente come soddisfare la sua fame di vita? La tua irritazione può essere stata motivata da due fattori: o sono fuori di testa oppure sono dentro la tua. Ammesso che ci sia entrato, se l’ho potuto è perché ho trovato una breccia – un aspetto di te che l’inconscio non aveva sufficientemente chiuso quando si è trincerato dentro la cultura dei dissidi con i quali ferirti della sua confusione.

spuntoLa coscienza

La coscienza è il luogo sia della conoscenza conscia che di quella inconscia. A mio sentire, i doppi aspetti della tua personalità (la borghese e l’anti) sono in dissidio fra di loro perche’ non riescono ad essere (o uno o l’altro) il determinante che ti guida. Quello che ai tuoi narcisistici occhi appare come un segno di forza, in effetti è anche segno di debolezza. Infatti, se fossi anche remissivo nei tuoi confronti, verso la famiglia, e verso il Sociale, le parti in causa, avrebbero trovato di che corrispondere con te e te con loro, invece, diviso fra velleitari tentativi di rientro in famiglia (sede dello spirito borghese ma anche utero ) e restare anarchico – panelliano ( libero perché “senza legge” ma in strada perché “senza tetto”, rischi di configurarti come un cazzone (grosso “veicolo” della vitalità naturale) ammosciato su delle inutilizzate palle: sede della vitalità naturale della vita culturale che sessualmente si proietta quando si è potenti non solo a livello genitale. Essere anche “remissivi”, significa non essere esclusivamente proiettati verso la soddisfazione del proprio piacere. Non essere esclusivamente proiettati verso il piacere personale (ne hai fatto un potere) significa poter consentire alla Natura della Cultura della vita (piacere personale, ma, che non può non corrispondere anche con quello della vita sociale e spirituale ) di diventare la parte prevalente di te.

spuntoNella remissività

Nella remissività si delega la volontà della nostra vita (la nostra determinazione nel gestirla) a chi in quel dato momento è attivo presso di noi: nucleo famigliare, persone, conoscenze, regole e leggi sociali, ecc. La remissività (acquiescenza naturale, culturale quanto spirituale) è l’indispensabile stato emozionale che permette di accogliere la vita altra. La vita altra che si accoglie è individuale se Persona, sociale se Stato, spirituale se l’accoglienza è verso il Principio della vita: Dio, comunque lo si chiami e/o indipendentemente dalle culture religiose. La remissività naturale, culturale e spirituale non implica nessun tipo di passiva sottomissione. Nella ricerca di una comune ragione, invece, va concordata fra le parti. Una non compresa necessità della remissività in certi momenti e/o stati di età, può rendere costrittiva la corrispondenza di intenti di una parte su l’altra.  Da questo, ad avere in astio ogni imperio quanto ogni imperiosa autorità, il passo può anche essere solo conseguente. La sottomissione agli imperi non è della Cultura umana, bensì, quella dei Principati (padronati personali, politici o religiosi che siano) e quella dei Babbuini. Presso quelle scimmie, infatti, il capo branco non si cura più di tanto se viene liberamente accolto ma determina la sua volontà attraverso la forza, anche sessuale, oltreché sulle femmine del gruppo, anche sui maschi

spunto L’omosessualità

L’omosessualità che riscontriamo su molte specie di animali, più che un’altra sessualità, potrebbe anche essere dettata da imperi di questo tipo. Quando si sostiene che l’uomo discende dalle scimmie, speriamo proprio che non sia per ancestrali ricordi di sopraffazione fisica a livello anale e, che non sia per quelle ataviche rimembranze che si rifiuta la pur necessaria remissività culturale. Potrebbe esserlo, sai! Non per niente, quando ammettiamo a noi stessi e/o con altri che la nostra volontà è stata forzata, comunemente diciamo che “l’abbiamo preso nel ….” Può essere semplice ironia? Parallelo di immagine fra la realtà culturale dei babbuini e quella nostra? O, immagine crassa di una sopraffazione culturale che, emozionalmente, si riflette nel nostro corpo (nella nostra Natura) anche come violenza sessuale? Gli influssi delle emozioni culturali nel nostro ano, non sono una novità. Il timore fa stringere i suoi muscoli ed il piacere li allarga. I muscoli preposti all’ano possono stringersi anche nei confronti del piacere, se è quello che “spaura”, come stringersi anche per protrarlo, quando anche il dolore è parte del piacere. Seriose ironie a parte e, indipendentemente dalle scimmie, vuoi vedere che la remissività culturale viene vissuta come segno di deviazione dalla virilità in quanto potrebbe non essere solamente intesa come accoglienza culturale e spirituale ma anche come accoglienza naturale ed in ciò comunicare paure da sopraffazione di tipo sodomitico? La remissività (oltreché principio dell’accoglienza culturale e spirituale) certamente è anche principio dell’accoglienza sessuale, ma, un conto è il piacere della sessualità (Natura della Cultura della vita finalizzata alla sua perpetuazione) e un conto è il piacere della genitalità: Cultura della Natura della vita finalizzata al piacere di sè

spuntoLa genitalità

La genitalità è strumento di perpetuazione ma anche della conoscenza che permette di raggiungere, attraverso i toni dati dalla soddisfazione – insoddisfazione (un bene e un male naturali) la propria identità sessuale. Se il principio di vita di una data Personalità non si fonda sul piacere della Natura della Cultura personale, sociale e spirituale ma sulla Cultura della Natura della vita propria (piacere che è indipendentemente da altra) va da se, che non accoglierà nulla di ciò che è contrario a questo principio. Possiamo dire, allora, che, nella Natura della Cultura della vita l’Io proprio corrisponde a quello collettivo umano e sovrumano, mentre, nella Cultura della Natura della vita che corrisponde solo con se stessa, vi è l’Io esclusivamente individualistico e/o egoistico. Ho introdotto il discorso sulla sessualità (annessi e connessi compresi) perché il dissidio fra le due norme culturali che secondo me ti sono lacerante identità, potrebbe essere venato anche dalla causa sessuale, ma solo tu puoi sapere se questo aspetto fa parte o no dei tuoi dissidi. Per quanto mi riguarda, te la sottopongo come ipotesi al solo scopo di farti riflettere anche su questo possibile fatto. Metti, dunque, che, assieme alle cause morali ed etiche, la tua prevalenza sessuale sia in attrito con degli aspetti diversi da quelli socialmente convenzionali. Quando si è contesi fra tensioni non sufficientemente conosciute o in caso di conoscenza poco o nulla accettate, va da se’ che trovarsi in dissidio è assolutamente normale, ma, un conto è essere in dissidio è un conto è restarci. Attenzione! Prendi nota: quando un dissidio si fissa, o ci fissa, o ci si fissa in un dissidio, allora, vi è anomalia da tossicodipendenza per fissato arbitrio!

spunto Sino a che l’istinto sessuale

Sino a che l’istinto sessuale non ha preso coscienza di se, l’identità sessuale non può non dirsi transculturale, cioè, di passaggio fra uno stato e l’altro della conoscenza. Come transculturale non significa che non si manifesta la corrispondente potenza, bensì significa, che pur manifestandola (al caso, ora a destra ora a manca) comunque la vita del transculturale non si afferma (se non naturalmente) ne a destra ne a manca. Allo scopo di raggiungere la conoscenza della propria sessualità, il transculturale non può non cercare lo stato che più gli corrisponde, ma, quanto può farlo se si sente censurato da una convenzione sessuale che potrebbe non essergli globalmente propria? Ammesso ma concesso con riserva che possa essere vero che la “deviazione” sessuale è un errore che può recare dolore (a mio avviso l’errore che reca il dolore sta, soprattutto, nell’aprioristico giudizio sulla personalità sessuale) non è forse altrettanto vero che vi è errore perché vi è dolore in ogni regola che normalizza la personalità forzandola in calzari non adatti al proprio viaggio esistenziale. Allora, quanto può dirsi “normale” una Norma strutturata sul dolore? A questa domanda non ci può essere che una sola risposta: una Norma è legittima tanto quanto non reca dolore. Potrei anche convenire che nella personale rinuncia di parti dell’io sessuale, lo stato sociale ne avrebbe giovamento (nel senso che è più ordinabile anche se più opinabile) se non fosse che le rinunce di se stessi che il Sociale chiede e/o impone, alla fin fine rivelano il cattivo odore che emana il fiato dei Poteri, non sui doveri (che non metto in discussione) ma sulla Persona. Considerazioni a parte, può essere anche vero che la tua sessualità sia di quelle valenti a destra o a manca come anche verso controparti più mature e/o più giovani. Comunque sia, non nelle scelte vi è anomalia, tutt’al più, diventano anormali quando le si impone con violenza, o quando, a causa di una qualsiasi censura (vera o anche solamente temuta che sia) le si vive in modo infelice, e per scelta e/o per obbligo, ci si costruisce una vita che può essere anche infelice pur di poterle vivere o, al caso, non vivere. La sessualità (indipendentemente dal genere purché diretta verso la vita) è una potenza sempre e comunque costruttiva anche quando non è necessariamente finalizzata alla procreazione. Dove non si genera figli, comunque si possono generare sentimenti di vita e/o opere a suo favore. La sessualità, anche quando è goduta per un piacere sia pure finalizzato allo scopo di se stesso, comunque è al servizio della vita: infatti, essa fruttifica la gioia naturale. La gioia naturale diventa anche letizia culturale e, la letizia naturale – culturale, permette di attraversare gli anni della vita, quanto basta per non inaridire il sorriso. Per “normal” i Potentati intendono i cittadini sessualmente etero. Fra i “normali”, non pochi relegano l’individuale umanita’ nel limbo dei desideri da accarezzare da soli. “Normali” sono anche quelli che, convogliando la propria sessualità verso una qualsiasi un’idea, purché suprema, sono riusciti a sublimarla sufficientemente. Sono persone queste, che magari in assoluta buona fede non si rendono conto delle tragedie che provocano quando diventano in grado di imporre la loro volontà. Certamente se ne rendono conto quelli che censurano la vita “diversa” per motivi di potere: politico e/o religioso che sia. Non siamo in grado di saper quanto sia vera o recitata l’eterosessualita’ dei normali. Si puo’ dire, pertanto, che lo sono perche’ lo affermano.

spunto La sessualità è mossa

La sessualità e’ mossa (o non mossa, o tiepidamente mossa) da infinite misure di forza. Cio’ vale per ogni genere di sessualita’. Chi non la manifesta per quello che e’, recita la parte che piu’ gli conviene, vuoi per mostrarla come anche per nasconderla sia a se’ che alla societa’. Questo gruppo dall’ipocrita sessualita’ alberga per la gran parte fra i censori della vita altrui. Passo oltre su questi perché ogni commento rischia di essere un mio nolente giudizio; su di essi, sia giustizia quello del loro Spirito. Infine ma non per ultimo: vi sono di quelli che “sanno cosa dicono ma non sanno di cosa parlano”. Questi in particolare, non sanno (o lo sanno solo culturalmente) quanto possa essere implosiva quanto esplosiva una sessualità che non trova la possibilità di avere sia il suo sbocco che la possibilità di regolarlo entro norme che siano corrispondenti sia al se personale che a quello altro. Per questi frigidi verso qualsiasi voglia passione, recitare la parte sessualmente sociale e religiosamente convenuta e’ ben facile parte’, come anche una millantata aureola. Se fosse vero il fatto che a copertura di una comunque ” diversa ” sessualità personale ti sei costituito una vita infelice anche a livello sociale pur di viverla (o, negandola, pur di non viverla) allora ciò potrebbe anche significare che hai preferito costituirti una identità sociale diversa (quella dell’anarchico – panelliana) che ha spinto la recita sino a drogarsi piuttosto di sentirti (nell’ambito borghese di provenienza) una identità sessualmente estranea

spunto Il vizio di censurare

Il vizio di censurare come anomalo ciò che non è compreso dalle sue norme è tipico dello spirito borghese, mentre, è tipico dello spirito libertario, quello di censurare il vizio di giudicare del borghese. Siccome la tua famiglia è borghese e siccome il tuo comportamento è libertario ciò potrebbe significare che una sessualità libertaria (la tua) attraverso un comportamento drogato (da equivoci prima ancora che dalle droghe) sta censurando quella borghese, cioè, quella della cultura d’origine? Come, se il libertario si è ridotto ad essere così poco a livello sociale da non poter essere significativa critica? Il libertario che non è niente a livello sociale, può mettere in crisi il borghese facendolo sentire in colpa. Come? Facendolo sentire fallito (ad esempio) dimostrandogli, che nonostante la sua ” perfezione culturale ” (e relativa importanza sociale) può produrre dei “tossici” ( degli errori ) e, dunque, essere sbagliata perché intossicante. Quali errori? Mah! Un figlio come te, ad esempio! Direi che il figlio in esempio, c’è riuscito molto bene a metterli in colpa. Tanto è vero che una madre ha ritenuto con me di “non aver nulla di cui rimproverarsi!”, ancora prima che gli dicessi: buongiorno! Al figlio contestatore, pero, la situazione, potrebbe essergli sfuggita di mano! Potrebbe essere vero, infatti, che per poter continuare a far sentire in colpa lo spirito borghese della famiglia che potrebbe accusare di deviazione sessuale il suo spirito libertario, è costretto a continuare a fare il “tossico”, che puo’ smettere solamente rinunciando al giudizio contro il tuo principiante ambito culturale, ma come smettere quel giudizio se ciò potrebbe comportare la cessazione delle difese con le quali hai coperto una tua possibile alternanza sessuale e, dunque, permettere la censura che temevi e per la quale hai costituito le tossico – difese? Come vedi è il classico caso dei più noti giri viziosi: quello del cane che si morde la coda.

spuntoSentivo la mia sessualità

Sentivo la mia sessualità in età precocissima. Nonostante siano passati quaranta e passa anni fa, ricordo ancora in modo vivissimo i miei istinti sessuali di bambino. Dovevo fare la prima elementare ma mi rifiutavo di andare a scuola. Solo timidezza, o paura che gli altri capissero la diversa realtà che già agiva dentro di me? Non ricordo se da bambino ero timido, però, ricordo con lucidità, che avevo paura non di cosa sentivo ma che si capisse ( e, vedesse ) cosa sentivo! Se così è stato anche per te, certamente all’età scolare non ti facevi le “pere” e, dunque non poteva provenire da quello l’eventuale censura che temevi dalla famiglia, però, all’età scolare già potevi aver iniziato a capire che la tua identita’ sessuale si ti stava diversificando da quella del gruppo di origine. Naturalmente, le mie sono ipotesi che introducono riflessioni, non, affermazioni. Se già in età scolare tu fossi stato in grado di essere naturalmente cosciente della tua diversità e, se per primo l’avessi temuta, si puo’ pensare, allora, che l’eventuale censura nei tuoi confronti, non avrebbe potuto provenire che da te, in quanto, certamente la tua famiglia non avrebbe ancora potuto capirlo! Se la temuta censura poteva provenire da te, allora può anche sorgere il sospetto che per difenderti da quello che temevi di te (se si fosse visto) hai preferito far vedere dell’altra vitalità: cioè, quella del diverso che tutto può fare perché, appunto, fuori? Se fosse, si potrebbe dire allora, che con la tossicodipendenza ti sei costituito un alibi e lo hai usato come scudo? Per anni potrebbe essere stato “semplice” e (s)comodo portarlo ma, ed ora? Se il vero soggetto del conflitto contro lo spirito borghese della famiglia non fosse quella Cultura in quanto tale, bensi’, contro i legali rappresentanti dell’autoritaria “grandezza” borghese che per autodifesa vuoi svilire, cioè, i tuoi genitori?  Se fosse, allora il conflitto è fra due diverse culture o fra te e loro? Perché? Perché hai rifiutato la loro determinazione? Perché hai rifiutato la tua remissività, o la Remissività? Perché non sono stati sufficientemente remissivi loro, cioè accoglienti? Perché, nei loro confronti, non sei stato sufficientemente accogliente tu? Filippo, è la Cultura borghese che vuoi far sentire fallita o sono i tuoi che vuoi far sentire falliti?!

spunto La droga è una polvere

La droga è una polvere che copre una vita ed è terra (polvere) ciò che in ultima la copre. Può essere che la polvere della droga sia la terra con la quale, per amore della morte in mancanza di amore per la vita, copri di suicidario sentimento una vita (quella di tuo fratello) che sta tornando alla sua origine, cioè, polvere, sia nel senso del naturale nulla che nel senso di nulla sia nella memoria personale che in quella storica della tua famiglia? Caro, il mio Filippo, da quale spirito è influita la tua vitalità nel dolore: dal tuo, da quello borghese in astio con l’anti, o da quello di un fratello che violentemente è entrato dentro di te attraverso le immagini di morte che hai vissuto a causa della sua? Credo sia il momento che ti chieda con sufficiente obiettività, di quale guerra ideologica ti stai facendo portabandiera! Delle culture in causa? Direi di no, perché, se fosse, magari avresti fatto il politico! Della tua? Dal momento che dal tuo caso, sembra tu stia facendo una personale politica potrebbe anche essere. Della bandiera di tuo fratello, se, per affetto ed influsso, hai raccolto il guanto della sfida che aveva iniziato (e finito finendo se stesso) contro il sistema borghese che evidentemente non gli corrispondeva o verso il quale non sapeva come corrispondere?

spunto La maschera

Situazione vuole, che la maschera della diversità sociale con la quale hai coperto la facciata della diversità sessuale possa essere diventata così “perfetta” da esserti diventato il “vero” volto culturale. In questa situazione, di maschere da strappare ne avresti due. Capisci adesso quando ti dico che, a questo punto, è più semplice gettare il saio borghese (nel senso di rinunciare alle tue radici di origine) per poter più liberamente essere (senza censure e ne pere) la persona di te stesso? Amenochè tu non abbia l’eroico coraggio di affrontare te stesso, la tua famiglia e quella sociale! Ma, per fare questo, non puoi non accogliere, con remissività, ciò che sinora hai rifiutato con determinazione. Anche più che giustamente, potresti obiettarmi: ma perché devo essere io il remissivo e non loro! La risposta è molto semplice! Ne la Società e ne i tuoi possono essere remissivi nei tuoi confronti perché la bestia che ti occupa (la tua odierna tossico_cultura) se li può divorare! Dici di no? Mah! Nonostante le volte che è già successo, ci credi proprio a quel no o ti fa comodo crederlo? Si diventa grandi accogliendo ciò che ci fa crescere e, la vera forza dell’Uomo sta nella capacità di essere anche remissivi per poter apprendere come essere anche attivi. Tutte le restanti concezioni della forza virile non sono che le scimmiesche convenzioni culturali che ti dicevo innanzi. Siccome sei uomo e forte (anche se compiuto di più come forte) sono certo che lo puoi fare, ma, sarai creduto? Qui, verrà il difficile. Non, sai, perché di per se; i tuoi famigliari ( o il Sociale ) siano dei negativi a priori, ma perché, purtroppo, la forza con la quale hai vissuto la diversità che volente e/o nolente ti avevi scelto, ha lasciato in piedi, dentro loro, ben poche possibilità di credere sulla parola

spunto Se tu non fossi

Se tu non fossi l’intelligente cocciuto che sei, avresti già capito che, aldilà della famiglia e dello stesso Sociale, potresti ricomporre i dissidi, e mediando fra le parti, riavvicinarle. Applicando la mediazione, comunque non potresti fare quello che vuoi ma, senza dubbio e diversamente da ora, quello che effettivamente puoi. Dulcis in fundo: ti allego un riflessivo” Memento vita “. L’ho scritto riflettendo su di noi e, sui molti come noi. E’ ben vero che chi si loda si sbroda ma non mi pare niente male. Fammi sapere la tua impressione. Ci tengo. L’idea dell’Associazione “per Damasco” – Comunità di Fatto in Internet – è anche un po’ tua; se non altro perché volendomi Operatore di Comunità e, dicendoti che nessuna mi avrebbe accolto in quanto riesco di difficile digestione per qualsiasi sistema, mi hai costretto a pensare ed a inventare una via terza. Vedi, mio caro sciagurato, a che soluzioni può far giungere la mediazione?

spunto Si viene a nuova vita

Si viene a nuova vita mano a mano si ultima la precedente. Se la decisione di finire la precedente non è ancora risoluta, allora contate su di noi. * Se non osate fidarvi, con la vostra vita fermate anche la nostra. In questo caso, se constaterete che non vi abbiamo dato niente, sarà anche perché non ci avrete concesso altro. Se siete indecisi, ritroverete l’incertezza in ciò che rifarete. Se in ciò che rifarete toccherete il fondo, sarete giunti al bivio estremo: farsi con la vita, o farsi la vita? Le risposte in mezzo alle due sono croci apparentemente scaltre se sono paglia che si mette sulla spalla per non sentire il peso della stanga ma, quell’espediente non libera dalla catena che trascina dentro la feccia, al più, aggiunge degli anelli.

spuntodue

.Il destinatario di cotanta sapienza l’aveva fatta leggere anche ai famigliari. Gli dissero di non averci capito niente! Strano, pensai, detto da persone colte. E’ tutto cosi’ chiaro! Sia pure non in toto, chiaro un accidenti! Sono riuscito a rileggerla (e forse a chiarirla) solo oggi: dopo una trentina di anni, con fatica, e a bocce ferme.

* Di noi come gruppo associativo “per Damasco”. Guattro gatti: letteralmente.